Il declino della Nazionale e della Serie A: siamo passati da dei giocatori che toccavano vette altissime a un sistema che naturalizza chiunque pur di non investire sui nostri figli, mentre gli atleti degli sport invernali sputano sangue per un decimo degli stipendi dei calciatori.
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Dopo l'eliminazione in Nations League subita dalla Germania, la Nazionale di Spalletti dovrà affrontare un girone di qualificazione meno morbido, ma non impossibile, in cui l'ostacolo principale sarà la selezione scandinava di Haaland.
Fallire per la terza volta la qualificazione alla coppa del mondo è uno spauracchio che si è riaffacciato con prepotenza in questi ultimi giorni nei pensieri di appassionati di calcio, tifosi e addetti ai lavori. I ricordi del passato, in particolare il playoff perso con la Svezia nel 2017 e la sconfitta di Palermo contro la Macedonia nel 2022 che costarono all'Italia la partecipazione a Russia 2018 e Qatar 2022, sono ancora molto freschi nella memoria di ognuno e la sola idea di dover affrontare nuovamente quel tipo di percorso per agguantare uno dei 48 posti messi a disposizione dalla Fifa per il Mondiale 2026 che si disputerà tra Messico, Canada e Stati Uniti dall'11 giugno al 19 luglio del prossimo anno, rappresenta un'eventualità da evitare, considerando appunto i precedenti non ben auguranti per i nostri colori.
Ecco perché superare la Germania ai quarti di finale della Nations League, oltre che qualificare gli azzurri alla final four con Portogallo, Spagna e Francia, avrebbe permesso di essere inseriti in un girone di qualificazione decisamente più abbordabile sulla carta con Slovacchia, Irlanda del Nord e Lussemburgo. L'eliminazione subita dai tedeschi dopo la doppia sfida della settimana scorsa, con la sconfitta 2-1 di San Siro e il pareggio 3-3 di Dortmund, ha spedito invece l'Italia nel gruppo I con Norvegia, Israele, Estonia e Moldavia. Quattro squadre dunque e non tre da affrontare, ma soprattutto un avversaria a cui contendere il primo posto più forte di quella che avrebbe avuto nel gruppo A: la Norvegia.
Chiariamo. L'Italia ha i mezzi e tutte le possibilità per vincere il girone perché è superiore di almeno una spanna agli scandinavi e se parte con il timore di non superare questo ostacolo commetterebbe il fatale errore di aver perso in partenza e significherebbe che quello mondiale non sarebbe un palcoscenico adatto, ma è altrettanto vero che la formazione di Erling Haaland non va sottovalutata, così come non vanno sottovalutati gli incontri con Israele, Estonia e Moldavia, perché perdere punti in quei match sarebbe un suicidio annunciato. Sulla carta la nazionale di Spalletti parte con i favori del pronostico, visto che la Norvegia occupa il 12° posto nel ranking Uefa e il 43° in quello Fifa (l'Italia è 2ª in Europa e 9ª nel mondo). Sarà proprio la Norvegia a ospitare a Oslo, il prossimo 6 giugno, gli azzurri in quello che sarà per l'Italia l'esordio nel gruppo di qualificazione. Così come sarà la Norvegia l'ultima squadra da affrontare, nel match di ritorno, in programma il 16 novembre in Italia. Molto probabilmente sarà quello il match decisivo per i ragazzi di Spalletti. In mezzo le sfide con la Moldavia e l'Estonia in casa il 9 giugno e il 5 settembre, le trasferte in Israele ed Estonia l'8 settembre e l'11 ottobre, il ritorno in casa con Israele il 14 ottobre e il viaggio in Moldavia il 13 novembre; in un gruppo che vede già Norvegia e Israele prime a tre punti dopo le vittorie ottenute la scorsa settimana rispettivamente contro Moldavia ed Estonia.
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Troppi stranieri nelle squadre, troppa tattica per i ragazzini. La catastrofe degli azzurri in Germania nasce da lontano.
