Ansa Video/Francesco Betrò
Lo ha dichiarato Gianluigi Benedetti, Ambasciatore d'Italia in Giappone, a margine dell'evento in occasione della giornata del Made in Italy al padiglione Italia a Expo 2025 Osaka, in Giappone.
Lo ha dichiarato Gianluigi Benedetti, Ambasciatore d'Italia in Giappone, a margine dell'evento in occasione della giornata del Made in Italy al padiglione Italia a Expo 2025 Osaka, in Giappone.
Dopo la batosta elettorale e l’avanzata travolgente di Nigel Farage, Keir Starmer ha scelto la strada dello scaricabarile. Anziché assumersi la responsabilità della crisi politica, economica e sociale che attraversa il Regno Unito dopo mesi di governo laburista, il premier britannico ha deciso di puntare il dito contro il bersaglio preferito dell’establishment europeista: la Brexit. E soprattutto contro l’uomo che più di ogni altro continua a incarnarla politicamente, cioè Farage, oggi vero vincitore delle urne britanniche. Nel suo intervento, Starmer ha attaccato frontalmente il leader di Reform Uk e l’eredità del referendum del 2016.
«Nigel Farage disse che la Brexit avrebbe reso la Gran Bretagna più ricca», ha dichiarato il premier, «e invece l’ha resa più povera». Poi l’affondo sull’immigrazione: Farage «disse che avrebbe ridotto i flussi, ma l’immigrazione è schizzata alle stelle». E ancora: la Brexit avrebbe dovuto rendere il Paese «più sicuro», mentre secondo Starmer «lo ha reso più debole».
Parole che suonano come un disperato tentativo di trovare un capro espiatorio dopo settimane difficilissime per Downing Street. Le amministrative e le elezioni locali, infatti, hanno certificato il crollo del consenso laburista e la contemporanea crescita di Reform Uk, ormai sempre meno forza di protesta e sempre più partito di massa con consensi strutturali. Non a caso, Starmer ha ammesso apertamente che gli elettori sono «frustrati dallo stato della Gran Bretagna». Eppure, anziché interrogarsi sugli effetti delle proprie politiche fallimentari, il leader laburista - assediato all’interno del suo stesso partito - si è abbandonato al gioco delle tre carte, trasformando ogni problema del presente in una conseguenza della Brexit.
L’operazione appare tanto più evidente in quanto Starmer, in realtà, non propone affatto un ritorno del Regno Unito nell’Unione europea: nessuna ipotesi di rientro nell’Ue, nessun ritorno al mercato unico o all’unione doganale. Il premier, d’altronde, sa bene che una simile proposta sarebbe politicamente insostenibile e probabilmente suicida. Per questo motivo, la sua strategia sembra piuttosto quella di un graduale riavvicinamento politico e diplomatico a Bruxelles, soprattutto attraverso il rafforzamento dell’asse con Emmanuel Macron e Friedrich Merz, già cementato dalle numerose iniziative dei «volenterosi». Non è un caso che Starmer abbia parlato della necessità di «una nuova direzione per la Gran Bretagna» e di un rapporto più stretto con l’Europa. Una linea, questa, che rischia però di apparire scollegata dall’umore reale del Paese. Anche perché né Macron né Merz attraversano un momento particolarmente brillante sul fronte interno: il presidente francese continua a fare i conti con una popolarità fragile e continui cambi di governo, mentre il cancelliere tedesco è alle prese con un crescente malcontento che si riflette in sondaggi disastrosi per sé e il suo partito.
Nel frattempo è Farage a raccogliere i frutti della disfatta laburista, capitalizzando al massimo i fallimenti del governo sia sul fronte economico che su quello delle politiche migratorie. Tant’è che 55 parlamentari laburisti hanno esplicitamente chiesto le dimissioni di Starmer o che questi fissi una data per le sue dimissioni da primo ministro britannico. E più Starmer insiste nell’additare la Brexit come la causa principale di ogni singolo problema del Regno Unito, tanto più il leader di Reform Uk riesce a presentarsi come il bersaglio privilegiato di un establishment europeista che, a dieci anni esatti dal referendum, non ha ancora accettato il verdetto delle urne. Per questi signori, dopotutto, il popolo vota bene solo quando vota per loro.
La notizia sarebbe questa: una lavoratrice eletta dai lavoratori entra nel consiglio di amministrazione di una società, in questo caso una ex municipalizzata, per poter contribuire alla crescita della stessa portando la voce di chi vi lavora. E sarebbe una bella notizia. Invece capita che, in una distorsione del mondo, - qualcuno lo definirebbe un mondo al contrario - il più grande sindacato italiano per numero di iscritti impugni l’elezione e faccia causa per cancellare tutto.
È quel che è accaduto a Rieti, dove la signora Carla De Angelis, eletta appunto nel cda della Azienda servizi municipali spa, si ritrova al centro di una disputa per effetto di due cause promosse dalla Cgil e dalla Uil locali davanti ai tribunali di Rieti e di Roma per condotta antisindacale e accuse affini. Assurdo, a maggior ragione se si pensa che in un mondo dove le donne sono spesso sacrificate per ruoli, mansioni e stipendio, la signora Carla, che ha pure una importante disabilità, ha vinto alla stragrande le elezioni interne. Tutto da rifare, dunque? Vedremo che cosa diranno appunto i giudici interessati.
