Ansa Video/Francesco Betrò
Lo ha dichiarato Gianluigi Benedetti, Ambasciatore d'Italia in Giappone, a margine dell'evento in occasione della giornata del Made in Italy al padiglione Italia a Expo 2025 Osaka, in Giappone.
Lo ha dichiarato Gianluigi Benedetti, Ambasciatore d'Italia in Giappone, a margine dell'evento in occasione della giornata del Made in Italy al padiglione Italia a Expo 2025 Osaka, in Giappone.
La foto che ritrae questo momento storico, con i poveri ammassati al di là della parete di nylon e la supercar luccicante del vescovo al di qua, dimostra in modo inequivocabile che non tutti gli alti prelati sono dotati di una bella testa. Alcuni solo di una bella Tesla.
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
Oltre il danno, la beffa. Ieri, il tribunale del riesame di Torino ha disposto la revoca degli arresti domiciliari a cinque ragazzi del liceo Einstein di via Bologna che avevano aggredito alcuni militanti della sezione D’Annunzio di Gioventù nazionale. Era lo scorso ottobre e i giovani di Fratelli d’Italia stavano distribuendo alcuni manifesti contro la «cultura» maranza davanti al liceo. Un’attività che svolgono abitualmente e senza alcun problema. Ma non quella volta. Quel 27 ottobre, infatti, sono stati assaltati da alcuni militanti di Askatasuna che prima li hanno insultati e poi aggrediti. Arrivano le forze dell’ordine ma i baby antagonisti non si fermano, aggredendo anche loro. Finita qui? Non proprio. Perché in Italia le manifestazioni per la Palestina si moltiplicano, in particolare a Torino. A sventolare le bandiere verdi, rosse, bianche e nere ci sono antagonisti, frequentatori dei centri sociali, maranza e casseur. Tra questi, anche i cinque protagonisti dei fatti del liceo Einstein che, ancora una volta, aggrediscono le forze dell’ordine e lanciano oggetti di ogni tipo. Finiscono agli arresti domiciliari, ma ci restano ben poco. Solamente qualche mese. E questo non perché sia cambiata la loro posizione. Non perché siano emerse prove in grado di mitigare la pena. Ma semplicemente per un vizio di forma, perché non è stato fatto l’interrogatorio preventivo, ritenuto necessario in tal caso dal giudice del riesame. Per Raffaele Marascio, capogruppo di Fratelli d’Italia in Circoscrizione 4 a Torino, «il codice di procedura penale è chiaro: l’interrogatorio preventivo non è obbligatorio quando sussiste il concreto rischio di reiterazione del reato, nel caso in cui questo venga commesso con l’uso di armi o mezzi atti a offendere. Ed è qui che emerge il nodo centrale. Quegli oggetti - aste di bandiera, oggetti lanciati, sellini - nel contesto di scontri di piazza sono strumenti lesivi, assimilabili ad armi improprie. Proprio per questo, il giudice avrebbe dovuto valutare e confermare le esigenze cautelari».
Eppure questo pare non bastare, tant’è che adesso i cinque non dovranno più restare agli arresti domiciliari. Per Marascio, «la presunzione di non colpevolezza è uno dei principi cardine del nostro ordinamento. Ma il garantismo non può trasformarsi in rinuncia alla tutela dell’ordine pubblico. Quando la legge offre strumenti per prevenire la reiterazione di condotte violente e questi strumenti non vengono applicati, è legittimo e doveroso sollevare delle criticità, in questo caso evidenti. È necessario denunciare questo paradosso: soggetti ritenuti pericolosi, protagonisti di violenze con mezzi lesivi, rimessi in libertà alla vigilia di nuove tensioni di piazza. Una contraddizione che rischia di incidere sulla sicurezza dei cittadini e delle stesse forze dell’ordine».
