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2023-03-29
Trans fa una strage. Sui media è solo questione di pronomi
Nel riquadro, Audrey Elizabeth Hale (Ansa)
Il berretto rosso da baseball scolorisce in fretta, la tuta mimetica non si porta più e la strage di Nashville diventa routine. Sulle homepage del circo mediatico mainstream la notizia precipita in poche ore nelle retrovie, l’indignazione progressista per le armi americane à la carte si prende un turno di riposo. Il motivo arriva da una conferma dell’Fbi: la psycho-killer che ha ucciso tre bambini (di nove anni) e tre adulti nella Covenant School era transgender. Audrey Hale, 28 anni, era orgogliosa della sua transizione sessuale, si definiva maschio sui social e nei 14 minuti in cui ha messo a ferro e fuoco l’istituto contro vittime innocenti - prima di essere abbattuta dai poliziotti - si è comportata da autentico macho. Questo basta per abbassare il volume della radio e far rientrare la tragedia nelle pieghe della fatalità.
C’è qualcosa di peloso nei riflessi condizionati di chi improvvisamente scopre che il dramma «deve» scorrere via senza lasciare traccia. Solo un sussulto nel sottolineare, interpretando i messaggi su Facebook, che «lei/lui era risentita/o perché quella scuola cristiana non riconosceva la sua diversità». Poiché è un istituto elementare, lo aveva frequentato 20 anni fa e nelle ricostruzioni più fantasiose «aveva covato astio tramutato in odio nei confronti di un’educazione tradizionale, binaria, non inclusiva». Si avverte uno stridore di unghie sui vetri nel tentativo di cancellare pulsioni della vita e della natura: lo schwa non è neutro né pacifista come sembra. E il lato oscuro dell’esistenza che costringe a guardare l’abisso non esclude automaticamente il cosiddetto terzo sesso.
La cronaca parla di una persona disturbata, senza un centro di gravità, che annegava nel silenzio le sue angosce esistenziali. Era una grafica professionista, disegnava loghi per le aziende e la sera pianificava l’irruzione preparando mappe e oliando due fucili da combattimento e una pistola. In origine l’obiettivo era un altro, ma sembrava troppo controllato. La ricostruzione delle ultime ore del (o della) criminale Hale passa attraverso i messaggi Instagram a un’amica, compagna di squadra di basket, Averianna Patton. «Il post che ho scritto oggi è un messaggio suicida, mi preparo a morire. Questo non è uno scherzo», minacciava firmandosi Aiden. E aggiungeva: «Un giorno questo avrà un senso, ho lasciato abbondanti prove dietro di me, sta per succedere qualcosa di brutto. Probabilmente sentirai parlare di me nelle news dopo la mia morte, questo è il mio ultimo saluto, ci vediamo nella prossima vita». L’amica ha detto alla polizia di avere provato a confortarla, a spingerla a chiamare una linea antisuicidi. Poi ha allertato il 911, ma l’agente incaricato di recarsi a casa di Audrey è arrivato a strage compiuta.
L’America delle esasperazioni ideologiche si è subito spaccata a difesa di tesi preconfezionate. Mentre i repubblicani puntano il dito contro «lo smarrimento sociale dovuto all’ossessione transgender che impone la sessualità liquida come una moda», gli ultrà della transizione permanente già scambiano carnefice e vittime per accusare le regole dell’istituto cristiano (non cattolico ma presbiteriano) e lo Stato del Tennessee, che recentemente ha approvato una legge per bandire dai luoghi pubblici gli spettacoli delle drag queen. Non manca neppure la consueta, imbarazzante, deriva hollywoodiana: Madonna ha annunciato che terrà a Nashville uno show di beneficenza. Non per le vittime innocenti ma per dare sostegno alla comunità queer. Niente di più, solo distrazione. In Italia il tema non è in tendenza su nessun social e Alessandro Zan non ha riservato alla faccenda neppure uno dei suoi frenetici tweet.
