La Commissione investiga sulla vendita di bambole sessuali con sembianze infantili da parte del colosso cinese dell'e-commerce, oltre alle irregolarità su algoritmi IA e alla pubblicità invasiva e subliminale. Lo ha dichiarato il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier.
Tra gli anni '20 e '30 furono venduti liberamente bevande, cosmetici e oggetti al radio e al torio, pubblicizzandone le proprietà benefiche. Furono prodotte e diffuse anche in Italia. Saranno le vittime famose e la bomba atomica a decretarne il declino.
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Negli anni Venti la radioattività diventò una moda. Sulla scia delle scoperte di Röntgen e dei coniugi Pierre e Marie Curie alla fine dell’Ottocento, l’utilizzo di elementi come il radio e il torio superò i confini della fisica e della radiodiagnostica per approdare nel mondo del commercio. Le sostanze radioattive furono esaltate per le presunte (e molto pubblicizzate) proprietà benefiche. I produttori di beni di consumo di tutto il mondo cavalcarono l’onda, utilizzandole liberamente per la realizzazione di cosmetici, integratori, oggetti di arredo e abbigliamento. La spinta verso la diffusione di prodotti a base di elementi radioattivi fu suggerita dalla scienza, ancora inconsapevole delle gravi conseguenze sulla salute riguardo al contatto di quelle sostanze sull’organismo umano. Iniziata soprattutto negli Stati Uniti, la moda investì presto anche l’Europa. Il caso più famoso è quello di un integratore venduto liberamente, il Radithor. Brevettato nel 1925 da William Bailey, consisteva in una bevanda integratore in boccetta la cui formula prevedeva acqua distillata con aggiunta di un microcurie di radio 226 e di radio 228. A seguito di un grande battage pubblicitario, la bevanda curativa ebbe larga diffusione. Per 5 anni fu disponibile sul mercato, fino allo scandalo nato dalla morte per avvelenamento da radio del famoso golfista Eben Byers, che in seguito ad un infortunio assunse tre boccette al giorno di Radithor che inizialmente sembravano rinvigorirlo. Grande scalpore fece poi il caso delle «Radium girls», le operaie del New Jersey che dipingevano a mano i quadranti di orologi e strumenti con vernice radioluminescente. Istruite ad inumidire i pennelli con la bocca, subirono grave avvelenamento da radio che generò tumori ossei incurabili. Prima di soccombere alla malattia le donne furono protagoniste di una class action molto seguita dai media, che aprì gli occhi all'opinione pubblica sui danni della radioattività sul corpo umano. A partire dalla metà degli anni ’30 la Fda vietò definitivamente la commercializzazione delle bevande radioattive. Nel frattempo però, la mania della radioattività benefica si era diffusa ovunque. Radio e torio erano presenti in creme di bellezza, dentifrici, dolciumi. Addirittura nell’abbigliamento, come pubblicizzava un marchio francese, che presentò in catalogo sottovesti invernali con tessuti radioattivati. Anche l’Italia mise in commercio prodotti con elementi radioattivi. La ditta torinese di saponi e creme Fratelli De Bernardi presentò nel 1923 la saponetta «Radia», arricchita con particelle di radio. Nello stesso periodo fu messa in commercio la «Fiala Pagliani», simile al Radithor, brevettata dal medico torinese Luigi Pagliani. Arricchita con Radon-222, la fiala detta «radioemanogena» era usata come una vera e propria panacea.
Fu la guerra, più che altri fattori, a generare il declino definitivo dei prodotti radioattivati. Le bombe atomiche del 1945 con le loro drammatiche conseguenze a lungo termine e la continua minaccia di guerra nucleare dei decenni seguenti, fecero comprendere ai consumatori la pericolosità delle radiazioni non controllate, escludendo quelle per scopi clinici. A partire dagli anni Sessanta sparirono praticamente tutti i prodotti a base di elementi radioattivi, vietati nello stesso periodo dalle leggi. Non si è a conoscenza del numero esatto di vittime dovuto all’uso di alimenti o oggetti, in quanto durante gli anni della loro massima diffusione non furono da subito identificati quali causa dei decessi.
