Janet Yellen entra nella storia il 23 novembre del 2020. Dopo essere stata la prima donna presidente della Fed é diventata la prima alla guida del Tesoro americano. Joe Biden l'ha scelta per il dopo Steven Mnuchin e per rilanciare l'economia americana alle prese con la peggiore crisi dalla Grande Depressione.
Il segretario al Tesoro Usa Janet Yellen e il suo omologo cinese He Lifeng (Ansa)
Visita della Yellen. Lunedì trilaterale sull’industria fra Italia, Francia e Germania.
Gli Stati Uniti e la Cina hanno concordato di tenere «scambi intensi per una crescita equilibrata». Così recita un comunicato diffuso dal dipartimento del Tesoro statunitense al termine di due giorni di colloqui tra il segretario al Tesoro, Janet Yellen, e il suo omologo cinese, He Lifeng. «Questi scambi faciliteranno la discussione sugli squilibri macroeconomici, inclusa la loro connessione con la sovracapacità, e intendono sfruttare questa opportunità per sostenere condizioni di parità per i lavoratori e le imprese americane», ha annunciato la Yellen in una dichiarazione.
I colloqui tenuti a Guangzhou hanno segnato l’ultimo passo in avanti negli sforzi congiunti Usa-Cina per stabilizzare i legami in linea con gli impegni emersi dal summit di novembre a San Francisco tra i presidenti Joe Biden e Xi Jinping. La visita della Yellen in Cina, la seconda negli ultimi 12 mesi, è avvenuta quando Washington e Pechino vedono i loro contrasti aumentare, dall’accesso alla tecnologia avanzata alle relazioni con Taiwan e fino all’app Tiktok.
«Dopo una discussione approfondita con la mia controparte, sono lieta di annunciare che abbiamo concordato di lanciare due nuove importanti iniziative che promuoveranno gli interessi dei lavoratori e delle imprese americane e contribuiranno a proteggere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti», ha aggiunto la Yellen. In primo luogo, Stati Uniti e la Cina manterranno «intensi scambi sulla crescita equilibrata delle economie nazionali e globali» al fine di facilitare la discussione sugli squilibri macroeconomici, compreso il collegamento alla sovracapacità. «Intendo sfruttare questa opportunità per sostenere condizioni di parità per i lavoratori e le imprese americane», ha osservato ancora la Yellen. Gli Usa considerano la sovracapacità come un enorme sussidio cinese ad alcune attività - energia solare, veicoli elettrici e batterie, per esempio - che rischia di creare un’eccedenza di beni a basso costo in grado di minacciare questi settori altrove. In secondo luogo, «abbiamo concordato che Stati Uniti e Cina avvieranno una cooperazione e uno scambio congiunto tra Tesoro e Banca centrale cinese (Pboc) sull’antiriciclaggio per espandere la cooperazione contro la finanza illecita e la criminalità finanziaria».
In vista delle elezioni presidenziali, alla Casa Bianca stanno cercando un punto di incontro economico con Pechino per evitare ripercussioni inflazionistiche e il rischio che un surplus cinese travolga gli Usa. Il problema è che questa mossa fa finire all’angolo l’Europa: più gli Stati Uniti e la Cina si mettono d’accordo e più rischia di farne le spese il Vecchio continente. Nel 2026, tra l’altro, entrerà in vigore il cosiddetto Cbam, acronimo di Carbon border adjustment mechanism, ovvero il meccanismo di adeguamento delle emissioni importate. Un’evoluzione sulle tasse sulla CO2 decisa da Bruxelles che creerà forti frizioni con Washington che non condivide il modello impostato dagli euroburocrati. I rapporti diventeranno, quindi, più complicati proprio quando non abbiamo gli strumenti necessari per diventare un terzo polo autonomo e resistente.
