Per i giudici della Corte di cassazione, che riprendono le motivazioni del Tribunale del Riesame di Latina, i congiunti del deputato con gli stivali di gomma Aboubakar Soumahoro sarebbero una «struttura delinquenziale a base familiare». E avrebbero distratto dalla coop di famiglia, la Karibu, che si occupava della gestione dei Centri d’accoglienza pontini per migranti richiedenti protezione internazionale, poco più di 1 milione di euro, 111.284 dei quali a opera di Liliane Murekatete, ovvero Lady Soumahoro. Le motivazioni dei giudici della Suprema corte riguardano la fase cautelare, ovvero il momento in cui la Murekatete era agli arresti domiciliari, ma sono state depositate di recente. La notizia, riportata in modo impreciso da alcuni giornali, si è diffusa solo l’altro giorno e accollava a lady Soumahoro l’intera azione distrattiva. In realtà, però, l’addebito per la Murekatete è di 111.284 euro, in quanto «beneficiaria di bonifici anche su conti accesi in Belgio» con causali del tipo «anticipo container cibo africano» o «rimborso viaggio e spese per il Ghana e acquisto di cibo africano». Spese che, secondo i giudici, «la stessa cooperativa dichiara non inerenti». «Una circostanza la cui infondatezza verrà chiarita in dibattimento», afferma l’avvocato Lorenzo Borrè, che difende lady Soumahoro. Non solo. C’è un ulteriore passaggio della sentenza, indicato come parte della motivazione dei giudici della Cassazione, che in realtà era legato a un’argomentazione su un motivo di impugnazione. Questo: «Le condotte distrattive sono state poste in essere mentre l’indagata era sottoposta a misura interdittiva per altro procedimento». In realtà la consumazione della presunta bancarotta fraudolenta si sarebbe consumata nella data in cui è stata emessa la sentenza di liquidazione delle coop, che è stata pronunciata nel periodo in cui erano in vigore le misure interdittive. Si tratta di una differenza sottile ma sostanziale. Quantità della distrazione a parte, ciò che è di particolare interesse è la motivazione. «La ricorrente propone il rilievo che la condotta risulterebbe essere solo omissiva e inconsapevole delle distrazioni», ma per i giudici della Cassazione, risulterebbe che «l’indagata abbia ricoperto incarichi di gestione, per quanto emerge dal contenuto di email, da dichiarazioni di persone informate sui fatti, da attività di relazioni pubbliche con esponenti delle istituzioni, dalla sostituzione della madre, come anche dall’accreditarsi come legale rappresentante della società, oltre a essere la stessa ricorrente beneficiaria di risorse societarie distratte». E quindi, in sostanza, le viene riconosciuto «un ruolo di concorso nella gestione della società fallita di tipo attivo». Che si è trasformato, secondo l’accusa, in gravi imputazioni: la frode in pubbliche forniture, «per aver distratto ed essersi appropriata delle somme erogate dalla Prefettura di Latina» non adempiendo «ai doveri di prestazione pattuiti»; la bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione e le «operazioni dolose cagionanti lo stato di insolvenza» della coop; l’autoriciclaggio per il reimpiego del denaro provento della frode e di bancarotta fraudolenta per distrazione per il «trasferimento su conti correnti esteri in favore di persone fisiche e giuridiche diverse». Il tutto in concorso con sua madre, suocera di Soumahoro, Marie Terese Mukamitsindo, e con suo fratello Michel Rukundo.
Stiamo parlando delle spese effettuate dagli affini dell’ex sindacalista nella capitale dell’Unione europea con i soldi della cooperativa Karibu.
Il 30 ottobre 2023, il procuratore Giuseppe De Falco aveva trasmesso l’ordinanza di custodia cautelare del Gip che aveva disposto l’arresto di mamma e figlia anche all’Olaf (l’Ufficio Europeo per la lotta antifrode di Bruxelles), alla Corte dei conti e ad altri uffici interessati «per opportuna conoscenza e per le eventuali valutazioni di rispettiva competenza […]in ragione della natura pubblica dei fondi oggetto di utilizzo per scopi estranei alle finalità del servizio pubblico per cui sono stati erogati e comunque non inerenti l’oggetto sociale delle cooperative Karibu e Consorzio Aid», entrambi riconducibili alla famiglia originaria del Ruanda e successivamente finiti in liquidazione coatta amministrativa. Passano pochi giorni e il capo della Direzione A5 della Commissione europea scrive al Comando generale della Guardia di finanza un appunto. In cui si legge: «Informo che l’Olaf ha avviato un’indagine riguardante sospette irregolarità e frodi in relazione alla richiesta ed erogazione di fondi del Fondo sociale europeo con riferimento a diversi progetti di integrazione ed inclusione sociale rivolti ai profughi ed ai migranti a favore della società cooperativa Karibu di Sezze (Latina)».