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(IStock)
Se la perdita è omogenea e non riguarda soltanto parti della chioma, e se dura solo qualche settimana, allora è l’effetto naturale del cambio di stagione. Meno shampoo e sali minerali come ferro e zinco possono aiutarci.
Cadono molte cose, in autunno. No, non pensate alla metaforica caduta de... gli attributi per la ripresa dell’attività lavorativa dopo le vacanze estive. Cadono, volevamo dire, non solo le foglie dagli alberi, ma anche i nostri capelli. Ciò potrebbe far dire al romantico che i capelli, in fondo, sono la nostra chioma, proprio come chioma è il fogliame degli alberi. Si usa dire chioma per gli alberi in senso figurato partendo dall’uso tricologico o è il contrario? Chissà.
Come cadono le foglie degli alberi in autunno, così cadono i nostri capelli. Per fortuna, non cadono tutti come accade alle foglie e le nostre teste non restano svuotate come accade agli alberi. Ma che esista una caduta stagionale dei capelli è fuori dubbio. Molti non fanno caso al periodo, vedono improvvisamente tanti capelli sulla spazzola o nella doccia dopo lo shampoo e si domandano cosa succeda. In realtà, la caduta stagionale dei capelli è molto diversa da altri tipi di cadute. In primo luogo, avviene in autunno (e in primavera e, ad alcuni, ad ogni cambio di stagione). Il motivo è presto spiegato: la caduta stagionale dei capelli si risolve appena passa il periodo che la causa. Se nel passaggio dall’estate all’autunno ci cadono più capelli, una volta «passati» all’autunno ce ne tornano a cadere in quantità normale e quelli caduti ricrescono. Altra caratteristica della caduta stagionale dei capelli, infatti, è la sua durata, non più di qualche settimana. Si riconosce, poi, perché non c’è un’area precisa da cui cadono: la caduta è omogenea. Quando invece la caduta non è né stagionale, né legata al normale ciclo di vita del capello, i capelli cadono da piccole aree precise del cuoio capelluto e ci troviamo di fronte ad una caduta tipicamente disomogenea. Ancora, il capello che cade per caduta stagionale è integro e mostra anche il suo bulbo pilifero. Mentre il capello che cade per altri motivi può essere, per esempio, spezzato.
Prima di proseguire a conoscere la caduta stagionale dei capelli, ci è utile capire il ciclo del capello. Le fasi del ciclo di vita del capello sono quattro. La prima è la fase Anagen, che è la fase di crescita, nella quale il follicolo produce un capello nuovo che cresce di circa 12 mm al mese, vive da 2 a 6 anni. Si tratta della fase di crescita. La seconda fase è la fase Catagen, la fase detta «di involuzione», che ha una durata molto breve rispetto alla fase precedente, circa 2 o 3 settimane durante le quali il capello si stoppa, non cresce più, il follicolo lo stringe più di prima e si solleva, preparando così il capello ad essere espulso da esso. Infine, la fase Telogen, detta «fase di riposo» che può durare fino a 3 mesi durante la quale il capello, sollevato dal follicolo eretto, resta così, senza crescere, finché cade. La fase della caduta si chiama Exogen e consiste nella caduta del capello e la preparazione del bulbo pilifero alla creazione di un nuovo capello.
