Undici ore di interrogatorio per Massimiliano Santini, ex factotum del sindaco di Pesaro, oggi eurodeputato e candidato governatore delle Marche, Matteo Ricci, non sono bastate. Infatti, l’indagato verrà risentito, nonostante un verbale che il suo difensore, l’avvocato Gioacchino Genchi, non ricorda se sia lungo 40 o 50 pagine, e che ha un peso ben più ingombrante delle dimensioni fisiche, perché ha allargato il perimetro dell’inchiesta sull’Affidopoli di Pesaro, tirando dentro «oltre alle due associazioni già nel mirino», spiega Genchi alla Verità, «anche qualche altro privato che ha beneficiato». Eppure, a sentire il suo difensore, davanti alla pm Maria Letizia Fucci, «ha detto tutto quello che doveva dire, non c’è stata una sola domanda su cui si sia avvalso, né una a seguito della quale siano scattate contestazioni». Una maratona cominciata lunedì di buon’ora e chiusa a sera, con l’aggiunta di una memoria scritta di 17 pagine. Un interrogatorio che, a sentire la difesa, avrebbe toccato ogni punto dell’inchiesta: corruzione, falsi documentali, rapporti opachi con i privati, contratti taroccati e computer scomparsi. La notizia più tecnica arriva quasi subito: «Seguendo le indicazioni che io avevo dato», spiega il legale, «hanno recuperato tutta la chat cancellata dal secondo profilo WhatsApp (il cui numero di telefono differiva di una sola cifra da quello usato abitualmente e che non era stato acquisito dagli inquirenti, ndr)». La premessa: «Devo ammettere che il tecnico della Procura era bravo». Gianfranco Del Prete, il consulente informatico ingaggiato in passato da Matteo Renzi nella causa sulla nota vicenda dell’Autogrill, sarebbe riuscito a estrarre dall’iPhone 14 Pro max di Santini (con un tera di memoria che al momento dell’analisi tecnica risultava occupata solo per cento giga) il materiale cancellato che non era stato sovrascritto. Ma, colpo di scena, la difesa decide di usare le chat solo in parte. «Perché a mio avviso sono inutilizzabili», scandisce l’avvocato Genchi. La motivazione? «C’è di mezzo un parlamentare e serve un’autorizzazione, anche per le chat precedenti all’elezione». Il riferimento è a un principio già emerso in altri processi, con citazioni di sentenze (che riguardavano Matteo Renzi e un narcotrafficante, il leccese Vincenzo Amato) portate da Genchi a modello di «civiltà giuridica». Proprio la sentenza della Corte costituzionale sul fu Rottamatore, la numero 170 del 2023, però, è in fase di analisi. Gli inquirenti ne starebbero valutando i confini. Perché in un passaggio i giudici della Consulta affermano che la corrispondenza è coperta dalle guarentigie parlamentari se al momento dell’estrazione dei messaggi, il proprietario è un deputato, e se le comunicazioni non hanno perso «ogni carattere di attualità». In caso contrario vanno considerati documenti e non lettere. Giova ricordare che ci sono messaggi tra Santini e Ricci sicuramente risalenti nel tempo e che quelli d’interesse sono stati scambiati molti mesi fa, quando il secondo era ancora sindaco. La partita dell’utilizzo processuale del contenuto delle app di messaggistica, quindi, non è chiusa. Stando a Genchi, comunque, «gli illeciti contestati sono talmente evidenti che non c’è bisogno delle chat, che al massimo servirebbero per fare gossip». E qui, la difesa prova a smontare una notizia che Santini aveva rimarcato con la Verità («Ricci ha usufruito della mia casa»), ritenendola una possibile «utilità», ma che a sentire l’avvocato andrebbe catalogata alla voce «questioni private»: «Gli inquirenti non faranno mai una contestazione penale a Ricci perché Santini gli prestava l’abitazione. Non lo considerano un beneficio. C’era un rapporto di amicizia preesistente, non finalizzato a un atto amministrativo». Per rendere il concetto, l’avvocato usa un paragone da educazione sessuale da osteria: «Può essere incriminante se metti il preservativo per violentare qualcuno, ma se lo metti per andare in giro non possono contestarti la tentata violenza». Sul fronte documentale, invece, il