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2018-08-15
Il taglio delle pensioni dura 48 ore: se ne parla a settembre
Ansa
La bozza sulle pensioni d'oro, come ama definirle Rocco Casalino, portavoce grillino del premier Giuseppe Conte, è durata più o meno 48 ore. Ieri, sotto pressioni della Lega, i due firmatari del testo (Riccardo Molinari per la Lega e Francesco D'Uva per i 5 stelle) hanno fatto sapere che a settembre ci sarà un tavolo per rivedere la legge. «Alla base della proposta di legge firmata da me e dal capogruppo 5 stelle c'è il principio per cui si fa un ricalcolo delle pensioni oltre i 4.000 euro netti, senza fare espropri proletari o penalizzare chi è andato in pensione prima. Se l'applicazione della norma porta effetti diversi da quelli desiderati, lavoreremo con i tecnici del Parlamento e del ministero del Lavoro - che ha le tabelle - per correggerla». spiega Molinari. «Quello depositato è un testo base su cui lavorare: l'idea di fondo è un ricalcolo che arrivare di fatto, solo per il retributivo delle pensioni sopra i 4.000 euro netti, a un contributo di solidarietà a favore delle pensioni minime», aggiunge Molinari. «Era anche nel programma elettorale del centrodestra», sottolinea, «la Meloni lo dice da anni. Noi abbiamo sostenuto la proposta dei 5 stelle, concordando un'impostazione che non penalizzi chi è andato in pensione prima e loro sostengono la nostra flat tax».
Peccato che la bozza di cui abbiamo scritto ieri porti in una direzione diversa. Non prevede un ricalcolo effettivo della parte retributiva e un relativo taglio, ma un azzoppamento della parte retributiva calcolato secondo parametri che non consentono l'effettiva tutela del cittadino. Inoltre, il testo non mette in alcun modo al riparo i titolari di pensioni di reversibilità. Chi già percepisce l'assegno «ereditato» da un parente non deve temere modifiche. È stato calcolato in base all'ammontare previsto dalle leggi che si sono susseguite. Sul futuro la bozza di legge nulla chiarisce, il che lascia intendere che il rischio è duplice. Il primo riguarda la base di calcolo. La pensione di reversibilità dal prossimo anno non sarà più il 60% (o l'80% se ci sono figli a carico) dell'imponibile lordo, ma il 60% della somma frutto del taglio della pensione d'oro. Soprattutto, le pensioni di reversibilità fanno cumulo. Il limite garantito dalla bozza di legge è di 80.000 euro lordi all'anno. Se l'apporto dell'assegno di reversibilità porta la somma a 120.000 euro, i 40.000 in eccesso non sono garantiti per intero. Eppure si tratta di una cifra che lo Stato ha già sforbiciato in base ai parametri di calcolo e pure di reddito. Insomma, sarebbe una porcata. Senza dimenticare che la componente retroattiva non passerebbe il vaglio della Corte costituzionale.
Angelo Pandolfo, docente di diritto del lavoro e della previdenza sociale alla Sapienza di Roma e già membro del consiglio di presidenza della Corte dei conti, ieri ha rilasciato alle agenzie un commento del tutto negativo: «La Consulta potrebbe bocciare l'iniziativa, seppur preveda di destinare i risparmi ottenuti all'incremento delle pensioni sociali e di quelle integrate al minimo. È lodevole voler redistribuire le risorse all'interno del sistema previdenziale, ma non credo sia sufficiente ad aggirare l'ostacolo dell'incostituzionalità». Nel mirino della proposta di legge sono finiti gli assegni dagli 80.000 euro in su, tuttavia «si possono immaginare tutta una serie di situazioni di cosiddetto privilegio che non verrebbero sfiorate: se, infatti, l'intervento viene concepito in chiave di una maggiore corrispondenza fra contributi versati e contropartita pensionistica, dovrebbero essere, ad esempio, messe in discussione pure le baby pensioni».
