Il troppo stroppia. Dunque anche noi, che per primi avevamo scritto che leghisti e grillini una volta a Palazzo Chigi avrebbero recitato due parti in commedia, interpretando sia il ruolo della maggioranza che quello dell'opposizione, cominciamo ad averne le tasche piene. Va bene distinguersi e va bene pure che in vista delle elezioni europee ciascun esponente dell'esecutivo giochi la propria partita, nella speranza di massimizzare il risultato e poi ridiscutere gli equilibri all'interno del governo.
E però a tutto c'è un limite. Se ogni giorno ci si prende a sganassoni, poi si fa fatica a sedersi allo stesso tavolo e decidere in armonia le decisioni che si devono prendere per il Paese. Ancor più difficile, se non impossibile, diventa l'opera di tranquillizzare il mondo della finanza e dell'industria, che avendo a che fare con i soldi è sempre attento a ogni umore della politica, e si innervosisce in fretta. Soprattutto se leggendo la stampa e ascoltando i tg pare di stare sul Titanic, dove però, invece di ballare, i viaggiatori se le suonano di santa ragione mentre la nave fa rotta contro l'iceberg. Un giorno, a dividere Lega e 5 stelle è la famiglia, che la prima vorrebbe naturale, cioè composta da padre e madre, e il Movimento parrebbe intenzionato ad allargare. Un altro sono le alleanze in Europa, perché nonostante a Roma marcino compatti (si fa per dire...), leghisti e grillini a Bruxelles si fanno la guerra, i secondi accusando i primi di unirsi a chi nega la Shoah. Il terzo giorno, avendo esaurito temi etici e fantasmi nazisti, Salvini e Di Maio si danno schiaffoni su come debba essere la flat tax e chi ne debba beneficiare.
Ovviamente, con simili notizie i giornaloni ci vanno a nozze, perché essendo in mano all'establishment non vedono l'ora di inzuppare il biscotto delle critiche e di poter fare un titolo in prima pagina sulle divisioni dell'esecutivo. Ieri Repubblica, quotidiano per cui i pentastellati rappresentano la peggior sciagura dopo l'invasione delle locuste, ha inaugurato lo stile esortativo, stampando a caratteri cubitali un «Smettetela di litigare». Si capiva benissimo che nella redazione del giornale debenedettiano sperano nel contrario, perché se Salvini e Di Maio smettessero di farsi gli sgambetti, Eugenio Scalfari e compagni non saprebbero più di che scrivere e con chi prendersela (ormai in funzione anti leghista hanno riabilitato perfino Silvio Berlusconi). Questo è il clima che si respira e che la grande stampa rilancia con enfasi. Risultato, nonostante le smentite arrivino puntuali dopo ogni scontro, ci si convince sempre di più che il governo non supererà l'estate. Ormai la scadenza del 26 maggio è vista come un traguardo da tagliare, oltre il quale sarà impossibile andare. Per lo meno con il governo targato Giuseppe Conte.
In attesa dell'appuntamento, tutto rimane sospeso in una specie di limbo, comprese le decisioni più urgenti, che vengono rimandate a data da destinarsi, come è accaduto con la Tav. C'è dunque da stupirsi se poi gli organismi internazionali, che certo non amano questa maggioranza e la vorrebbero mandare al più presto a casa, limano le proiezioni del Pil? No, semmai c'è da essere sorpresi che ancora ci attribuiscano uno zero virgola di crescita. Ma l'Italia può rimanere in attesa per due, forse tre mesi, ad aspettare nuove elezioni o fantasiose maggioranze alternative? Ovvio che no, non è possibile. Perciò, se Lega e 5 stelle non vogliono farsi - anzi, farci - male, sono condannati a governare uniti. Sappiamo che Salvini e Di Maio hanno idee diverse su molte cose e forse ultimamente neppure si sopportano, ma invece di dichiarare ogni giorno ai giornali il loro diverso parere, si telefonino più spesso e si mettano d'accordo. Se questo è il governo del cambiamento, come hanno spesso dichiarato, il primo cambiamento che devono portare in politica è la fine del teatrino per cui uno dice il contrario dell'altro. Questa commedia l'abbiamo già vista in passato, quando Prodi e Bertinotti stavano nella stessa maggioranza, e poi con Berlusconi e Fini (ma prima ancora con Casini e Follini) e sappiamo come sia finita la sceneggiata. Una cosa è certa: così non si va lontano. Si va solo a sbattere.
