content.jwplatform.com
Stefano Puzzer (Ansa)
La cappa s'appesantisce: al leader dei camalli viene notificato il foglio di via da Roma. Dopo Trieste e Novara, Padova e altre città meditano lo stop ai cortei. E persino «Report» è alla sbarra per le critiche sulla terza dose.
C'è puzza di regime, in Italia. Anzi, Puzzer. Il foglio di via obbligatorio con divieto di soggiorno per un anno a Roma piovuto sul groppone del portuale di Trieste, leader della protesta no green pass, rappresenta un ulteriore salto di qualità nella strategia che il governo sta attuando nei confronti di chi non è d'accordo sulla obbligatorietà del certificato verde.
La manifestazione di protesta, non dovrebbe essere il caso neanche di ricordarlo, è un diritto garantito dalla Costituzione, eppure quello che è successo a Stefano Puzzer va oltre ogni immaginazione. Il portuale, l'altro ieri, non ha fatto altro che posizionare, in piazza del Popolo, un banchetto, intorno al quale si sono radunati alcuni cittadini contrari al green pass. «Staremo qui fino a quando non ci arriverà una risposta», aveva spiegato, aggiungendo di essere «pronto a tornare qui ogni giorno, anche fino al 31 dicembre». Non potrà: Digos e polizia scientifica hanno ripreso tutte le fasi della manifestazione, hanno trovato il cavillo, ovvero che l'iniziativa non era stata preavvisata, e hanno fatto scattare il foglio di via e la denuncia alla Procura. A Puzzer è stato intimato di lasciare la Capitale e di far rientro a Trieste entro le 21 di ieri: in caso contrario, il portuale avrebbe commesso un altro reato. «Puzzer e tutti coloro che hanno preso la parola in piazza», ha fatto sapere la Questura di Roma, «verranno denunciati alla Procura della Repubblica per manifestazione non preavvisata, per il primo aggravato dal fatto di esserne stato promotore».
A quel punto, Stefano Puzzer ha lasciato Roma e si è diretto verso casa. La notizia del «Daspo» a Puzzer ha scatenato una mobilitazione a suo sostegno, e sul Web si stanno organizzando manifestazioni con banchetti, per simulare la protesta del sindacalista triestino, in varie città, compresa una iniziativa intitolata «Liberiamo l'Italia», in programma il prossimo 20 novembre alle 15 al Circo Massimo.
La evidente sproporzione tra il «reato» commesso da Puzzer e la sanzione che lo ha colpito ha scatenato vivaci proteste: «Al presidente Draghi», ha detto la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, al termine dell'incontro con il premier, «ho parlato anche del clima che c'è. Sono rimasta molto colpita dal Daspo a Puzzer, come ero rimasta molto colpita dal fatto che il governo che consente i rave sparasse con gli idranti sui manifestanti. Credo che non siano reazioni degne di una democrazia: si deve avere il diritto di manifestare il dissenso», ha aggiunto la Meloni, «non siamo in Corea, Cina o tra i talebani. Non credo neanche che aiuti la credibilità del suo governo».
«Il governo», ha chiesto in aula il capogruppo alla Camera di Fratelli d'Italia, Francesco Lollobrigida, «venga urgentemente a riferire sul provvedimento di Daspo che ha colpito il sindacalista Stefano Puzzer. Si può ancora liberamente esprimere in questa nazione opinioni in dissenso da chi la governa?». Il gruppo L'Alternativa c'è ha chiamato in causa il ministro dell'Interno: «Il Daspo a Puzzer», ha sottolineato il deputato Andrea Vallascas, «non è altro che la conferma della dottrina Lamorgese di uno Stato che usa il pugno di ferro con i cittadini che manifestano pacificamente, ma che sta a guardare in caso di manifestazioni violente».