racconto si fa pesante. Santini, spiega il suo difensore, avrebbe fornito la versione sul suo primo contratto da collaboratore «addetto alle attività di coordinamento della comunicazione social e delle iniziative ed eventi afferenti al gabinetto del sindaco», che sarebbe stato «occultato» (Genchi usa questo termine), con «contribuzione cambiata» e «marca da bollo falsa». Secondo la difesa esisterebbe un file che ricondurrebbe «allo studio legale» che l’avrebbe redatto. E anche alla «data» di produzione. Poi spiega il perché della sparizione del computer, in modo clamoroso. Infatti Santini, per quella appropriazione è accusato di peculato, ma secondo l’avvocato la decisione di portarlo via dal municipio non sarebbe stata del suo assistito: «Era del Comune, con privilegi da amministratore bloccati (sarebbe stato inutilizzabile per qualsiasi uso diverso da quello per il quale era stato programmato, ndr) e gli hanno suggerito di disfarsene». Santini quindi l’avrebbe «buttato nella spazzatura». L’indagato davanti ai pm, a sentire l’avvocato, si sarebbe, però, assunto molte altre responsabilità: «Aveva la carta di credito dell’associazione (Opera maestra, ndr) per spese personali e gli pagavano le tangenti con bonifici. Compravano mobili e scaricavano l’Iva». Fin qui tutto combacia con le contestazioni che gli muove la Procura. Tutto confermato: vacanze, arredi, benefit. «E», sottolinea Genchi, «era in servizio (Santini, ndr) con funzione di pubblico ufficiale mentre percepiva questi benefici». Il passaggio umano arriva in coda. Santini, dice l’avvocato, «è più tranquillo», ma resta provato: «Si è sentito usato prima, durante e dopo». Una frase che l’avvocato invita a virgolettare per intero. E che dimostra come il finale sia ancora tutto da scrivere.
La posizione di Matteo Ricci, candidato governatore delle Marche e indagato per corruzione, si complica sempre di più. Non bastava la crisi di coscienza del suo vecchio factotum, Massimiliano Santini, il quale, assistito dal nuovo avvocato Gioacchino Genchi, ha annunciato, come anticipato alla Verità, di volere vuotare il sacco con i magistrati. No, la Procura ha aperto un nuovo, scivolosissimo filone d’indagine sui presunti trucchi contabili dietro alle cene elettorali del politico, maneggi rivelati, anche questi, dal nostro giornale.
Ieri mattina, alle 8.45, il testimone chiave, Marco Balducci, cinquantenne originario del Vercellese, ha parcheggiato la sua Bmw coupé scura davanti alla caserma del comando provinciale della Guardia di finanza. In giro non c’era nessuno. L’uomo, alto e distinto, è sceso dall’auto e si è diretto alla porta carraia. Pizzetto brizzolato in ordine, camicia azzurra, tatuaggio sull’avambraccio, è entrato per ripetere agli investigatori quanto già dichiarato a questo giornale. Balducci, lo ricordiamo, è titolare e amministratore della Giustogusto, il servizio di catering che si è occupato di dare da mangiare a circa 1.500 persone durante la «cena popolare» organizzata il 12 aprile 2024 per finanziare la campagna elettorale per le europee di Ricci.
Le tavolate vennero allestite negli spazi della ex Fiera di Campanara e chiusero il tour di presentazioni del libro di Ricci Pane e politica (PaperFirst, 2023), che si era snodato in 70 tappe nel Centro Italia.
il racconto
Balducci è stato sentito per più di due ore e ha lasciato la caserma alle 11.05. Negli uffici della Gdf, al cospetto di due finanzieri, ha riempito quattro o cinque pagine di verbale. I militari hanno chiesto al testimone conferma delle dichiarazioni rese alla Verità e lo hanno fatto con i nostri articoli del 25 e del 26 luglio in bella vista sulla scrivania. Il titolo della prima puntata lasciava poco spazio alla fantasia e riportava una delle accuse più gravi dell’imprenditore: «“Ci chiedevano di pagare in nero”. Tutta la verità sulle cene di Ricci». Il giorno successivo avevamo riportato le minacce che Balducci avrebbe subito da importanti clienti: «Ho svelato il sistema di Ricci: mi vogliono togliere gli appalti».
