«Fra Natale e Capodanno sono stato una schifezza». Il professor Massimo Galli ha confermato al programma Mattino 5 di essere stato contagiato dal Covid nonostante i due vaccini e il booster, come anticipato da La Verità, e di avere trascorso giorni difficili. «Evidentemente il 31 dicembre o nei giorni precedenti qualcuno mi ha passato la variante Omicron anche se ho condotto una vita ritiratissima, vedendo pochissime persone». L’infettivologo ed ex primario del reparto Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano ha 70 anni, è stato curato a casa e ha potuto aggiungere: «Stamattina sto discretamente meglio. La variante è certamente Omicron, sequenziata dalle mie ragazze in laboratorio. Per i vecchiotti come me non è proprio una passeggiata. Se non avessi avuto le tre vaccinazioni, la cosa sarebbe andata decisamente peggio». Alla domanda sulla tipologia delle cure domiciliari, che lo hanno aiutato in modo decisivo ad uscire dall’incubo senza un lungo ricovero in ospedale, Galli è stato più evasivo. E ha risposto: «Ho fatto outing sulla malattia, in quanto alle cure mi piacerebbe sapere quali». Confermiamo e ribadiamo ciò che abbiamo scritto, ricordando al noto virologo televisivo (ed è singolare doverlo fare noi) che le cure domiciliari non sono stregonerie da sciamani, ma terapie adottate normalmente nei presidi sanitari e nelle Rsa. E che in casi particolari possono essere effettuate a casa.
Daniele Capezzone e il vicedirettore Francesco Borgonovo fanno il punto politico (e mediatico) dopo il CdM di ieri sul green pass obbligatorio.
Daniele Capezzone e Mario Menichella (Fondazione Hume) parlano delle terapie domiciliari "dimenticate" da troppi e le possibilità di abbattere ospedalizzazioni e mortalità.
Talvolta sorge un dubbio: l'obiettivo finale è avere la meglio sul Covid o semplicemente vaccinarsi? Domandarselo è lecito, perché il discorso prevalente tende a far coincidere le due cose, che invece - come dimostra la realtà quotidiana - sono separate. Sembra, infatti, che si voglia presentare il vaccino come una cura, come il rimedio universale, una sorta di Graal che magicamente sanerà le nostre ferite e ci condurrà nell'era della grazia. I dati, al contrario, mostrano che il vaccino non è risolutivo. Finora, negli adulti, ha dato una mano a ridurre le ospedalizzazioni a tutti i livelli e la gravità della malattia, ed è una buona notizia. Vediamo tuttavia che anche i vaccinati con doppia dose possono contagiarsi di nuovo, finire in ospedale di nuovo e perfino morire. Ciò significa che il vaccino, nella migliore delle ipotesi, garantisce una protezione limitata. Si discute di terze e quarte dosi, e nel frattempo la promessa fine delle restrizioni non arriva: viene esteso il green pass, ci sono già (in Alto Adige) classi in quarantena e in didattica a distanza e non è escluso che il «semaforo» delle Regioni torni in funzione.
Di fronte a tutto ciò, viene da chiedersi per quale motivo non si possa mai e poi mai parlare di cure. Chi lo fa nei talk show, sui giornali, perfino nelle conversazioni private viene etichettato come pazzoide nemico della scienza e della salute. A dirla tutta, di cure si parla, ma soltanto per affossarle. Ha suscitato enormi polemiche un convegno andato in scena lunedì al Senato (e di cui abbiamo dato notizia) che la gran parte dei media ha citato con l'unico scopo di sbertucciare alcuni dei relatori. Non ci scandalizza: il dibattito scientifico funziona anche così, prevede che chi sostiene tesi astruse o indimostrabili sia messo alla berlina. Tutte le idee, anche sbagliate, vanno prese in considerazione, anche solo per essere scartate.
È molto pericoloso, tuttavia, applicare sistematicamente la reductio ad Hitlerum con tutti gli esperti, tutti i medici, tutti i ricercatori. A parlare di cure non sono soltanto sciamani e ciarlatani, ma anche professionisti stimati, prudenti e molto seri. I quali però hanno paura a prendere la parola, perché rischiano di essere massacrati sul piano personale, qualora sul piano scientifico non si possa demolirli. Ci sono studiosi italiani (ad esempio quelli del Mario Negri di Milano) e stranieri che lavorano per trovare terapie che consentano di arginare o sconfiggere la malattia. Ma sembra proibito anche solo accennare alla questione. La risposta è pressoché univoca: «È stato dimostrato che le cure non funzionano». Ma davvero? L'idrossiclorochina è stata fermata mesi fa da uno studio uscito su The Lancet che poi è stato ritrattato e si è rivelato sostanzialmente un falso. L'ivermectina viene sempre descritta come «vermifugo per cavalli», come se non servisse già anche ad altro. Alcuni studi sono in corso, pure presso istituzioni niente affatto ignobili. Però vige il pregiudizio: poiché si ode la parola «cura», bisogna svilire, evocare Stamina.