A questo punto il direttore avverte: «Nell’ambito di tale indagine […] l’Olaf intende effettuare due controlli sul posto, nei giorni dal 22 al 24 novembre prossimi venturi presso le società indicate in oggetto. Lo scopo del controllo è l’acquisizione di documentazione e informazioni in relazione alla veridicità dei costi sostenuti e portati a rimborso, dell’effettività delle spese sostenute dal beneficiario e dalle cooperative fornitrici di servizi al beneficiario». Quindi viene richiesta l’assistenza delle Fiamme gialle per l’esecuzione dei controlli e «la trasmissione di documenti o di altre informazioni sui soggetti in precedenza menzionati, che dovessero essere nella disponibilità della Guardia di Finanza e ritenuti utili alle indagini».
I militari si mettono immediatamente all’opera per offrire tutto il sostegno necessario. E in un’informativa inviata in Procura il 30 novembre si legge il resoconto dell’ispezione effettuata insieme con gli uomini dell’Olaf: «L’attività consentiva di individuare - tra l’altro - un raccoglitore intestato "Marie-Terese Bruxelles" al cui interno venivano rinvenuto documenti di interesse operativo ai fini della presente attività investigativa». Atti che si riferiscono alla costituzione di due società, di cui il nostro giornale aveva svelato l’esistenza a ottobre, e agli immobili di proprietà di Liliane Murekatete, sulla carta impiegata della Karibu circa 2.000 euro al mese, prima di essere lasciata a casa, ma in grado di investire abbondanti risorse nel mattone in Italia e, si scopre oggi, anche in Belgio.
Nel raccoglitore sono stati trovati atto di costituzione in data 22 giugno 2016 della «Karibu Belgique» di Ixelles, fondata da Liliane, dal fratello Michael, dalla compagna di lui, da un parrucchiere con cui la Murekatete ambiva a costituire un centro estetico, e un’altra persona. Tra le carte acquisite anche lo statuto datato 18 dicembre 2018 della «Karibuni Asbl» di Bruxelles, fondata questa volta dalla Mukamitsindo, dall’attivista politica Tiffany Djamila Fevery, trentacinquenne cittadina belga di origine magrebina ed Henri Désiré N’Zouzi, giornalista cinquantasettenne nato a Ixelles, ma di origine congolese. L’associazione si avvaleva un team multidisciplinare composto da psicologi, sociologi, assistenti sociali, nutrizionisti, estetisti, parrucchieri, professionisti aziendali, eccetra, e doveva insegnare, testualmente, ai migranti, tra le altre materie, a prendersi cura del proprio aspetto fisico e a scoprire la bellezza del proprio corpo. Ma i ritrovamenti più interessanti sono altri. Tra questi un contratto di locazione del 30 agosto 2014 fra Liliane (locatrice) e la madre (affittuaria) relativa a un immobile di Ixelles, alle porte della capitale belga, per un importo mensile di 1.000 euro.
È stato trovato anche un secondo accordo tra la compagna di Soumahoro e la Karibu, per il periodo 1 dicembre 2018-30 novembre 2024, in cui risulta aumentato di 300 euro al mese. Nel faldone c’era anche una proposta di acquisto datata 15 settembre 2019 avanzata da Marie Terese (acquirente) nei confronti della figlia (venditrice) proprio relativa all’immobile in affitto, al prezzo di 95.000 euro. Scrivono i finanzieri: «In esito alla documentazione di cui sopra, appare agevole affermare la proprietà di immobili in Belgio da parte di Liliane Murekatete». E aggiungono che la stessa, nel verbale di identificazione, dopo l’arresto, la stessa ha confermato, tra l’altro, «di possedere tre appartamenti in Bruxelles». Adesso le indagini dovranno verificare con quali soldi siano stati acquistati.
Agli inquirenti la Mukamitsindo ha spiegato che «sei o sette persone della cooperativa Karibu sono andate a Bruxelles per frequentare un corso di formazione sulla progettazione di fondi europei in collaborazione con la Camera di commercio Italo-belga». Erano gli anni delle photo opportunity, per esempio, con Pier Francesco Majorino, eurodeputato del Pd.