Nonostante il low profile collettivo, dal polverone si sedimenta qualche verità. La prima è fonte di imbarazzi nella sinistra radical: quella di lunedì non è stata l’unica sparatoria firmata da un killer non binario. Secondo il New York Times anche Anderson Lee Aldrich, autore della strage nel locale notturno a Colorado Springs (cinque vittime) nel novembre scorso, era gay. Transgender si professavano l’adolescente accusato della sparatoria in una scuola di Denver due anni fa e il responsabile dell’irruzione in un deposito di prodotti farmaceutici ad Aberdeen nel Maryland nel 2018. Statistiche. Con una postilla amara: la società americana del puritanesimo dei padri da una parte e delle esasperazioni arcobaleno dall’altra ha trovato la sintesi più feroce in una strage con un trans come carnefice. La psicopatologia sessuale che ha portato il cda di una scuola della Florida a licenziare la preside dopo l’esposizione del David durante una lezione su Michelangelo sta raggiungendo livelli di pura follia.
La seconda verità è essenzialmente politica. Se oggi nessun luna park mediatico è stato imbastito sulla vergogna delle armi da guerra appoggiate ai portaombrelli yankee, lo si deve all’assenza di un Donald Trump strumentalizzabile alla Casa Bianca e alla consapevolezza anche del dem più sprovveduto che Joe Biden non sta facendo nulla per affrontare il problema. Come prima di lui gli immacolati Bill Clinton e Barack Obama. Evidentemente la «gun lobby» foraggia tutti, meglio voltare pagina. Il New York Times lo ha fatto nel modo più originale: ieri si è scusato con i lettori per avere scritto «she» ed «her» (invece che he ed him) nei primi articoli sulla strage, nell’intento di farsi perdonare dall’affranta comunità queer. Il berretto rosso portato al contrario è un puntino all’orizzonte, domani è un giorno come un altro.
Con Biden alla Casa Bianca 22 sparatorie e 144 vittime
La strage di Nashville mette in evidenza la fallimentare politica del Partito democratico americano sulle armi. Joe Biden ha appena invocato un divieto per le armi d’assalto che, a livello federale, fu già in vigore tra il 1994 e il 2004. Tuttavia uno studio della Rand Corporation ha riferito che non ci sono prove chiare del fatto che questa proibizione abbia avuto un effettivo impatto sul tasso di omicidi. Dobbiamo inoltre ricordare che a giugno scorso, a seguito del massacro di Uvalde, il Congresso aveva dato l’ok a una norma bipartisan contro la violenza armata, definita dall’Associated Press come il disegno di legge «più ampio approvato negli ultimi decenni» su questo fronte. In particolare, il provvedimento ha introdotto controlli sul background psicologico degli acquirenti di armi, prevedendo anche fondi a favore di programmi di salute mentale nelle scuole. Sono inoltre state inserite pene più severe per il traffico di armi, oltre a una stretta alle licenze di vendita. Eppure, come dimostrato dalla strage di Nashville, il problema delle sparatorie di massa continua. Secondo il database di Mother Jones, da quando Biden è presidente, si sono verificati almeno 22 episodi di questo genere (quattro soltanto quest’anno) per un totale di 144 vittime. Ora, nessuno qui dice che tale situazione sia colpa dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Tuttavia andrebbe ricordato che, nel 2019, alcuni esponenti dem (come l’allora candidato presidenziale Beto O’ Rourke) lasciarono intendere che l’eccidio, verificatosi a El Paso nell’agosto di quell’anno, fosse una conseguenza della retorica di Donald Trump. Ecco: Trump non è più presidente dal gennaio 2021 e le sparatorie di massa continuano a mietere vittime. La ricetta messa in campo dai dem non sembra quindi funzionare. Attenzione: alcune restrizioni possono sicuramente essere appropriate. Ha un senso controllare il background psicologico degli acquirenti, come fu giusto quando, nel 2018, l’amministrazione Trump vietò i bump stock: dispositivi che, se applicati a un’arma semiautomatica, possono farla diventare automatica (a proposito, secondo il sito Politifact, l’amministrazione Obama in almeno un paio di occasioni aveva dato il benestare alla vendita di questi pericolosi dispositivi). Il punto è che pensare di affrontare la tragica questione delle sparatorie di massa, facendone esclusivamente un tema di restrizione di armi è fondamentalmente inutile. Senza poi contare che, comunque la si pensi, Biden su tale dossier ha perso più di un anno di tempo. A marzo del 2022, 128 parlamentari dem gli inviarono infatti una lettera, esortandolo ad agire in modo più incisivo su questo fronte.