Il ristoratore ha confermato riga per riga il contenuto dei due scoop realizzati con il suo contributo, anche se qualcuno glielo aveva sconsigliato. «Ma io non sono quaquaraquà», ha ribadito l’ex paracadutista.
Per raccogliere ulteriori dettagli, le Fiamme gialle convocheranno nelle prossime ore anche la contabile dell’azienda, colei che avrebbe tenuto i rapporti con il direttore generale della Pescheria centro arti visive, la fondazione pesarese controllata dal Comune che avrebbe dovuto contribuire «in natura» al pagamento del catering, garantendo ulteriori incarichi alla ditta fornitrice. Balducci ha raccontato sia a noi sia agli investigatori la serrata trattativa con i Ricci boys.
Un giornalista dello staff dell’europarlamentare dem, per far scendere il prezzo della cena, avrebbe proposto alla Giustogusto un compenso in nero. Ma l’imprenditore avrebbe confermato agli investigatori di aver ritenuto irricevibile l’offerta. Alla fine il preventivo di 13 euro a coperto (piatti forti: lasagnetta con salsiccia e punta di vitello in salsa con erbette saltate) era stato ritoccato al ribasso e il prezzo finale era calato sino a circa 16.000 euro per poco meno di 1.500 partecipanti. Ma l’associazione Un gran bel po’, nata per sostenere l’attività politica di Ricci, in realtà, avrebbe saldato solo una parte dell’importo, ovvero 11.000 euro e alla Giustogusto non sarebbero stati rimborsati neppure i vini forniti da un’altra azienda. Nella mail con la proposta per il beverage si leggeva: «Prezzo altamente promozionale per evento Matteo Ricci». Ma lo staff dell’ex sindaco avrebbe fatto cancellare a penna tale frase: «Queste cose non si possono scrivere». Ma la vera proposta indecente è collegata all’escamotage che sarebbe stato ideato per consentire a Balducci di recuperare i 5.000 euro mancanti del conto. La somma doveva essere saldata, come detto, attraverso la Pescheria. Per questo la Giustogusto ha presentato istanza per diventare fornitore della fondazione.
l’elenco
Sul sito di quest’ultima, nella sezione delle commesse con importi inferiori ai 40.000 euro, la ditta di Balducci compare ancora (numero di protocollo 112/2024).
Ma quando è stata presentata la candidatura e quando è stata accettata? Lo scorso 31 luglio Balducci, dopo aver fatto visionare la corrispondenza elettronica della ditta, ci aveva detto che la richiesta sarebbe partita il 7 maggio 2024 (quindi 25 giorni dopo la cena) e che, dopo l’inserimento nell’albo, la sua ditta avrebbe realizzato alcuni «piccoli eventi».
L’ufficio amministrativo della fondazione, su espresso interessamento dell’ex presidente Daniele Vimini (non indagato e non coinvolto in questa vicenda), ci ha fatto sapere che la domanda di iscrizione all’albo dei fornitori della Giustogusto è datata 10 aprile e che è stata accolta lo stesso giorno. Successivamente l’azienda avrebbe realizzato «un servizio di catering in occasione della performance di Marina Abramovich con la stessa artista presente in data 18 giugno 2024 presso Villa Imperiale». Il catering sarebbe stato pagato 4.870 euro più Iva. Ai finanzieri, Balducci ha anche citato un rinfresco in occasione dell’inaugurazione della statua in bronzo di Luciano Pavarotti davanti al teatro Rossini (27 aprile 2024) e il servizio mensa garantito agli addetti ai lavori durante il Film festival del 14-22 giugno 2024.
Dunque le versioni di Balducci e della Pescheria si discostano leggermente. In particolare per quanto riguarda la data di presentazione dell’istanza. Per Balducci questa potrebbe essere stata retrodatata dalla fondazione per risultare antecedente alla cena. Ma, a nostro giudizio, il quadro cambierebbe di poco. Infatti, anche una richiesta presentata due giorni prima dell’evento e in piena trattativa per abbassare il costo della «cena popolare» è compatibile con il racconto fornito a questo giornale e confermato agli investigatori dal testimone.
il cerchio s’allarga?
