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Nel riquadro, Audrey Elizabeth Hale (Ansa)
- Massacro a Nashville, ma senza Donald Trump e moventi nazionalisti, i giornali si preoccupano dei termini più «corretti» da usare.
- La battaglia di Joe Biden per ridurre i morti limitando l’uso delle armi ha fallito. Intanto solo un dem su quattro lo rivuole nel 2024.
Lo speciale contiene due articoli.
Il berretto rosso da baseball scolorisce in fretta, la tuta mimetica non si porta più e la strage di Nashville diventa routine. Sulle homepage del circo mediatico mainstream la notizia precipita in poche ore nelle retrovie, l’indignazione progressista per le armi americane à la carte si prende un turno di riposo. Il motivo arriva da una conferma dell’Fbi: la psycho-killer che ha ucciso tre bambini (di nove anni) e tre adulti nella Covenant School era transgender. Audrey Hale, 28 anni, era orgogliosa della sua transizione sessuale, si definiva maschio sui social e nei 14 minuti in cui ha messo a ferro e fuoco l’istituto contro vittime innocenti - prima di essere abbattuta dai poliziotti - si è comportata da autentico macho. Questo basta per abbassare il volume della radio e far rientrare la tragedia nelle pieghe della fatalità.
C’è qualcosa di peloso nei riflessi condizionati di chi improvvisamente scopre che il dramma «deve» scorrere via senza lasciare traccia. Solo un sussulto nel sottolineare, interpretando i messaggi su Facebook, che «lei/lui era risentita/o perché quella scuola cristiana non riconosceva la sua diversità». Poiché è un istituto elementare, lo aveva frequentato 20 anni fa e nelle ricostruzioni più fantasiose «aveva covato astio tramutato in odio nei confronti di un’educazione tradizionale, binaria, non inclusiva». Si avverte uno stridore di unghie sui vetri nel tentativo di cancellare pulsioni della vita e della natura: lo schwa non è neutro né pacifista come sembra. E il lato oscuro dell’esistenza che costringe a guardare l’abisso non esclude automaticamente il cosiddetto terzo sesso.
La cronaca parla di una persona disturbata, senza un centro di gravità, che annegava nel silenzio le sue angosce esistenziali. Era una grafica professionista, disegnava loghi per le aziende e la sera pianificava l’irruzione preparando mappe e oliando due fucili da combattimento e una pistola. In origine l’obiettivo era un altro, ma sembrava troppo controllato. La ricostruzione delle ultime ore del (o della) criminale Hale passa attraverso i messaggi Instagram a un’amica, compagna di squadra di basket, Averianna Patton. «Il post che ho scritto oggi è un messaggio suicida, mi preparo a morire. Questo non è uno scherzo», minacciava firmandosi Aiden. E aggiungeva: «Un giorno questo avrà un senso, ho lasciato abbondanti prove dietro di me, sta per succedere qualcosa di brutto. Probabilmente sentirai parlare di me nelle news dopo la mia morte, questo è il mio ultimo saluto, ci vediamo nella prossima vita». L’amica ha detto alla polizia di avere provato a confortarla, a spingerla a chiamare una linea antisuicidi. Poi ha allertato il 911, ma l’agente incaricato di recarsi a casa di Audrey è arrivato a strage compiuta.
L’America delle esasperazioni ideologiche si è subito spaccata a difesa di tesi preconfezionate. Mentre i repubblicani puntano il dito contro «lo smarrimento sociale dovuto all’ossessione transgender che impone la sessualità liquida come una moda», gli ultrà della transizione permanente già scambiano carnefice e vittime per accusare le regole dell’istituto cristiano (non cattolico ma presbiteriano) e lo Stato del Tennessee, che recentemente ha approvato una legge per bandire dai luoghi pubblici gli spettacoli delle drag queen. Non manca neppure la consueta, imbarazzante, deriva hollywoodiana: Madonna ha annunciato che terrà a Nashville uno show di beneficenza. Non per le vittime innocenti ma per dare sostegno alla comunità queer. Niente di più, solo distrazione. In Italia il tema non è in tendenza su nessun social e Alessandro Zan non ha riservato alla faccenda neppure uno dei suoi frenetici tweet.