Un altro bersaglio dei teorici della censura è Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, trasmissione di Rai 3 considerata a sinistra una specie di Sacra Scrittura, fino a lunedì scorso. L'ultima puntata, infatti, ha trasformato Ranucci da giornalista idolatrato sempre e comunque, soprattutto quando attacca il centrodestra, a pericoloso no vax, per il semplice motivo di aver trasmesso un servizio che solleva dubbi e perplessità sulla terza dose di vaccino, etichettata come un business per le case farmaceutiche. Apriti cielo: Ranucci è passato dall'essere un premio Pulitzer a vestire i panni del premio Puzzer. «Su Report», hanno attaccato i parlamentari del Pd della Commissione di vigilanza sulla Rai, che hanno anche chiesto un chiarimento ai vertici dell'azienda, «è andato in onda un lungo compendio delle più irresponsabili tesi no vax e no green pass. Sedicenti infermieri, irriconoscibili e coperti dall'anonimato come se si trattasse di pentiti di mafia affermano nel servizio di essersi infettati per responsabilità delle aziende farmaceutiche». Attacchi pure da Andrea Ruggeri, di Forza Italia, e da Matteo Renzi. «Sono stufo di queste accuse. Sono vaccinato come tutta la redazione della trasmissione», si è difeso Ranucci, «ma come giornalista devo essere libero di raccontare delle criticità».
È appena il caso di ricordare agli indignados a gettone del Pd che la tecnica di intervistare persone coperte dall'anonimato viene utilizzata in centinaia di trasmissioni, sempre e costantemente difese dai dem, tranne stavolta. Intanto, dopo il divieto di manifestare a Trieste, sarebbero in arrivo analoghi provvedimenti a Padova, a Novara, a Udine, a Gorizia, a Pordenone, mentre aumentano le voci di chi vorrebbe spedire in lockdown i non vaccinati in caso di aumento dei contagi e dei ricoveri (il virologo Fabrizio Pregliasco parla di «opzione possibile»). «Credo sia giusto fare una distinzione fra chi si è vaccinato e chi non si è vaccinato», dice a questo proposito a Rai Radio 1 il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa. «È una follia dal punto di vista giuridico ed epidemiologico», replica all'AdnkronosAndrea Crisanti, direttore del dipartimento di Microbiologia dell'Università di Padova, «penso che siamo all'improvvisazione. Non ha nessun senso epidemiologico anche perché i vaccinati trasmettono il virus. E uno che non si può vaccinare perché sta male che fa? Rimane a casa perché non si può vaccinare? La Costituzione», conclude Crisanti, «non la prevede questa cosa». Neanche tante altre.
Continua a leggereRiduci
Ansa
- Il prefetto interdice piazza Unità ai portuali fino al 31 dicembre. Il sindaco choc: «Restrizioni per i non vaccinati, sono disertori».
- Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde. Ben 23 positivi tra i 26 greci in villeggiatura a Venezia. E almeno 24 erano già inoculati.
Lo speciale comprende due articoli.
Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso.
L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili.
È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri».
Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati.
D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza?
Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.
Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde
Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio.
L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti.
«È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Camalli trattati da untori, sebbene difendano il diritto al lavoro. Se ci si assembra per Zan, invece, sparisce pure il rischio Covid.
Se non parlassimo di cose gravi e serie, ci sarebbe perfino motivo per sganasciarsi dalle risate. Per i media italiani, con eccezioni purtroppo sempre più rare, nel giro di 24 ore - oplà - manifestare in piazza può diventare cosa buona o cosa cattiva, cosa civile o cosa incivile, cosa meritoria o cosa pericolosissima.
E da che dipende? Elementare, Watson: da chi lo fa e dal motivo della protesta. Se promotori e tesi rientrano nella lavagna dei «buoni», degli «accettati», degli «ammessi», scatta il semaforo verde; se invece stanno dalla parte dei «cattivi», dei «reietti», dei «mal sopportati», il semaforo diventa rosso. Sui giornali il giochino è fatto a base di titoli e aggettivi, oltre che di spazi e di nobiltà nella collocazione in pagina; in tv, invece, si fa ricorso ad altri strumenti: risatine, smorfiette di disappunto, sopracciglia sollevate.
Siete portuali di Trieste e manifestate contro il green pass? Allora fate praticamente schifo per il sistema mediatico. Non importa che la vostra protesta sia ordinata e pacifica; non importa che i vostri rappresentanti, con dignità e con il volto segnato dalla fatica, si colleghino in tv a spiegare le vostre ragioni. Dallo studio, conduttori e opinionisti scuoteranno la testa, vi interromperanno, faranno perfino ironia (è successo anche questo) su un congiuntivo eventualmente sbagliato. Si sa, ormai la sinistra intellettuale non ha più remore: ride direttamente in faccia agli ultimi. E non è ancora abbastanza: con zelo, carta stampata e media audiovisivi si sono affrettati a sparare la notizia dei contagi in salita a Trieste. Insomma, siete pure appestati e appestanti.