La signora ha anche sostenuto che i soldi pagati alla figlia rappresentassero un risparmio: «Decidemmo di aprire un ufficio anche a Bruxelles. Il primo che trovammo ci costava quasi 2.000 euro al mese. Dopo quattro mesi, decidemmo di prendere in affitto l’immobile di proprietà di mia figlia Liliane perché ci costava di meno. Intorno ai mille euro mensili, che abbiamo corrisposto per sei mesi su tre anni che abbiamo utilizzato l’immobile». La conclusione è sottintesa: se fossimo intellettualmente onesti, dovremmo ringraziare Liliane, invece di sospettare maliziosamente che la Karibu le desse i soldi per farsi gli affari propri.
d’affari. Era cliente del salone dove lavoravo all’epoca. Poi ha offerto a me e a Giovanni (Nugnes, ndr), un mio collega coiffeur, di lavorare per lei». Il resoconto prosegue: «Ha affittato un salone di estetica e parrucchiere e ha assunto me e Giovanni. Ma, poi, per molto tempo non abbiamo avuto notizie. Ci diceva che avremmo aperto presto». E non è mai successo, giusto? «Esatto». Era una truffa? «Non credo. Aveva comprato tutto, ma poi l’attività non è partita. Il motivo non lo so». Chiediamo alla testimone del suo ruolo di tesoriera. Risposta: «Dovrebbe chiedere a Liliane o a sua madre. Io non voglio più avere niente a che fare con queste persone. In ogni caso mi hanno messo dentro alla Karibu senza dirmelo». Mi spieghi meglio… «Hanno falsificato la mia firma. Quando ho appreso che mi avevano inserito nell’associazione come tesoriera a mia insaputa, allora ho contattato un avvocato perché non c'entravo niente con la Karibu. Io sono un’estetista. E là dentro hanno messo anche il nome del parrucchiere». E poi che cosa è successo? «Quando ho annunciato la denuncia la madre è venuta in Belgio per risolvere il problema prima che io depositassi la querela in tribunale. Adesso però non voglio più sapere niente di loro. Non ho nulla a che fare con i loro imbrogli. Ho strappato il contratto molto tempo fa».
Dunque la Murekatete a Bruxelles anziché occuparsi di migranti aveva provato ad avviare un centro estetico e anche l’associazione fondata nel 2016 in Belgio sembrava andare in quella direzione.
Soumahoro, in tv, in fondo, aveva difeso la compagna, spiegando che «il diritto all’eleganza, il diritto alla moda è una libertà, la moda non è né bianca né nera la moda è semplicemente umana».
E così mentre i migranti ospitati nelle strutture d’accoglienza di sua suocera vivevano in mezzo a topi e blatte, mangiando cibo di scarsa qualità (è evidenziato nell’ordinanza che ha portato le due donne ai domiciliari), lady Soumahoro si sbizzarriva con i suoi sogni.
L’anno scorso era diventato virale un video di una sfilata di moda organizzata dalla Murekatete a Latina. Ma sembra che quel défilé fosse parte di un progetto più complesso. Portato avanti con determinazione a Bruxelles con la Karibu Belgique.
Nel 2016 Liliane, la madre, il fratello Michel, la cognata Marina, un commercialista e un trentenne napoletano, che secondo Ben Halima è un parrucchiere, fondano la Karibu Belgique il cui oggetto sociale è davvero sorprendente.
L’articolo 2 spiega che l’associazione prende «spunto dal lavoro sul campo portato avanti da diversi anni dalla cooperativa sociale Karibu nel campo dell’accoglienza, dell’inserimento socio-professionale e del sostegno alle persone in difficoltà». Ma contiene anche un’osservazione che è la stella polare della nuova iniziativa: «Il successo di qualsiasi progetto professionale dipende, in particolare, dal livello di fiducia che si ha in se stessi».
Il tema è questo: la fiducia in se stessi che porta a ottenere successo.
E come si costruisce questa autostima? Lo spiega lo statuto: «Si modella e si mantiene attraverso tecniche e azioni concrete.
In questo contesto, i fondatori di Karibu Belgique intendono creare un quadro adeguato destinato a offrire attività diversificate che contribuiscono al raggiungimento di questo obiettivo.
A tal fine l’associazione si avvarrà di un team multidisciplinare composto da psicologi, sociologi, assistenti sociali, nutrizionisti, estetisti, parrucchieri, professionisti aziendali, ecc.». Avete letto bene, per aiutare i migranti e non solo loro ad avere successo, Liliane, che in passato ha anche fatto la fotomodella, propone come soluzione il trucco e il parrucco.