Per questi motivi e soprattutto per sfumatura più politiche ed elettorali, il Carroccio ha invertito la marcia. Innanzitutto risulterebbe incomprensibile togliere a chi ha percepito legittimamente una pensione una fetta di retributivo per dare più soldi a chi non ha mai versato nulla: vale soprattutto per le pensioni sociali. Ma la Lega deve aver compreso ancor più dei 5 stelle che proseguendo per la strada della bozza di legge avrebbe finito per rafforzare la legge Fornero. Uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Matteo Salvini. C'è da chiedersi perché il partito di maggioranza assieme ai colleghi grillini abbia messo la firma sotto un testo che sembra scritto da Tito Boeri in persona. Forse i diretti interessati non hanno capito la portata e i riflessi della legge. Che sia l'Inps a fornire dati, tabelle e coefficienti di trasformazione è logico. Ma che la maggioranza non abbia tecnici in grado di tradurli deve porre interrogativi. Nonostante la vulgata, il governo gialloblù è tra quelli che ha applicato lo spoils system a livelli minimi. Le seconde file sono state quasi tutte confermate da precedenti incarichi e quindi da governi di sinistra o lettiani. Ha evidenti problemi a tenere le redini della macchina ministeriale e a fissare obiettivi concreti per i propri decreti leggi. Si è visto con la famosa manina del dl Dignità, si comprende ora con la proposta di taglio delle pensioni, che cosa accadrà con la manovra?
Tria conferma i vertici della Sogei
In silenzio la scorsa settimana il ministro dell'Economia ha confermato i vertici della controllata Sogei. Procedendo alla nomina del nuovo cda per il triennio 2018-2020, il Mef, guidato da Giovanni Tria, ha confermato Biagio Mazzotta alla presidenza, Andrea Quacivi amministratore delegato e Valentina Gemignani consigliere delegato.
Il ministero ha, inoltre, approvato il bilancio d'esercizio 2017 con un valore della produzione di oltre 533 milioni e un utile netto di 20 milioni. Sogei, si legge in una nota della società, ha confermato anche nel 2017 di rappresentare un modello di riferimento per le soluzioni di egovernment, in grado di realizzare e sviluppare progetti altamente strategici come il 730 precompilato, il fascicolo sanitario elettronico Fse, la fatturazione elettronica e l'anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr). «Nel corso di quest'anno, grazie alla rimozione del vincolo sulle nuove assunzioni, è previsto l'ingresso di 145 persone, di cui 100 neolaureati», conclude il testo.
Nessun accenno al doppio incarico di Mazzotta in Consip. La decisioni di dare un segnale di continuità al 100% nella società di Ict è arrivata anche in questo caso dal capo di gabinetto di Tria, Roberto Garofoli. Il dirigente era già in odore di riconferma a capo di gabinetto del ministero dell'Economia e delle finanze i primi di giugno. A quell'incarico è approdato dopo aver fatto il segretario generale a Palazzo Chigi durante il governo di Enrico Letta. Gli affari di Garofoli, che è stato nominato circa un anno fa presidente di sezione della Corte dei conti, sono finiti al centro di un'inchiesta di questo giornale. Abbiamo raccontato che «i suoi corsi propedeutici al superamento dell'esame da magistrato erano sino a poco tempo fa un ricco business gestito da società riconducibili alla moglie e su cui il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa nei mesi scorsi ha avviato alcuni accertamenti», scriveva la Verità al momento della sua riconferma.
Grazie al Sì di Garofoli la nomina è passata liscia anche per l'ad di Sogei. Anche in questo caso, dal Mef nemmeno una parola per i bachi informatici che hanno caratterizzato i numerosi stop e rinvii per lo spesometro nell'inverno del 2017. E per i problemi al software dell'anagrafe, spesso ferma e in difficoltà nel produrre la carta d'identità elettronica.
L'ad Quacivi, dopo i prolungati stop e il buco che ha permesso la divulgazione di dati personali, lo scorso ottobre è andato in commissione anagrafe tributaria e si è giustificato così: «Il sistema non è stato violato da un punto di vista della sicurezza informatica, non vi è stato infatti nessun accesso non autorizzato o una sottrazione di dati da parte hacker. Si è trattato di una scelta funzionale», aveva aggiunto, «per dare agli operatori economici il massimo delle possibilità e degli strumenti». Come dire, nessuno ha forzato la porta, semplicemente è stata lasciata aperta. «Allo stato», aveva sottolineato ancora, «il recupero delle funzionalità del portale è in corso, parallelamente agli approfondimenti tecnici riguardanti tre funzionalità». Il paradosso arrivò nella chiusa del discorso, quando l'ad di Sogei sembrò contraddirsi.
