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2022-12-02
Su Nove una nuova docuserie sul caso Yara
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Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara, parte di un ciclo, Nove Racconta, che ha saputo far luce sulla storia recente dell’Italia, comincia dal principio. Dal 26 novembre 2010, da un pomeriggio buio di fine autunno, dalla scomparsa della tredicenne, Yara Gambirasio, che sarebbe diventata la figlia di tutti, la bambina di ogni famiglia.
La docuserie inizia allora, affidando la narrazione di quel caso di cronaca a chi vi ha preso parte: esponenti delle forze dell’ordine, carabinieri dei Ris di Parma, giornalisti di testate nazionali e locali, criminologi e studiosi, esperti di Dna, ripercorrono quel che è successo a Yara. Lo fanno parlando per sé, ciascuno con il proprio carico di opinioni e ricordi. Parole che si alternano alle immagini di repertorio. L’area dove Yara scomparve, nei settecento metri fra la sua palestra e la casa dei genitori, a Brembate Sopra, le zone toccate dalla ricerca, infine il campo in disgelo, a Chignolo d’Isola, dove il suo corpo venne ritrovato un sabato di febbraio, nel 2011. Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara parte dal principio per arrivare alla conclusione del caso. Ma la fine, così come la giustizia l’ha decretata, con tre diversi gradi di giudizio e la conferma di una sentenza d’ergastolo, non è che l’inizio di una spirale di dubbi e domande.
La docuserie di Nove, in onda alle 21.25 di giovedì 1 e 8 dicembre e disponibile in streaming su Discovery+, si spinge oltre la cronaca, trova il presente, le sue rivendicazioni. La pretesa d’innocenza di Massimo Bossetti, il cui profilo genetico è stato trovato sulle mutande e sui leggings della tredicenne. La fiducia cieca che nel muratore di Mapello ripongono la sua famiglia e il suo legale. L’opinione pubblica divisa, di fronte ad un’indagine genetica che non ha nel mondo alcun precedente. Sono state decine di migliaia le persone schedate nella valle bergamasca, alla ricerca di una corrispondenza con le tracce trovate su quella bimba in evoluzione. Alcune si sono offerte spontaneamente, altre sono state fermate con dei pretesti. E, alla fine dell’operazione, un profilo è stato individuato. Un uomo ha avuto una corrispondenza con Ignoto 1, l’assassinio sconosciuto della piccola Yara. Doveva esserne parente. Corpi sono stati riesumati, paternità sono state messe in discussione. L’indagine per trovare l’assassinio della tredicenne ha scoperchiato un vaso paesano di Pandora, svelando altarini che il tempo aveva messo a tacere. Massimo Bossetti, figlio illegittimo di un conducente di corriera, è stato consegnato alla giustizia. Era Ignoto 1. Lo era per la scienza, per le analisi del Dna. Non, però, per l’opinione pubblica.
Benché la giustizia abbia individuato in Bossetti, padre di famiglia all’apparenza mite, l’assassinio di Yara Gambirasio, qualcuno ha creduto ad un errore. Una sorta di complotto. La necessità di trovare un colpevole, un capro espiatorio. E, sulla scissione dell’opinione pubblica, diversi programmi sono stati imbastiti. Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara, di questi programmi, è l’ultimo fatto. E bene, pure. Ma la qualità del prodotto, in questo caso, non basta ad annullare nello spettatore l’impressione che troppo ancora sia detto. Il mostro che ha spezzato la vita di una tredicenne ha un nome e un volto. Lo ha per la scienza e per la giustizia. Continuare a rivangare quello che è stato, negando alla piccola la pace che meriterebbe, porta con sé un disagio immenso.