Sul vaccino si è scommesso molto. Si è rischiato. Si sono portate avanti procedure di emergenza, perché la situazione lo richiedeva. Ai cittadini l'iniezione viene richiesta come atto di fede. Ma allora perché non si può - proprio vista l'emergenza - spingere un poco anche sulle cure? Perché non se ne può discutere con maggiore libertà? Il governo vuole sgombrare il campo da chi promette rimedi miracolosi? Benissimo: il ministro Speranza si faccia promotore di un grande convegno internazionale sulle cure per il Covid, così da fare il punto della situazione con la massima serietà.
Anche sulle cosiddette terapie domiciliari precoci servirebbe meno di chiusura mentale. Bisogna distinguere tra chi promette rimedi che non esistono e chi invece suggerisce che alcuni trattamenti - se somministrati nei tempi e nei modi giusti - possano servire a tenere le persone lontane dagli ospedali e dalle terapie intensive. Nel 2020, il ministero della Sanità rifiutò l'offerta di diecimila dosi di monoclonali offerti dalla compagnia americana Eli Lilly. Oggi, mesi dopo, i monoclonali si utilizzano.
La Regione Piemonte (non il Mago Otelma) sostiene di aver accumulato esperienza in materia di cure domiciliari precoci «tra marzo e aprile 2020, nell'area di Acqui Terme e Ovada, caratterizzata da una consolidata integrazione ospedale-territorio». Secondo le istituzioni, «su 340 pazienti curati a casa si sono registrati appena 9 decessi e 22 ricoveri, con un tasso di mortalità del 2,6%, mentre su base provinciale era del 17%, e con un tasso di ospedalizzazione del 6,5%, un terzo rispetto al 22% atteso in base alla media nazionale». Questo modello è stato «trasferito al nuovo Dipartimento interaziendale regionale malattie e emergenze infettive (Dirmei), che nel novembre 2020 ha messo a punto un protocollo per la presa in carico dei pazienti Covid-19 a domicilio da parte delle Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta». Sembra un approccio serio, che forse può essere applicato altrove. O no?
Che male c'è ad avere altre armi oltre al vaccino? È così difficile comprendere che un'azione precoce non è necessariamente alternativa alla puntura, o che rischiare un poco su una cura non significhi andare «contro la scienza» ma, semmai, credere che la scienza sia in grado di fornire risposte ulteriori e magari persino compatibili con il vaccino?
Un dibattito sano gioverebbe a tutti. Toglierebbe argomenti ai fanfaroni, e porterebbe finalmente la discussione su un piano razionale e scientifico e non fideistico. La sensazione, però, è che la demonizzazione della cura sia utile politicamente ad attaccare Lega e Fratelli d'Italia accusandoli di essere no vax, spaccandoli e screditandoli. Questo atteggiamento pare utile a coprire le carenze organizzative del governo, a far passare in secondo piano la mancanza di iniziative sulla sicurezza nelle scuole, sui mezzi pubblici, eccetera. Non servono chiacchiere: basta dire la verità, qualunque essa sia. Non il vaccino, non magiche pillole: la verità ci renderà liberi. Ma che sia detta per davvero, e fino in fondo.
Tempi duri per Simona Ventura. Prima la registrazione in Portogallo di Game of games - Gioco loco, da stasera in onda su Rai 2. Poi la scoperta di non poter rispondere all'invito alla serata finale del Festival di Sanremo di Amadeus e Fiorello causa Covid. Infine, qualche giorno fa, in collegamento a #cartabianca, il diverbio divenuto virale con Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive del policlinico San Martino di Genova. Ventura aveva provocato l'intemerata dell'infettivologo raccontando che, seguendo le indicazioni del suo medico, si era curata con antibiotico, eparina e cortisone: «Lei fa la conduttrice di un programma televisivo, io faccio il medico… Ascolti quello che dicono i medici. Se facciamo fare ai conduttori televisivi i medici, non va bene…», aveva intimato Bassetti. «Io farò la conduttrice televisiva, ma ho diritto di parola e di parlare della mia esperienza», aveva replicato. «Certo, lei si piglia una laurea e viene a fare il mio mestiere, se vuole».
Finalmente stasera la vedremo impegnata nel mestiere per cui l'apprezza anche il professor Bassetti.
«Più che la conduttrice sono sempre stata una condautrice, una conduttrice che è anche autrice. Ancor di più lo sono in Game of games, grazie al direttore di Rai 2 Ludovico Di Meo e alla Blu Yazmine di Ilaria Dallatana. La loro fiducia mi ha permesso di lavorare in una situazione creativamente ed editorialmente libera. Mi auguro che lo constateranno anche i telespettatori».
