errori giudiziari

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Tortora e il caso delle toghe cadute in orrore
Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora nella serie «Portobello» diretta da Marco Bellocchio (Ansa/Warner Bros)
La serie tv «Portobello» (Hbo Max) racconta il peccato originale della magistratura italiana. Una storia in sei puntate, diretta con maestria da Bellocchio, che ci riporta allo scandaloso arresto di un innocente. E che ci dice che il «sistema» non è cambiato.

Orrore giudiziario. Obbrobrio etico. Matrice satura, inscalfibile, di una certa magistratura. È il caso Enzo Tortora, il peccato originale delle toghe italiane. Orrore e non errore, come ha precisato in questi giorni Raffaele Della Valle, storico avvocato del conduttore di Portobello, protagonista dell’omonima serie tv diretta da Marco Bellocchio, da ieri interamente disponibile su Hbo Max, la prestigiosa piattaforma dello storytelling appena atterrata in Italia (produttori Our Films, Kavac Film, Arte, Rai Fiction, The Apartment, sceneggiatori lo stesso Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore).

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Le ingiuste detenzioni causano allo Stato perdite enormi. Eppure la relazione della Cassazione ci dice che solo un magistrato su 100, tra quelli in osservazione, va a casa. Per gli altri assoluzioni o censure.

La giustizia disciplinare nei confronti dei magistrati procede a ritmo di lumaca. Le toghe che sbagliano, salvo nel caso di Luca Palamara, vengono giudicate con tempi biblici e spesso non di pari passo con gli avanzamenti di carriera che, invece, procedono senza ostacoli. E così i giudici, prima di subire una condanna, hanno tutto il tempo di vedere crescere (automaticamente, in base all’anzianità) il proprio stipendio e, come succede, di dimettersi dalla magistratura prima dell’arrivo della condanna.

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L’indignazione dei lettori per l’ingiustizia subita in tribunale dal militare, che ha sparato per difendere un collega, si trasforma in una gara di generosità. Quanto raccolto è più che sufficiente ad aiutarlo, il resto andrà in un fondo per altri casi come questo.

Ieri mattina, quando il nostro amministratore mi ha comunicato il saldo del conto corrente aperto per la sottoscrizione a favore di Emanuele Marroccella sono rimasto a bocca aperta. Lunedì sera erano stati 86.000 euro, una cifra enorme considerando che l’iniziativa era stata lanciata venerdì. Ma ieri, alle dieci e mezza, quando ho ricevuto la telefonata dalla contabilità eravamo già a 220.000 euro (diventati 240 in serata). Un dato incredibile, che certo non mi aspettavo. Ma soprattutto la dimostrazione che i lettori, l’opinione pubblica, sta con le forze dell’ordine e non con chi le condanna.

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Francesca Scopelliti: «Il processo a Tortora non è mai finito»
Francesca Scopelliti (Imagoeconomica)
La compagna del giornalista, presidente del comitato «Cittadini per il sì»: «La storia di Enzo è il paradigma della malagiustizia, perciò disturba ancora gli oppositori della riforma. Separare le carriere sarà la svolta».

«Mai avrei creduto che esistesse un universo così straziante, vile, ingiusto, sotto la crosta di un’Italietta che non sa, che non ci pensa, non vuol sapere. Ma ora, frustato a sangue da questa realtà, il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza, ma battermi perché queste inciviltà vengano a cessare». Così scriveva Enzo Tortora dal carcere, nelle Lettere a Francesca, mentre attraversava l’ora più buia del tritacarne mediatico e giudiziario.

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Indagini eseguite in maniera grossolana e frettolosa, sentenze sballate: la cronaca gronda di cantonate scoperte dopo decenni.
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