Salim El Koudri è la punta di un iceberg. I fari sono puntati sulle periferie delle grandi città, con i loro problemi spesso legati anche all’immigrazione. Ma se si esce dalle metropoli e si va in provincia, specie al Nord, si scopre un mondo poco raccontato dai mass media nazionali.
Un tessuto agro-urbano di popolazione che invecchia, imprese che hanno bisogno di manodopera manuale, figli che però vanno in città, case che si svuotano e che negli anni sono state comprate dai musulmani. Perché poi dovevano andare a lavorare nei capannoni. Nel giro di un ventennio è nato il cosiddetto islam di provincia, radicato principalmente nelle regioni della Pianura Padana: in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte si concentra una frazione significativa dei quasi 2,5 milioni di musulmani stimati in tutta Italia, con tassi di incidenza sulla popolazione locale superiori alla media nazionale.
Monfalcone è un estremo, col 33% di residenti che sono fedeli ad Allah, però la media dei centri della pianura è di un islamico ogni 4 autoctoni. Due gli effetti di questa invasione silenziosa.
Il primo riguarda gli italiani: negozi che chiudono, perché il titolare è andato in pensione o perché tanto si compra on line, che vengono rilevati da musulmani. Aprono macellerie, kebab, phone center. E non solo. Attorno a questi locali c’è un via vai di marocchini o tunisini, le etnie principali, che fanno il vuoto attorno. I lombardi, emiliani, veneti, friulani o piemontesi girano al largo e si rifugiano nei loro ristoranti, pizzerie o bar di riferimento. Piccolo particolare: quando una coppia o una famiglia cammina per strada la sera si trova di fronte spesso 10-20 musulmani. Risultato finale: la coppia o la famiglia si dirige direttamente nel locale di destinazione, poi dopo la cena si esce e si va subito a casa. Meno passeggiate. Meno vita sociale. Più paura. Di conseguenza i maomettani si prendono sempre più territorio. Piano piano conquistano alcuni bar e scattano risse e cagnara fino a notte tarda. Chiamare i vigili o i carabinieri? Sì, si fa. Ma tanto poi cosa possono fare? Quella sera il casino finisce, però il giorno dopo si riparte come prima.
E in questi bar, a volte situati di fronte a quelli frequentati solo da italiani, spesso nasce dis-integrazione tra immigrati e autoctoni. Gli stranieri, specie quelli giovani guardano i loro coetanei locali – maschi e femmine - che arrivano con macchine nuove, vestiti bene, profumati, pronti a far serata. Mentre loro hanno indumenti di seconda o terza fascia, pochi spiccioli in tasca. Si sentono esclusi, come Salim, l’attentatore di Modena. Da lì nasce il senso di frustrazione, che appunto può sfociare in odio. Un rancore coltivato da bambini, perché quando con le loro mamme super coperte fino agli occhi si sedevano sulla panchina, a fare niente, senza cellulare e con pochissimi giochi, erano costretti a guardare la cosiddetta «bella vita» degli italiani. Bella vita, precisiamolo, costruita col lavoro e i sacrifici, non certo regalata. Anzi.
Il muro tra stranieri e italiani si alza pure a scuola, perché i genitori dei bimbi lombardi, emiliani o veneti fanno di tutto per iscriverli in un istituto privato magari cattolico, «così i marocchini non vengono». Allora nelle pubbliche gli immigrati prendono il sopravvento, anche perché ne nascono di più.
Il percorso di Salim più o meno è questo e quanti sono i potenziali Salim sparsi nella Padania? Bisognava integrarli meglio? Eh, ma chi doveva farlo? Forse non bisognava aprire le frontiere e prendere chiunque, specie islamico. Forse i nostri imprenditori non dovevano delocalizzare la qualunque uccidendo lavori. Forse la sinistra e certi preti non dovevano imporre la religione dell’accoglienza e pensare un po’ di più a chi vive da generazioni in quella specifica cittadina di provincia. Forse bisognava imporre il metodo «Law and Order»” fin da subito contro chi sgarrava.
Troppo presi a riempirci la bocca di periferie da capire e da salvare, non si è voluto vedere che i musulmani si sono presi i centri di quei tanti campanili sparsi per la provincia del Nord. E queste persone non le puoi remigrare. Sono qua per starci e crescere ulteriormente, alimentando una bomba sociale che a Modena, sabato scorso, ha iniziato a esplodere.