Il documento prosegue: «Senza che l’elenco sia esaustivo, l’associazione metterà a disposizione locali e organizzerà mostre, laboratori, seminari e convegni». Con argomenti che sembrano presi dai corsi motivazionali con life coach un po’ invasati. Ecco le materie: «Conoscenza di sé e degli altri; prenditi cura del tuo aspetto fisico (vestito, cura del corpo, acconciatura, cura del viso, ecc.); scopri e prenditi cura della bellezza del tuo corpo; tecniche di rilassamento e benessere; comunicazione verbale e non verbale; gestione dello stress e del tempo; gestione dei conflitti; dinamiche di gruppo; scambio interculturale; formazione qualificante (varie professioni)». Lo statuto informa anche che «le attività dell'associazione sono rivolte principalmente ai soci e ai sostenitori» e che «tuttavia, queste attività saranno proposte a tutti i pubblici senza distinzione: singole persone (studenti, persone in cerca di lavoro, lavoratori inseriti in situazioni di riorientamento professionale, ecc.), aziende, associazioni, ecc.».
Anche l’associazione, come il centro estetico è stato un fallimento. Eppure nella città metropolitana di Bruxelles Liliane ha acquistato uno studio e lo ha affittato per diversi mesi alla Karibu italiana. Inoltre le indagini della Procura hanno registrato decine di migliaia di euro di spese effettuate in Belgio con i soldi pubblici destinati all’accoglienza. Liliane, oltre agli affitti, avrebbe incassato anche una consulenza da 35.000 euro e 7.000 euro sarebbero stati destinati a un non meglio specificato «convegno europeo». Ma agli atti sono rimasti anche i conti di ristoranti stellati e negozi di lusso.
Tracce, forse, della vita spensierata di Liliane a Bruxelles, quando voleva regalare eleganza a tutti. Ma soprattutto a sé stessa.
Forti di un complesso di superiorità acquisito per militanza politica, a sinistra non perdono occasione per impartire lezioni, anche quando il buon senso consiglierebbe di tacere. Così, dopo aver contribuito a creare uno dei tanti miti di cartapesta che piacciono ai compagni, ovvero Aboubakar Soumahoro, quando si è scoperto che la simpatica famigliola di immigrati aveva qualche conto in sospeso, invece di fare ammenda per aver favorito l’ascesa dell’onorevole con i gambali sporchi di fango, la solita compagnia di giro dei giornalisti impegnati si è affrettata a difenderlo e con lui a proteggere la bella moglie.
La quale, mentre la cooperativa di cui faceva parte sfruttava i migranti, amava farsi fotografare con oggetti di lusso e anche mostrarsi senza veli davanti all’obiettivo. «Mi domando in cosa divergano le aspirazioni di Liliane Murekatete (compagna del sindacalista diventato onorevole grazie alla coppia Fratoianni-Bonelli, ndr) da quelle di Chiara Ferragni», ha scritto Concita De Gregorio su Repubblica. «Non vedo perché una giovane donna arrivata in questo Paese dal Rwanda non debba prendere appunti e provare a imitarla». Segue una predica sul corpo delle donne, usato e abusato per fare pubblicità, ma anche per fare battaglie politiche. A dare manforte alla maestrina dalla penna rossa è poi arrivato Michele Serra, sempre su Repubblica, che ha rilanciato: «Liliane Murekatete deve rispondere di quello che ha fatto, non di come si veste». Nemmeno, aggiungo io, di come si sveste. Ognuno è libero di mettersi in mostra come vuole. Tuttavia, dopo aver per anni frugato tra le lenzuola del leader di centrodestra, occupandosi di chi passasse nel suo letto, non si può all’improvviso indignarsi se le immagini in cui la moglie di Soumahoro si è gentilmente concessa nuda finiscono in prima pagina. O il corpo delle donne si può usare e abusare a seconda della fede politica a cui appartiene?
Ma soprattutto: che c’entra il paragone fra un’influencer e una giovane donna ruandese? La prima le borsette se le paga, la seconda invece è accusata di non aver pagato i migranti che lavoravano per la cooperativa di cui era amministratrice. La sostanziale differenza sta tutta qui. Se poi ti intesti la lotta contro lo sfruttamento e hai per compagno un signore che, dopo essere entrato in Parlamento con il pugno chiuso, alla domanda su come abbia trovato i soldi per pagare la casa che abita dice di aver messo da parte dei quattrini grazie al libro che ha scritto, i dubbi e le critiche vengono da sé, non c’è neppure bisogno di sollecitarli, perché se li pone chiunque non sia affetto da presbiopia politica.