Per gli inquirenti le dichiarazioni dell’imprenditore sono fondamentali in quanto getterebbero una luce ancora più sinistra sul sistema degli affidi facili. Infatti, in questo caso, sarebbe stato utilizzato non per realizzare una kermesse o un’opera nell’interesse della cittadinanza, ma per finanziare con soldi pubblici una cena elettorale privata di un politico, organizzata, tra l’altro, per raccogliere fondi. Gli investigatori avrebbero evidenziato questa sostanziale differenza anche con il teste. Ci troveremmo, quindi, di fronte a quello che per gli inquirenti potrebbe rappresentare un salto di qualità nella presunta gestione illecita dei fondi pubblici.
Nel giochetto messo in piedi per recuperare i 5.000 euro mancanti sarebbe stato coinvolto anche il direttore generale della Pescheria centro arti visive, Silvano Straccini: «I soldi rimanenti ce li doveva dare lui e non ce li ha mai dati», ci avevano spiegato dall’azienda, «Ci hanno detto di andare da Straccini». Il dirigente ha smentito tutto e ha minacciato querele. Ma, adesso, probabilmente, sarà convocato dai pm. La contabile della Giustogusto aveva rivelato: «Loro dicevano: “Questo è l’evento, però, non te lo pago tutto io”. Nel nostro caso una parte della cena sarebbe stata pagata dalla Pescheria». E il dg avrebbe garantito: «Al prossimo catering vi faccio rientrare». Balducci aveva tradotto la frase in questo modo: «Dovevamo fare altri catering per avere i soldi della cena». Un’accusa confermata per filo e per segno davanti agli uomini della Guardia di finanza.
Adesso bisognerà capire se le indagini si allargheranno anche alle altre numerose cene organizzate da Ricci. L’ultima delle quali è stata quella del 25 luglio a Pesaro. Il catering è stato affidato al gruppo tedesco Dussmann, che produce e confeziona i pasti per le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di Pesaro.
L’azienda, nei giorni scorsi, aveva precisato il proprio ruolo: «La nostra non è una sponsorizzazione dell’evento per Ricci, ma un contratto di fornitura acquisito tramite formale offerta siglata». Non è escluso che gli investigatori acquisiscano anche tale documentazione.
«I miei errori li ho fatti e ho deciso di andare dai magistrati e raccontare tutto», aveva anticipato alla Verità Massimiliano Santini, assunto dall’ex sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, come factotum nel 2019. La bomba è scoppiata. E anche il nuovo difensore del quale Santini ci aveva offerto l’identikit con la frase «è un avvocato molto conosciuto, lavora tra Roma, Palermo e Milano e ha vinto le cause con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi», è stata confermata.
Ieri è diventato ufficiale. Il nuovo legale, il cui nome è stato svelato da Giornale e Fatto quotidiano, è Gioacchino Genchi. Una frase sibillina, quella di Santini, che era facile interpretare al contrario, pensando a un avvocato che avesse difeso i due. E invece il riferimento era all’avversario storico dei due fondatori di Forza Italia, per aver testimoniato sulle sue perizie nei procedimenti a carico di entrambi. D’altra parte, era diventato famoso come «l’uomo dei tabulati». Classe 1960, originario di Castelbuono, provincia di Palermo, terra di fichi d’india, diventa uno sbirro atipico: curioso e digitale. Una strana miscela tra il commissario Montalbano e un hacker graduato (era arrivato al grado di vicequestore aggiunto), con un’insaziabile passione per celle telefoniche e contenuti informatici. E anche per Santini questa vocazione è subito emersa.