Se però, 24 ore dopo, si radunano su altre piazze altri manifestanti (giova sottolinearlo a scanso di qualsiasi equivoco: per noi, dotati di uguale diritto e uguale legittimazione a sostenere le proprie ragioni) per protestare contro l'affossamento parlamentare del ddl Zan, allora il trattamento mediatico si ribalta. La piazza è «composta», «indignata ma civilissima», «consapevole». E c'è pure il miracolo: in questo caso, pur in assenza di mascherine, il rischio Covid sparisce. C'è da immaginare che - secondo certi media - anche il virus si senta intimidito dalla civiltà e dalla consapevolezza delle manifestazioni «giuste»: e dunque non osi nemmeno accostarsi.
Dirà qualcuno: va bene, si tratta di un'esagerazione isolata. No: ci sono almeno tre precedenti. Il primo risale alla primavera del 2020, in tempi di lockdown strisciante. Fu implacabile lo zelo con cui istituzioni e mainstream media arrivarono alla richiesta di delazione nei confronti di chi - magari - stava solo facendo una passeggiata, fino a episodi tragicomici, tipo l'intervento delle forze dell'ordine per interrompere una grigliata, dibattiti roventi sulla presunta pericolosità anche di un singolo runner, o surreali inseguimenti in diretta (con tanto di elicottero) di una persona che camminava lungo una spiaggia. Salvo però chiudere un occhio (anzi: tutti e due) quando, il 25 aprile, in pieno lockdown, si svolsero in diverse città cortei con cori Bella ciao e bandiere rosse. Quindi, no alle messe di Pasqua, no all'atto di pietà umana dei funerali, multe salatissime ai commercianti scesi in piazza civilmente e nel rispetto delle distanze (solo per chiedere una tempestiva riapertura dei loro negozi), ma - incredibilmente - sì a manifestazioni con una certa targa politico-ideologica.
Secondo precedente: poche settimane dopo quel 25 aprile, il 2 giugno 2020, in occasione di una manifestazione del centrodestra con Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani, si gridò - a reti e testate quasi unificate - nientemeno che al «focolaio». E si capisce: l'assenza di bandiere rosse era allarmante.
Terzo precedente, nella primavera del 2021: si richiuse un occhio (anzi, tutti e due) per le manifestazioni sempre in favore del ddl Zan, mentre furono promesse sciagure e pestilenze per i festeggiamenti dei tifosi dell'Inter dopo la conquista dello scudetto.
Il resto è storia recente: piazze pacifiche contrarie al pass che si radunano da mesi (senza leader politici, senza supporto mediatico) e che sono oggetto di un trattamento che oscilla dal disprezzo alla criminalizzazione esplicita.
Del resto, il vizietto è globale, nel senso che caratterizza tutta la sinistra politica e mediatica mondiale. Donald Trump fu massacrato per i comizi che teneva in campagna elettorale, mentre la copertura delle manifestazioni (benché violente) di segno opposto era sempre all'insegna dell'attenuazione, se non della giustificazione, a partire dalle imprese di Black lives matter. Rimase leggendario un fermo immagine dell'inviato della Cnn in Wisconsin, durante furiose manifestazioni di sinistra, con sullo sfondo fuochi e immagini di guerriglia urbana, con il surreale sottotitolo che descriveva i fatti come «mostly peaceful», prevalentemente pacifici.
C'è poco da sorridere, a ben vedere. Senza nemmeno accorgercene, o accettando passivamente questo sistematico doppio standard, stiamo transitando dal «free speech» a una sorta di «authorized speech», cioè a un'espressione non più libera, ma sottoposta ad «autorizzazione» da parte della cupola mediatica politicamente corretta. Il green pass ci è entrato in testa.
Continua a leggereRiduci
Ansa
- La polizia sgombera il porto di Trieste: randellate e getti d'acqua fino a sera, quattro arrestati. I contestatori poi si spostano nella piazza centrale. Stefano Puzzer vede il prefetto: «Andiamo avanti finché Roma non ci risponde».
- Blocchi allo scalo romagnolo, fermati pure i pasti per le fabbriche. Presidi in Liguria.
Lo speciale contiene due articoli.