Il tema delle sparatorie di massa andrebbe, insomma, affrontato senza ideologie. Eppure la narrazione dominante continua a leggerlo attraverso categorie manichee, accusando i repubblicani di essere favorevoli al far west e tirando costantemente in ballo la lobby delle armi, la Nra. Urgerebbero invece un paio di precisazioni. Primo: la divisione tra i parlamentari statunitensi sulla questione del controllo delle armi non è tanto partitica quanto geografica. In determinate aree, alcune tradizionalmente repubblicane e altre tradizionalmente dem, il possesso di armi è particolarmente diffuso e si registra resistenza alle restrizioni. Piaccia quindi o meno, i rappresentanti di questi territori tendono a farsi portavoce al Congresso di tali istanze. Secondo: lo spauracchio della Nra andrebbe un po’ ridimensionato.
Intanto, secondo un sondaggio della Monmouth University, solo un democratico su quattro vuole che Biden si ricandidi nel 2024.
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Massacro a Nashville, ma senza Donald Trump e moventi nazionalisti, i giornali si preoccupano dei termini più «corretti» da usare.La battaglia di Joe Biden per ridurre i morti limitando l’uso delle armi ha fallito. Intanto solo un dem su quattro lo rivuole nel 2024.Lo speciale contiene due articoli.Il berretto rosso da baseball scolorisce in fretta, la tuta mimetica non si porta più e la strage di Nashville diventa routine. Sulle homepage del circo mediatico mainstream la notizia precipita in poche ore nelle retrovie, l’indignazione progressista per le armi americane à la carte si prende un turno di riposo. Il motivo arriva da una conferma dell’Fbi: la psycho-killer che ha ucciso tre bambini (di nove anni) e tre adulti nella Covenant School era transgender. Audrey Hale, 28 anni, era orgogliosa della sua transizione sessuale, si definiva maschio sui social e nei 14 minuti in cui ha messo a ferro e fuoco l’istituto contro vittime innocenti - prima di essere abbattuta dai poliziotti - si è comportata da autentico macho. Questo basta per abbassare il volume della radio e far rientrare la tragedia nelle pieghe della fatalità.C’è qualcosa di peloso nei riflessi condizionati di chi improvvisamente scopre che il dramma «deve» scorrere via senza lasciare traccia. Solo un sussulto nel sottolineare, interpretando i messaggi su Facebook, che «lei/lui era risentita/o perché quella scuola cristiana non riconosceva la sua diversità». Poiché è un istituto elementare, lo aveva frequentato 20 anni fa e nelle ricostruzioni più fantasiose «aveva covato astio tramutato in odio nei confronti di un’educazione tradizionale, binaria, non inclusiva». Si avverte uno stridore di unghie sui vetri nel tentativo di cancellare pulsioni della vita e della natura: lo schwa non è neutro né pacifista come sembra. E il lato oscuro dell’esistenza che costringe a guardare l’abisso non esclude automaticamente il cosiddetto terzo sesso.La cronaca parla di una persona disturbata, senza un centro di gravità, che annegava nel silenzio le sue angosce esistenziali. Era una grafica professionista, disegnava loghi per le aziende e la sera pianificava l’irruzione preparando mappe e oliando due fucili da combattimento e una pistola. In origine l’obiettivo era un altro, ma sembrava troppo controllato. La ricostruzione delle ultime ore del (o della) criminale Hale passa attraverso i messaggi Instagram a un’amica, compagna di squadra di basket, Averianna Patton. «Il post che ho scritto oggi è un messaggio suicida, mi preparo a morire. Questo non è uno scherzo», minacciava firmandosi Aiden. E aggiungeva: «Un giorno