Nel frattempo, domani i ministri dell’Economia e dell’Industria di Italia, Francia e Germania si incontreranno a Meudon, a Sud Ovest di Parigi, per discutere una strategia comune tesa a contenere l’avanzata di Cina e Stati Uniti. L’Ue deve «mostrare i denti» alla Cina per «difendere i propri interessi economici», ha detto ieri il ministro francese Bruno Le Maire, prima della trilaterale, sottolineando che «il tempo della globalizzazione felice è finito», mentre è iniziata «l’era della rivalità». L’Unione, ha aggiunto il rappresentante di Bercy, ha bisogno di «strumenti per ribilanciare» il rapporto commerciale con Pechino, in particolare nel settore ambientale. Tre i pilastri d’indirizzo comune che Roma, Parigi e Berlino intendono sostenere davanti alla futura Commissione Ue: semplificazione, concorrenza internazionale leale e rafforzamento dell’indipendenza energetica dell’Europa. Si tratta della terza trilaterale sull’industria in meno di un anno.
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Il cardinale Christophe Pierre, nunzio apostolico negli Usa (Getty Images)
Dopo la rimozione del vescovo di Tyler, aumentano gli attriti tra nunzio apostolico e Conferenza episcopale. Linea filocinese e temi dottrinali alla base dello scontro.
È una tensione crescente quella che si registra tra la Santa Sede e la Chiesa statunitense. La rivista dei gesuiti americani America Magazine ha riferito di alcuni attriti tra il nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christophe Pierre, e il presidente della Conferenza episcopale d’Oltreatlantico, l’arcivescovo Timothy Broglio. In particolare, durante la recente assemblea plenaria della stessa Conferenza episcopale a Baltimora, i due avrebbero espresso quelle che la testata ha definito delle «visioni contrastanti» in riferimento al Sinodo sulla sinodalità. «Dobbiamo avere il coraggio di ascoltare il punto di vista delle persone, anche quando tali prospettive contengono errori e incomprensioni», ha detto Pierre. «Il risveglio eucaristico e la sinodalità vanno di pari passo», ha proseguito, per poi aggiungere: «Incoraggio noi stessi a seguire ciò che dice il Santo Padre. Potremmo aver avuto timori o ansie riguardo a questo Sinodo, soprattutto se ci fossimo concentrati su una particolare “agenda” o “idea”, sia negativa che positiva. Ma non è questo il senso della sinodalità». Broglio, dal canto suo, ha detto di aver «riflettuto sulle numerose realtà sinodali che già esistono nella Chiesa degli Stati Uniti». «Si potrebbe pensare anche alle commissioni di questa conferenza. Almeno in quelle in cui ho servito, l’interazione tra vescovi, personale e consulenti è stata attiva, salutare ed estremamente utile», ha proseguito. Insomma, il presidente della Conferenza episcopale sembra avere, almeno in parte, respinto al mittente le esortazioni di Pierre, sottolineando che «numerose» realtà sinodali già esistono nella Chiesa americana.
Queste stoccate in punta di fioretto non nascono dal nulla. Già a inizio novembre, Pierre aveva bacchettato il clero d’Oltreatlantico, parlando proprio ad America Magazine. «Ci sono alcuni sacerdoti, religiosi e vescovi che sono terribilmente contro Francesco, come se fosse il capro espiatorio di tutti i fallimenti della Chiesa o della società», dichiarò. «Siamo a un mutamento epocale nella Chiesa. La gente non lo capisce. E questo potrebbe essere il motivo per cui la maggior parte dei giovani sacerdoti oggi sognano di indossare l’abito talare e di celebrare la messa nel modo tradizionale», aggiunse, lamentandosi anche del fatto che i seminari negli Usa oggi sarebbero «vuoti». Parole che non sono state ben accolte da Broglio. «Non penso che questo rifletta realmente la realtà della Chiesa negli Usa», ha detto il presidente della Conferenza episcopale, secondo la testata Crux. «Certamente le nostre chiese non sono vuote, tuttavia stiamo cercando di fare del nostro meglio perché continui a essere così. Abbiamo un certo numero di seminari che sono in realtà al completo», ha aggiunto.