Perché le nostre squadre di club disputano finali europee e, in qualche caso, come quello dell’Atalanta, le vincono, e la nostra Nazionale colleziona figuracce in serie? La domanda sorge spontanea e, subito, ne chiama un’altra: che tipo di Nazionale vuoi mettere in campo se, negli anni, il tuo movimento calcistico ha demolito il concetto di nazione?
I processi al commissario tecnico Luciano Spalletti e ai nostri modesti giocatori sono già iniziati, ma rischiano di pagare dazio a un errore di prospettiva. Forse serve uno sguardo più lungo per individuare le ragioni dell’ennesima débâcle azzurra. Da otto anni la Nazionale non si qualifica ai Mondiali, l’ultima volta estromessa dalla medesima Svizzera, allenata da Murat Yakin, tecnico turco con una testa dotata di idee e di un’invidiabile chioma. La Svizzera, che non ha mai vinto nulla. Anche la Spagna, di un gradino superiore, ci aveva annichilito e solo la prestazione di Gigio Donnarumma aveva evitato il risultato da pallottoliere. Il pareggio all’ultimo secondo contro la Croazia aveva sciaguratamente illuso i numerosi analisti che si erano spinti a scrutare il tabellone oltre lo scoglio elvetico. È bastata l’incursione di Remo Freuler, che milita nel Bologna, a sgretolare le euforie che allignavano nel nostro spogliatoio e negli studi televisivi della teleparrocchietta, preoccupati dell’ombelico dell’audience. Quanto all’umiliazione finale hanno provveduto le geometrie di Garin Xhaka (Bayer Leverkusen) che ha guardato dal basso in alto i nostri smarriti mediani e, a inizio ripresa, il destro a giro di Ruben Vargas (Augsburg) che ha concluso un’azione da manuale, indisturbata dal nostro presepio difensivo. Lo abbiamo visto tutti anche se la nostra Nazionale era inguardabile e la tentazione di cambiare canale cresceva con il passare dei minuti. Dunque, il bilancio di Euro 2024 è terrificante e ora gli smarrimenti sono diffusi e incontrollati. Vedremo se si trarranno conseguenze adeguate. Tuttavia, sarebbe ancora fuorviante limitarsi a un’analisi di breve periodo. Perché le nostre squadre sono competitive nelle coppe e la Nazionale naufraga? La vittoria agli Europei di tre anni fa, era post Covid, ci aveva illuso, ma guardandola in prospettiva appare sempre più come il frutto di una serie di convergenze favorevoli.
Dai mondiali in Brasile del 2014, quando non superammo la fase a gironi, a Cesare Prandelli sono succeduti quattro commissari tecnici (Antonio Conte, Giampiero Ventura, Roberto Mancini fino a Luciano Spalletti), mentre il capo della Federazione Gabriele Gravina è inamovibile dal 2018. La nostra crisi viene da lontano. Da quanto non abbiamo campioni di livello mondiale? All’inizio del ritiro Spalletti aveva convocato i numeri dieci storici, Gianni Rivera, Giancarlo Antognoni, Roberto Baggio, Alessandro Del Piero e Francesco Totti per motivare la truppa. Da quanto tempo non abbiamo difensori (Claudio Gentile, Antonio Cabrini, Beppe Bergomi, Paolo Maldini, Franco Baresi), centrocampisti (Marco Tardelli, Salvatore Bagni, Carlo Ancelotti) e attaccanti (Aldo Serena, Luca Toni, Gianluca Vialli, Filippo Inzaghi, senza scomodare l’immortale Gigi Riva) di qualità? Ognuno faccia la propria lista inconfrontabile con lo status quo nel quale il primo italiano della classifica dei cannonieri è Gianluca Scamacca, undicesimo.