Ci mancavano pure i dipendenti. Non bastavano Luigi Di Maio e Matteo Salvini a rompere le uova nel paniere a Ignazio Visco e alla sua banda: ora ci si mettono pure dall'interno. Il povero governatore è alle prese da settimane con la questione dell'indipendenza di Banca d'Italia, minacciata da un governo che vuole ficcare il naso nel direttorio, ossia in quello che potremmo definire il consiglio di amministrazione dell'istituto centrale. Dopo gli scandali degli scorsi anni (Etruria, Popolare di Vicenza, Mps ecc.) e soprattutto il mancato funzionamento dei controlli a tutela dei risparmiatori, i pentaleghisti si sono messi in testa di cambiare qualche persona e la sola proposta di turn over dei vertici è stata interpretata come un oltraggio al santuario della finanza, dove da sempre chi è esterno non ha diritto di fiatare, figurarsi dunque di pretendere la sostituzione di qualcuno.
Tuttavia, mentre il governatore e la sua filiera sono impegnati a disporre cavalli di Frisia attorno a Palazzo Koch per impedire qualsiasi incursione nemica, dall'interno evidentemente c'è qualche traditore che simpatizza con lo schieramento avversario. Non si spiegano diversamente i comunicati che circolano in questi giorni a firma Sibc. Questa non è la firma di un anonimo contestatore, ma l'acronimo del Sindacato indipendente Banca centrale che, tolti i dirigenti, rappresenta per numero di iscritti la seconda organizzazione dei lavoratori dell'istituto. In pratica, il sindacato firma una serie di annotazioni sull'organizzazione della banca, criticando le impostazioni dei supremi capi.
Il Sibc, nei documenti, dice che la difesa dell'indipendenza non può trasformarsi in un arrocco difficile da comprendere. Di fronte alle criticità registrate, spiega il sindacato, invece di dare un segnale al Paese, al Parlamento e ai risparmiatori, si tende a difendersi dicendo: «Non abbiamo sbagliato nulla». E la conseguenza è, secondo il Sibc, che l'istituto si dimostra solo capace di bacchettare gli altri, ma mai sé stesso. Nella sostanza, i rappresentanti dei dipendenti di Banca d'Italia chiedono che Palazzo Koch si auto riformi, una formula che vuol dire una sola cosa: cambiare le persone. Ma con chi ce l'ha in sostanza il sindacato? Rompendo un'abitudine che difficilmente lascia trapelare le faccende interne alla banca, il Sibc si lamenta perché invece di rafforzare la vigilanza, ossia coloro che devono controllare che gli istituti di credito non commettano pasticci come quelli accaduti in Etruria, Popolare di Vicenza e Mps, si aumentano i servizi per i vertici. Tradotto: più personale per i capi, meno per i conti, che poi sono quelli che gravano nelle tasche dei risparmiatori.
Ai sindacalisti di Palazzo Koch non piace neppure che si continui a ridurre la rete territoriale. Meno personale a disposizione nelle filiali, meno funzionari a disposizione per consentire le verifiche. Da quel che si capisce, anche la scelta di utilizzare alcuni elementi non è particolarmente gradita, al punto che nei comunicati si parla di una selezione con modalità oscure.
Certo, letta così, la faccenda potrebbe essere liquidata come una delle beghe interne che di solito sorgono nelle aziende e dunque anche nelle banche. Dove i dipendenti, tramite il proprio sindacato, sfogano le loro frustrazioni per le carriere rinviate o per le scelte dei capi e contestano l'organizzazione del lavoro pretendendo di essere più bravi di chi sta sopra. Ma la polemica ha un passaggio fondamentale, là dove si rimprovera al governatore e alla sua squadra una strategia molto chiara, «la rinuncia a svolgere numerose attività, che storicamente avevano contraddistinto l'azione della Banca d'Italia». È vero che con l'arrivo della Bce molte delle funzioni affidate a Bankitalia sono passate di mano e devolute a Francoforte, ma, sostengono quelli del Sibc, «l'analisi dei bilanci individuali delle banche e l'esame delle segnalazioni statistiche di vigilanza» così non è più possibile. A conforto della loro tesi i sindacalisti citano l'attività della Banca di Francia che, a loro dire, avrebbe più vigilanti nonostante abbia meno vigilati.
Per il Sibc i vertici di Banca d'Italia vivono in un «fortino di dogmi che non possono essere messi in discussione. Dogmi che, tuttavia, risultano abbondantemente messi in discussione dai cittadini italiani lo scorso 4 marzo». Insomma, quella fra sindacato e autorità bancaria non è una normale vertenza, ma una questione in cui rientrano la funzione stessa della Banca d'Italia, il suo ruolo e soprattutto la difesa dei risparmi degli italiani. Temi che certo non si possono nascondere dietro la «proverbiale riservatezza». Perché gli interessi degli italiani vanno tutelati, e non rinchiusi in un santuario poco trasparente.