Nella memoria depositata in Procura, con la quale Genchi chiede formalmente un nuovo interrogatorio del suo assistito, conferma che Santini è pronto a parlare. E per ingolosire i pm, una categoria che conosce come le sue tasche per esserne stato per anni un collaboratore, anticipa che, oltre ai fatti contenuti nell’avviso di garanzia, il suo assistito sarebbe disposto a riferire «ulteriori circostanze di cui è a conoscenza e che ritiene utili all’accertamento della verità, anche in relazione a possibili condotte di reato commesse da terzi soggetti (pubblici ufficiali e privati) in concorso con lui». Santini insomma annuncia ufficialmente di voler vuotare il sacco. Documentando il tutto tramite la consegna delle «credenziali del Cloud (la memoria online di pc e telefonino, ndr)» e permettendo di «recuperare le chat Whatsapp cancellate». Comprese quelle di un profilo dismesso, il cui numero di telefono differiva di una sola cifra da quello che è stato interessato dal sequestro della Procura.
Una dichiarazione che sa di detonatore, non solo giudiziario. Ma come sono entrati in connessione Genchi e Santini? Alla Verità Santini aveva detto di aver già svolto con l’avvocato i primi due colloqui (il 30 e il 31 luglio). Proprio il 31 il vicedirettore della Verità, Giacomo Amadori, era stato testimone di un colloquio telefonico, nel quale i due sembravano alle prime battute. E domenica 3 agosto, come precisa Genchi nella sua memoria, i due si sono incontrati a Castelbuono. Ma con Santini, scrive Genchi, «erano intercorsi precedenti contatti telefonici fin dal 30 luglio». Il 2 agosto l’avvocato Paola Righetti ha rimesso il mandato, rompendo con Santini per divergenze insanabili sulla strategia difensiva: lei predicava cautela, lui voleva parlare subito coi pm, temendo misure restrittive.
E già il venerdì precedente, giorno in cui aveva incontrato La Verità, Santini aveva studiato con ChatGpt una sentenza della Cassazione appena ricevuta, cercando chiarimenti su attenuanti generiche e obblighi verso la Siae in vista di appuntamenti elettorali con donazioni liberali, con particolare riferimento alla cena popolare organizzata da Ricci il 12 aprile 2024. Segnali evidenti di un indagato già proiettato verso nuove sponde legali. Ma chi ha presentato i due? Santini non sembrava il tipo in grado di pescare da solo un nome come quello dell’ex superpoliziotto. Noto sì, ma come investigatore e comunque non nel foro pesarese. Un suggeritore potrebbe nascondersi nella truppa pentastellata.
L’uomo con il quale Santini continuava a interfacciarsi e a confrontarsi quotidianamente, come riferito nel colloquio con La Verità, era Stefano Esposto, presidente delle associazioni Opera maestra e Stella polare e figura centrale nell’inchiesta. Che con Santini condivideva anche lo stesso studio legale (Esposto è difeso dall’avvocato Gherardo Paragoni Lunghi, collega di studio e figlio della Righetti). Entrambi, inoltre, avevano scelto, al momento della convocazione, di non rispondere ai pm. Ed Esposto sarebbe anche un nome molto vicino ai 5 stelle, per essersi candidato alle elezioni amministrative del 2014, rimediando 38 preferenze. Come, del resto, una star per quel mondo è Genchi, blogger di punta del giornale più amato dai grillini, ovvero il Fatto quotidiano. È una ipotesi, ma il cerchio sembra chiudersi.
C’è ancora, però, un ultimo passaggio della memoria depositata da Genchi: «Il signor Santini, nel condividere la strategia difensiva impostata, ha espresso la volontà di recidere ogni legame con i propri coindagati ed escludere ogni potenziale condizionamento delle proprie scelte difensive». Non è una formula di rito, né una clausola per tutelarsi. Sembra una dichiarazione politica prima ancora che un’affermazione giudiziaria. Un modo per dire che non si riconosce più nella rete di rapporti, interessi e coperture in cui, a leggere le carte della Procura, sarebbe incappato. Una frase che, con molta probabilità, suonerà come una sirena nelle stanze dem. Soprattutto per chi si è sentito toccato da un altro passaggio chiave dell’atto d’accusa: quel riferimento al presunto «beneficio» ottenuto da Ricci in termini di «accresciuta popolarità e consenso» grazie agli affidamenti concessi alle due associazioni di Esposto. E questa volta i tabulati li legge Genchi.