questo avrà un senso, ho lasciato abbondanti prove dietro di me, sta per succedere qualcosa di brutto. Probabilmente sentirai parlare di me nelle news dopo la mia morte, questo è il mio ultimo saluto, ci vediamo nella prossima vita». L’amica ha detto alla polizia di avere provato a confortarla, a spingerla a chiamare una linea antisuicidi. Poi ha allertato il 911, ma l’agente incaricato di recarsi a casa di Audrey è arrivato a strage compiuta.L’America delle esasperazioni ideologiche si è subito spaccata a difesa di tesi preconfezionate. Mentre i repubblicani puntano il dito contro «lo smarrimento sociale dovuto all’ossessione transgender che impone la sessualità liquida come una moda», gli ultrà della transizione permanente già scambiano carnefice e vittime per accusare le regole dell’istituto cristiano (non cattolico ma presbiteriano) e lo Stato del Tennessee, che recentemente ha approvato una legge per bandire dai luoghi pubblici gli spettacoli delle drag queen. Non manca neppure la consueta, imbarazzante, deriva hollywoodiana: Madonna ha annunciato che terrà a Nashville uno show di beneficenza. Non per le vittime innocenti ma per dare sostegno alla comunità queer. Niente di più, solo distrazione. In Italia il tema non è in tendenza su nessun social e Alessandro Zan non ha riservato alla faccenda neppure uno dei suoi frenetici tweet.Nonostante il low profile collettivo, dal polverone si sedimenta qualche verità. La prima è fonte di imbarazzi nella sinistra radical: quella di lunedì non è stata l’unica sparatoria firmata da un killer non binario. Secondo il New York Times anche Anderson Lee Aldrich, autore della strage nel locale notturno a Colorado Springs (cinque vittime) nel novembre scorso, era gay. Transgender si professavano l’adolescente accusato della sparatoria in una scuola di Denver due anni fa e il responsabile dell’irruzione in un deposito di prodotti farmaceutici ad Aberdeen nel Maryland nel 2018. Statistiche. Con una postilla amara: la società americana del puritanesimo dei padri da una parte e delle esasperazioni arcobaleno dall’altra ha trovato la sintesi più feroce in una strage con un trans come carnefice. La psicopatologia sessuale che ha portato il cda di una scuola della Florida a licenziare la preside dopo l’esposizione del David durante una lezione su Michelangelo sta raggiungendo livelli di pura follia. La seconda verità è essenzialmente politica. Se oggi nessun luna park mediatico è stato imbastito sulla vergogna delle armi da guerra appoggiate ai portaombrelli yankee, lo si deve all’assenza di un Donald Trump strumentalizzabile alla Casa Bianca e alla consapevolezza anche del dem più sprovveduto che Joe Biden non sta facendo nulla per affrontare il problema. Come prima di lui gli immacolati Bill Clinton e Barack Obama. Evidentemente la «gun lobby» foraggia tutti, meglio voltare pagina. Il New York Times lo ha fatto nel modo più originale: ieri si è scusato con i lettori per avere scritto «she» ed «her» (invece che he ed him) nei primi articoli sulla strage, nell’intento di farsi perdonare dall’affranta comunità queer. Il berretto rosso portato al contrario è un puntino all’orizzonte, domani è un giorno come un altro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nashville-trans-strage-2659668943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-biden-alla-casa-bianca-22-sparatorie-e-144-vittime" data-post-id="2659668943" data-published-at="1680035662" data-use-pagination="False"> Con Biden alla Casa Bianca 22 sparatorie e 144 vittime La strage di Nashville mette in evidenza la fallimentare politica del Partito