Tutto questo, mentre sabato Papa Francesco ha rimosso dal suo incarico il vescovo di Tyler, Joseph Strickland, che era stato un aspro critico del Sinodo sulla sinodalità, paventando lo scenario di uno scisma. Di contro, negli Usa uno dei principali promotori del Sinodo (a cui ha anche preso parte dietro nomina pontificia) è sempre stato padre James Martin: gesuita progressista, designato consultore del dicastero vaticano per la Comunicazione nel 2017. «Negli Stati Uniti la situazione non è facile: c’è un’attitudine reazionaria molto forte, organizzata», aveva inoltre detto il Papa ad agosto. Alla base degli attriti tra il Pontefice e i cattolici statunitensi non si registrano solo nodi dottrinali. Innanzitutto tra meno di un anno negli Stati Uniti si terranno le elezioni presidenziali. Nonostante la Conferenza episcopale abbia avuto delle turbolenze con i repubblicani sulla questione migratoria, c’è una significativa convergenza tra il Gop e molti vescovi americani sul contrasto all’aborto. Ora, non è un mistero che l’attuale Pontefice non nutra eccessive simpatie per il Partito repubblicano e, soprattutto, per Donald Trump (nonostante quest’ultimo avesse nominato dei cattolici alla Corte Suprema e nella sua stessa amministrazione). Sarà d’altronde un caso, ma l’enciclica Fratelli tutti, in cui si criticava duramente l’innalzamento dei «muri», uscì il 3 ottobre 2020: a un mese esatto, cioè, dalle elezioni presidenziali di quell’anno. Difficile trascurare che uno dei punti salienti del programma politico di Trump era sempre stato quello del muro al confine col Messico. Così come è difficile trascurare che lo stesso Strickland è storicamente un severo critico dell’amministrazione Biden (soprattutto in tema di aborto).
Emerge poi un nodo geopolitico. Washington ha sempre guardato con diffidenza al controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi, siglato nel 2018 e finora rinnovato due volte. A criticare l’intesa furono, tra gli altri, due cardinali statunitensi, come Raymond Burke e Timothy Dolan (che è a capo della commissione per la libertà religiosa della Conferenza episcopale americana). Ciononostante il Pontefice ha confermato la distensione con la Cina nel suo viaggio in Mongolia di settembre e ha inoltre strizzato l’occhio al Dragone nella sua esortazione apostolica Laudate Deum. Tutto questo, mentre martedì l’arcivescovo di Pechino, Joseph Li, si è recato a Hong Kong su invito del neocardinale Stephen Chow: gesuita e stretto alleato di Francesco, oltre che noto fautore dell’accordo sino-vaticano. Ebbene Joseph Li è presidente dell’Associazione patriottica cattolica cinese, che risulta sottoposta al controllo del governo di Pechino. Quel governo che finora ha più volte violato l’intesa con la Santa Sede e che continua a sottoporre i cattolici cinesi a un processo di indottrinamento secondo i principi del socialismo.
In questo senso, i due aspetti della questione - quello dell’appoggio indiretto a Joe Biden e quello dell’avvicinamento a Pechino - si intrecciano. Il Papa non può non sapere che nell’attuale amministrazione americana c’è un’ala che spinge per una distensione tra Usa e Cina: un’ala, in particolare, capitanata dal segretario al Tesoro Janet Yellen e dall’inviato per il clima John Kerry. Quel Kerry che preme per un disgelo con la Cina in nome della cooperazione green, che è un tema da sempre caro all’attuale Pontefice. Cattolico liberal, proprio Kerry ha avuto un faccia a faccia con Francesco a giugno. Nei sacri palazzi, c’è da giurarci, si sarà seguito con estrema attenzione l’incontro di ieri tra Biden e Xi Jinping. Il riposizionamento geopolitico della Santa Sede in senso filocinese prosegue.