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Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara: la docuserie di Nove, in onda alle 21.25 di giovedì 1 e 8 dicembre e disponibile in streaming su Discovery+, si spinge oltre la cronaca, trova il presente, le sue rivendicazioni. Un racconto in due parti, costruito per dar voce a domande che, a oggi, ancora mancano di una risposta.Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara, parte di un ciclo, Nove Racconta, che ha saputo far luce sulla storia recente dell’Italia, comincia dal principio. Dal 26 novembre 2010, da un pomeriggio buio di fine autunno, dalla scomparsa della tredicenne, Yara Gambirasio, che sarebbe diventata la figlia di tutti, la bambina di ogni famiglia.La docuserie inizia allora, affidando la narrazione di quel caso di cronaca a chi vi ha preso parte: esponenti delle forze dell’ordine, carabinieri dei Ris di Parma, giornalisti di testate nazionali e locali, criminologi e studiosi, esperti di Dna, ripercorrono quel che è successo a Yara. Lo fanno parlando per sé, ciascuno con il proprio carico di opinioni e ricordi. Parole che si alternano alle immagini di repertorio. L’area dove Yara scomparve, nei settecento metri fra la sua palestra e la casa dei genitori, a Brembate Sopra, le zone toccate dalla ricerca, infine il campo in disgelo, a Chignolo d’Isola, dove il suo corpo venne ritrovato un sabato di febbraio, nel 2011. Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara parte dal principio per arrivare alla conclusione del caso. Ma la fine, così come la giustizia l’ha decretata, con tre diversi gradi di giudizio e la conferma di una sentenza d’ergastolo, non è che l’inizio di una spirale di dubbi e domande. La docuserie di Nove, in onda alle 21.25 di giovedì 1 e 8 dicembre e disponibile in streaming su Discovery+, si spinge oltre la cronaca, trova il presente, le sue rivendicazioni. La pretesa d’innocenza di Massimo Bossetti, il cui profilo genetico è stato trovato sulle mutande e sui leggings della tredicenne. La fiducia cieca che nel muratore di Mapello ripongono la sua famiglia e il suo legale. L’opinione pubblica divisa, di fronte ad un’indagine genetica che non ha nel mondo alcun precedente. Sono state decine di migliaia le persone schedate nella valle bergamasca, alla ricerca di una corrispondenza con le tracce trovate su quella bimba in evoluzione. Alcune si sono offerte spontaneamente, altre sono state fermate con dei pretesti. E, alla fine dell’operazione, un profilo è stato individuato. Un uomo ha avuto una corrispondenza con Ignoto 1, l’assassinio sconosciuto della piccola Yara. Doveva esserne parente. Corpi sono stati riesumati, paternità sono state messe in discussione. L’indagine per trovare l’assassinio della tredicenne ha scoperchiato un vaso paesano di Pandora, svelando altarini che il tempo aveva messo a tacere. Massimo Bossetti, figlio illegittimo di un conducente di corriera, è stato consegnato alla giustizia. Era Ignoto 1. Lo era per la scienza, per le analisi del Dna. Non, però, per l’opinione pubblica. Benché la giustizia abbia individuato in Bossetti, padre di famiglia all’apparenza mite, l’assassinio di Yara Gambirasio, qualcuno ha creduto ad un errore. Una sorta di complotto. La necessità di trovare un colpevole, un capro espiatorio. E, sulla scissione dell’opinione pubblica, diversi programmi sono stati imbastiti. Sulle tracce dell’assassino – Il caso Yara, di questi programmi, è l’ultimo fatto. E bene, pure. Ma la qualità del prodotto, in questo caso, non basta ad annullare nello spettatore l’impressione che troppo ancora sia detto. Il mostro che ha spezzato la vita di una tredicenne ha un nome e un volto. Lo ha per la scienza e per la giustizia. Continuare a rivangare quello che è stato, negando alla piccola la pace che meriterebbe, porta con sé un disagio immenso.
Alla fine degli anni ’40 la Vespa ebbe la sua veste definitiva, con caratteristiche che manterrà per i decenni a venire. Nell’ultimo scorcio del decennio, a pochi anni dalla fine della guerra, Piaggio aveva riguadagnato anche i macchinari per la produzione in serie, persi sotto le bombe alleate negli stabilimenti di Pontedera. Il decennio si era concluso con l’introduzione della «125», evoluzione della prima e più spartana «98» del 1946. Nel 1951 la casa presentò la nuova Vespa «ottavo di litro», con notevoli migliorie tecniche nei cavi del cambio, nella sospensione anteriore e nella riduzione delle vibrazioni garantite dalla presenza di silent block. Lo stampaggio realizzato da moderne presse americane permise anche di abbassare i listini, dando di fatto uno slancio inarrestabile alla motorizzazione dell’Italia postbellica. Accanto alla rinnovata «125» la casa di Pontedera lanciò nel 1952 un modello ancora più economico, la oggi rarissima «125 U», dove la lettera «U» stava per «utilitaria». Lo scooter era riconoscibile dal cofano motore ridotto a semplice copertura degli organi, aperto lateralmente e dal faro anteriore di dimensioni ridotte. In Italia non ebbe grandissimo successo, mentre fu più apprezzata all’estero dove furono esportate in Svezia, Venezuela e Iran (in Venezuela furono adottate dalla polizia, in Iran dalle poste). Anche in Italia, la Vespa fu compagna del lavoro quotidiano dei difficili anni della ricostruzione, con la versione motocarro presentata già nel 1948 (con il nome provvisorio di TriVespa), poi diventata sempre più diffusa con il nome di «Ape».