«Le verifiche sono state già avviate e altre sono tuttora in corso», aveva concluso, «E sono volte a individuare soggetti che da una parte hanno avuto accesso a file non firmati da loro stessi, pur non essendo stati delegati esplicitamente sui sistemi alla consultazione dei dati, e dall'altra la verifica si concentra sulle informazione visualizzate». Sogei allora spiegò che non ci fu alcun baco e che i collaudi sono avvenuti con tranquillità e con metodologia solida, «secondo i nostri canoni di governance». Nessun politico ha chiesto di rivedere quella governance. Nessuno, nemmeno del nuovo governo.
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I due firmatari del testo hanno fatto sapere che si rivedrà tutto a settembre. L'esecutivo ha evidenti problemi a tenere le redini della macchina ministeriale e a fissare obiettivi concreti per i propri decreti.Giovanni Tria conferma i vertici della Sogei. Il Mef dà fiducia alla coppia che guida l'azienda che si occupa di informatica e che ha chiuso il bilancio con un utile di 20 milioni. Nessun accenno ai bachi dello spesometro.Lo speciale contiene due articoli.La bozza sulle pensioni d'oro, come ama definirle Rocco Casalino, portavoce grillino del premier Giuseppe Conte, è durata più o meno 48 ore. Ieri, sotto pressioni della Lega, i due firmatari del testo (Riccardo Molinari per la Lega e Francesco D'Uva per i 5 stelle) hanno fatto sapere che a settembre ci sarà un tavolo per rivedere la legge. «Alla base della proposta di legge firmata da me e dal capogruppo 5 stelle c'è il principio per cui si fa un ricalcolo delle pensioni oltre i 4.000 euro netti, senza fare espropri proletari o penalizzare chi è andato in pensione prima. Se l'applicazione della norma porta effetti diversi da quelli desiderati, lavoreremo con i tecnici del Parlamento e del ministero del Lavoro - che ha le tabelle - per correggerla». spiega Molinari. «Quello depositato è un testo base su cui lavorare: l'idea di fondo è un ricalcolo che arrivare di fatto, solo per il retributivo delle pensioni sopra i 4.000 euro netti, a un contributo di solidarietà a favore delle pensioni minime», aggiunge Molinari. «Era anche nel programma elettorale del centrodestra», sottolinea, «la Meloni lo dice da anni. Noi abbiamo sostenuto la proposta dei 5 stelle, concordando un'impostazione che non penalizzi chi è andato in pensione prima e loro sostengono la nostra flat tax».Peccato che la bozza di cui abbiamo scritto ieri porti in una direzione diversa. Non prevede un ricalcolo effettivo della parte retributiva e un relativo taglio, ma un azzoppamento della parte retributiva calcolato secondo parametri che non consentono l'effettiva tutela del cittadino. Inoltre, il testo non mette in alcun modo al riparo i titolari di pensioni di reversibilità. Chi già percepisce l'assegno «ereditato» da un parente non deve temere modifiche. È stato calcolato in base all'ammontare previsto dalle leggi che si sono susseguite. Sul futuro la bozza di legge nulla chiarisce, il che lascia intendere che il rischio è duplice. Il primo riguarda la base di calcolo. La pensione di reversibilità dal prossimo anno non sarà più il 60% (o l'80% se ci sono figli a carico) dell'imponibile lordo, ma il 60% della somma frutto del taglio della pensione d'oro. Soprattutto, le pensioni di reversibilità fanno cumulo. Il limite garantito dalla bozza di legge è di 80.000 euro lordi all'anno. Se l'apporto dell'assegno di reversibilità porta la somma a 120.000 euro, i 40.000 in eccesso non sono garantiti per intero. Eppure si tratta di una cifra che lo Stato ha già sforbiciato in base ai parametri di calcolo e pure di reddito. Insomma, sarebbe una porcata. Senza dimenticare che la componente retroattiva non passerebbe il vaglio della Corte costituzionale. Angelo Pandolfo, docente di diritto del lavoro e della previdenza sociale alla Sapienza di Roma e già membro del consiglio di presidenza della Corte dei conti, ieri ha rilasciato alle agenzie un commento del tutto negativo: «La Consulta potrebbe bocciare l'iniziativa, seppur preveda di destinare i risparmi ottenuti all'incremento delle pensioni sociali e di quelle integrate al minimo. È lodevole voler redistribuire le risorse all'interno del sistema previdenziale, ma non credo sia sufficiente ad aggirare l'ostacolo