Va in scena: pane, coperto e sanzione che oscilla da 400 a mille euro, 280 se si paga entro cinque giorni, più la chiusura coatta del locale a discrezione del Prefetto. Nonostante questo in miglia hanno aperto: disobbedienza civile, sopravvivenza necessaria. Si potrebbe dire: «Più del pizzardon potè il digiuno», parafrasando Dante di cui ricorre - in silenzio per ora - il settimo centenario, perché nonostante raffiche di multe sparate ad alzo zero migliaia di ristoranti dal Piemonte alla Sicilia ieri sera hanno aperto. Il ministro dell’interno Luciana Lamorgese - forse rifacendosi a un celebre film dal titolo patriotico Bianco rosso e verdone - è sembrata il compianto caratterista Mario Brega: «Sta’ mano po’ esse fero o po’ esse piuma». Con una circolare inviata a tutti i prefetti due giorni fa ha avvertito: la legalità va fatta rispettare, evitando scontri e facendo che ci si attenga a tutte le norme. Ma contrariamente alla battuta inventata da Carlo Verdone la mano ieri sera è stata non una piuma, ma una mazzata. Al coordinamento di Io apro - la protesta dei ristoratori - che è stato spontaneamente creato a Firenze da Momi (Mohamed El Hawi) nel più grande dei sui tre locali (Tito, peccati di gola) già dalle 18 sono cominciate ad arrivare segnalazioni di multe e di inviti alla chiusura. Ma nello stesso tempo sono arrivati i numeri delle adesioni alla protesta. Che è partita è vero timidamente in molte città, ma poi ha preso vigore quando è arrivato il testo del nuovo Dpcm che vieta l’asporto per i bar e conferma gli orari di chiusura dei ristoranti e l’elenco delle tre Regioni in zona rossa e delle dodici arancioni. Con il passare delle ore l’elenco dei ristoranti aperti per protesta si è ingrossato. Yuri Naccarella monitora la protesta dal quartier generale di Firenze dice: «Siamo a occhio più di trentamila, la situazione delle multe però è pesante, mi dicono che sono migliaia in tutta Italia. Le regioni che hanno riposto più massicciamente all’iniziativa sono la Toscana, la Lombardia, le Marche, gran parte dell’Emilia Romagna. Forti adesioni anche in alcune città del Veneto, nel Lazio e in Campania». Peraltro a Caserta e poi a Napoli tre giorni fa i ristoratori avevano bloccato strade e autostrade. «I conti», prosegue Yuri, «però li faremo nei prossimi giorni perché Io apro è una protesta gentile, una forma di disubbidienza civile che riguarda non solo i ristornati, ma anche i bar, le palestre, le piscine, gli organizzatori di eventi tutti quelli che hanno perso il lavoro per colpa di questi decreti, di queste chiusure a singhiozzo. Ora ci multano anche e magari ci fanno chiudere i locali. Ma noi abbiano organizzato un comitato di difesa con i nostri avvocati e diciamo che più cercano di farci stare zitti e più protestiamo. Sempre in maniera civile. Pensiamo di avere non una, ma cento ragioni: i locali sono stati messi a norma, la cassa integrazione è arrivata a singhiozzo, che potevamo fare?». Il sostegno ai ristoratori è ampio. È vero che la Fipe Confcommercio ha preso le distanze dalla manifestazione per «non avallare comportamenti che vanno contro la legge ed evitare altre sanzioni ad aziende già massacrate» ma è anche vero che il comparto di tutto ciò che ruota attorno al turismo e agli eventi ormai è allo stremo. A questi ristoratori che protestano è arrivata la solidarietà della Lega con Matteo Salvini in prima fila, ma tra i sostenitori più convinti c’è Vittorio Sgarbi che ha lanciato un video sui social in cui incita ad aprire. E racconta: «L’altra sera ero a cena dal mio amico Umberto Carriera che ha riaperto i suoi