Nonostante il low profile collettivo, dal polverone si sedimenta qualche verità. La prima è fonte di imbarazzi nella sinistra radical: quella di lunedì non è stata l’unica sparatoria firmata da un killer non binario. Secondo il New York Times anche Anderson Lee Aldrich, autore della strage nel locale notturno a Colorado Springs (cinque vittime) nel novembre scorso, era gay. Transgender si professavano l’adolescente accusato della sparatoria in una scuola di Denver due anni fa e il responsabile dell’irruzione in un deposito di prodotti farmaceutici ad Aberdeen nel Maryland nel 2018. Statistiche. Con una postilla amara: la società americana del puritanesimo dei padri da una parte e delle esasperazioni arcobaleno dall’altra ha trovato la sintesi più feroce in una strage con un trans come carnefice. La psicopatologia sessuale che ha portato il cda di una scuola della Florida a licenziare la preside dopo l’esposizione del David durante una lezione su Michelangelo sta raggiungendo livelli di pura follia.
La seconda verità è essenzialmente politica. Se oggi nessun luna park mediatico è stato imbastito sulla vergogna delle armi da guerra appoggiate ai portaombrelli yankee, lo si deve all’assenza di un Donald Trump strumentalizzabile alla Casa Bianca e alla consapevolezza anche del dem più sprovveduto che Joe Biden non sta facendo nulla per affrontare il problema. Come prima di lui gli immacolati Bill Clinton e Barack Obama. Evidentemente la «gun lobby» foraggia tutti, meglio voltare pagina. Il New York Times lo ha fatto nel modo più originale: ieri si è scusato con i lettori per avere scritto «she» ed «her» (invece che he ed him) nei primi articoli sulla strage, nell’intento di farsi perdonare dall’affranta comunità queer. Il berretto rosso portato al contrario è un puntino all’orizzonte, domani è un giorno come un altro.
Con Biden alla Casa Bianca 22 sparatorie e 144 vittime
La strage di Nashville mette in evidenza la fallimentare politica del Partito democratico americano sulle armi. Joe Biden ha appena invocato un divieto per le armi d’assalto che, a livello federale, fu già in vigore tra il 1994 e il 2004. Tuttavia uno studio della Rand Corporation ha riferito che non ci sono prove chiare del fatto che questa proibizione abbia avuto un effettivo impatto sul tasso di omicidi. Dobbiamo inoltre ricordare che a giugno scorso, a seguito del massacro di Uvalde, il Congresso aveva dato l’ok a una norma bipartisan contro la violenza armata, definita dall’Associated Press come il disegno di legge «più ampio approvato negli ultimi decenni» su questo fronte. In particolare, il provvedimento ha introdotto controlli sul background psicologico degli acquirenti di armi, prevedendo anche fondi a favore di programmi di salute mentale nelle scuole. Sono inoltre state inserite pene più severe per il traffico di armi, oltre a una stretta alle licenze di vendita. Eppure, come dimostrato dalla strage di Nashville, il problema delle sparatorie di massa continua. Secondo il database di Mother Jones, da quando Biden è presidente, si sono verificati almeno 22 episodi di questo genere (quattro soltanto quest’anno) per un totale di 144 vittime. Ora, nessuno qui dice che tale situazione sia colpa dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Tuttavia andrebbe ricordato che, nel 2019, alcuni esponenti dem (come l’allora candidato presidenziale Beto O’ Rourke) lasciarono intendere che l’eccidio, verificatosi a El Paso nell’agosto di quell’anno, fosse una conseguenza della retorica di Donald Trump. Ecco: Trump non è più presidente dal gennaio 2021 e le sparatorie di massa continuano a mietere vittime. La ricetta messa in campo dai dem non sembra quindi funzionare. Attenzione: alcune restrizioni possono sicuramente essere appropriate. Ha un senso controllare il background psicologico degli acquirenti, come fu giusto quando, nel 2018, l’amministrazione Trump vietò i bump stock: dispositivi che, se applicati a un’arma semiautomatica, possono farla diventare automatica (a proposito, secondo il sito Politifact, l’amministrazione Obama in almeno un paio di occasioni aveva dato il benestare alla vendita di questi pericolosi dispositivi). Il punto è che pensare di affrontare la tragica questione delle sparatorie di massa, facendone esclusivamente un tema di restrizione di armi è fondamentalmente inutile. Senza poi contare che, comunque la si pensi, Biden su tale dossier ha perso più di un anno di tempo. A marzo del 2022, 128 parlamentari dem gli inviarono infatti una lettera, esortandolo ad agire in modo più incisivo su questo fronte.