Ma forse non si tratta di un difetto oculistico, bensì solo di una doppia morale, che spinge a essere inflessibili con chi non è di sinistra e indulgenti invece con i compagni di lotta. Sta di fatto, che prima di indossare i panni della difesa, prima di trasformarsi in indignati speciali con chi ha pubblicato le foto di Liliane Murekatete, De Gregorio, Serra e tutti gli altri paladini della giovane donna arrivata in questo Paese dal Rwanda dovrebbero leggere ciò che scrive il giudice delle indagini preliminari, chiamato a valutare i risultati dell’inchiesta aperta dalla Procura di Latina a carico di suocera, cognato e moglie di Aboubakar Soumahoro, nella sentenza in cui nei loro confronti è stata adottata la misura interdittiva: «I tre indagati, seppure allo stato formalmente incensurati, hanno mostrato elevata spregiudicatezza criminale nell’attuare un programma delinquenziale a gestione familiare protratto nel tempo». La magistratura, tra l’altro, nel corso dell’indagine ha anche disposto il sequestro di oltre 600.000 euro, frutto di profitti illeciti derivanti da operazioni inesistenti. Dunque, il problema non è come si veste o come si sveste Lady Soumahoro, ma se quelle borsette, quella vita ostentata fra oggetti di lusso e viaggi, era pagata con soldi suoi o con quelli pubblici destinati ai migranti.
Capisco che la domanda sia tranchant e che getti una luce sinistra sulla famiglia di colui che doveva diventare il nuovo leader del Pd, ma qui ci sono milioni svaniti nel nulla e interrogarsi è d’obbligo. Così come è naturale chiedersi perché nessuno nel Partito democratico, in Articolo Uno e nel resto della galassia rossa si sia mai accorto dei traffici di Antonio Panzeri con il Qatar, il Marocco e forse anche con altri simpatici Paesi del Golfo. A sinistra, come per Soumahoro si mostrano stupiti, anzi si dichiarano parte lesa, ma qui non siamo in presenza di una mela marcia, semmai di un cestino. Non passa giorno, infatti, che non spunti un nome nuovo. La magistratura belga verificherà le responsabilità di ciascuno, ma continuare a sostenere che si tratti di un caso di corruzione e non di un sistema che coinvolge numerosi esponenti della sinistra appare ipocrita. Mazzette e favori non hanno condizionato un parlamentare e qualche assistente, ma funzionari e onorevoli e tutti o quasi appartenenti al gruppo dei Socialisti e democratici europei, ovvero dello schieramento di maggioranza del Parlamento europeo. Per anni ci hanno insegnato che la politica ha l’obbligo di intervenire prima di una sentenza definitiva, evitando che il lavoro lo faccia la magistratura. Bene, c’è un solo modo per tenere fede a questo lodevole impegno: dimettersi. Un Parlamento dove molti suoi membri si facevano dettare la linea dai servizi segreti del Qatar o del Marocco (o erano distratti) non ha più alcuna legittimità. Rimane solo la dignità di fare le valigie.
Forti di un complesso di superiorità acquisito per militanza politica, a sinistra non perdono occasione per impartire lezioni, anche quando il buon senso consiglierebbe di tacere. Così, dopo aver contribuito a creare uno dei tanti miti di cartapesta che piacciono ai compagni, ovvero Aboubakar Soumahoro, quando si è scoperto che la simpatica famigliola di immigrati aveva qualche conto in sospeso, invece di fare ammenda per aver favorito l’ascesa dell’onorevole con i gambali sporchi di fango, la solita compagnia di giro dei giornalisti impegnati si è affrettata a difenderlo e con lui a proteggere la bella moglie.