Intorno alle 8 del mattino, le camionette delle forze dell'ordine sono arrivate al varco 4 del porto di Trieste. Sul molo, circa 400 persone, alcune delle quali hanno trascorso lì la notte. Si sono sedute a terra dall'altro lato del varco, lungo la strada; i poliziotti sono scesi dai mezzi in tenuta antisommossa; un funzionario ha più volte invitato i manifestanti a disperdersi «in nome della legge», poi sono stati azionati gli idranti. Seguiti dalle cariche, dai manganelli e alla fine anche da fumogeni e lacrimogeni.
La polizia ha respinto così, nell'arco di tutta la mattinata, i dimostranti contro il green pass che avevano occupato il porto di Trieste. Nessuno scontro con conseguenze critiche, ma dopo una prima lenta avanzata, le forze dell'ordine sono passate a un'azione più convinta per disperdere la folla. Che si è allontanata dal porto e ha sfilato vero il centro città, per poi fermarsi in piazza Unità, dove molti manifestanti si sono seduti come segnale di protesta pacifica. «Vediamo se hanno il coraggio di caricarci anche qui», ha detto il leader della protesta nonché ex portavoce del Coordinamento dei lavoratori, Stefano Puzzer. Che nel pomeriggio è stato ricevuto dal prefetto di Trieste, Valerio Valenti.
Il paradosso è stato che mentre Puzzer si trovava a tu per tu con il rappresentante del governo, al molo sono partite nuove cariche della polizia ai danni di una cinquantina di manifestanti rimasti nella zona dello scalo marittimo. Eppure «durante l'incontro il clima era disteso. Noi abbiamo detto a tutti di venire» in piazza Unità, «dove ci sono più di 5.000 persone che hanno avuto fiducia in noi. Faremo tornare indietro le 150 persone che sono al porto, perché quello che abbiamo ottenuto ora non possiamo buttarlo via. Non vogliamo abbandonare chi è là», ha detto Puzzer al megafono alla piazza dopo aver parlato con Valenti. Precisando che tra le richieste fatte, «la prima e più importante è essere ricevuti nel giro di due-tre giorni dal governo. Nel frattempo, una cosa molto importante, perché ci ha rasserenato, è che tutte le persone presenti in piazza Unità non devono temere nessun attacco da nessuno. Dobbiamo stare tranquilli e non aver paura».
Al varco 4, in mattinata, ha stazionato per ore una lunga fila di camion che attendeva di entrare in porto. Dopo più di un'ora e mezza il varco è stato liberato, ma il presidio dei lavoratori non si ferma: lo sciopero durerà fino al 21 ottobre. «Finché non ci sarà l'incontro con il governo», ha promesso ieri Puzzer, «nessuna piazza si scioglierà e saremo qui ad aspettarlo».
Altri blocchi con sit in improvvisati hanno impedito l'accesso ai tir ai varchi nel pomeriggio e sono partiti cariche e getti degli idranti.
Resta da capire come gli organizzatori intendano portare avanti la protesta nei prossimi giorni. Al prefetto è stata comunicata l'intenzione di tornare in porto. La tensione, di certo, resta alta. Anche per disordini provocati non dai portuali, ma da gruppi esterni di provocatori che hanno lanciato oggetti e bottiglie contro le forze dell'ordine e ribaltato alcuni cassonetti. «Ci sono gruppi che non c'entrano con noi al porto che si stanno scontrando con le forze dell'ordine. Le nostre persone sono state messe in sicurezza», ha spiegato lo stesso Puzzer.
Intanto, la polizia ha denunciato in stato di libertà per interruzione di pubblico servizio e invito a disobbedire alle leggi statali, in violazione di quanto previsto dall'articolo 18 del Tulps, quattro persone; una quinta è stata denunciata per resistenza a pubblico ufficiale. Tre i feriti tra i poliziotti di un reparto antisommossa, non in condizioni gravi. La Questura sta vagliando le posizioni di altre persone e sta visionando filmati e altre immagini videoregistrate.