Perché cadono dunque i nostri capelli in autunno? Innanzitutto per ereditarietà genetica: gli animali mammiferi cambiano il pelo, noi cambiamo... il capello! Non sono solo gli animali a fare la muta stagionale, la facciamo anche noi. Poi, per reazione alle caratteristiche climatiche della nuova stagione: con l’arrivo dell’autunno e del cambio dell’ora e il ritorno all’ora solare (che quest’anno è avvenuta nella notte tra sabato 25 e domenica 26 ottobre), le ore di luce diminuiscono rispetto alla precedente stagione estiva e ciò comporta uno squilibrio ormonale: in autunno produciamo più cortisolo, ormone che favorisce l’accumulo di grasso, perché il corpo si prepara a tutelarsi dal freddo e fa scorta di energia. Fa scorta perché la produzione di energia, che in estate è maggiore grazie alla maggiore produzione di altri ormoni come il GH o il testosterone, responsabili dell’aumento di energia, con l’avvento dell’autunno diminuisce. Di contro, in estate diminuisce la produzione di cortisolo. Il passaggio all’autunno per il corpo è uno stress. Minore luce vuol dire anche minore produzione di serotonina. Poiché la serotonina ha effetto antidepressivo e stimolante, in autunno il nostro umore e la nostra voglia di fare calano e con esse il vigore del corpo, bulbi piliferi compresi. Ulteriori fonti di stress, poi, sono le attività che riprendiamo dopo la pausa estiva. Lo stress del rientro alla quotidianità, al lavoro e anche all’inquinamento delle città, secondo alcuni, dopo aver passato l’estate o almeno una sua parte in siti naturali certamente meno inquinati, affligge non solo il nostro organismo, ma anche i nostri capelli. Secondo altri, poi, è proprio l’estate, invece, ad affliggere i capelli. I bagni in mare, con l’acqua salata che dai oggi e dai domani agisce sui capelli come un impacco non curativo ma patogenico, perché lasciare, bagno dopo bagno, il sale dell’acqua di mare sui capelli sotto al sole vuol dire disidratarli e intaccarne la cuticola, lasciandoli (schiariti e) indeboliti. Inoltre, lo shampoo quotidiano a cui poi si sottopongono i capelli alla fine della giornata al mare è un ulteriore stress cui vengono sottoposti capelli già indeboliti da sole e salsedine (parimenti l’inverno affliggerebbe i capelli perché il freddo a cui è sottoposta la testa determinerebbe una vasocostrizione del cuoio capelluto che indebolirebbe i bulbi, inducendoli a perdere i capelli dopo circa un trimestre, appunto in primavera, durante la caduta stagionale primaverile). Attenzione, comunque, una caduta fino a 100 capelli al giorno è normale, rientra nel normale ciclo di vita dei capelli. Pensate che in testa, in media, abbiamo più o meno 100.000 capelli e se ne cadono fino a 100 al giorno, anche letteralmente 100 al giorno, mentre già - come abbiamo visto - sono in procinto di uscirne altri 100 al posto di quelli. Tra parentesi, il numero esatto di capelli varia in virtù di diversi fattori, come fattori genetici, fattori etnici e anche colore dei capelli. I biondi hanno in media più capelli, circa 140.000-150.000, mentre i rossi hanno meno capelli, tra 80.000 e 90.000, chi ha i capelli neri ha 100.000 capelli, chi li ha castani ne ha tra 100.000 e 110.000. Ora, a prescindere dal colore e dalla quantità, si capisce bene come la caduta di un millesimo dei capelli che costituisce la nostra chioma non sia una perdita preoccupante, a ben guardare. Tuttavia, quando si tratta di caduta stagionale, che può anche superare per il breve periodo di qualche settimana il «tetto»" dei 100 capelli massimi al giorno, non ci si deve preoccupare lo stesso, ma è bene sapere cosa fare volendo rafforzare la chioma. Innanzitutto, mangiare cibi ricchi di proteine, vitamine, soprattutto quelle del gruppo B, e sali minerali come il ferro e lo zinco, che aiutano la produzione di cheratina, una proteina costitutiva del capello. Volendo, si può assumere anche un integratore specifico contro la caduta dei capelli. Poi stressare meno possibile i capelli, non lavandoli troppo frequentemente (anche per stoppare la prassi dello shampoo quotidiano della vacanza al mare e farli riprendere da quello stress) e curandone un rafforzamento anche dall’esterno, con impacchi e creme leave in fortificanti. Massaggiare il cuoio capelluto per stimolare la circolazione del sangue e quindi portare maggiore nutrimento ai capelli e rafforzare i bulbi. Si può usare anche una crema, leggera, oppure un olio, da lasciare a mo’ di impacco prima dello shampoo, basta anche mezzora e volendo si possono oliare anche le lunghezze. Molto utile è anche praticare attività antistress, dal dormire un pochino di più per fronteggiare lo stress del ritorno all’esercizio del pensiero positivo passando per pratiche meditative ed esercizio in palestra. Evitare o rinviare trattamenti molto aggressivi sui capelli come la permanente o la decolorazione.