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Da agosto, la Cina limiterà l’export di gallio e germanio. Col suo viaggio, Janet Yellen prova a evitare la guerra commerciale. L’Ue ora dorme e rischia la dipendenza strutturale.
Non siamo ancora alla guerra commerciale, ma certo il sentiero imboccato non è rassicurante. Dopo la riduzione dell’esportazione di microchip verso la Cina decisa dall’Olanda nei giorni scorsi, la Repubblica popolare ha deciso di attuare nei confronti dell’Occidente una ritorsione simile nelle modalità ma forse più dannosa negli esiti. Pechino ha infatti annunciato l’avvio dal primo agosto prossimo di una nuova procedura di controllo sulla destinazione dell’export di gallio e germanio. Questi due metalli vengono utilizzati in circuiti integrati, diodi laser e Led, applicazioni ottiche (visori notturni, fibre ottiche), catalizzatori, insomma sono preziosi per le caratteristiche che ne permettono l’uso (anche militare). Si tratta, cioè, di elementi che servono alla tecnologia che ormai presidia la nostra vita, alla transizione verde ma anche all’industria degli armamenti.
La leva che il governo cinese può praticare sulle necessità occidentali di questi due metalli, ad oggi, è forte. La Cina produce il 98% del gallio mondiale, mentre si calcola che, al momento, le scorte dei due materiali possano durare al massimo per sei mesi. Per il gallio gli Usa dipendono al 100% dall’estero, per il germanio la dipendenza Usa è del 53%. È importante distinguere tra risorse dei due metalli, che esistono ovunque vi siano bauxite e zinco, e capacità industriale di raffinazione, che riguarda invece il possesso degli stabilimenti e la padronanza dei processi per ottenere i due metalli raffinati. La leva cinese su gallio e germanio oggi è costituita dalla capacità industriale di processare i minerali grezzi, non dalla disponibilità della materia prima in sé. Dunque, in astratto l’Occidente potrebbe costruirsi una alternativa avviando la propria produzione, e forse così sarà, nel medio periodo, per aggirare l’ostacolo. Il problema a quel punto diventerà il costo, che inevitabilmente salirà, tenuto conto anche del forte impatto ambientale di queste lavorazioni.
La reazione dell’Unione europea alla mossa cinese è sinora abbastanza scolastica: pare infatti che Bruxelles stia valutando se inoltrare un ricorso al Wto. Difficile persino definirla una reazione.
L’ipoteca posta dalla Cina sulla trasformazione verde europea e americana dunque è pesante, anche perché una tale dinamica di azione e reazione (tit for tat) può portare rapidamente a una escalation verso una guerra commerciale che potrebbe allargarsi a molti altri settori. Ciò farebbe precipitare quel decoupling che, dopo essere stato indicato come una soluzione ai sussulti geopolitici, ora preoccupa assai Washington e Bruxelles, che hanno lanciato il cuore oltre l’ostacolo della decarbonizzazione ad ogni costo. Il colpo di avvertimento rappresentato dal freno all’export di gallio e germanio, elementi importanti sì, ma meno di altri, può preludere a un freno cinese sulle esportazioni di altri materiali. Ad esempio, la grafite, che la Cina estrae per il 61% del mercato e raffina per il 98%. Questo sarebbe catastrofico per le ambizioni occidentali sull’auto elettrica, visto che la grafite è fondamentale per le batterie degli autoveicoli elettrici (da 50 a 100 chili per ogni singola auto).
L’Unione europea, con il suo Critical raw materials act ancora in discussione, non fa che prendere atto di una dipendenza dalla Cina che resterà strutturale, dimenticando che solo con corposi investimenti in ricerca potrà (forse) uscire dal cul de sac in cui si è infilata.