democratico americano sulle armi. Joe Biden ha appena invocato un divieto per le armi d’assalto che, a livello federale, fu già in vigore tra il 1994 e il 2004. Tuttavia uno studio della Rand Corporation ha riferito che non ci sono prove chiare del fatto che questa proibizione abbia avuto un effettivo impatto sul tasso di omicidi. Dobbiamo inoltre ricordare che a giugno scorso, a seguito del massacro di Uvalde, il Congresso aveva dato l’ok a una norma bipartisan contro la violenza armata, definita dall’Associated Press come il disegno di legge «più ampio approvato negli ultimi decenni» su questo fronte. In particolare, il provvedimento ha introdotto controlli sul background psicologico degli acquirenti di armi, prevedendo anche fondi a favore di programmi di salute mentale nelle scuole. Sono inoltre state inserite pene più severe per il traffico di armi, oltre a una stretta alle licenze di vendita. Eppure, come dimostrato dalla strage di Nashville, il problema delle sparatorie di massa continua. Secondo il database di Mother Jones, da quando Biden è presidente, si sono verificati almeno 22 episodi di questo genere (quattro soltanto quest’anno) per un totale di 144 vittime. Ora, nessuno qui dice che tale situazione sia colpa dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Tuttavia andrebbe ricordato che, nel 2019, alcuni esponenti dem (come l’allora candidato presidenziale Beto O’ Rourke) lasciarono intendere che l’eccidio, verificatosi a El Paso nell’agosto di quell’anno, fosse una conseguenza della retorica di Donald Trump. Ecco: Trump non è più presidente dal gennaio 2021 e le sparatorie di massa continuano a mietere vittime. La ricetta messa in campo dai dem non sembra quindi funzionare. Attenzione: alcune restrizioni possono sicuramente essere appropriate. Ha un senso controllare il background psicologico degli acquirenti, come fu giusto quando, nel 2018, l’amministrazione Trump vietò i bump stock: dispositivi che, se applicati a un’arma semiautomatica, possono farla diventare automatica (a proposito, secondo il sito Politifact, l’amministrazione Obama in almeno un paio di occasioni aveva dato il benestare alla vendita di questi pericolosi dispositivi). Il punto è che pensare di affrontare la tragica questione delle sparatorie di massa, facendone esclusivamente un tema di restrizione di armi è fondamentalmente inutile. Senza poi contare che, comunque la si pensi, Biden su tale dossier ha perso più di un anno di tempo. A marzo del 2022, 128 parlamentari dem gli inviarono infatti una lettera, esortandolo ad agire in modo più incisivo su questo fronte. Il tema delle sparatorie di massa andrebbe, insomma, affrontato senza ideologie. Eppure la narrazione dominante continua a leggerlo attraverso categorie manichee, accusando i repubblicani di essere favorevoli al far west e tirando costantemente in ballo la lobby delle armi, la Nra. Urgerebbero invece un paio di precisazioni. Primo: la divisione tra i parlamentari statunitensi sulla questione del controllo delle armi non è tanto partitica quanto geografica. In determinate aree, alcune tradizionalmente repubblicane e altre tradizionalmente dem, il possesso di armi è particolarmente diffuso e si registra resistenza alle restrizioni. Piaccia quindi o meno, i rappresentanti di questi territori tendono a farsi portavoce al Congresso di tali istanze. Secondo: lo spauracchio della Nra andrebbe un po’ ridimensionato. Intanto, secondo un sondaggio della Monmouth University, solo un democratico su quattro vuole che Biden si ricandidi nel 2024.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.