Quando il giallo di Brembate sembrava ormai essere uscito definitivamente dal circuito mediatico è arrivato il colpo di scena: a 12 anni dalla morte di Yara Gambirasio e quattro anni dopo la condanna definitiva all’ergastolo di Massimo Bossetti, il pubblico ministero di Bergamo, Letizia Ruggeri, che dopo quattro anni di indagini e una raffica impressionante di prelievi del Dna chiuse i conti con il principale sospettato nel 2014, si ritrova un’iscrizione sul registro degli indagati per un reato pesantissimo: frode processuale o depistaggio. A disporla è stato il gip del Tribunale di Venezia Alberto Scaramuzza (competente sui magistrati bergamaschi) a conclusione dell’udienza durante la quale i legali di Bossetti si sono opposti all’archiviazione del fascicolo sulla conservazione di reperti portati dal pm di Bergamo come prova nel processo che ha deciso l’ergastolo per il muratore di Mapello. Il nodo principale della contestazione sono i 54 campioni di Dna trasferiti dopo i tre gradi di giudizio dall’ospedale San Raffaele di Milano all’ufficio corpi di reato del Tribunale di Bergamo. E ora, per «permettere una compiuta valutazione in relazione a tutte le doglianze dell’opponente (Bossetti, ndr)», che richiedono «un necessario approfondimento», spiega la toga veneziana, sia al fine di permettere alla collega bergamasca «un’adeguata difesa», dopo aver mandato in archivio la posizione del presidente della Corte d’Assise Giovanni Petillo e della funzionaria dell’ufficio corpi di reato Laura Epis, ha dato indicazioni alla Procura di Venezia di procedere nei confronti di Ruggeri. Per l’avvocato Claudio Salvagni, che difende Bossetti, proprio il cambio di destinazione delle provette del Dna, interrompendo la catena del freddo (i campioni erano conservati a 80 gradi sottozero) potrebbe aver compromesso il materiale genetico rendendo impossibile qualsiasi ulteriore analisi (e comprimendo così eventuali attività difensive). La memoria dei difensori di Bossetti (circa 70 pagine) parte dalla decisione della Corte di Cassazione di autorizzare le difese all’accesso ai campioni di Dna. Si scoprì che il pm Ruggeri aveva chiesto di spostare le provette, consegnate dal professor Giorgio Casari ai carabinieri di Bergamo e arrivate all’ufficio reperti 12 giorni dopo. E siccome non è emersa alcuna prova che il presidente della Corte d’assise o la cancelliera abbiano in qualche modo tentato di distruggere o di danneggiare i campioni di Dna, ora tocca al pm Ruggeri, che in questa inchiesta veneziana era, di fatto, il convitato di pietra, dimostrare che quell’attività è stata del tutto regolare. Il capo della Procura di Bergamo Antonio Chiappani si è detto «sorpreso» per la decisione del gip veneziano. E ha ricordato che l’iscrizione della sua sottoposta arriva «dopo tre gradi di giudizio e dopo sette provvedimenti di rigetto dei giudici di Bergamo sia per l’analisi che per la verifica dello stato di conservazione dei reperti e dei campioni residui di Dna». Il procuratore ha comunque affermato di essere «fiducioso che in sede di indagini emergerà la correttezza dei comportamenti tenuti dalla collega». I legali di Bossetti non hanno ancora svelato la prossima mossa. Ma se la nuova inchiesta veneziana dovesse offrire alla difesa del condannato qualche riscontro è prevedibile una richiesta di revisione del processo. E il caso, che sembrava definitivamente chiuso, potrebbe clamorosamente riaprirsi.
Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara: la docuserie di Nove, in onda alle 21.25 di giovedì 1 e 8 dicembre e disponibile in streaming su Discovery+, si spinge oltre la cronaca, trova il presente, le sue rivendicazioni. Un racconto in due parti, costruito per dar voce a domande che, a oggi, ancora mancano di una risposta.
Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara, parte di un ciclo, Nove Racconta, che ha saputo far luce sulla storia recente dell’Italia, comincia dal principio. Dal 26 novembre 2010, da un pomeriggio buio di fine autunno, dalla scomparsa della tredicenne, Yara Gambirasio, che sarebbe diventata la figlia di tutti, la bambina di ogni famiglia.