Il tema delle sparatorie di massa andrebbe, insomma, affrontato senza ideologie. Eppure la narrazione dominante continua a leggerlo attraverso categorie manichee, accusando i repubblicani di essere favorevoli al far west e tirando costantemente in ballo la lobby delle armi, la Nra. Urgerebbero invece un paio di precisazioni. Primo: la divisione tra i parlamentari statunitensi sulla questione del controllo delle armi non è tanto partitica quanto geografica. In determinate aree, alcune tradizionalmente repubblicane e altre tradizionalmente dem, il possesso di armi è particolarmente diffuso e si registra resistenza alle restrizioni. Piaccia quindi o meno, i rappresentanti di questi territori tendono a farsi portavoce al Congresso di tali istanze. Secondo: lo spauracchio della Nra andrebbe un po’ ridimensionato.
Intanto, secondo un sondaggio della Monmouth University, solo un democratico su quattro vuole che Biden si ricandidi nel 2024.
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(IStock)
- Un’inchiesta Usa smaschera una clinica per il cambio di sesso: «Gli interventi ci portano tanti soldi». Mentre all’estero il dibattito sull’ideologia arcobaleno monta, qui ogni dubbio è silenziato. Eppure, nonostante la propaganda, i cittadini si oppongono alla deriva.
- Sondaggio commissionato da Pro Vita: l’80% del campione si oppone ai corsi sul genere.
Lo speciale contiene due articoli.
Non passa settimana senza che emerga un orrore di qualche tipo. L’ultimo lo ha scoperto Matt Walsh, attivista americano famoso nel mondo che si occupa per lo più delle cosiddette tematiche gender. Assieme al suo staff, Walsh ha svolto indagini sulla clinica Vanderbilt di Nashville, negli Stati Uniti. Si tratta di una struttura aperta nel 2018 che si occupa appunto di problematiche legate al genere. Prima di tutto, Walsh ha mostrato - pubblicando tanto di video sui social - come la dottoressa Shayne Taylor, grande sostenitrice del progetto, abbia convinto i suoi colleghi di Nashville a «entrare nel gioco della transizione di genere». Nel corso di una conferenza, la studiosa ha ribadito con convinzione che una clinica gender si sarebbe rilevata una «grande fonte di denaro», anche perché i pazienti che si sottopongono a interventi chirurgici hanno bisogno poi di molti follow up. Quel che segue è ancora più inquietante: «A quanto pare», scrive Walsh, «alla Vanderbilt erano preoccupati del fatto che non tutto il personale avrebbe appoggiato il progetto. La dottoressa Ellen Clayton ha avvertito che le «obiezioni di coscienza» sono «problematiche». E che chiunque decidesse di non essere coinvolto in interventi chirurgici di transizione per via delle sue «credenze religiose» avrebbe dovuto affrontare «conseguenze».
Per assicurarsi che non ci fossero ammutinamenti di qualche tipo, la Vanderbilt ha creato un programma chiamato Trans Buddies (amici trans). «Gli «amici» sono attivisti della comunità trans che partecipano agli appuntamenti con pazienti trans», spiega Walsh, «monitorando i medici per evitare comportamenti “non sicuri” come il misgendering». Capito? I medici che ascoltano i pazienti intenzionati a cambiare sesso vengono «supervisionati» da attivisti trans, i quali hanno l’obiettivo di impedire che i dottori mettano in campo comportamenti politicamente scorretti (ad esempio dire a un paziente che farebbe meglio a non modificare il proprio corpo).
Fin qui, la parte ideologica della faccenda. Poi c’è quella chirurgica. Alla Vanderbilt si somministrano ormoni e bloccanti della pubertà a minorenni, persino a ragazzini di 13 anni (anche se i trattamenti dovrebbero iniziare a 16). E si praticano mastectomie su ragazze adolescenti. «Riepilogando», conclude Walsh, «la Vanderbilt è entrata nel giro della transizione di genere in gran parte perché è molto redditizio dal punto di vista finanziario. Ha quindi minacciato tutti i membri del personale che si fossero opposti e ha arruolato una banda di attivisti trans perché agissero come sorveglianti. Ora alla Vanderbilt castrano, sterilizzano e mutilano minori e adulti. E, all’apparenza, adottano misure per nascondere questa attività alla vista del pubblico. Ecco che cosa è diventata la “assistenza sanitaria” nell’America moderna».