dell'incostituzionalità». Nel mirino della proposta di legge sono finiti gli assegni dagli 80.000 euro in su, tuttavia «si possono immaginare tutta una serie di situazioni di cosiddetto privilegio che non verrebbero sfiorate: se, infatti, l'intervento viene concepito in chiave di una maggiore corrispondenza fra contributi versati e contropartita pensionistica, dovrebbero essere, ad esempio, messe in discussione pure le baby pensioni». Per questi motivi e soprattutto per sfumatura più politiche ed elettorali, il Carroccio ha invertito la marcia. Innanzitutto risulterebbe incomprensibile togliere a chi ha percepito legittimamente una pensione una fetta di retributivo per dare più soldi a chi non ha mai versato nulla: vale soprattutto per le pensioni sociali. Ma la Lega deve aver compreso ancor più dei 5 stelle che proseguendo per la strada della bozza di legge avrebbe finito per rafforzare la legge Fornero. Uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Matteo Salvini. C'è da chiedersi perché il partito di maggioranza assieme ai colleghi grillini abbia messo la firma sotto un testo che sembra scritto da Tito Boeri in persona. Forse i diretti interessati non hanno capito la portata e i riflessi della legge. Che sia l'Inps a fornire dati, tabelle e coefficienti di trasformazione è logico. Ma che la maggioranza non abbia tecnici in grado di tradurli deve porre interrogativi. Nonostante la vulgata, il governo gialloblù è tra quelli che ha applicato lo spoils system a livelli minimi. Le seconde file sono state quasi tutte confermate da precedenti incarichi e quindi da governi di sinistra o lettiani. Ha evidenti problemi a tenere le redini della macchina ministeriale e a fissare obiettivi concreti per i propri decreti leggi. Si è visto con la famosa manina del dl Dignità, si comprende ora con la proposta di taglio delle pensioni, che cosa accadrà con la manovra?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tagli-alle-pensioni-bozza-congelata-la-lega-capisce-i-rischi-e-frena-il-m5s-2595908899.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tria-conferma-i-vertici-della-sogei" data-post-id="2595908899" data-published-at="1770492537" data-use-pagination="False"> Tria conferma i vertici della Sogei In silenzio la scorsa settimana il ministro dell'Economia ha confermato i vertici della controllata Sogei. Procedendo alla nomina del nuovo cda per il triennio 2018-2020, il Mef, guidato da Giovanni Tria, ha confermato Biagio Mazzotta alla presidenza, Andrea Quacivi amministratore delegato e Valentina Gemignani consigliere delegato. Il ministero ha, inoltre, approvato il bilancio d'esercizio 2017 con un valore della produzione di oltre 533 milioni e un utile netto di 20 milioni. Sogei, si legge in una nota della società, ha confermato anche nel 2017 di rappresentare un modello di riferimento per le soluzioni di egovernment, in grado di realizzare e sviluppare progetti altamente strategici come il 730 precompilato, il fascicolo sanitario elettronico Fse, la fatturazione elettronica e l'anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr). «Nel corso di quest'anno, grazie alla rimozione del vincolo sulle nuove assunzioni, è previsto l'ingresso di 145 persone, di cui 100 neolaureati», conclude il testo. Nessun accenno al doppio incarico di Mazzotta in Consip. La decisioni di dare un segnale di continuità al 100% nella società di Ict è arrivata anche in questo caso dal capo di gabinetto di Tria, Roberto Garofoli. Il dirigente era già in odore di riconferma a capo di gabinetto del ministero dell'Economia e delle finanze i primi di giugno. A quell'incarico è approdato dopo aver fatto il segretario generale a Palazzo Chigi durante il governo di Enrico Letta. Gli affari di Garofoli, che è stato nominato circa un anno fa presidente di sezione della Corte dei conti, sono finiti al centro di un'inchiesta di questo giornale. Abbiamo raccontato che «i suoi corsi propedeutici al superamento dell'esame da magistrato erano sino a poco tempo fa un ricco business gestito da società riconducibili alla moglie e su cui il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa nei mesi scorsi ha avviato alcuni accertamenti», scriveva la Verità al momento della sua riconferma. Grazie al Sì di Garofoli la nomina è passata liscia anche per l'ad di Sogei. Anche