La docuserie inizia allora, affidando la narrazione di quel caso di cronaca a chi vi ha preso parte: esponenti delle forze dell’ordine, carabinieri dei Ris di Parma, giornalisti di testate nazionali e locali, criminologi e studiosi, esperti di Dna, ripercorrono quel che è successo a Yara. Lo fanno parlando per sé, ciascuno con il proprio carico di opinioni e ricordi. Parole che si alternano alle immagini di repertorio. L’area dove Yara scomparve, nei settecento metri fra la sua palestra e la casa dei genitori, a Brembate Sopra, le zone toccate dalla ricerca, infine il campo in disgelo, a Chignolo d’Isola, dove il suo corpo venne ritrovato un sabato di febbraio, nel 2011. Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara parte dal principio per arrivare alla conclusione del caso. Ma la fine, così come la giustizia l’ha decretata, con tre diversi gradi di giudizio e la conferma di una sentenza d’ergastolo, non è che l’inizio di una spirale di dubbi e domande.
La docuserie di Nove, in onda alle 21.25 di giovedì 1 e 8 dicembre e disponibile in streaming su Discovery+, si spinge oltre la cronaca, trova il presente, le sue rivendicazioni. La pretesa d’innocenza di Massimo Bossetti, il cui profilo genetico è stato trovato sulle mutande e sui leggings della tredicenne. La fiducia cieca che nel muratore di Mapello ripongono la sua famiglia e il suo legale. L’opinione pubblica divisa, di fronte ad un’indagine genetica che non ha nel mondo alcun precedente. Sono state decine di migliaia le persone schedate nella valle bergamasca, alla ricerca di una corrispondenza con le tracce trovate su quella bimba in evoluzione. Alcune si sono offerte spontaneamente, altre sono state fermate con dei pretesti. E, alla fine dell’operazione, un profilo è stato individuato. Un uomo ha avuto una corrispondenza con Ignoto 1, l’assassinio sconosciuto della piccola Yara. Doveva esserne parente. Corpi sono stati riesumati, paternità sono state messe in discussione. L’indagine per trovare l’assassinio della tredicenne ha scoperchiato un vaso paesano di Pandora, svelando altarini che il tempo aveva messo a tacere. Massimo Bossetti, figlio illegittimo di un conducente di corriera, è stato consegnato alla giustizia. Era Ignoto 1. Lo era per la scienza, per le analisi del Dna. Non, però, per l’opinione pubblica.
Benché la giustizia abbia individuato in Bossetti, padre di famiglia all’apparenza mite, l’assassinio di Yara Gambirasio, qualcuno ha creduto ad un errore. Una sorta di complotto. La necessità di trovare un colpevole, un capro espiatorio. E, sulla scissione dell’opinione pubblica, diversi programmi sono stati imbastiti. Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara, di questi programmi, è l’ultimo fatto. E bene, pure. Ma la qualità del prodotto, in questo caso, non basta ad annullare nello spettatore l’impressione che troppo ancora sia detto. Il mostro che ha spezzato la vita di una tredicenne ha un nome e un volto. Lo ha per la scienza e per la giustizia. Continuare a rivangare quello che è stato, negando alla piccola la pace che meriterebbe, porta con sé un disagio immenso.
Dal 14 al 27 novembre: Benito Mussolini presenta il primo Governo, Arnold Shwarzenegger è eletto governatore della California. La Luftwaffe bombarda Coventry. A Brembate di Sopra sparisce Yara Gambirasio. Il testamento di Alfred Nobel che istituisce il premio.
14 novembre 1940 – La Luftwaffe bombarda nella notte la città inglese di Coventry: le incursioni aeree si protraggono dalle ore 19.20 fino alle 6.15 del mattino successivo. Il raid era stato denominato in codice dal comando tedesco Sonata al chiaro di luna. Il raid costò la vita a 1.236 persone oltre a migliaia di feriti dei quali molti gravi.
15 novembre 2002 – Hu Jintao diventa Segretario generale del Partito Comunista Cinese. Saràpresidente della Repubblica Popolare Cinese dal 2003 al 2013, per venire infine misteriosamente e platealmente accompagnato fuori nel corso dell'ultima giornata del XX congresso del partito, si dice per aver tramato alle spalle di Xi Jinping.