ristoranti a Pesaro e mi hanno multato. A me? A me che sono lo Stato, il Prefetto mi multa in ragione di leggi illegittime?». Ad andare avanti nella protesta esorta anche Gianfranco Vissani che è diventato ormai il padre nobile dei ristoratori arrabbiati. «Sono dalla loro parte, sto con loro perché i ristoratori stanno morendo. E più di un anno che non si lavora. Abbiamo messo i locali a norma, abbiamo investito soldi, ma ci hanno tenuti chiusi. I ristori sono pochi e non sono arrivati a tutti. In più si è dimostrato che con i ristornati chiusi i contagi sono aumentati. E allora che vuol dire? Ci dobbiamo difendere». Tra gli stellati qualcosa si muove. Ad esempio a Milano Tano Simionato si è messo a fianco della protesta. Dice Manuele Boccardo di Padova, tre ristoranti, il più famoso è La Corte dei Leoni: «Qui a Padova abbiamo aperto in una trentina e sono ovviamente fioccate le multe, ma non ci arrendiamo». Lo stesso vale a Sassuolo dove Antonio Alfieri ha guidato i ristoratori di Io apro, e nel pesarese nei cinque locali di Umberto Carriera. Molti altri locali pur non avendo aperto al pubblico - ed è stata questa la forma di protesta più diffusa - hanno comunque apparecchiato le tavole e hanno acceso le luci così come i bar che hanno organizzato degli aperitivi dimostrativi. Ma come dice Momi: è solo l’inizio. Nei prossimi giorni Io apro ha intenzione di andare avanti, di organizzare il contrasto legale alle multe e di coinvolgere tutti i negozianti e le imprese penalizzate dai Dpcm. «Stasera», racconta Naccarella, «abbiamo fatto la pizza per i giornalisti, per i clienti che si sono affacciati. Anche loro erano spaventati dalle multe e anche perché fuori del locale c’era un cordone di Polizia». Stessa scena a Padova. Nota Boccardo: «Niente da rimproverare a questi ragazzi in divisa, loro fanno il loro dovere; è chi li manda che non fa il proprio dovere. Affama il Paese per incompetenza». Oggi Io apro continua.
Gianfranco e Luca Vissani: «Basta prese in giro. Ora noi portiamo Giuseppi in tribunale»
Sono un fiume in piena, Gianfranco Vissani e il figlio Luca. Hanno trascorso il Natale nel loro ristorante per la prima volta chiuso in questo periodo. «E non è stata una gran festa», avvertono subito. Gianfranco non ha bisogno di presentazioni. Umbro, classe 1951, è uno dei più importanti chef italiani, volto noto della tv. Luca, unico figlio, amministra l'azienda di famiglia: 43 anni, si è aggiudicato una lunga lista di riconoscimenti come «miglior maitre» di guide prestigiose. I primi «ristori» arrivati la mattina della vigilia di Natale sul conto corrente non placano la loro arrabbiatura, anzi. La sentono come l'ennesima presa in giro. «Qui c'è in gioco il futuro dell'Italia: se la vogliono cavare con le mance e dicono che a cultura e turismo destineranno 3 miliardi? Ma si può sapere che Paese hanno in mente?».
Andiamo con ordine. Voi avete un ristorante molto grande.
Luca: «Una vera e propria piccola impresa, non un gioco, 3.000 metri quadrati, capienza - in tempi normali - fino a 120 clienti. Venti dipendenti in cucina, 120 chilowatt di utenze che ci costano quasi 5.000 euro al mese. Non le faccio la lista delle spese perché sarebbe troppo lunga».
Gianfranco: «E ci hanno obbligato a chiudere tra Natale e l'Epifania, proprio i 15 giorni che consentono a tutti noi ristoratori di pagare le spese di 6 mesi».
In tempi «normali» quanti coperti in media a settimana servono a un ristorante per andare in pari? Feste escluse.
Gianfranco: «Venti al giorno. Faccia il conto di quanti giorni siamo stati chiusi a oggi…».
Quanto avete perso finora?