Voglio farvi una domanda facile. Mettiamo che domani vogliate istituire una commissione per valutare se sia giusto vaccinare i bambini e a capo del gruppo di esperti che dovranno emettere il verdetto mettiate Roberto Burioni, ovvero il guru dei vaccini. Secondo voi quale sarà il responso, considerando che la maggioranza degli addetti ai lavori guidata dal celebre virologo è favorevole alla vaccinazione?
So naturalmente che il paragone è azzardato e che in questo caso non si sta parlando di vaccini, ma di infrastrutture. Tuttavia, non so come la pensiate, ma per quanto mi riguarda, dopo aver visto che a capo della commissione costi-benefici della Tav era stato nominato il professor Marco Ponti, non ho avuto dubbi su come sarebbe andata a finire. Il docente prescelto era infatti noto per la sua contrarietà all'idea di scavare un buco nella montagna per farvi passare i treni ad alta velocità. In più di un'occasione ha ribadito di ritenere inutile l'opera, sostenendo che mai e poi mai sarebbe stato possibile ripagare l'investimento. Le sue parole erano portate in processione dagli attivisti della Tav tutte le volte che dovevano manifestare contro l'investimento. Dunque, che cosa ci si poteva aspettare dall'illustre docente in pensione? Che si rimangiasse anni di interventi a favore dello stop alle escavatrici? Pur essendo un docente del Politecnico specializzato in strade e ponti, a dispetto del cognome il professore è sempre stato cauto quando c'era da valutare cavalcavia e trafori. Dunque, una volta chiamato a dire ufficialmente la sua, non più dall'alto di una cattedra universitaria ancorché prestigiosa, ma dal podio di presidente di una commissione ministeriale, non poteva che tenere fede alle parole date, in coerenza con quello che aveva sempre detto.
Del resto, anticipando il verdetto, lo stesso Ponti in un'intervista di pochi giorni fa in cui si autodefiniva un «conta fagioli», già faceva intendere che le conclusioni della commissione costi-benefici sarebbero state contrarie alla realizzazione dell'opera. Pur senza dichiararlo ufficialmente il professore, infatti, lasciava capire che i numeri erano contro la validità economica del buco nella montagna, ma la decisione finale sarebbe toccata ai vertici politici. Fin qui lo si può capire e si può anche condividere. Il problema, semmai, sono i numeri che si accumulano per arrivare a questa conclusione e, soprattutto, la mancanza di qualsiasi visione strategica, che certo non compete a un tecnico, ma a chi governa. Che cosa intendo? Che se nei calcoli ci si mettono i vantaggi delle accise, cioè delle tasse che lo Staro incassa lasciando che centinaia di migliaia di macchine e camion corrano lungo le autostrade, sommati ai ricavi dei pedaggi autostradali (i cui gestori fino a ieri erano il grande nemico dei cinquestelle), è difficile far quadrare i conti. Sarebbe un po' come sostenere che non si doveva fare l'alta velocità Milano-Napoli perché prima lo Stato ci guadagnava con i biglietti dell'Alitalia e pure con il kerosene bruciato dagli aerei. Che razza di calcoli sono quelli in cui si preferisce lasciare le cose come stanno perché altrimenti il beneficio per le famiglie si traduce in una perdita per chi governa? Ma se questo è il ragionamento degli scienziati dell'analisi costi-benefici, perché non interrompiamo del tutto il traffico merci? Bloccando i vagoni ferroviari carichi di materiali, si costringono le aziende a metterli sui Tir, con il risultato di aumentare il consumo di gasolio, e dunque assicurare allo Stato una montagna di soldi in accise, e guadagnare un pacco di bigliettoni con le tariffe autostradali. E poi, pensate un po', se si devia il traffico merci dalla rotaia alla gomma si creano più ingorghi, dunque la gente rimane più a lungo in macchina e consuma più benzina.
Ovviamente l'elenco dei vantaggi nell'andare indietro con lo sviluppo anziché avanti potrebbe continuare, perché lasciare le cose come stanno per far spendere di più gli italiani e far incassare molto allo Stato è una politica che può avere anche altre applicazioni. Perché ricostruire il ponte di Genova? Deviate il traffico, così si allunga il percorso, la benzina consumata aumenta e pure gli incassi della società Autostrade. Pensate che bello. Lo Stato risparmia e non mette i soldi nella ricostruzione. Il saldo delle accise cresce e i pedaggi consentono ai padroni del vapore di guadagnare.
Si tratta dell'uovo di Colombo, che detto nella città della Lanterna fa pure un po' ridere. Ma siccome noi non vogliamo ridere, ma rimanere seri, per favore, fatela finita con questa commedia del Sì Tav e No Tav: decidete di fare Sì Italia e di investire nel futuro. Che di solito va avanti, non indietro come si farebbe ritirando le ruspe che stanno scavando nella galleria.