Ma andiamo con ordine, partendo da una breve considerazione generale. Sono anni che il tema della partecipazione dei lavoratori alla governance aziendale è al centro dei dibattiti, anche perché nella Costituzione italiana (quella così elogiata e citata anche recentemente da Maurizio Landini, gran capo della Cgil), all’articolo 46 per l’esattezza, si attribuisce ai lavoratori la titolarità di un diritto soggettivo che i padri costituenti così illuminarono nell’equilibrio delle culture cattolica, liberale e socialista: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».
Dopo diversi decenni, il primo approdo di queste parole avvenne in Rai con l’elezione da parte dei lavoratori di un componente all’interno del Consiglio di amministrazione. Da allora ad oggi, altri timidi tentativi sono stati compiuti in ambiti privati, per esempio ElectroLux-Zanussi e Ducati-Lamborghini. Per la prima volta a Rieti è toccato a un’azienda di servizi, una di quelle società che un tempo avremmo definito municipalizzate, con una modifica dello Statuto precedente persino alla legge approvata dal centrodestra un anno fa circa, la 76 del 2025.
Ebbene, per paradosso, proprio facendo leva sulla legge portata avanti dal presidente della commissione Lavoro Walter Rizzetto (Fdi), la Cgil ha fatto ricorso alla magistratura chiedendo l’annullamento di ogni passaggio che ha portato la lavoratrice Carla De Angelis a sedere nel cda di Asm Rieti spa. A un primo sguardo, l’imprecisione della norma del centrodestra apre il varco in cui si sono infilate Cgil e Uil: peccato che - come si legge nella difesa dell’azienda - lo Statuto che i due sindacati vorrebbero cassare sia antecedente alla legge, e avesse coinvolto nella sua formazione tutti i soggetti sindacali.
Ma - sbaglieremo - la battaglia della Cgil con la Uil ha più il sapore di una istanza di «potere» che di «principio»: «Le scriventi organizzazioni sindacali sono venute a conoscenza per tramite delle proprie categorie dell’invio a queste ultime di un regolamento che disciplina l’elezione del rappresentante dei lavoratori nel cda di Asm», scrivono i segretari regionali dei due sindacati ricorrenti al sindaco di Rieti Sinibaldi e al presidente dell’azienda Regnini. «Nel confermare la nostra contrarietà di tale scelta, rammentiamo le intese intercorse che determinavano un tavolo tecnico permanente…». Così, tra tavoli tecnici e Consigli di vigilanza come punto di intesa, le carte bollate hanno preso il sopravvento a scapito della signora De Angelis, donna lavoratrice che ha superato pregiudizi e pure la propria disabilità, la quale però è sostenuta dall’azienda e dagli altri sindacati che hanno voluto il nuovo statuto: su tutti, Ugl e Cisl.Mi sono letto le carte e ammetto che trovo davvero lunare che una bella storia personale (quella della lavoratrice) e una bella battaglia a favore dei lavoratori sia impigliata ora nei tribunali del lavoro di Rieti e di Roma (tra l’altro non si capisce come mai Roma) perché avrebbe «leso le prerogative sindacali riconosciute proprio dalla citata legge (la 76/2025, ndr), avendo previsto nello Statuto, in modo unilaterale e senza accordo sindacale, la partecipazione di un rappresentante dei lavoratori nell’organo amministrativo e altrettanto unilateralmente previsto un regolamento per l’elezione del suddetto componente».
Ergo il sindacato di Landini e la Uil portano in giudizio l’azienda per chiedere l’accertamento della condotta antisindacale; per revocare e/o annullare la consultazione elettorale, nonché la nomina del rappresentante dei lavoratori nel cda; inibire lo svolgimento di qualsivoglia consultazione elettorale in assenza di un accordo sindacale e altro ancora. Tutte questioni cui l’azienda ha risposto puntualmente soffermandosi - almeno questi sono quelli che qui ritengo importanti nel racconto - su due aspetti: lo Statuto della Asm è antecedente alla legge 76/2025 (a maggior ragione chapeau a chi l’ha voluta!) e l’articolo 46 della Costituzione. Ne aggiungo un terzo, che politicamente è il più importante di tutti e che dovrebbe far tornare Landini e soci sui loro passi: una volta che i lavoratori vincono, che una donna vince, chi si mette di traverso in nome delle regole? La Cgil di Landini, il sindacato che dice di contestare il governo (ma usa una sua legge per fare ricorso) e che si riempie la bocca dei valori costituzionali in difesa dei lavoratori.
Beh, stavolta il mondo al contrario lo hanno scritto Landini, la Cgil e la Uil. Complimenti.
Francesco Vaia, componente dell’Autorità garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, è stato direttore dello Spallanzani e direttore generale della prevenzione sanitaria al ministero della Salute. E quando parla di hantavirus è uno dei pochi che non si baloccano con i facili allarmismi.