L’attivista usa toni molto duri, ma ciò che ha mostrato è sconvolgente. Eppure non si tratta di un caso isolato. Di cliniche di questo genere negli Usa ce ne sono parecchie. E fino a qualche mese fa ce n’erano anche nel Regno Unito: il famigerato Tavistock Institute, che negli ultimi anni è stato al centro di polemiche feroci e pure di pesanti azioni legali. A seguito dei processi, e dopo numerose inchieste giornalistiche svolte dai principali quotidiani britannici - tra cui The Times - il governo d’Oltremanica ha deciso di smantellare la Tavistock. I servizi per minori e adulti con problematiche legate al genere resteranno, ma la grande centrale del cambio di sesso è stata prima depotenziata e poi bloccata, in modo che non potesse più sovrapporre l’ideologia alla medicina. Ed eccoci al punto. Nel mondo anglosassone, ma pure in quello nordeuropeo e francese, è in corso da tempo un dibattito pubblico rovente e molto approfondito sulle cosiddette «teorie gender».
Se ne occupano con serietà (e rispetto per tutte le parti in causa) giornali e trasmissioni televisive, politici e attivisti. I quali, con tutta evidenza, si sono resi conto di quanto tali argomenti siano rilevanti (e lo diverranno sempre di più nel prossimo futuro). Non solo: a seguito delle discussioni pubbliche, molte nazioni hanno deciso di rallentare la corsa arcobaleno, o addirittura di fermarla, soprattutto nei casi in cui a essere coinvolti sono minorenni.
Precisiamo che a mettere un freno alla deriva gender sono stati governi ed esperti di vario colore, quindi non pericolosi reazionari. Il fatto è che gli attivisti trans sono riusciti - con il supporto dell’intellighenzia cosiddetta woke, cioè «risvegliata» - a imporre istanze minoritarie e per lo meno discutibili. E, col tempo, hanno ottenuto il supporto della quasi totalità del sistema politico-mediatico (con alcune radiose eccezioni). Tutto ciò ha prodotto un’accelerazione senza precedenti lungo il sentiero tracciato dagli ideologi transgender. Un sentiero che però non a tutti piace percorrere, anzi.
Secondo un sondaggio svolto quest’estate dall’autorevole Pew Research Center statunitense sulla popolazione americana, «la maggior parte degli intervistati è favorevole alla protezione delle persone trans dalla discriminazione, ma meno favorevole alle politiche di sostegno relative all’assistenza medica per le transizioni di genere; molti sono a disagio con il ritmo del cambiamento sulle questioni trans». La situazione non è dissimile in Italia, stando a una delle pochissime indagini realizzate sull’argomento, ovvero il sondaggio presentato ieri da Provita. Dalla ricerca, di cui si occupa in modo completo il pezzo di Giuliano Guzzo qui sotto, emerge che il «50% degli intervistati ritiene che non esistano infinite identità sessuali oltre maschile e femminile, come ritiene invece il 26% degli intervistati (il 24% non sa esprimersi). Il 60% degli intervistati ritiene che un uomo che si percepisce donna non possa competere negli sport femminili, e il 51% che non possa usufruire di bagni, spogliatoi, docce e luoghi riservati alle donne (contro il 31% favorevole)». Tutto questo dimostra, se non altro, che l’ideologia Lgbt e le sue derive sono state calate dall’alto, e non sono poi così gradite o accettate dalle popolazioni, anche dopo decenni di propaganda mediatica. Quando poi l’ideologia produce effetti inquietanti che riguardano la vita e la salute dei minori (gli adulti hanno la facoltà di agire come vogliono), allora la misura si colma rapidamente. Badate bene: qui l’omofobia o la transfobia non c’entrano nulla. Non si tratta di cancellare i trans, ma di evitare che qualcuno venga avviato lungo un percorso da cui non c’è ritorno (per altro, in molti casi si tratta di persone omosessuali).
Poiché l’argomento è di delicatezza estrema, andrebbe trattato con grande attenzione, con precisione e coraggio. Negli Stati Uniti, almeno in parte, questo avviene. Nel Regno Unito avviene ancora di più, così come in altre nazioni nordiche, anche perché da quelle parti l’ideologia trans si è presa più spazio che altrove. Da noi, invece, non si discute. Si ritiene che il tema sia marginale, troppo scivoloso per essere preso di petto. Si pasticcia un po’ sul ddl Zan, ci si scambiano accuse di omofobia, ma intanto l’ossessione gender avanza e guadagna terreno. Qui non ci sono, per ora, cliniche spregiudicate come la Vanderbilt o la Tavistock. Però ci sono centri che si ispirano direttamente alla Tavistock, che hanno legami con la clinica inglese, ma che a differenza di quella sono ancora perfettamente operativi.
