Ecco #DimmiLaVerità del 14 ottobre 2025. Ospite Alessandro Rico. L'argomento di oggi è: " Il successo di Donald Trump in Medio Oriente".
Donald Trump e Volodomyr Zelensky (Ansa)
Su «Repubblica» Ezio Mauro sostiene che il tycoon vuol fermare le armi solo per i suoi interessi. Meglio chi, sempre per suo vantaggio personale, soffia sul fuoco della guerra?
Eravamo certi che prima o poi qualcuno avrebbe scodellato questo meraviglioso ragionamento, era solo questione di tempo. E ora, anche abbastanza velocemente, il momento è articolare un pensiero tanto profondo e tanto rappresentativo della visione progressista? A dirla tutta, la pensata non è nemmeno troppo complessa, ma bisogna pur presentarla bene, altrimenti si rischia che il popolo non si faccia convincere e la veda per quella che è: una castroneria pazzesca. Per farla breve, la posizione è questa: se la pace la porta Donald Trump, allora non va bene. Non è vera pace, non è sincera, non è giusta. Peggio: è una mistificazione, uno spettacolino che serve a portare consenso al nuovo dittatore statunitense e a fare felice Putin.
Mauro riconosce che Donald ha il vento della Storia in poppa e sta rapidamente ridisegnando le mappe culturali e politiche del globo. «Soltanto i due conflitti, in Medio Oriente e in Ucraina, sono in dissonanza e in controtendenza con il nuovo ordine mondiale che il presidente americano battezza fin dall’ingresso nello studio ovale della Casa Bianca. Bisogna dunque che le guerre finiscano per realizzare quella pax trumpiana che non è un obiettivo in sé in nome di un valore superiore, ma uno strumento indispensabile per ritrovare il filo smarrito di un governo del pianeta».
Capito? Trump vuole la pace per il suo interesse, non perché la consideri un valore. Ma seguiamo il ragionamento. «Dopo la tregua mediorientale, fragile ma indispensabile, tutto si concentra ora su Russia e Ucraina per arrivare a un cessate il fuoco e portare Putin e Zelensky a un tavolo di trattativa. Un negoziato dopo tre anni di guerra nel cuore dell’Europa», ammette Mauro, «sarebbe in ogni caso un sollievo per il mondo intero e un successo per Trump, la prova del ruolo ritrovato degli Stati Uniti in campo internazionale dopo il ritiro-ritirata dall’Afghanistan, la conferma dell’autorità d’intervento americana nella regolazione dei conflitti altrui». Già, in effetti portare la pace in Ucraina sarebbe una decisa svolta rispetto alle politiche guerrafondaie dei democratici. Ed è proprio qui che Mauro inizia a perdere la bussola: «La pace non è sempre uguale a sé stessa, perché la sua qualità e la sua durata dipendono dalle condizioni in cui si realizza e dal fondamento morale e civile con cui l’accordo di riconciliazione fa giustizia dei torti e delle ragioni della guerra», scrive. E insiste: «Ora, il trumpismo non è neutro, e la sua iniziativa rischia di non essere neutrale, se guardiamo alla strategia rivelata dalle prime mosse del presidente americano. Trump cerca la pace come una sua vittoria, non come una vittoria della giustizia. La fine del conflitto, o anche solo per il momento una tregua che sospenda l’uso delle armi, sarebbe comunque un risultato importante, e salvando molte vite dalle due parti del fronte avrebbe certamente una ragione morale in sé. Non è dunque il caso, si potrebbe dire, di andare troppo per il sottile, ogni soluzione è benedetta se spegne il fuoco dei fucili, ferma i missili e blocca i carrarmati. Il problema è che la pace in Ucraina, il giorno che verrà, non sarà soltanto il sigillo finale dell’ultima guerra, ma anche il fondamento del nuovo ordine europeo, la base su cui dovrà poggiare il futuro equilibrio del vecchio continente».
Meraviglioso: la pace è pur sempre pace, ma Trump la vuole per le ragioni sbagliate. Pensate: il perfido Donald ha addirittura la faccia tosta di trascurare i valori che, a parere di Mauro, costituiscono invece l’anima dell'Europa. «L’importante - per Putin come per Trump - è che nella trattativa non entri l’Europa, con i suoi valori e i suoi principi universali, incompatibili con l’imperialismo di qualsiasi colore, e che il principio democratico non sia il codice del negoziato», sentenzia l’editorialista di Repubblica. «Così si scopre che la debolezza dell’Europa nasconde una sua riserva di forza inaspettata. Perché la Ue è l’ultima custode della liberal-democrazia d’Occidente svalutata in tutto il mondo: che è venuta a rifugiarsi fin qui, dov’era nata».