Luca: «In sei mesi abbiamo perso tra i 700.000 e gli 800.000 euro di fatturato rispetto allo scorso anno. Non facciamo solo ristorazione, ma anche eventi privati e altro, ma è tutto sospeso».
Però voi siete i famosi Vissani. Claudio Amendola qualche giorno fa ha criticato gli chef stellati che - cito - «si lamentano troppo», perché «sono stati anni ad accumulare».
Luca: «Comunisti con il Rolex. Mi spiace dirlo, perché ho sempre stimato la famiglia Amendola, e di solito rispetto le posizioni di ciascuno, ma forse non è chiaro che qui non stiamo chiedendo l'elemosina. Abbiamo chiesto di lavorare, di restare aperti, per non gravare su nessuno. Se mi si viene a dire che con 3.000 euro - è la media, si arriva forse fino a 20.000 - arrivo tranquillamente a coprire le perdite… Penso più a una marchetta che a una vera presa di posizione».
Da quanti anni lei, Gianfranco, è dietro ai fornelli?
Gianfranco: «La mia è una storia vera. Quando ho iniziato erano altri tempi. La cucina non era controsoffitti aspiranti e pavimenti antisdrucciolo. I forni allora creavano problemi alle ovaie alle donne perché erano bassi, e agli uomini alle vene varicose. Non dormivo mai la notte. A 19 anni dirigevo già una brigata di 19 cuochi a Roma. Sono figlio di un uomo che voleva essere chiamato contadino. Che faceva l'imprenditore e si dilettava a vendere la porchetta. Mandare avanti un'azienda è una vita di sacrifici. Non abbiamo alle spalle grandi fondi ad alimentare la cassa per tenere alta la qualità del brand. Noi siamo noi. E non abbiamo mai preso soldi a fondo perduto in vita nostra. Se questa volta li abbiamo dovuti chiedere è perché la situazione è davvero grave. Se alzo la voce è perché ho a cuore il destino anche di tanti altri colleghi. Forse non è chiara la situazione».
Ovvero?
Gianfranco: «Le case vinicole, ad esempio: non vendono vino. All'estero specialmente: faticano a esportare. Stanno per saltare per aria. Il settore del catering, idem. Non parliamo degli alberghi: quelli rimasti aperti non hanno diritto che a pochissimo di compensazione. Nella nostra struttura si può anche soggiornare. Dicono dal governo: “Sì al Capodanno in albergo, ma in camera". Ma chi lo fa? Con tutti i media contro, poi, che dicono di non uscire di casa. Forse non hanno gli attributi per dire: state chiusi “dal-al". E perché non li hanno? Perché non hanno una lira. E poi mi vien da ridere: ci hanno detto di non aprire quando ormai la spesa l'avevamo fatta. Ce l'han messa in quel posto, scusi eh. La spesa ce la stiamo mangiando noi in questi giorni, che dobbiamo fare?».
Comunque anche in zona rossa l'asporto si può fare…
Luca: «Con tutto il rispetto di chi lo fa, la nostra è alta cucina».
Leggo da menù online: ad esempio, un'anatra in pelle di datteri e cavolo nero con seppie allo zafferano, nero di seppia e melanzane alla cannella non si può preparare da asporto.
Luca: «Esatto. Cambiare proposte non sarebbe per noi il messaggio corretto da dare. Anche se la necessità è forte. Quando siamo tornati in zona gialla abbiamo aperto solo nella speranza di racimolare qualcosa per i nostri dipendenti. Questa volta “i Vissani" hanno dovuto mettere in cassa integrazione 6 persone, e il sussidio non arrivava mai puntuale. Squallido: soldi tassati del 30% e ridati con il 730 dell'anno successivo. Senza la cassa, comunque, avremmo chiuso. Se fossimo rimasti affezionati alla nostra immagine saremmo saltati per aria. Ci siamo reinventati, gli imprenditori fanno così. Menù diversi, una diversa accoglienza. Non ci mette paura innovare. Sappiamo che i soldi sono da cacciare, siamo affamati e folli. Non so se i dipendenti pubblici hanno questo spirito di iniziativa».