Forse, dunque, è il momento di aprire una discussione vera anche qui. Nel corso della campagna elettorale non è stato ancora fatto, ed è difficile che il tema finisca sul piatto. Ma non può essere dimenticato, perché sottotraccia l’ideologia avanza. E più il tempo passa, più diventa difficile arginarla.
Italiani contrari alle teorie gender e all’indottrinamento nelle scuole
Che le battaglie sui diritti civili, per quanto sposate dai media e da settori anche apicali delle istituzioni, magistratura in primis, fossero lontane dalle priorità degli italiani era, in realtà, cosa intuibile; la realtà quotidiana è infatti ben diversa dalla bolla di influencer, conduttori e cantanti sempre pronti a sventolare bandiere arcobaleno. Allo stesso modo, era immaginabile che la gran parte delle famiglie non condividesse la somministrazione ai loro figli di quelle lezioni «contro gli stereotipi di genere» che, di fatto, sono forme di omologazione forzata, pena l’accusa di discriminare, alle istanze Lgbt. Mancava però una fotografia, rispetto a tutto ciò, delle opinioni effettive della gente.
Questo fino a ieri quando al Senato, presso la Sala Caduti di Nassirya, nel corso della conferenza stampa «Scuola, gender, carriera Alias… parola alle famiglie», organizzata da Pro Vita & Famiglia, è stato illustrato un sondaggio che finalmente offre una fotografia della questione. Trattasi di un’indagine commissionata all’istituto Noto - realtà cui fanno riferimento spesso testate come Il Sole24Ore o trasmissioni come Porta a Porta - e realizzata su 1.000 cittadini, da cui sono emersi molti dati interessanti, specie perché in controtendenza rispetto alla linea promossa dai grandi media.
Anzitutto, si è visto come ormai il tema del gender tutto sia fuorché sconosciuto alla popolazione generale: il 92% degli italiani ne ha sentito parlare, l’81% addirittura sa «molto bene» o comunque «approssimativamente» in che cosa consista; di questi - attenzione - appena il 32% concorda con la teoria genderista, mentre il 48% si dice contrario e il 20% non sa esprimersi. Ancora, un italiano su due ritiene che non esistano infinite identità sessuali oltre maschile e femminile, come pensa invece il 26% degli interpellati, e col 24% che non sa esprimersi. Dati che fanno riflettere sono emersi pure sul transgenderismo nello sport: il 60% del campione ritiene che un uomo che «si sente» donna non possa competere nelle gare femminili, e il 51% che non possa usufruire di bagni, spogliatoi, docce e luoghi riservati alle donne, opzione che convince meno di un italiano su tre, vale a dire il 31%. Questo posizioni diventano ancora più nette, nelle loro tendenze, se si volge l’attenzione al mondo giovanile. Il 66%, quindi la netta maggioranza degli italiani, si esprime infatti contro la possibilità di sottoporre un minore incerto sulla propria identità sessuale a terapie di transizione di genere a colpi di farmaci ormonali o interventi chirurgici, e il 75% ritiene invece che, in questi casi - contrariamente a quando asseriscono i fautori dell’identità di genere come dato meramente «percepito» -, il minore dovrebbe poter ricevere assistenza psicologica per riconciliarsi con il sesso biologico.
Stessa musica sulla scuola: quasi quattro intervistati su cinque (il 79%) appoggiano il diritto dei genitori di scegliere come educare i figli su temi inerenti sessualità e affettività, e l’81% ritiene che, su corsi o progetti al riguardo, le scuole debbano preventivamente informare e coinvolgere le famiglie, evitando i blitz nelle aule dei soliti sedicenti esperti. «Questi risultati dicono chiaramente che gli italiani non vogliono corsi e progetti Lgbtqia+ nelle scuole», ha commentato Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita & famiglia, «e che, comunque, in caso di attività inerenti i delicati aspetti della sessualità e dell’affettività la scuola deve prima passare dalla famiglia». Non è tutto. Questi dati in realtà dicono anche che c’è un’Italia maggioritaria e silenziosa che, al sermoncino dell’influencer di turno, preferisce ancora il buon senso e le verità che da esso derivano; in primis, quella che si nasca maschi e femmine e che uomini e donne siano, e restino, differenti.
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