Tornando in cima, potremmo dire alla radice, al bulbo del nostro discorso-capello, si è detto prima chioma dell’albero o chioma del capello? Viene prima la chioma del capello. Col termine chioma si intende l’insieme dei capelli umani, ma anche animali, per esempio si dice sempre «la chioma del leone». Il termine chioma deriva dal volgare non attestato *cloma, che si ipotizza essere la derivazione in volgare del latino comula diminutivo di coma. Per estensione, la parola chioma si usa anche per intendere la struttura epigea (cioè fuori dal terreno) delle piante che è composta da foglie, frutti, gemme, germogli e rami, sorretta dallo scheletro della pianta (tronco e branche) che, in base alle caratteristiche di quest’ultima, può essere assurgente o eretta (cresce verso l’alto), fastigiata (a cono), colonnare (a colonna), aperta (con rami larghi) o espansa (con rami larghi, angoli ampi e centro più vuoto), pendula o piangente (che ricade verso il basso).
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Ansa Video/Francesco Betrò
Lo ha dichiarato Gianluigi Benedetti, Ambasciatore d'Italia in Giappone, a margine dell'evento in occasione della giornata del Made in Italy al padiglione Italia a Expo 2025 Osaka, in Giappone.
Nicola Bertinelli (Imagoeconomica)
Il presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano Nicola Bertinelli : «Ci proponiamo come interlocutori per far riconoscere nella Ue le eccellenze americane. Siamo a disposizione del governo».
Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano. Che numeri ha la vostra filiera?
«Nel 2024, 4 milioni e 80.000 forme. 11.000 in meno rispetto al 2021. Questo è l’ordine di grandezza. Abbiamo un protocollo per valorizzare e regolamentare la nostra offerta».
Una sorta di Opec del Parmigiano…
«Detta così non suona affatto bene. I prodotti ad indicazione geografica devono regolamentare la propria offerta in base alla normativa europea. A tutela del territorio e del consumatore. Siamo sottoposti a miriadi di controlli».
Il Parmigiano nel mondo che numeri ha?
«Su 168.000 tonnellate prodotte annualmente, esportiamo il 43%. Fatto 100 il mercato estero, un 25% è rappresentato dagli Usa, il 24% dalla Francia. La Germania viaggia intorno al 18-19%. Regno Unito al 12%. Canada quinto mercato col 10%».
Gli Usa sono il 10% del totale prodotto?
«12%».
In termini di soldi quanto vale il business del Parmigiano?
«Al caseificio due miliardi di euro. Al dettaglio quattro. In America, 250 milioni all’ingrosso e 700 al consumatore. Nel mezzo ci sta l’industria americana che importa le forme intere e poi le porziona per il mercato. Non abbiamo un accordo di libero scambio che riconosce la nostra specificità. Laddove questo accordo esiste non esportiamo invece le forme intere ma il porzionato. Questo ci dà maggiori garanzie di controllo».
Curiosità. Come viaggia il Parmigiano?
«Nave ovviamente. E quando ci sono tensioni sulla domanda dei container ne risentiamo».
Al consumatore finale americano, quanto costa in più il Parmigiano rispetto a noi? Lasciando ancora da parte il tema dazi?