Sul caso è intervenuto anche il leader della Lega, Matteo Salvini: «Settimana scorsa si permette a un manipolo di neofascisti di mettere a soqquadro Roma, oggi si usano gli idranti contro i pacifici lavoratori e cittadini a Trieste. Ma al Viminale come ragionano?». Gli ha fatto eco Giorgia Meloni: «Lo stesso governo che nulla ha fatto per impedire l'assalto alla sede della Cgil tira fuori dai depositi gli idranti per usarli contro dei lavoratori che scioperano pacificamente». Di certo, troppo permissivismo a Roma sabato 9 ottobre e l'eccessivo rigore a Trieste fanno riaccendere i riflettori sulla gestione dell'ordine pubblico. Per motivi diametralmente opposti e con letture profondamente diverse delle stesse situazioni da parte delle forze politiche di maggioranza e di opposizione.
A Trieste, per sgomberare il varco 4 occupato dai lavoratori in presidio e «rendere fluida» l'attività del porto, è stato necessario ricorrere a cariche di alleggerimento, idranti e lacrimogeni: da una parte uomini e donne con le mani alzate, dall'altra i poliziotti in tenuta antisommossa. Domenica c'è stato l'appello di Cgil, Cisl e Uil a «liberare il porto». E così è stato. Quali saranno le conseguenze, si vedrà.
La protesta si allarga a Genova e Ravenna
Non c'è solo Trieste a manifestare. Ieri il traffico è andato in tilt nella zona portuale di Ravenna, con code di camion bloccati e centinaia di lavoratori che non riuscivano né a lasciare il posto di lavoro né a entrare per il cambio turno ai colleghi. Non sono arrivati nemmeno i pasti a chi era in fabbrica. La manifestazione «No green pass», dal mattino, è andata via via crescendo e si sono aggiunti non solo portuali, ma anche lavoratori di altre aziende. Nella prima parte della mattinata il presidio era composto da poche decine di persone e il corteo - che pure aveva causato qualche rallentamento ai camion - sembrava in esaurimento. Poi nel primo pomeriggio hanno cominciato ad aggiungersi altre persone, oltre un centinaio, arrivate da altre città emiliano-romagnole e da fuori regione, bloccando una corsia di ingresso al porto San Vitale, cosicché i camion potevano uscire ma non entrare. Sul posto, uno schieramento di forze dell'ordine.
Prosegue, invece, la linea della mediazione al porto di Genova: pur continuando con i presidi, gruppi di portuali e cittadini no green pass stanno limitando i disagi al traffico e non vi sono ripercussioni pesanti sull'attività. Poco dopo le 15 è stata completamente riaperta la strada d'accesso al terminal traghetti, presidiata da ieri mattina alle 7. I portuali dialogano con loro, cercando di trovare altre strade: l'obiettivo è quello di ottenere tamponi gratis per tutti, in assenza di obbligo vaccinale. Al momento resta un presidio davanti al varco Etiopia, in lungomare Canepa, che è chiuso ai mezzi pesanti. La decisione di liberare alcuni dei varchi d'accesso è frutto di un serrato dialogo tra la polizia e lo zoccolo duro della protesta. Il compromesso consente di tenere vivo il presidio principale a varco Etiopia, a Sampierdarena, davanti al quale, il 15 ottobre, un lungo blocco stradale ha paralizzato la strada. A varco Albertazzi i tir che trasportano merci deperibili, i mezzi passeggeri e quelli di servizio come i camion della spazzatura, vengono fatti passare. Gli altri varchi portuali (San Benigno e terminal Psa e Messina) e la viabilità interna al porto sono liberi.
Traffico regolare anche nel porto di Livorno, che con quasi 37 milioni di tonnellate è il terzo porto italiano per tonnellate di merci movimentate nel 2019. Il 25 ci sarà comunque uno sciopero nazionale dei portuali, che proporranno una piattaforma per la salute e sicurezza del lavoro nei porti, dove il rischio, ricordiamolo, non è solo il Covid.
Nel frattempo, anche gli autostrasportatori registrano disagi. «Da un campione di 100 imprese del Lazio», riferisce Maurizio Longo, il segretario generale di una delle principali associazioni dell'autotrasporto, Trasportounito, «abbiamo l'8% dei conducenti dei mezzi industriali senza green pass, il 9% operativi con tampone, il 4% in malattia o infortunio». Nel Lazio sono iscritte all'albo degli autotrasportatori 8.900 imprese per un totale di 44.000 conducenti. Mancando dipendenti nei centri di carico, se prima in 8 ore caricavano 10 articolati, ierii ne hanno caricati tre.
Continua a leggereRiduci