Nel 1953 la Vespa fu consacrata sul grande schermo nel film culto «Vacanze romane» con Gregory Peck e Audrey Hepburn. L’attore americano guidava una «125» (V31T) faro basso del 1951 che fece il primo giro «virtuale» del mondo. Gli anni ’50 catapultano la Vespa in cima ai desideri degli italiani, seguita dalla rivale Lambretta Innocenti. Con la crescita delle vendite (500.000 esemplari alla fine del 1953) si alza anche la cilindrata. La «150 GS» del 1955 è la prima ad avere velleità sportive, con una potenza di 8 Cv e il cambio a 4 marce che permetteva alla GS di infrangere il muro dei 100 km/h. Fu messa in listino anche la vespa 150 «VL», una versione più tranquilla della GS, ribattezzata «struzzo» per la particolare forma della carenatura del faro anteriore al manubrio. Nel 1958 sarà rinnovata anche la «125» con l’adozione dei semigusci e dei comandi nascosti nel manubrio. Questo modello fu utilizzato nelle scene degli inseguimenti dei paparazzi ne «La Dolce Vita» di Federico Fellini.
All’inizio degli anni Sessanta la spinta del boom economico comincia a ridursi, mentre la motorizzazione degli italiani passa dalle 2 alle 4 ruote (con l’immissione sul mercato delle utilitarie Fiat «600» e «500» dalla metà del decennio precedente). Piaggio risponde alla contrazione con un’altra idea vincente. Nel 1963 presenta la prima Vespa «50», caratterizzata dalle dimensioni ridotte, dando vita alla generazione delle «small frame». Fu l'ultima Vespa firmata da Corradino D'Ascanio. Guidabile senza patente e a partire dai 14 anni, la nuova «50» si inserì nel mondo dei ciclomotori scalando in pochissimo tempo le classifiche di vendita. Nelle cilindrate più alte, per la prima volta la Vespa si presentò al pubblico con un motore da 180cc. Nel 1964 esce la «180 Super Sport», uno degli scooter più veloci sul mercato con i suoi 105 km/h di punta. Anche le linee sono rinnovate, con il faro trapezoidale e un disegno più squadrato, che porrà fine alle bombature accentuate della prima generazione dello scooter Piaggio. Anche la serie «piccola» vedrà evoluzioni a partire dalla metà del decennio. Nel 1965 vengono presentate due meteore da 90cc. con il telaio della «50», di cui una sportiva, la 90 «SS» caratterizzata da un finto serbatoio tra sellino e manubrio, che in realtà è un portaoggetti. Il manubrio, più stretto e inclinato verso il basso ricordava quelli utilizzati sulle moto sportive. Nello stesso anno viene lanciata la «125 Nuova», base small frame per quella che nel 1967 inizierà la serie best seller delle piccole targate, la «Primavera». Alla fine degli anni Sessanta Piaggio presenta una rinnovata 180cc, la «Rally», dotata di un faro di grandi dimensioni e per la prima volta del bauletto portaoggetti dietro la scocca anteriore. Il decennio si chiude con l’ampliamento dell’offerta sui »Vespini» da 50cc, con la nuova «50 N» dal telaio allungato per un maggiore confort di marcia e con la versione lusso con cromature, la «50 L». Nel 1969 Piaggio presenta una delle Vespa più iconiche della sua lunga storia: al Salone del Ciclo e Motociclo di Milano compare una Vespa 50 dal faro rettangolare, così come il fanalino posteriore ed il sellino a «gobba». E’ la «50 Special», il sogno dei ragazzi degli anni Settanta.
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Nella Giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro, alla Torre dei Conti di Roma si è tenuta una commemorazione per Octav Stroici, l’operaio deceduto dopo ore di attesa sotto le macerie in seguito al crollo del 3 novembre 2025. «Noi siamo qui perché il sacrificio di Octav non sia vano», ha dichiarato a margine della cerimonia Natale Di Cola, segretario di CGIL Roma e Lazio. «Ci manca tantissimo e non lo dimenticheremo mai», ha detto alla stampa la figlia della vittima, Alina Stroici.