Tra varianti Covid e indici di contagio in aumento, qualcosa dal governo dovevano pur fare.
Gianfranco: «Certo, e così han pensato di chiudere i ristoranti. Nel nostro si mangia a 2 metri di distanza l'uno dall'altro, capienza massima 50 avventori. Abbiamo investito quasi 30.000 euro in macchinari per sanificare con perossido di idrogeno, all'avanguardia. Ridicolo».
Luca: «Nel frattempo paghiamo Tari, Imu e chi più ne ha più ne metta. Conti da follia».
Prima dei ristori nessun aiuto oltre alla cassa integrazione?
Luca: «1.200 euro in due tranche, quelli destinati alle partite Iva nei primi mesi di lockdown. Dopo siamo ripartiti bene, pensavamo di farcela. Poi a novembre chiusi “per salvare il Natale". E a Natale… i centri delle città pieni di gente fino al 23 e noi con le serrande abbassate».
I soldi dell'Europa sono in arrivo.
Gianfranco: «Peccato che, primo, non si capisca se Matteo Renzi stia per far cadere il governo. Secondo: 3 miliardi per il turismo? Mi viene da pensare ci sia qualcosa sotto. Vogliono forse farci crepare? Nell'Italia del prossimo decennio dove vogliono mettere i ristoranti? Nemmeno l'Iva hanno abbassato. O le accise della benzina».
Luca: «Vogliono una nazione green, una nazione “rinnovabile". Chiedo: questa progettualità andrà a penalizzare o a valorizzare l'Italia, dal momento che le piccole e medie imprese hanno reso il nostro Paese grande nel mondo? Non riesco a non pensare ci sia un disegno per uccidere la nostra economia».
Un complotto?
Luca: «Mi faccio solo delle domande, osservo e leggo. Per esempio, mi interrogo anche su che senso abbia che i 5 stelle diano il reddito di cittadinanza mentre i ristoranti rischiano di chiudere».
Anche la Germania ha chiuso tutto per le feste.
Gianfranco: «Eh sì, ma perché i tedeschi hanno i soldi per sostenere per davvero le aziende. Noi abbiamo dato i miliardi alla Fiat. Ora pensiamo a dare migliaia di euro per rifare la rubinetteria dei cessi. C'è forse qualcuno che li deve vendere? Come si fa a non dare una mano agli imprenditori e ai loro dipendenti e a dare invece bonus per monopattini o viaggi? O mettere in piedi il cashback, tra l'altro lamentandosi poi perché la gente è fuori casa».
Che cosa avete intenzione di fare, quindi?
Gianfranco: «Intanto prima di Natale siamo andati in piazza a protestare. Risonanza mediatica, purtroppo, ben poca».
Politici schierati dalla vostra?
Luca: «Tutta l'opposizione, da Tajani a Salvini. Gianluigi Paragone ci ha sempre sostenuto. Ma c'era anche Gennaro Migliore di Italia Viva ad ascoltarci».
Speranze?
Luca: «Dialogare con la politica è importante. Purtroppo per oggi abbiamo ricevuto solo grandi pacche sulle spalle. Ma è finito il tempo e siamo arrivati al momento dei fatti».
E quindi?
Gianfranco: «Voglio far causa contro il governo. Una class action. Pensata bene, con fior di avvocati. Perché la Costituzione si basa sul diritto al lavoro e ci è negato. I dpcm sono già stati impugnati dal Tar del Lazio. Non sta né in cielo né in terra dare annunci del genere il 18 dicembre, con tutti i colleghi del settore costretti a sottomettersi. Dobbiamo però essere coesi: il nostro è un mondo molto frammentato, dove ognuno guarda al proprio orticello. Questo è il momento di mettere da parte clave e martello e iniziare a fare squadra, o ci portano via pure le mutande».