La quale, mentre la cooperativa di cui faceva parte sfruttava i migranti, amava farsi fotografare con oggetti di lusso e anche mostrarsi senza veli davanti all’obiettivo. «Mi domando in cosa divergano le aspirazioni di Liliane Murekatete (compagna del sindacalista diventato onorevole grazie alla coppia Fratoianni-Bonelli, ndr) da quelle di Chiara Ferragni», ha scritto Concita De Gregorio su Repubblica. «Non vedo perché una giovane donna arrivata in questo Paese dal Rwanda non debba prendere appunti e provare a imitarla». Segue una predica sul corpo delle donne, usato e abusato per fare pubblicità, ma anche per fare battaglie politiche. A dare manforte alla maestrina dalla penna rossa è poi arrivato Michele Serra, sempre su Repubblica, che ha rilanciato: «Liliane Murekatete deve rispondere di quello che ha fatto, non di come si veste». Nemmeno, aggiungo io, di come si sveste. Ognuno è libero di mettersi in mostra come vuole. Tuttavia, dopo aver per anni frugato tra le lenzuola del leader di centrodestra, occupandosi di chi passasse nel suo letto, non si può all’improvviso indignarsi se le immagini in cui la moglie di Soumahoro si è gentilmente concessa nuda finiscono in prima pagina. O il corpo delle donne si può usare e abusare a seconda della fede politica a cui appartiene?
Ma soprattutto: che c’entra il paragone fra un’influencer e una giovane donna ruandese? La prima le borsette se le paga, la seconda invece è accusata di non aver pagato i migranti che lavoravano per la cooperativa di cui era amministratrice. La sostanziale differenza sta tutta qui. Se poi ti intesti la lotta contro lo sfruttamento e hai per compagno un signore che, dopo essere entrato in Parlamento con il pugno chiuso, alla domanda su come abbia trovato i soldi per pagare la casa che abita dice di aver messo da parte dei quattrini grazie al libro che ha scritto, i dubbi e le critiche vengono da sé, non c’è neppure bisogno di sollecitarli, perché se li pone chiunque non sia affetto da presbiopia politica.
Ma forse non si tratta di un difetto oculistico, bensì solo di una doppia morale, che spinge a essere inflessibili con chi non è di sinistra e indulgenti invece con i compagni di lotta. Sta di fatto, che prima di indossare i panni della difesa, prima di trasformarsi in indignati speciali con chi ha pubblicato le foto di Liliane Murekatete, De Gregorio, Serra e tutti gli altri paladini della giovane donna arrivata in questo Paese dal Rwanda dovrebbero leggere ciò che scrive il giudice delle indagini preliminari, chiamato a valutare i risultati dell’inchiesta aperta dalla Procura di Latina a carico di suocera, cognato e moglie di Aboubakar Soumahoro, nella sentenza in cui nei loro confronti è stata adottata la misura interdittiva: «I tre indagati, seppure allo stato formalmente incensurati, hanno mostrato elevata spregiudicatezza criminale nell’attuare un programma delinquenziale a gestione familiare protratto nel tempo». La magistratura, tra l’altro, nel corso dell’indagine ha anche disposto il sequestro di oltre 600.000 euro, frutto di profitti illeciti derivanti da operazioni inesistenti. Dunque, il problema non è come si veste o come si sveste Lady Soumahoro, ma se quelle borsette, quella vita ostentata fra oggetti di lusso e viaggi, era pagata con soldi suoi o con quelli pubblici destinati ai migranti.
Capisco che la domanda sia tranchant e che getti una luce sinistra sulla famiglia di colui che doveva diventare il nuovo leader del Pd, ma qui ci sono milioni svaniti nel nulla e interrogarsi è d’obbligo. Così come è naturale chiedersi perché nessuno nel Partito democratico, in Articolo Uno e nel resto della galassia rossa si sia mai accorto dei traffici di Antonio Panzeri con il Qatar, il Marocco e forse anche con altri simpatici Paesi del Golfo. A sinistra, come per Soumahoro si mostrano stupiti, anzi si dichiarano parte lesa, ma qui non siamo in presenza di una mela marcia, semmai di un cestino. Non passa giorno, infatti, che non spunti un nome nuovo. La magistratura belga verificherà le responsabilità di ciascuno, ma continuare a sostenere che si tratti di un caso di corruzione e non di un sistema che coinvolge numerosi esponenti della sinistra appare ipocrita. Mazzette e favori non hanno condizionato un parlamentare e qualche assistente, ma funzionari e onorevoli e tutti o quasi appartenenti al gruppo dei Socialisti e democratici europei, ovvero dello schieramento di maggioranza del Parlamento europeo. Per anni ci hanno insegnato che la politica ha l’obbligo di intervenire prima di una sentenza definitiva, evitando che il lavoro lo faccia la magistratura. Bene, c’è un solo modo per tenere fede a questo lodevole impegno: dimettersi. Un Parlamento dove molti suoi membri si facevano dettare la linea dai servizi segreti del Qatar o del Marocco (o erano distratti) non ha più alcuna legittimità. Rimane solo la dignità di fare le valigie.