Gli Stati Uniti invece si muovono su più fronti. L’amministrazione americana guidata da Joe Biden starebbe preparando norme per limitare l’accesso delle aziende cinesi ai servizi di cloud computing statunitensi. In pratica, questo significa che i giganti del cloud, come Amazon, Microsoft e altri, dovranno chiedere il permesso del governo americano prima di fornire i loro servizi a compagnie cinesi. Questa mossa americana chiuderebbe una falla nel sistema di controllo delle esportazioni di chip verso la Cina, già in vigore. Con i servizi cloud, infatti, i clienti cinesi possono accedere a grandi capacità di calcolo, come quelle utili per gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, senza necessità di acquistare i chip americani. Proprio i rapidi progressi cinesi nel campo dell’intelligenza artificiale preoccupano la Casa Bianca, che sta cercando di limitare l’accesso a prodotti e servizi americani da parte di aziende cinesi.
Il viaggio del Segretario al Tesoro americano, Janet Yellen, arrivata a Pechino l’altro ieri per una serie di incontri lungo quattro giornate, va inquadrato dunque in un tentativo di stemperare le tensioni tra i due Paesi. Ma non solo: in gioco c’è l’equilibrio dell’ordine economico globale, oggi traballante per una corposa serie di motivi, dalla guerra in Ucraina alla transizione verde. Interesse e sicurezza nazionali da una parte e rapporti commerciali e reciproci investimenti dall’altra si fronteggiano. Nel 2022 l’interscambio commerciale tra Usa e Cina è stato di 690 miliardi di dollari, un record che probabilmente rimarrà imbattuto a lungo, visto il progressivo raffreddamento dei rapporti. Dopo la visita del segretario di Stato Antony Blinken a Pechino del mese scorso, ora tocca a Yellen provare a fermare l’escalation o, quantomeno, a rallentarla.
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Janet Yellen (Ansa)
Nel prossimo G7 la Janet Yellen proporrà una stretta agli investimenti su Pechino. A noi converrebbe convergere verso Washington.
Un recente discorso di Janet Yellen, ministro statunitense del Tesoro, ha suscitato molta attenzione perché ha mostrato una posizione contraria al disaccoppiamento tra le economie di Cina ed America: opposizione alla dottrina ufficiale dell’Amministrazione Biden; invito a Pechino di riprendere colloqui pacificatori; gioco delle parti? Per l’Italia è importante capire la vera posizione di Washington nei confronti della Cina, tema delicato sia nei rapporti con Francia e Germania sia con la Cina stessa che chiede a Roma il rinnovo (a fine anno) dell’accordo sulla Via della Seta irriflessivamente siglato da un governo precedente.
A chi scrive il messaggio di Yellen sembra chiaro: l’America continuerà a negare alla Cina comunista l’accesso a tecnologie di superiorità; a costruire un argine militare alleato contro l’aggressività ed espansionismo di Pechino; a disincentivare gli investimenti di aziende statunitensi nella Cina stessa; a limitare la presenza di aziende cinesi condizionate dal Partito comunista nel mercato americano; ma non ha intenzione di ridurre troppo i flussi commerciali «non strategici» tra le due nazioni. Tale postura è nota fin dal 2021, quando l’amministrazione Biden definì la strategia delle «3 C» verso la Cina: contenimento, competizione, ma anche cooperazione. È uscita Yellen da questo binario? No. Casomai ha ricordato che nella postura americana c’è anche la cooperazione nel momento in cui il contenimento e la competizione hanno una maggiore evidenza. Lo ha fatto come messaggio rivolto alla Cina? Forse e se così questo potrebbe essere un precursore per una trattativa finalizzata a rimuovere i dazi posti dall’amministrazione Trump all’import cinese (con l’intento di bilanciare i flussi via reciprocità commerciale e non di interromperli) al riguardo di materiali non strategici, che l’amministrazione Biden non ha