Il nostro movimento calcistico ha cancellato l’idea di nazione, le squadre sono quasi interamente composte da stranieri: 8 titolari su 11 la Juventus e il Napoli, 10 su 11 il Milan, 6 su 11 l’Inter che infatti ha fornito la quota maggiore alla Nazionale suggerendo a qualcuno il patetico neologismo InterNazionale. Al contrario, solo due azzurri giocano all’estero: Gigio Donnarumma al Psg e Jorginho all’Arsenal (dimenticando Sandro Tonali, squalificato, al Newcastle). Questo è il termometro: i calciatori italiani nelle squadre italiane sono in stragrande minoranza, e il senso di appartenenza non può che difettarne. Il risultato si vede quando questi calciatori residuali vengono assemblati nelle competizioni che ancora si chiamano «per nazioni». L’intenzione di questa nota non è un rigurgito di anacronistico nazionalismo, quanto una riflessione pragmatica sull’impegno e la cura dei nostri vivai, sulla necessità di contingentare l’ingresso dei giocatori stranieri e sull’imperativo di ripristinare un minimo grado di umiltà negli spogliatoi giovanili (dove invece serpeggiano noia e vacuità, come i casi di ludopatia hanno di recente evidenziato, e senza aprire qui il capitolo di ciò che nelle tribune e nei campetti dei tornei per ragazzi). Urge ricominciare dall’abc dei fondamentali e subordinare alla tecnica gli apprendimenti di natura tattica che, invece, predominano. Perché, poi, quando ci si confronta a livello di nazionali, serve a poco conoscere le alchimie del 4-3-3 o del 3-5-2 se poi non si sa stoppare il pallone e completare tre passaggi di fila.
C’è molto da lavorare, dunque, e possibilmente in fretta, se si vuole invertire la rotta e provare a qualificarci per il mondiale americano che si svolgerà nel 2026. Le riforme e i cambiamenti difficili sono quelli che iniziano dalla mentalità e, solo di conseguenza, riguardano gli organigrammi. È da qui che bisogna ripartire, da un cambio di passo che cominci nei vivai, e che, forse, dovrebbe essere guidato da ex campioni, modelli in campo e fuori dal campo.
Il precedente delle dimissioni di Roberto Baggio da presidente del settore tecnico della Figc, anno 2013, non fa ben sperare. Però, ugualmente, buon lavoro.
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Gli azzurri soffrono, ma lo 0-0 di Leverkusen contro l’Ucraina vale il pass per il prossimo torneo continentale. Il ct Luciano Spalletti: «Non era facile, ma noi oggi siamo stati bravi e adesso viene il bello».
In Germania per tornare in Germania. L’Ucraina era l’ultimo ostacolo degli azzurri sulla strada che porta dritta dritta a Euro 2024, in programma il prossimo giugno proprio in terra tedesca. Alla BayArena di Leverkusen, campo neutro considerata l’impossibilità di giocare a Kiev a causa del conflitto con la Russia, l’Italia pareggia 0-0 e stacca il pass per il prossimo torneo continentale, regalandosi così l’opportunità di difendere il titolo conquistato due anni fa a Wembley.
Agli azzurri, appaiati al secondo posto del gruppo C con l’Ucraina, bastava infatti un punto per qualificarsi, in virtù dello scontro diretto vinto nella partita di andata. A giudicare da come i giocatori di Luciano Spalletti hanno interpretato la gara nel primo tempo, però, l’impressione è che l’Italia non è arrivata in Germania per speculare sul doppio risultato. Anzi. I primi 45 minuti, eccetto un paratona di Donnarumma su Tsygankov al 14’, sono stati tutti di marca azzurra. Al 7’ Chiesa ha sciupato un’ottima occasione calciando alto a pochi passi dalla porta un pallone messo al centro da Zaniolo. Al quarto d’ora ci ha provato Barella dalla distanza, ma Trubin è stato attento e si è salvato in corner. L’Italia ha poi sfiorato il vantaggio di nuovo al 28’ con Di Lorenzo, il cui colpo di testa sugli sviluppi di un angolo ha mancato di poco il bersaglio. La palla gol più ghiotta di tutta la partita è quella del 29’, quando Chiesa con una super giocata in mezzo al campo ha tagliato in due la difesa ucraina e ha imbucato per Frattesi, sempre bravo a inserirsi, ma il centrocampista dell’Inter si è visto respingere il tiro da Trubin.