in questo caso, dal Mef nemmeno una parola per i bachi informatici che hanno caratterizzato i numerosi stop e rinvii per lo spesometro nell'inverno del 2017. E per i problemi al software dell'anagrafe, spesso ferma e in difficoltà nel produrre la carta d'identità elettronica. L'ad Quacivi, dopo i prolungati stop e il buco che ha permesso la divulgazione di dati personali, lo scorso ottobre è andato in commissione anagrafe tributaria e si è giustificato così: «Il sistema non è stato violato da un punto di vista della sicurezza informatica, non vi è stato infatti nessun accesso non autorizzato o una sottrazione di dati da parte hacker. Si è trattato di una scelta funzionale», aveva aggiunto, «per dare agli operatori economici il massimo delle possibilità e degli strumenti». Come dire, nessuno ha forzato la porta, semplicemente è stata lasciata aperta. «Allo stato», aveva sottolineato ancora, «il recupero delle funzionalità del portale è in corso, parallelamente agli approfondimenti tecnici riguardanti tre funzionalità». Il paradosso arrivò nella chiusa del discorso, quando l'ad di Sogei sembrò contraddirsi. «Le verifiche sono state già avviate e altre sono tuttora in corso», aveva concluso, «E sono volte a individuare soggetti che da una parte hanno avuto accesso a file non firmati da loro stessi, pur non essendo stati delegati esplicitamente sui sistemi alla consultazione dei dati, e dall'altra la verifica si concentra sulle informazione visualizzate». Sogei allora spiegò che non ci fu alcun baco e che i collaudi sono avvenuti con tranquillità e con metodologia solida, «secondo i nostri canoni di governance». Nessun politico ha chiesto di rivedere quella governance. Nessuno, nemmeno del nuovo governo.
I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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Francesca Lollobrigida trionfa davanti alla canadese Valerie Maltais nella gara dei 3000 metri femminili di pattinaggio di velocità ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Milano-Cortina regala subito grandi emozioni all’Italia. Dopo le prime medaglie nello sci con l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris nella discesa libera maschile, arriva anche il primo oro della spedizione azzurra, grazie a Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità.
La pattinatrice laziale, nel giorno del suo 35° compleanno, ha conquistato la medaglia nei 3000 metri, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 3:54.28. La prova di Lollobrigida è stata straordinaria fin dalle prime manche: «Ultime due in gara per capire quale sarà il metallo della medaglia di Francesca Lollobrigida», si leggeva durante la gara, mentre lei continuava a segnare tempi inarrivabili per le avversarie. Alla fine, la canadese Valerie Maltais si è dovuta arrendere al miglior tempo della giornata, mentre l’argento è andato alla Norvegia e il bronzo al Canada. Subito dopo aver realizzato di aver conquistato il metallo più prezioso, Lollobrigida è corsa incontro al figlio di due anni e mezzo, Tommaso, per abbracciarlo e festeggiare insieme a lui. Una scena che si candida a entrare di diritto tra gli highlights più belli ed emozionanti di questi Giochi. Il trionfo di Lollobrigida completa una giornata intensa per l’Italia tra neve e ghiaccio. Nello sci maschile, Franzoni e Paris avevano già regalato due podi nella discesa libera di Bormio, rispettivamente argento e bronzo, con lo svizzero Franjo von Allmen sul gradino più alto del podio.
Tra le altre competizioni, nello slopestyle maschile a Livigno Snow Park Miro Tabanelli non è riuscito a qualificarsi per la finale, chiudendo diciassettesimo con 51.93 punti. La sessione è stata dominata dai norvegesi, con Birk Ruud e Tormod Frostad al comando.
Intanto, tra le donne dello sci alpino, Federica Brignone sarà al via della discesa libera di domani domenica 8 febbraio, accanto a Sofia Goggia, Nicol Delago e Laura Pirovano. «Per Brignone è la seconda discesa olimpica della carriera: nel 2018 a PyeongChang si ritirò. Goggia è invece alla terza esperienza dopo l’oro di PeyongChang 2018 e l’argento di Pechino 2022, così come Delago, mentre per Pirovano si tratta di una prima assoluta», si legge nelle note tecniche dello staff azzurro.
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