16 novembre 1922 - Benito Mussolini presenta al Parlamento il suo governo tenendo il cosiddetto «Discorso del bivacco»: «Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto».
17 novembre 2003 – L'ex culturista e attore Arnold Schwarzenegger si insedia come governatore della California.
18 novembre 1928 – Esce il cortometraggio animato Steamboat Willie, il primo cartone sonoro completamente sincronizzato, diretto da Walt Disney e Ub Iwerks, nel quale appaiono per la terza volta Topolino e Minni.
19 novembre 1979 – Il leader iraniano Ayatollah Ruhollah Khomeini ordina il rilascio di 13 donne e neri americani (ritenuti a loro volte vittime del «regime» statunitense) tenuti in ostaggio nell'ambasciata statunitense di Teheran.
20 novembre 1945 – Nella città tedesca di Norimberga, dove solitamente avevano luogo i grandi raduni del Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, inizia il processo ai gerarchi del Terzo Reich.
21 novembre 1620 – I coloni della Colonia di Plymouth firmano il Mayflower Compact, ovvero una sorta di contratto, stipulato su base maggioritaria, in cui tutti i coloni, padri pellegrini e non, si impegnavano a sottostare al governo e alle leggi che la comunità avrebbe creato una volta sbarcati.
22 novembre 1986 – Mike Tyson batte per Ko al secondo round Trevor Berbick, divenendo – a 20 anni e 4 mesi - il più giovane campione del mondo dei pesi massimi.
23 novembre 1890 - Il primo jukebox entra in funzione nel Palais Royale Saloon di San Francisco.
24 novembre 1946 – Nasce a Burlington, nel Vermont, Theodore Robert Bundy, uno dei più feroci serial killer della storia americana, autore di almeno trenta omicidi di giovani donne tra il 1974 e il 1978.
25 novembre 1963 -John F. Kennedy viene sepolto nel cimitero nazionale di Arlington.
26 novembre 2010 – A Brembate di Sopra, nel Bergamasco, scompare nel nulla la tredicenne Yara Gambirasio. Il suo corpo verrà ritrovato tre mesi dopo, il 26 febbraio 2011.
27 novembre 1895 – Alfred Nobel, già inventore della dinamite, sottoscrive il proprio testamento, con il quale istituisce i riconoscimenti oggi noti come Premi Nobel.
Federica Sciarelli, dal 2004 conduttrice di Chi l’ha visto?, in onda il mercoledì su Rai 3, s’appella al senso civico dei molti italiani che intendono favorire il ritrovamento di persone svanite nel nulla. Tuttavia, certa di contare sul coinvolgimento, talvolta risolutivo, dei telespettatori, si confronta anche con l’altro volto, quello inquietante e macabro del Paese. Nella prima puntata della nuova stagione, quella del 14 settembre 2022, ha ricordato: «La nostra è una trasmissione dura». Infatti, se alcune storie si sbrogliano in un felice epilogo, altre rivelano decorsi sanguinosi e diabolici, come nei più torvi racconti di Edgar Allan Poe.
Quando la trasmissione è in pausa, nel periodo estivo, si può contare sulla vostra presenza?
«In redazione abbiamo persone che si danno i turni, anche il sabato e la domenica, compresi Natale e Ferragosto. Cerchiamo di garantire un servizio pubblico continuo, in modo che, se scompare qualcuno, possiamo subito mettere la fotografia sul sito».
I casi di persone che scompaiono aumentano o diminuiscono?
«Siamo un Paese più vecchio. Ci sono alcune malattie, come l’Alzheimer, che quando ti prendono, ti dimentichi dove abiti. La dimensione del fenomeno è la stessa, ma l’attenzione, dopo il lavoro fatto da Chi l’ha visto? è diversa. Prima c’eravamo solo noi, poi è venuta l’associazione Penelope, poi il commissario straordinario per gli scomparsi».
La frequenza è maggiore in alcune aree italiane o strati sociali?