Alla ripresa Spalletti ha mandato in campo Scamacca per Raspadori, optando per il centravanti di peso che possa dare maggiore peso in area di rigore, in virtù dei tanti palloni messi al centro durante il primo tempo, ma poco sfruttati. Le cose però non sono migliorate. L’attaccante dell’Atalanta è finito stretto nella morsa dei due centrali difensivi ucraini e i palloni finiti dalle sue parti sono stati davvero pochi. La prima vera occasione nel secondo tempo è stata al 58’ e ha portato la firma di Chiesa: il giocatore della Juventus si è prodotto nel suo marchio di fabbrica, punta l’uomo in velocità, rientra sul destro e prova il tiro sul palo lontano, ma è mancato di precisione. Da qui l’Italia è calata nella produzione offensiva e ha dovuto pensare più a controllare le retrovie, concedendosi qualche sofferenza di troppo. Al 65’ è servito ancora un intervento super di Donnarumma su Mudryk per evitare quello che sarebbe stato il gol del vantaggio ucraino. A venti minuti dalla fine Spalletti ha rimescolato di nuovo le carte, sostituendo Jorginho e Zaniolo rispettivamente con Cristante e Politano. All’80’, dopo l’ennesima sgroppata sulla fascia sinistra, è finita tra gli applausi la partita di Chiesa, sostituito da Kean. Gli ultimi 10 minuti sono stati di gestione mista a paura, paura di subire quel gol che ci avrebbe condannato, ancora una volta, all'incubo spareggi. Invece, eccetto un rigore reclamato dall’Ucraina per una trattenuta in area, non è accaduto più nulla e dopo gli ultimi, sofferti, cinque minuti di recupero, grazie allo 0-0 l’Italia ha staccato il pass per Euro 2024.
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2023-08-18
Le poltrone d’oro di Gravina: mezzo milione di euro l’anno per fare un flop dietro l’altro
Gabriele Gravina (Getty Images)
Dal Parlamento arrivano richieste di dimissioni ma il presidente Figc resta dov’è con 240.000 euro di paga più altri 250.000 alla Uefa. E i dubbi di Luciano Spalletti crescono.
I più fantasiosi sui social sfoderano il loro estro: «febbre da cavillo», «sogno di una clausola di mezza estate» e amenità assortite per definire lo stallo che accompagna la scelta del tecnico azzurro. Gli aulici hanno addirittura scomodato Samuel Beckett con «Aspettando Godot», tracciando una schietta sintesi della situazione attuale: quattro giorni sono trascorsi e del nuovo allenatore tricolore ancora non c’è traccia. Per carità, Luciano Spalletti sarebbe ben lieto di sostituire Roberto Mancini, dimissionario con disdetta di contratto via email perché in lite con Gabriele Gravina, presidente della Figc, che, al contrario, alle dimissioni non pensa affatto. Ma se fino a ieri la sensazione era che, nonostante il vincolo imposto da Aurelio De Laurentiis, un’intesa tra la federazione e il Napoli potesse essere trovata, oggi lo stesso Spalletti è meno ottimista di ieri (per chi non lo ricordasse, il vincolo consiste in poco meno di 3 milioni di euro da versare nelle casse partenopee per liberarne l’ex allenatore, una tutela scelta dai campioni d’Italia per impedire l’accordo tra Spalletti e una società concorrente senza prima prendersi un anno sabbatico).