Dal cenone à la carte al gioco delle tre carte che è la specialità di Giuseppe Conte. Promette ristori e in realtà sono solo pochi spiccioli di una beffarda partita di giro. Ha imposto il Natale a domicilio coatto trasformandosi nel ventriloquo di Angela Merkel senza però mettere sul piatto soldi veri. Così facendo spinge sul lastrico centinaia di migliaia di imprese: dai ristoranti al commercio al dettaglio. Già nei giorni scorsi Carlo Sangalli, presidente nazionale di Confcommercio aveva avvisato il governo: «State celebrando una morte annunciata, il rischio è che da qui a fine anno chiudano un terzo delle attività commerciali». Ancora più dura nel monito era stata la Fipe, che aveva pubblicato le sue stime: «Andiamo verso una perdita a fine anno di 40 miliardi su 86 dello scorso anno, lo stop a Natale potrebbe costare fino a 7,9 miliardi di euro con un minor incasso solo nei giorni del 25 e del 31 dicembre di 720 milioni».
Numeri che Conte ha cercato di occultare. Nella sua conferenza stampa dell'avvento (rimandata di ora in ora fino al punto di sbagliare la data di entrata in vigore del decreto) ha annunciato: «Siamo al fianco degli operatori. Abbiamo sospeso contributi e tributi per coloro che hanno perdite. Chi subisce dei danni economici deve essere subito ristorato. Questo decreto dispone subito un ristoro di 645 milioni per i ristoranti e bar». Che se si facesse il conto della serva su 330.000 imprese significano 1.900 euro ad azienda!
Ma sotto la promessa di Conte c'è qualcosa di peggio. Quei 645 milioni (in gran parte verranno usati per compensare le materie prime che i ristoranti avevano comprato in attesa di conoscere il loro destino: finiranno nella spazzatura cibi per oltre 350 milioni) sono in realtà soldi che avanzano dai precedenti decreti e che lo Stato non ha speso. A copertura di questo ristoro - si sussurra nelle stanze dei ministeri economici - si starebbe pensando di attingere ancora ai 12 miliardi che erano destinati a pagare in parte i debiti della pubblica amministrazione (52 miliardi) con le imprese, come fatto con i vecchi decreti. È il gioco delle tre carte: si promettono ristori, peraltro irrisori, ma i soldi si trovano grazie a quelli già promessi e prelevandoli dalle imprese che sono creditrici dello Stato. A dimostrazione che al governo del destino delle aziende importa assai poco.
Lo rileva all'indomani del decreto Natale la stessa Confcommercio: «Le imprese stanno pagando un prezzo insostenibile all'incertezza e alla mancanza di programmazione del contrasto al Covid. Con l'inevitabile aumento della disoccupazione l'emergenza sanitaria ed economica rischia di diventare anche emergenza sociale con esiti non prevedibili. È assolutamente urgente un vero coinvolgimento delle parti sociali nelle scelte che decidono il destino di centinaia di migliaia di imprese e lavoratori. L'obiettivo immediato deve essere la salvezza del sistema imprenditoriale con indennizzi mirati e adeguati alle perdite. Moratorie ed esoneri fiscali. Obiettivo che deve essere la priorità del piano nazionale di ripresa e di resilienza, insieme a quello degli investimenti strategici, per far uscire dall'incertezza continua il Paese».
Ma Conte non ci sente. Prova a dargli la sveglia il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca che nota: «Le misure di contenimento varate ieri dal Consiglio dei ministri costituiscono l'ennesima mazzata sulla testa delle imprese. Lo schiaffo finale viene dal decreto che stanzia 650 milioni di euro, ma dimentica completamente gli alberghi, che hanno subito i danni maggiori». La Coldiretti con il presidente Ettore Prandini aggiunge: «Crolla la spesa media degli italiani per i menu di Natale che si riduce del 31% e scende a un valore di 82 euro per famiglia secondo la nostra indagine condotta con Fondazione Divulga. Il risultato delle chiusure è che il 2020 fa segnare la spesa più bassa per le tavole di Natale da almeno un decennio».