«No, scompaiono dal Nord al Sud alle isole, possono essere di destra e di sinistra (sorride), diciamo che il fenomeno è trasversale. Ma si devono fare distinzioni. Se c’è una forte crisi economica, ad esempio. Alcuni papà sono scomparsi lasciando un biglietto alla moglie, “non riesco a comprare i regali per Natale, mi vergogno e me ne vado”. In questi casi speriamo che non abbiano fatto il gesto estremo. Altri li ritroviamo a vivere come barboni, e poi sono contenti di tornare a casa. Noi diciamo: “Torna a casa, che tutto si risolve insieme”. Il problema non solo è legato a quanti soldi hai, al tuo conto in banca, ma a fattori diversi. Ad esempio le patologie psichiatriche. Capitano molti casi di bipolari, che prendono e se ne vanno. Alcune scomparse sono omicidi con occultamento di cadavere».
Si può ipotizzare un diritto a scomparire. Non sarebbe più logico motivare responsabilmente questa scelta alle persone vicine?
«Il diritto a scomparire ovvio che c’è, nel senso che uno può fare della sua vita quel che vuole e se è una scomparsa volontaria non la facciamo. Chiediamo ai familiari se hanno fatto una denuncia, valutando caso per caso. Però c’è anche il diritto dei familiari a non morire di paura. Se uno se ne va lasciando un biglietto, “me ne vado perché non vi riconosco come famiglia”, non deve avere bambini piccoli da mantenere, ci sono responsabilità che ognuno di noi ha. Se c’è una volontà manifesta, va benissimo. La madre di Marisa Golinucci, con una figlia, Cristina, scomparsa da 30 anni, mi ha detto: “Se è volontaria lo scopri solo quando trovi la persona”. Se una ragazza è andata via e non la trovi, non c’è un biglietto, che ne sai? È stata uccisa? Quando c’è un biglietto di volontà, potrebbe essere un momento di fragilità. Ai familiari diciamo: “Non cerchiamo persone che hanno dichiarato la propria volontà… Se però volete, fate un appello”».
È accaduto, talvolta, che una persona ritrovata attraverso Chi l’ha visto? sia scomparsa nuovamente?
«Assolutamente sì. Casimiro ci chiama sempre per il fratello che piglia le buste e, da Roma, con le sue cose, se ne va. Una volta lo trovano a Firenze, poi se lo riportano a casa. Ci richiama un’altra volta e facciamo l’appello, lo ritrovano sempre. Poi un ragazzo, Federico. Più volte se n’è andato, il papà è disperato ci dice che è molto fragile, i nostri telespettatori lo trovano addirittura in Portogallo. Una volta Giovanna Botteri (inviata Rai, ndr.) lo trovò a Parigi perché stava ricoverato, fece un giro di ospedali, quindi anche lei ha risolto un caso».
Gli elementi raccolti dagli inviati hanno spesso rilievo giudiziario. Forze dell’ordine e magistrati seguono con regolarità la trasmissione?
«Una volta un generale dei carabinieri ci fece ridere… La moglie guardava Chi l’ha visto?, e poi lo svegliava, dicendogli: “Senti! Perché non stanno facendo niente per quello? Avverti i tuoi nella caserma!” e così lui telefonava alle 11 di sera. Noi dunque contiamo molto anche sulle mogli. Ci sono casi in cui avvertiamo gli inquirenti. Il nostro lavoro può diventare decisivo. Per Elisa Claps, la ragazza trovata nella chiesa della Santissima Trinità (a Potenza, scomparsa nel 1993, uccisa, corpo ritrovato il 17 marzo 2010, ndr.) tutte le testimonianze da noi raccolte sono andate a processo. Cerchiamo di veicolare la solidarietà, che spesso arriva. Poi c’è chi ci scrive: “Ah io vi guardo sempre, ma non riesco mai a trova’ nessuno” (ride)… Per cui la gente proprio s’impegna».
Il lato inquietante del Paese. Nella prima puntata della nuova stagione, commentando il caso di una donna forse investita in strada e occultata a Torello del Sannio, ha detto: «Se è davvero così, siamo in un Paese di mostri…». Siamo in un Paese di mostri?
«Assolutamente sì. C’è da dire che noi raccontiamo le eccezioni, però quel caso mi ha fatto riflettere perché lì può darsi che qualcuno abbia investito questa donna e poi, per non aver problemi… Ma uno deve avere il pensiero che quella potrebbe essere tua madre, tua nonna… Come si può occultare un cadavere? Quindi dico che siamo un Paese di mostri, anche quando vedo cose che succedono nelle famiglie».