«Diciamo le cose chiare, in maniera molto netta: non dobbiamo assolutamente avere paura. La cosa più grave che ci può accadere è quella di entrare nella psicosi. Stamattina ho ricevuto varie telefonate di persone semplici, normali, che mi chiamavano per chiedere: “Professore, ma dobbiamo preoccuparci? C’è un po’ di ansia a casa nostra”. Il messaggio chiaro che deve essere, secondo me, lanciato dai media è che non bisogna avere paura di questo hantavirus. È una malattia che si manifesta prevalentemente negli animali, in particolare nei roditori, quindi nei ratti, nei topi, e che si trasmette da animale ad animale. In determinate condizioni, come sembra sia accaduto, ci può essere uno spillover, cioè un salto di specie dall’animale all’uomo. Rarissimamente - sottolineiamo questa parola: rarissimamente - ci può essere un contagio uomo-uomo».
E in che condizioni può avvenire?
«Deve esserci un contatto strettissimo: dormo con questa persona, faccio sesso con questa persona, respiro con questa persona... Allora può esserci in questi casi eccezionali un’esposizione di contiguità, ma non basta avvicinarsi una volta. Per cui non ci facciamo prendere dall’ansia. Sento dire: stiamo lontani dalle persone, distanziamoci, mettiamoci la mascherina... Attenzione, non facciamoci prendere da queste ansie che fortunatamente abbiamo superato. Un’altra cosa».
Dica.
«Bisogna che ci vacciniamo? Assolutamente no, non c’è bisogno che ci vacciniamo né che ci inventiamo un nuovo vaccino».
Beh si dice che il vaccino potrebbe essere già pronto...
«Sì, magari di un’azienda americana... Guardi, anche qui bisogna essere netti. La scienza deve continuare a fare il suo lavoro, deve continuare a sperimentare, a verificare e quant’altro. Però non bisogna confondere l’obiettivo con lo strumento. Cioè noi non possiamo utilizzare sempre e comunque un farmaco, un vaccino, per risolvere i problemi. Ci sono tante possibili soluzioni, anzi c’è bisogno che si facciano determinate azioni per prevenire. Se ogni qualvolta ho un raffreddore, un’influenza eccetera devo prendere per forza un farmaco, mi tocca stare per tutta la vita a vaccinarmi in ogni momento. E questo è un grave errore. Quindi non si tratta di non sperimentare, non innovare, non finanziare la ricerca: questo bisogna farlo. È bene che si faccia in Italia, è bene che lo faccia anche Trump negli Stati Uniti. Ma non possiamo adesso approfittare di questo virus per continuare a mettere in atto politiche i cui eccessi si sono dimostrati assolutamente negativi, soprattutto per la psiche degli italiani, e non solo».
Su questo mi pare non ci sia alcun dubbio.
«Io, è noto, penso che il vaccino sia uno strumento utilissimo, ma va utilizzato nei casi necessari e non bisogna farne un cattivo uso. Questo lo dico non solamente adesso, ma come ricorderà l’ho detto in periodi in cui il Covid imperversava, dissi con nettezza che non bisognava vaccinare i bambini, che la bilancia rischio-beneficio pendeva troppo sul rischio e non sul beneficio. Quindi non sono sospetto di parzialità su questo tema».
A parte i vaccini, quindi, che si dovrebbe fare secondo lei?
«Qui ci sarebbe da chiamare in causa anche i media. Non possiamo parlare di certi argomenti solamente quando c’è una emergenza o qualcosa di simile. Dobbiamo fare prevenzione delle malattie. Non significa, lo dicevo prima, che a ogni cosa che succede si debba prendere un farmaco o un vaccino, e utilizzare questa scorciatoia. Prevenzione significa un’altra cosa».
Cioè?
«Per esempio: cosa facciamo nelle città per tenere lontani i roditori, i cinghiali, animali che possono essere fonti di contagio, essere portatori di malattie infettive? Tra poco verranno le zanzare e so già che ci chiameranno anche tanti vostri colleghi. Ma anche qui: invece di chiedere a noi quando arrivano le zanzare, chiediamo piuttosto ai Comuni a febbraio e marzo che cosa fanno per prevenire. Quando dico non esageriamo col vaccino, sono pronto a ripeterlo fino alla noia. È una scorciatoia, non possiamo risolvere tutti i problemi così. Che tipo di società vogliamo costruirci? Una società che tiene presente la centralità della prevenzione oppure no? Chiediamoci ancora: come sono tenuti oggi i luoghi della socialità? Sono sempre più reietti, poco curati. Pensiamo tanto, e giustamente, ai cellulari. La gente sta troppo sui social. Ma cosa diamo in alternativa? Dobbiamo costruire una società che punti sempre di più sulla prevenzione attiva a 360 gradi, che non sia medicalizzata. Io sono contrario a una società medicalizzata: le innovazioni farmacologiche sono importantissime, ma vanno utilizzate al momento opportuno. Dobbiamo costruire una società che eviti il consumo del farmaco, non che lo aumenti».
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.