Con il decreto Natale l'agroalimentare italiano va a picco. Solo per il vino, calcola Nomisma, ci sarà una perdita di 1,2 miliardi a dicembre, la pesca ci rimetterà 300 milioni, l'agroalimentare perderà a fine anno quasi 8 miliardi che si aggiungono ai 4 miliardi d'incassi sfumati in un mese per gli alberghi che si aggiungono ad altri 5 che perde il turismo per via degli spostamenti bloccati e ai 7 che vedrà sfumare - stima Confesercenti - il commercio al dettaglio. Il conto più salato resta quello per ristoranti e bar che rinunceranno tra dicembre e i primi giorni dell'anno a circa il 20% del loro fatturato con gravissime ripercussioni su tutta la filiera. Il primo gennaio un ristorante su cinque non riaprirà con almeno 300.000 occupati in meno. Vorrà dire che andremo tutti al ristoro di Conte...
Zona rossa nazionale nei giorni festivi e prefestivi, arancione in quelli lavorativi: dal 24 dicembre al 6 gennaio l'Italia chiude per coronavirus. Passa la linea dura, il Natale degli italiani sarà sostanzialmente in lockdown, con qualche piccola deroga. Natale in lockdown ma pure di miseria nera: solo 550 milioni di euro di ristori stanziati ieri sera per tutti i bar e ristoranti che dovranno chiudere i battenti nel periodo natalizio. È il risultato della ennesima giornata all'insegna del caos totale. Quando alle 18 di ieri sera il sedicente governo italiano non ha ancora preso una decisione definitiva su come affrontare le festività natalizie, è chiaro a tutti che Giuseppe Conte non ha la forza di scegliere in autonomia neanche il colore delle pareti del suo ufficio a Palazzo Chigi. Già da alcune ore protagonisti politici teoricamente sostenitori del governo, come il segretario del Pd Nicola Zingaretti, presidente del Lazio, e i suoi colleghi governatori dem, Stefano Bonaccini (Emilia-Romagna) e Vincenzo De Luca (Campania), stanno bombardando l'esecutivo, accusato di lasciare gli italiani nell'incertezza. L'ultimo dietrofront si è consumato nella notte: l'idea di alternare giorni di zona rossa nazionale e giorni di zona gialla ha lasciato il posto a un decisione più rigida, con la penisola destinata ad essere rossa i giorni festivi e prefestivi (24,25,26,27 e 31 dicembre e 1,2,3,5 e 6 gennaio) e arancione nei giorni lavorativi (28,29,30 dicembre e 4 gennaio). Questo l'orientamento emerso dalla riunione mattutina di Conte e del ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, con i capidelegazione dei partiti di maggioranza. Ma c'è ancora da limare, trattare, discutere, temporeggiare: il premier, infatti, non riesce a imporsi su niente.
Il clima è rovente: l'Italia intera, le famiglie, le attività produttive, i ristoratori, i commercianti, attendono ormai da settimane di conoscere il loro destino, mentre Conte cincischia, i suoi ministri litigano, gli esperti del Cts se ne lavano le mani, i cittadini, sull'orlo di una crisi di nervi, riversano sui social la loro frustrazione, la loro rabbia, la loro indignazione per questa ennesima presa in giro. La zona rossa/arancione per tutta l'Italia a Natale rappresenta il fallimento del governo, che istituendo l'infernale meccanismo delle Regioni a colori aveva promesso festività serene.