«Allargo il ragionamento, così si capisce meglio. Fatto 100 il mercato americano dei formaggi a pasta dura, il 92,5% è Parmesan e affini. Il 7-8% è “il” Parmigiano. Sottolineo “il”, non dico “vero”. Così ci capiamo. Il Parmigiano costa mediamente 40 dollari al chilo. Il Parmesan, che pesa il 92% del mercato, la metà»
C’è chi sostiene che il Parmesan tarocco rafforzerebbe l’identità del Parmigiano. Concordi o il cosiddetto «italian sounding» è un danno?
«La tesi non è affatto corretta. Il danno per il produttore ma anche per il consumatore è certo. Quest’ultimo può cadere in due tipi di errori. Il primo in termini di autenticità. Crede di acquistare, a torto, il Parmigiano. Il secondo in termini di provenienza. Crede di acquistare comunque un prodotto italiano. Vaglielo a spiegare che quel prodotto non è italiano quando sulla confezione vede il tricolore o il disegno del Colosseo».
La differenza di prezzo non basta a mettere in guardia il consumatore…
«Fai la spesa, vedi la Torre di Pisa sulla porzione, pensi sia quanto meno formaggio italiano».
I dazi, di cui tanto si parla, sul Parmigiano esistono già. Giusto?
«Si paga un 15% sul prezzo alla dogana»
Messi da Trump nel 2019?
«No, questi esistono dalla notte dei tempi. Trump nel 2019 li ha elevati al 40% a causa di un contenzioso fra Stati Uniti ed Ue. L’Organizzazione mondiale del commercio ha rilevato come l’Unione europea si fosse comportata scorrettamente sussidiando il consorzio Airbus (tra Francia e Regno Unito, ndr). Washington è stata autorizzata a mettere i dazi su prodotti dell’Unione europea. E ci abbiamo rimesso noi. Se permetti è un ragionamento folle. Perché dovevamo risarcire noi il danno accertato al comparto aerospaziale americano?».
Dillo a chi sostiene che conviene fare la voce grossa con l’Europa unita contro Trump. Peraltro, quel contenzioso fu promosso da Obama.
«La nostra visione è che siamo stati sacrificati perché l’anno successivo c’erano le elezioni presidenziali del 2020. E Trump voleva ingraziarsi il voto determinante degli allevatori, agricoltori e produttori di formaggio del Wisconsin. L’industria del Parmesan, per intendersi. Il Wisconsin è uno Stato chiave in ogni elezione presidenziale. Consentimi però un’ulteriore digressione».
Prego.
«I produttori di latte in America se la passano non benissimo. C’è un eccesso di offerta di latte fresco rispetto alla domanda. I movimenti “No Milk” hanno contribuito a modificare le abitudini degli americani. Ricordi la famiglia Bradford che a colazione aveva in tavola enormi bottiglie di latte? Un ricordo del passato. I produttori vendono il latte a 28 centesimi al litro contro i 55 che abbiamo in Ue. Non coprono i costi di produzione. E Washington paga sussidi veri tramite il farm bill (una sorta di Pac americana) per tenere in vita gli allevatori. L’industria del cibo e la conseguente indipendenza alimentare sono ritenute strategiche per l’economia americana».
Eccesso di latte che si riversa sul Parmesan e quindi i suoi produttori spingono di nuovo per i dazi sul Parmigiano?
«Teoricamente si. In pratica non ha molto senso. Visto dal lato del politico. Il Parmigiano, dicevamo, rappresenta il 7,5% del mercato dei formaggi a pasti dura e viene venduto al doppio del prezzo. Immaginiamo di aumentare di nuovo i dazi dal 15% al 40% sul prezzo all’ingrosso. Significa un 25% in più. Il prezzo del Parmigiano passerebbe da 20 a 25 dollari a libbra. Ma chi compra oggi il Parmigiano reggiano in America lo fa scientemente. Perché già lo paga di più. Dubito che inizierebbe ad acquistare il Parmesan. Farebbe solo imbufalire l’elettore che ha scelto Trump per abbassare l’inflazione. Non aumentarla».