Gassman e Tognazzi lo furono, ma quella era una commedia. Che idea si è fatta su quello di Firenze? S’ipotizza il coinvolgimento, oltre Pacciani e i «compagni di merende», di livelli superiori e insospettabili.
«È chiaro che quando alcuni casi vanno avanti e non si scopre il colpevole pensi sempre a un livello superiore o comunque che ci sia qualcuno che protegga questa persona. Caso complicato».
Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, sostiene che il Vaticano conoscerebbe la verità. Non sarebbe rivoluzionario se la Santa Sede dicesse di più?
«Il Vaticano ha detto che non c’entra niente. Però spesso erge un muro, e questo ti può far pensare male. La verità su Emanuela Orlandi è ancora tutta da scrivere. Dopo anni qualcuno si mette la mano sulla coscienza perché ha paura dell’inferno. Quando ci arrivò la telefonata su De Pedis, sepolto alla basilica di Sant’Apollinare, si scatenò un putiferio. Sentii il capo della Mobile, il Vaticano disse di aprire tutte le tombe perché la basilica era loro e lei da lì scomparve, dove, all’istituto “Ludovico da Victoria”, faceva lezioni di flauto. De Pedis fu spostato al Verano, com’era giusto. Chiaro che se il Vaticano sa qualcosa lo deve dire. Anche la magistratura si è divisa. Abbiamo seguito tutte le piste e sarà rivoluzionario se qualcuno si metterà una mano sulla coscienza. Non è detto che sia stato qualcuno all’interno del Vaticano. Nell’ambiente di Vergari, ex-rettore della basilica (don Pietro Vergari, ndr.) non è uscito un aspetto edificante… Forse la verità è nelle carte delle inchieste».
Simonetta Cesaroni. Delitto di via Poma, 7 agosto 1990. Tre processi, nessun colpevole. Il gruppo sanguigno dell’assassino è di tipo A.
«Caso pazzesco, assurdo. La commissione antimafia ha tirato fuori una nostra intervista. Il mio inviato ha chiesto a un abitante del palazzo “che gruppo hai?”. Quello ha detto “gruppo A”… Non perché sia l’assassino... Ma non sono stati presi i gruppi sanguigni a tutti quelli che, in qualche modo, potevano essere stati in quel palazzo. All’antimafia hanno detto che bisogna riprendere le indagini partendo da questo gruppo A».
Per l’assassinio di Yara Gambirasio il colpevole fu individuato attraverso test sul Dna su quasi 26.000 persone…
«Alcuni familiari si lamentano dicendo: “Perché per Yara Gambirasio hanno fatto il Dna a tutta la valle e invece per il mio caso niente”? Ogni Procura lavora come vuole, ma i casi vanno risolti, come quello di Denise Pipitone».
I bambini spariti. E per il caso di Ylenia Carrisi giunge qualche segnalazione?
«Sì, per tutti capita. Anche per le gemelline Schepp, ad esempio. La cosa più difficile per noi è che spesso ci danno fotografie e ci dicono: “Assomiglia alla persona cercata”. Le facciamo vedere ai familiari. Andiamo all’estero. Come nel caso di Celeste, che poteva essere Angela Celentano. Ci disse: “Mi dispiace per i genitori, ma non sono Angela”. Verifichiamo tutto».
Nel 1998 Ferdinando Carretta, latitante a Londra, confessò a Chi l’ha visto? l’uccisione di padre, madre e fratello a Parma nel 1989. Protagonismo mediatico?
«Due bravissimi inviati, Pino Rinaldi e Gianlorenzo Gregoretti, andarono a Londra e lo trovarono. Riuscirono a conquistare la sua fiducia e lui confessò a loro. Chiamarono gli inquirenti e dissero: “Ha fiducia di noi, ve lo portiamo in Italia”. Fu un momento molto duro. Registrarono la confessione e fu mandata in televisione. Lui stava così male che era contento di togliersi questo peso».
Le è accaduto di ricevere minacce?
«Di minacce ne ho avute tante. A un certo punto mi misero quella che si chiama scorta vigilata, che però io non ho mai usato. Quando facciamo le inchieste, gli inquirenti sentono dire: “Ahò, a quella stronza gliela dobbiamo far paga’”, o cose del genere. Ma io lo metto in conto, nel senso che immagino se qualcuno va poi a finire in carcere per colpa nostra, certo mica mi manda i fiori...».