rimosso. Ma chi scrive ritiene che Yellen abbia voluto preparare gli alleati del G7 ad accettare la possibile proposta statunitense nel prossimo summit in Giappone di una forte restrizione (con sanzioni) degli investimenti verso la Cina: tale restrizione sarà selettiva e non distruggerà le relazioni commerciali non strategiche. Sembra più un messaggio rivolto alla Germania che non può ridurre troppo rapidamente la dipendenza dal - e la presenza nel - mercato cinese e alla Francia che ha una posizione di mantenimento di flussi commerciali bilaterali elevati. L’Ue? La Commissione per bocca di Ursula von der Leyen ha detto chiaro e tondo a Xi Jinping che il trattato tra Ue e Cina sugli investimenti, siglato irritualmente a nome degli europei da Emanuel Macron e Angela Merkel con Xi stesso nel dicembre 2020, ma mai messo a ratifica, deve essere revisionato, cioè che è morto. Ma l’Ue è un dominio franco-tedesco con enorme spugnosità per l’approvazione di sanzioni e/o atti restrittivi verso l’esterno. Pertanto Washington ha scelto il G7 per ridurre la complessità di strutturazione del nuovo provvedimento anticinese che senza una convergenza degli alleati non avrebbe effetti. Confidando su cosa? Che Germania e Italia, come Regno Unito, Giappone e Canada, certamente non si opporranno alla proposta americana, la prima avendo probabilmente negoziato riservatamente con Washington uno «spazio di deroga» nelle relazioni economiche con la Cina. Alla più divergente Francia verrà offerto il concetto che la volontà statunitense non è quella di ridurre i flussi commerciali non strategici con la Cina ed esasperare il disaccoppiamento, imponendolo agli alleati, ma solo quello di depotenziare la Cina su alcuni profili pericolosi. Questa materia è molto tratteggiata, oggetto di diplomazia riservata, e quindi non è ora possibile prevedere l’esito. Ma sembra che Yellen abbia voluto aprire una finestra più verso gli alleati (e gli attori di mercato) che verso la Cina.
Per inciso, va detto che Yellen ha espresso preoccupazioni tecniche da tempo presenti nei think tank: passare da un’economia globale trainata dai flussi binari sinoamericani a una deglobalizzazione conflittuale troppo rapida potrebbe provocare una depressione mondiale. Inoltre, il blocco di importazioni cinesi a basso costo in alcuni settori porterebbe a più inflazione per i maggiori costi di produzione nelle democrazie (in realtà c’è ancora molta povertà nel mondo che potrà essere comprata per essere trasformata in efficienza, in particolare in India e in Africa). Va citata anche la preoccupazione, finora rimasta chiusa in alcuni centri di ricerca «di punta», che una Cina troppo soffocata poi imploda (dal 2015 è in quasi implosione finanziaria da «sbolla» e nel 2023 il recupero visibile dell’economia interna non appare sufficiente) e che non ci siano nel mondo abbastanza soldi per tirarla su, con rischio di tsunami globale. Pertanto, un po’ di disaccoppiamento «sinolimitativo» è salutare, ma troppo sarebbe pericoloso per tutti pur la Cina ormai un organismo tossico.
La posizione di interesse nazionale dell’Italia? Convergere di più con l’America, accordarsi riservatamente con la Germania, lasciare che America e Germania riducano la divergenza francese. Il bilaterale con la Cina? Aspettare i risultati del G7 a presidenza giapponese, anche perché nel 2024 l’Italia presiederà il G7 stesso, come riferimento per il linguaggio di cancellazione del trattato con Pechino, ma sostituendolo con un accordo non strategico di consultazione commerciale. Il Quirinale? La sua utilità sembra quella di sorridere a Francia e Cina, ormai comportamento consolidato, per bilanciare diplomaticamente la linea nettamente pro-democrazia e pro-atlantica/indo-pacifica del governo qualora provocasse incidenti per gli interessi economici italiani.
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