L’uomo di Certaldo, vincitore dello Scudetto, non avrebbe alcuna voglia di inimicarsi De Laurentiis, nonostante il loro rapporto non sia mai culminato in irresistibili redamazioni. Certo, Spalletti, di suo, si accomoderebbe di corsa sulla panchina dell’Italia, a patto che, o per vie legali, o per accordi tra galantuomini, gli venga garantito totale disimpegno da quello spinoso impedimento contrattuale. Ecco allora che, gira e rigira, gli occhi sono puntati ancora lì, sul palazzo della Figc, e sulle scelte del suo grande capo Gravina, reo di aver inanellato un flop dietro l’altro nei recenti mesi. Contro di lui l’altro ieri si è scagliata la politica. Il deputato di Fdi Salvatore Caiata, intervistato dalla Verità, ha ribadito quanto aveva già dichiarato a dopo le dimissioni di Mancini: «Contesto a Gravina l’essersi presentato alle elezioni da presidente Figc con un preciso programma di riforme, senza averlo applicato nell’arco di questi cinque anni. In un Paese normale, un manager delegittimato dai risultati e umiliato dal tecnico della Nazionale dovrebbe comprendere che il suo percorso è terminato». Tra le forme più irritanti di delegittimazione, in parecchi stanno perdendo il sonno per i pasticci combinati nella gestione delle categorie inferiori, campionato di serie B su tutti. L’applicazione di norme a geometria variabile ha fatto sì che il Lecco, vincitore dei playoff di serie C sul campo, non avesse avuto il tempo di presentare i documenti sul proprio stadio, rischiando di non potersi iscrivere al torneo cadetto. Dopo aver vinto il ricorso al Tar ed essere stata ammessa, la società lariana deve formalmente attendere la fine del mese per la ratifica del Consiglio di Stato. Ma intanto il calendario di B è un delirio di date annullate e posticipate. Il torneo comincia oggi. Nella prima giornata, il Lecco avrebbe dovuto affrontare il Pisa, nella seconda lo Spezia, nella terza i cugini del Como. Tutti i match sono stati rinviati a data da destinarsi, lo stesso vale per le partite del Brescia, a sua volta in attesa del responso dei tribunali. La conseguenza è intuibile: un torneo confuso, parzialmente falsato, con diverse squadre nei prossimi mesi obbligate a disputare una partita dietro l’altra in condizioni sfavorevoli. Tuttavia Gravina non si dimette e, considerata la questione da un punto di vista meramente economico, c’è da capirlo. Secondo l’autorevole testata Calcio e Finanza, durante una riunione del consiglio federale che stabiliva il varo di una norma anti Superlega - in asse con la Uefa e con il suo capo Aleksander Ceferin - si è discusso pure di stipendi per i dirigenti Figc. Si è giunti a stabilire un aumento al compenso del presidente, che prima percepiva 36.000 euro lordi all’anno, fino a un massimo di 240.000 euro, «per la responsabilità derivanti dal ricoprire diversi ruoli». Ma ci sarebbe un altro fatto: nei primi giorni di aprile, Gravina è stato pure investito della nomina a vicepresidente Uefa. Stando ad alcune fonti della Verità, chi ha ricoperto quel ruolo in precedenza avrebbe guadagnato 250.000 franchi svizzeri annui (circa 250.000 euro). Se quella cifra fosse valida anche per lui, sommata ai 240.000 già annunciati, farebbe quasi 500.000 euro complessivi. Il compito ricoperto in seno all’Uefa non è peraltro sorprendente: il capo Figc ha saputo sempre camminare sulla parte illuminata del sentiero, appoggiando con vigore le scelte di Ceferin, osteggiando la politica della Superlega e quella, di conseguenza, di Andrea Agnelli, senza mai attaccare direttamente il brand Juventus. Un posizionamento tattico arguto e ben riuscito, considerato il crescente potere acquisito da Ceferin nell’arco delle stagioni sul pallone continentale e l’investitura per tutti i suoi vassalli a decidere di vita, morte e miracoli sulle leghe nazionali. E in questo non ci sarebbe nulla di male. Né sul piano finanziario - guadagnare soldi non è reato, specie alla luce di un incremento degli incarichi - né su quello politico-istituzionale, poiché agganciarsi al treno giusto denota attenzione per ciò che accade intorno a sé.
Ma allora la domanda risuona sempre più rumorosa: con gli emolumenti incrementati e una capacità decisionale rafforzata per il presidente Figc, perché il calcio italiano affoga in un turbine di cavilli da Azzeccagarbugli di provincia, le regole ci sono ma vengono aggirate, le nostre squadre perdono costantemente appeal e la nostra nazionale da due edizioni vede i Mondiali col binocolo? A questo Gravina dovrebbe rispondere, dando conto di una certa qual inadeguatezza gestionale che in tanti, pare, non sono granché disposti a perdonare.
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