Alle 19, finalmente, gli ultimi nodi sono sciolti. Il decreto legge di Natale prevede, come dicevamo, la zona rossa nazionale per i giorni 24,25,26,27 e 31 dicembre e 1,2,3,5 e 6 gennaio: fermo restando il coprifuoco dalle 22 alle 5 e il divieto di spostarsi tra diverse Regioni, è vietato ogni spostamento anche nello stesso Comune e verso Comuni limitrofi ad eccezione di quelli motivati da comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità (per esempio l'acquisto di beni necessari) o motivi di salute; è consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza; i ristoranti e le altre attività di ristorazione, compresi bar, pasticcerie e gelaterie, sono chiusi al pubblico e possono effettuare esclusivamente la vendita da asporto, dalle 5 alle 22, e la consegna a domicilio; chiusi tutti i negozi, ad eccezione di supermercati, generi alimentari e commercio al dettaglio di beni di prima necessità. Aperte anche edicole, tabaccherie, farmacie e parafarmacie, lavanderie, ferramenta, negozi di vernici e materiali per costruire, rivenditori di elettrodomestici, prodotti di informatica ed elettronica di consumo, di ottica e fotografia, benzinai e autosaloni, parrucchieri e barbieri e altre attività commerciali.
Le passeggiate sono consentite solo in prossimità della propria abitazione, nel rispetto della distanza di almeno un metro da altre persone e con obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezioni individuali.
Vietato incontrare amici o parenti che non siano conviventi in qualsiasi luogo, che sia aperto o chiuso, tranne nei casi che riguardano chi si prende cura di un parente o un amico non autosufficiente, dei genitori separati o divorziati che devono andare a riprendere i figli minorenni.
Il 28, 29 e 30 dicembre e il 4 gennaio, l'Italia sarà tutta arancione: rispetto alla zona rossa, i cambiamenti più importanti sono la libertà di spostarsi all'interno del proprio Comune e l'apertura consentita a tutti i negozi, mentre restano comunque chiusi bar, ristoranti e locali pubblici. In questi giorni sono inoltre consentiti gli spostamenti dai Comuni con popolazione non superiore a 5mila abitanti e per una distanza non superiore a 30 chilometri dai relativi confini, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia.
Approvata la cosiddetta deroga dei nonni, una vera e propria barzelletta. Sarà infatti consentito, sia nelle giornate rosse che in quelle arancioni, solo una volta al giorno (ovviamente escluse le ore di coprifuoco) a un massimo di due familiari non conviventi di effettuare una visita in una sola abitazione privata nella stessa Regione. Questa deroga non vede conteggiati gli under 14 e le persone disabili o non autosufficienti conviventi. In sostanza: una famiglia di 4 persone, mamma papà e due figli, di cui uno con più di 14 anni, non può andare a casa dei nonni, a meno che non si lasci a casa uno tra marito, moglie e figlio più grande, ma devono essere i nonni ad andare dai figli. Vi sembra assurdo? No, è il governo italiano. All'ora in cui andiamo in stampa, Conte non ha ancora spiegato agli italiani il decreto. Evidentemente, non lo ha capito bene neanche lui.
Quattro lettere, una sola parola: caos. Il governo e la maggioranza sono in confusione totale rispetto alla manovra e agli altri provvedimenti economici (i cosiddetti decreti Ristori). Partiamo dalla legge di bilancio: il solo fatto che in commissione siano stati depositati 7.000 emendamenti (di cui quasi 3.000 della stessa maggioranza: oltre 1.000 dal M5s, più di 800 dal Pd, quasi 700 da Iv e poco meno di 200 da Leu) dà la misura di una coalizione ormai slabbrata, in cui il governo non riesce più a tenere a bada i partiti. E ieri - un po' come atto dovuto da parte della presidenza della commissione Bilancio, e un po' come escamotage per sciogliere nodi altrimenti insolubili - è arrivata la mannaia dell'inammissibilità preventiva di un numero enorme di emendamenti: ben 1.300 sono stati infatti dichiarati non ammissibili dal presidente Fabio Melilli (Pd) «per carenza o inidoneità di compensazione», cioè per mancanza di copertura.