Pochi lo sanno, ma ogni anno paghiamo centinaia di milioni per trattenere in Italia gli immigrati che non vogliamo. Lo so che è un comportamento da pazzi, perché dovremmo avere interesse a liberarci il più in fretta possibile delle persone non gradite, che per di più non hanno alcun diritto di restare a casa nostra. Ma purtroppo l’uso estensivo e generalizzato dell’articolo 24 della Costituzione ha prodotto un effetto paradossale: spendiamo quasi mezzo miliardo l’anno per impedire che clandestini come Emilio Gabriel Valdel Velazco, l’assassino di Aurora Livoli, la diciannovenne uccisa a Milano, o Marin Jelenic, il croato che a Bologna ha ammazzato con una pugnalata il capotreno Alessandro Ambrosio, vengano allontanati.
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
Nell’ultima puntata di Tv Verità, condotta da Francesco Borgonovo, il tema della giustizia e, soprattutto del referendum per la sua riforma che si terrà il 22 e 23 marzo, è stato al centro del confronto tra il direttore della Verità, Maurizio Belpietro, e la firma del giornale Alessandro Sallusti. La discussione ha preso le mosse dal libro Il sistema colpisce ancora, firmato da Sallusti insieme a Luca Palamara, per affrontare il funzionamento della magistratura, le riforme in corso e il rapporto tra giustizia e sicurezza. La tesi di Sallusti è semplice: dopo lo scandalo che coinvolse Palamara, esploso circa sei anni fa, tutti dissero che lo strapotere che le correnti di magistrati usano per inquinare la giustizia sarebbe finito. Ad oggi, però, non c’è stato nessun cambiamento. «Ci annunciarono che via Palamara la magistratura era diventata una roba seria», ha spiegato. Ma il sistema delle correnti «è vivo e vegeto» e continua a incidere sul funzionamento della giustizia e, di riflesso, sulla democrazia. Belpietro è poi intervenuto sul tema delle sanzioni disciplinari nei confronti dei magistrati, citando le decisioni della sezione disciplinare del Csm. «La maggior parte delle accuse si conclude con assoluzioni», ha affermato, mentre nei casi di condanna le sanzioni consisterebbero spesso in lievi penalizzazioni di anzianità. Secondo il direttore, anche di fronte a errori gravi, come ritardi pluriennali nel deposito delle motivazioni o casi di ingiusta detenzione, le conseguenze sarebbero limitate. Nel dibattito viene richiamato il caso del magistrato Fabio De Pasquale, coinvolto nell’inchiesta Eni-Nigeria. Sallusti ha ricordato la condanna a otto mesi per occultamento di prove, sottolineando come, nonostante la sentenza di primo e secondo grado, il magistrato continui a svolgere le sue funzioni. Belpietro ha osservato che una condanna di questo tipo non comporta automaticamente l’esclusione dalla magistratura. Ampio spazio è stato dedicato al tema dell’ingiusta detenzione. Sallusti ha parlato di «mille italiani ogni anno» che finiscono in carcere senza essere poi processati, cui si è aggiunta la precisazione del direttore, il quale ha ricordato che lo Stato versa circa 27 milioni di euro ogni anno per risarcire cittadini italiani innocenti toccati da questa sciagura.
Belpietro ha poi rammentato una delle vicende più clamorose di questa piaga: il caso di Beniamino Zuncheddu, rimasto in carcere per 33 anni prima del riconoscimento dell’innocenza. Il confronto si è poi spostato sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, con riferimento a casi di cronaca recenti, non ultimo l’omicidio di Aurora Livoli, uccisa a Milano lo scorso 29 dicembre da un clandestino. Borgonovo ha posto una domanda sul contrasto tra la severità mostrata in alcuni procedimenti e la libertà concessa a soggetti con numerosi precedenti penali. È come se esistessero «due codici», uno per gli italiani e uno per gli stranieri, dice Sallusti, richiamando il ruolo attribuito da alcune correnti della magistratura a una funzione di «cuscinetto sociale». Belpietro ha ricordato le intercettazioni che portarono al caso Palamara, in particolare quelle legate all’indagine su Matteo Salvini, sostenendo che la magistratura debba limitarsi ad applicare la legge. La puntata è visibile su tutti i canali social della Verità, e soprattutto sul canale YouTube Tv Verità.