Mi sentirei di dire che i dazi hanno senso, ad esempio, se imposti sulle vetture europee sì da indurre le case automobilistiche a tornare a produrle a Detroit. Ma non puoi fare il Parmigiano nel Wisconsin. Le auto in Michigan invece sì!
«Mi sembra che tu abbia centrato il punto. Se nel lungo termine i dazi sono dannosi per tutti, nel breve termine possono servire a preservare l’industria del Paese che mette i dazi. Ma a patto che si parli di beni sostituibili. Essendo il Parmigiano non sostituibile, ancorché imitabile pessimamente con il Parmesan, il dazio farebbe solo aumentare il prezzo. Più in generale un danno per il consumatore senza ottenere nessun vantaggio di tipo economico o industriale».
Sul tema dazi avete comunque un piano di azione eventuale se necessario?
«Posso dire cosa auspico. Il Parmigiano ha mille anni di storia. Il nostro Consorzio ha compiuto 90 anni da pochi mesi. Senza Parmigiano non ci sarebbe buona parte dell’agricoltura nella nostra regione. Non avrebbe senso economico coltivare le colline. Noi valorizziamo il latte. Abbiamo un patrimonio di conoscenze da mettere a disposizione. Siccome nel Wisconsin, nel Massachussetts e nel Vermont fanno veramente degli ottimi formaggi legati alla loro storia, al loro saper fare, alla loro tradizione ed alla loro heritage, noi possiamo accompagnarli in un percorso per arrivare al riconoscimento commerciale delle loro eccellenze nei nostri territori».
Una roba intelligente.
«Ci poniamo come interlocutori in un progetto di cooperazione internazionale perché dentro l’Unione europea, un mercato di 500 milioni di persone, le loro eccellenze possano essere riconosciute, tutelate, protette e adeguatamente etichettate. Io ci credo in un Us cheddar, per intendersi».
Indurli a valorizzare il loro territorio piuttosto che produrre Parmesan.
«Diamo una prospettiva concreta ai produttori americani di latte che racimolano appena 28 centesimi a litro. Non è utopia quello che dico. Siamo riusciti a farlo, ad esempio, con la tequila. Un gran vantaggio per il Messico. Oggi la tequila è un prodotto riconosciuto in quanto tale dentro l’Ue. Grazie anche al nostro sforzo. Abbiamo creato valore per il Messico. Possiamo fare altrettanto per gli Usa. Il nostro governo sa che noi siamo a disposizione per un progetto ambizioso come questo».
Che posizione avete a proposito dell’accordo Mercosur con l’America Latina? Negativa come gli agricoltori?
«Questo è un tema che non deve essere trattato con leggerezza. Come produttore di Parmigiano Reggiano vedo nell’accordo Mercosur un passo avanti per la tutela delle denominazioni. Ma l’accordo così com’è rischia di essere devastante per la nostra agricoltura. È impensabile aprire il nostro mercato a prodotti che sono stati ottenuti con tecniche, farmaci, sostanze e molecole da noi vietate da anni. Gli antibiotici si usano per curare gli animali, non come fattore di crescita. Altrimenti i nostri agricoltori e allevatori sono fuori mercato e quel che è peggio si fa un danno ai consumatori. E non si creda che tutto si risolva attraverso i controlli in base a determinate soglie limite. Perché statisticamente solo il 3% di ciò che entra alla frontiera viene analizzato. Del resto, il Covid prima e la guerra in Ucraina poi, ci insegnano che la sicurezza alimentare è sicurezza nazionale. Quindi l’accordo in tal senso così com’è spazzerebbe vari i comparti della nostra agricoltura. E come vicepresidente di Coldiretti, e non solo presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano, ritengo personalmente che l’accordo non sia accettabile e quindi mi vede fortemente contrario».
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