Game of games ha per sottotitolo «Gioco loco». C'è voglia di tornare a giocare in questa situazione?
«Penso di sì. Soprattutto c'è voglia di leggerezza, di una boccata d'aria fresca. È un programma ricco di colori, in uno studio di 4.000 metri quadri, con i vip strapazzati... È intrattenimento puro, uno spazio di evasione in una tv generalista concentrata soprattutto sull'informazione».
È una gara tra vip e nip?
«No. È una gara tra persone comuni che competono in vari giochi. Ognuno di loro sceglie in una squadra di sei un vip al quale far disputare le diverse prove, fino al grande gioco finale».
Un format nato in America funzionerà anche in Italia?
«Me lo auguro. In America, condotto da Ellen DeGeneres, è stato un grande successo. È andato bene anche in Spagna, Germania, Finlandia, Austria e Portogallo, dove l'abbiamo registrato».
È un programma che ricorda Ciao Darwin?
«È un grande luna park che vuole tenere fuori dalla porta lo stress, ma è diverso da Ciao Darwin. Bonolis è molto bravo nel rapporto con le persone comuni, con le quali io sono più in imbarazzo. La mia vena sadica si esprime meglio con i vip. Firmerei per la metà degli ascolti di Paolo».
Il programma è registrato a dicembre in Portogallo: come avete fatto con il Covid?
«Abbiamo seguito i ferocissimi protocolli americani. C'era un rigore ferreo, con 400 persone non si è registrato neanche un positivo. Facevamo i tamponi ogni due giorni, non uscivamo. È stata un po' come una gita di classe. Ma anche la dimostrazione che, se si seguono le norme, si può ricominciare ad aprire e lavorare».
C'è qualche differenza tra la Ventura che vedrà nel programma e quella che ha superato il Covid?
«Non più di tanto. Ero asintomatica, non ho avuto grandi conseguenze, sono stata fortunatissima rispetto ad altre persone in terapia intensiva, o intubate. Mi è andata bene, nonostante il dispiacere di aver perso la serata di Sanremo».
Cos'ha pensato quando ha visto il tampone positivo?
«All'inizio mi è salita l'amarezza perché tenevo alla reunion con Ama e Fiore. Ma sono fatalista in queste cose, perciò ho pensato che non era il mio momento, e che ci sarà un'altra occasione. Spero…».
Come pensa di averlo preso?
«Non ho idea. Sono sempre stata attentissima. Da quando sono tornata dal Portogallo sono ancora più rigorosa. Forse… qualche volta mi tocco la faccia, magari avevo toccato qualcosa, la mascherina che mi faceva solletico e poi magari gli occhi…».
In casa come vi siete comportati?
«All'inizio ero positiva solo io e mi sono chiusa in camera, in isolamento volontario. Poi è toccato a Giovanni (Terzi, ndr), a mia figlia Caterina e suo figlio Giovanni. Solo Giacomo è rimasto negativo. A quel punto si è chiuso in camera lui. Adesso per fortuna i tamponi sono negativi».
Ha avuto una polemica con Bassetti sulle cure.
«Non voglio tornarci. Ho seguito le indicazioni del mio medico che mi ha suggerito subito terapie d'urto con lattoferrina, zinco, eparina e cortisone perché avevo un interessamento polmonare. Nessuna cura fai da te, consultazioni continue con il medico anche se ero asintomatica. Ci sono due scuole di pensiero. La prima suggerisce di prendere la tachipirina solo se si ha la febbre e di aspettare il decorso della malattia; la seconda invita a prendere subito le medicine per fermare l'infezione. Io ho sposato la scuola del mio medico perché avevo un principio di polmonite».
Ora è testimonial della vaccinazione?
«Sono anche favorevole all'obbligo per infermieri e medici e il personale che opera in corsia. Chi è a contatto con i malati se non vuole vaccinarsi deve cambiare mestiere».
Nel dibattito tra fautori del lockdown prolungato e aperturisti da che parte sta?
«Non è un dibattito divertente, bisogna avere pazienza. Io sono della linea: silenzio e lavorare. Sento troppe chiacchiere. Spero che le vaccinazioni accelerino, prima ci vacciniamo e prima torniamo al lavoro e al commercio. Ho avuto il Covid, ma la paura rimane, continuo a usare mascherine e guanti e a seguire le precauzioni».
Anche se dovrebbe essere immune?
«Non alle varianti».
Pensa di prendere una laurea per diventare medico?
«Ho già il mio mestiere, non ho nessuna intenzione di fare quello di Bassetti. Non voglio fare polemiche in questo momento. Starò sempre dalla parte dei medici e di coloro che salvano le vite delle persone».