Uno dei parlamentari più autorevoli ed esperti, Massimo Garavaglia (Lega), legge la situazione con preoccupazione e lucidità, e delinea due scenari. Il primo è quello in cui la maggioranza insiste nel vicolo cieco in cui si è infilata: ma a questo punto - prevede Garavaglia - rischia di non riuscire nemmeno a chiudere efficacemente la discussione e le votazioni in commissione. Nelle ultime ore, i giallorossi sono riusciti perfino a litigare sugli emendamenti «segnalati», cioè su quelli che dovranno effettivamente essere messi al voto, e aver previsto votazioni ultracompresse in una sola settimana non aiuta certamente a distendere il clima. Per questa via, l'implosione della maggioranza è nelle cose, e perfino chiudere il lavoro in commissione dando mandato al relatore a riferire all'Aula rischia di diventare un'impresa. Senza dire che, in questo primo scenario, la famosa narrazione del dialogo con l'opposizione risulterebbe stracciata proprio dal governo.
Il secondo scenario - invece -è quello in cui la maggioranza prende atto dei suoi errori, a partire dal clamoroso ritardo (un mese rispetto alla scadenza teorica del 20 ottobre) con cui la legge di bilancio è arrivata in Parlamento, e si decide a venire a patti con l'opposizione. Su questo, Garavaglia pone una questione generale e una più specifica. Quella generale, sintetizzata dalle proposte della Lega e del resto del centrodestra, è un necessario riequilibrio tra non garantiti e garantiti: occorrono cioè misure concrete per autonomi, imprese, partite Iva, lavoratori del privato. Quella più specifica ha a che fare con quello che Garavaglia chiama criticamente «fondo Conte», e cioè un curioso accantonamento di ben 3,6 miliardi (a cui si aggiungono gli stravaganti 800 milioni per non meglio precisate «esigenze parlamentari») che sembra prefigurare futuri interventi di ristoro. La richiesta di Garavaglia è lineare e di buon senso: «Usare subito queste risorse per un'immediata riduzione di tasse».
Oltre alla sostanza, la maggioranza deve fare i conti anche con una enorme (e del tutto autoprocurata) questione di metodo, cioè un clamoroso ingorgo parlamentare. Accanto al treno della legge di bilancio, i macchinisti giallorossi hanno messo altri quattro treni (il decreto Ristori, il Ristori bis, il ter e il quater). Sono complessivamente cinque treni che intasano il Parlamento in modo quasi ingestibile. Tra l'altro, non è nemmeno immaginabile far convergere il contenuto dei decreti Ristori come emendamenti alla legge di bilancio: i ristori riguardano infatti il 2020, mentre la manovra riguarda per definizione il 2021.
Morale, si creano due questioni gigantesche. Primo: un paio di anni fa, nell'unica esperienza di governo gialloblù, si gridò contro la «compressione parlamentare» eccessiva della discussione della legge di bilancio. Ma allora una giustificazione c'era, e cioè uno spossante confronto con Bruxelles che costrinse il governo a riscrivere la manovra a metà dicembre. Stavolta questa scusa non può essere accampata dai giallorossi.
Secondo: la maggioranza già ipotizza altri futuri scostamenti di bilancio. Anzi, considerando i tempi lunghi prevedibili per il processo di vaccinazione (che potrebbe arrivare fino a tutta l'estate 2021 e oltre), se sciaguratamente il governo proseguisse fino ad allora con un regime di mezze chiusure economiche e di stop and go, sarebbe ipotizzabile una serie di altri decreti Ristori, con relativo scostamento. Peccato però che l'articolo 6 della legge 243 del 2012, quella sull'equilibrio di bilancio che impone l'autorizzazione parlamentare per gli sforamenti, parli esplicitamente di «eventi eccezionali» per giustificare gli scostamenti. Come si fa a parlare di eccezionalità quando tutto è ormai prevedibile da mesi (e per i prossimi mesi)? Sarebbe davvero anomalo trasformare un'eccezione in un metodo pressoché ordinario di gestione della finanza pubblica per un tempo indefinitamente lungo.
Anche qui, come rispetto al tema della «compressione parlamentare», è fin troppo facile immaginare cosa sarebbe stato detto (anche in sedi istituzionali) se fosse stata una maggioranza diversa a rendersi protagonista di un simile pastrocchio.