Parole commoventi, come no. Sfugge solo un piccolo particolare: l’Ue sarà pure la culla della democrazia, ma ha serenamente lasciato che la guerra divampasse e che generazioni di ucraini fossero sterminate. Si è limitata a scodinzolare e a obbedire rapidamente agli ordini dei padroni anglofoni. Sì, è vero: la pace a Trump conviene. Però conviene anche a noi, a tutti. La pace è giusta perché è pace, non per altro. Ed è meglio chi la fa per interesse che chi, per interessi ancora peggiori, favorisce guerra e morte.
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Volodymyr Zelensky e Donald Trump (Ansa)
Il leader di Kiev: «Non possiamo permetterci di essere stanchi di questa guerra».
«Le dimensioni delle esercitazioni della Nato segnano un ritorno irrevocabile dell’alleanza agli schemi della Guerra Fredda». Il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko ha commentato con queste parole la dichiarazione del comandante in capo della Nato per l’Europa, Christopher Cavoli, con la quale si annunciava l’inizio della «più grande esercitazione dell’alleanza da decenni alla quale parteciperanno circa 90.000 militari». E mentre le esercitazioni della Nato lasciano intendere che Mosca rappresenti ancora una minaccia per l’Alleanza atlantica, il leader del Cremlino Vladimir Putin continua a viaggiare e a tenere in piedi le sue relazioni commerciali e diplomatiche. Domani sarà in Egitto, dove, insieme al presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, parteciperà alla posa della prima pietra della quarta unità della centrale nucleare di El-Dabaa. Putin secondo il ministro degli Esteri nordcoreano, Choe Son-hui avrebbe anche accettato l’invito a visitare la Corea del Nord fatto dal suo leader: Kim Jong-Un.
La guerra in Ucraina, intanto, è tutt’altro che finita. Un grande bombardamento ha ucciso 25 persone ferendone altre 20 in un mercato affollato nel microdistretto di Tekstilshchik di Donetsk. L’attacco, secondo le autorità filorusse che controllano la zona, sarebbe stato compiuto dall’esercito di Kiev. La Russia «condanna categoricamente l’attacco delle forze armate ucraine a Donetsk» che rappresenta «un atto terroristico barbaro», è il commento del ministero degli Esteri russo. «Il desiderio dell’Occidente di infliggere una sconfitta strategica alla Federazione Russa ha spinto Kiev a passi più sconsiderati», hanno aggiunto dal ministero, promettendo che «tutti i responsabili dell’attacco saranno puniti».
Non solo Donetsk, perché Kiev in serata ha rivelato alla Bbc che l’attacco ad un terminal di gas russo avvenuto ieri mattina è stato condotto da un’operazione speciale dei servizi segreti ucraini. L’attacco è avvenuto nel porto di Ust-Luga, sul Mar Baltico russo, 110 chilometri a ovest di San Pietroburgo.
Nelle stesse ore, le forze di terra ucraine hanno confermato il ritiro dal villaggio di Krakhmalnoye, nella regione di Kharkiv. Mosca invece ne ha rivendicato la liberazione: «Il villaggio di Krakhmalnoye nella regione di Kharkiv è stato liberato», ha dichiarato il ministero della Difesa russo nel suo bollettino quotidiano sulle operazioni in Ucraina, citando «operazioni attive di successo».
«Non possiamo permetterci di essere stanchi della guerra» ha detto il leader ucraino Volodymyr Zelensky. Kiev, pur portando avanti la sua guerra contro Mosca, si trova ancora in difficoltà per la carenza di forniture militari da parte dell’Occidente, e continua a nutrire dubbi su quanto accaduto al capo del gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin.
Il numero uno dell’intelligence militare di Kiev, Kyrylo Budanov, in un’intervista al Financial Times ha infatti respinto le notizie secondo cui il gruppo Wagner sarebbe stato sciolto. Poi, ha commentato le notizie sulla morte del suo leader in un incidente aereo nell’agosto 2023. «Per quanto riguarda Prigozhin, non vorrei affrettarmi a trarre conclusioni», ha detto. Il Cremlino nega qualsiasi coinvolgimento nell’incidente e afferma che il test del Dna ha confermato la morte di Prigozhin. Tuttavia, il suo corpo non è mai stato visto. «Non sto dicendo che non sia morto o che sia morto», ha precisato Budanov: «Sto dicendo che non ci sono prove della sua morte».
Oltre ai dubbi sul passato c’è da fare i conti anche con quelli del futuro. Le prossime elezioni, specialmente quelle americane, potrebbero cambiare le sorti di questo conflitto. Adesso è l’ex presidente e candidato repubblicano Donald Trump a rilanciare il suo ruolo da pacificatore: «Conosco Putin, conosco Zelensky. Risolverò la questione ancora prima ancora di entrare in carica». Sarcastico il commento del presidente ucraino: «Trump, ti invito a Kiev se puoi fermare la guerra entro 24 ore» e poi ha aggiunto: «Se Trump ha una vera idea può condividerla con me».
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