«Si vota Sì per una giustizia più veloce, più libera e indipendente dai partiti, dalle correnti e dalla politica. C’è una casta minoritaria di giudici che decide chi viene promosso e chi viene bocciato, nessuno paga per i suoi errori, ci sono migliaia di italiani ingiustamente indagati, addirittura arrestati e messi in galera e poi rilasciati con una vita rovinata e nessuno paga». Così Matteo Salvini, leader della Lega, partecipando a uno dei gazebo organizzati dal partito a Ponte Milvio, a Roma, per sostenere il Sì al referendum.
Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora nella serie «Portobello» diretta da Marco Bellocchio (Ansa/Warner Bros)
La serie tv «Portobello» (Hbo Max) racconta il peccato originale della magistratura italiana. Una storia in sei puntate, diretta con maestria da Bellocchio, che ci riporta allo scandaloso arresto di un innocente. E che ci dice che il «sistema» non è cambiato.
Orrore giudiziario. Obbrobrio etico. Matrice satura, inscalfibile, di una certa magistratura. È il caso Enzo Tortora, il peccato originale delle toghe italiane. Orrore e non errore, come ha precisato in questi giorni Raffaele Della Valle, storico avvocato del conduttore di Portobello, protagonista dell’omonima serie tv diretta da Marco Bellocchio, da ieri interamente disponibile su Hbo Max, la prestigiosa piattaforma dello storytelling appena atterrata in Italia (produttori Our Films, Kavac Film, Arte, Rai Fiction, The Apartment, sceneggiatori lo stesso Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore).
Sei episodi di un’ora ciascuno, interpretati da un cast straordinario, forgiato dall’autore di Buongiorno, notte ed Esterno notte, serie tv tratte da altrettanti film. Ripulito della visionarietà che appesantiva i precedenti lavori, Portobello è un’opera molto riuscita, che rispetta la storia del grande caso italiano, Quando l’Italia perse la faccia, per dirla ancora con Della Valle, e hai voglia a tenerti distante dall’atavico e più che mai attuale dissidio tra politica e magistratura. Il caso Tortora fu lo sfondo non solo emotivo sul quale l’8 e 9 novembre 1987 si votò per il referendum che ampliò la responsabilità civile dei giudici (80% di Sì, ma rimasto lettera morta). E ora, a 39 anni dal ritorno in onda, il 20 febbraio 1987, dopo l’assoluzione del conduttore con il celebre «dove eravamo rimasti», questo «orrore» approda sulle nostre televisioni alla vigilia di un’altra, catalizzante, consultazione referendaria. Intervistato da Marco Damilano su Rai 3, Bellocchio ha ammesso che la serie sarà tirata per la giacchetta dagli schieramenti in campo nel referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma, dopo aver premesso che non avrebbe rivelato come voterà, ha auspicato che serva a discutere «nel merito della riforma, oltre le polarizzazioni».
Intanto, l’opera parla abbondantemente da sola. Il caso Tortora fu un obbrobrio etico perché conseguenza di una mentalità e di un modus operandi. Anzi, forse di un’antropologia. L’arroganza produce sciatteria, la presunzione determina superficialità (quanti esempi anche in altri campi). Bastano pochi appigli per suffragare un’accusa e avvalorare una condanna. Solo che, così facendo, si nuota inconsapevolmente nella bolla di un teorema, senza avvertire il bisogno di trovare conferme alle delazioni.
Dalla vertiginosa ascesa fino ai 28 milioni di telespettatori, ipnotizzati dal pappagallo del «mercatino del venerdì» che regalò enorme popolarità a Tortora, alle calunnie di una schiera di pentiti che lo fecero arrestare il 17 giugno 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, fino alla tardiva assoluzione dopo la candidatura all’Europarlamento con il Pr di Marco Pannella, al breve ritorno in onda prima della morte 11 mesi dopo, per raccontare la solitudine dell’uomo di fronte al Leviatano, Bellocchio scolpisce tre nuclei protagonisti della storia: Tortora e la sua famiglia di donne, la batteria dei pentiti e accusatori e il manipolo di magistrati inquirenti.
In ottima forma a 86 anni, frenati certi rigurgiti ideologici, dirige con maestria Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista, riproposto nelle posture e nelle inflessioni genovesi, Barbora Bobulova nelle vesti della sorella Anna, Romana Maggiora Vergano in quelle dell’amante Francesca Scopelliti, Lino Musella, il camorrista dissociato e allucinato Giovanni Pandico, Giovanni Buselli nella parte di Gianni Melluso detto «il bello», altro accusatore impenitente, poi Massimiliano Rossi che fa Pasquale Barra, 66 assassinii mandato da Raffaele Cutolo, Alessandro Preziosi, il giudice istruttore Giorgio Fontana, Fausto Russo Alesi, il pubblico ministero Diego Marmo, Salvatore D’Onofrio, il giudice a latere dell’appello Michele Morello, Paolo Pierobon, l’avvocato Alberto Dall’Ora e Davide Mancini lo stesso Della Valle, mentre solo Tommaso Ragno, Marco Pannella, appare un filo fuori fuoco.
Tre piccole comunità di persone dipinte con grande padronanza di strumenti, dalla fotografia alle scelte linguistiche, dalle inquadrature alle pillole di filmati dell’epoca nel backstage del programma Rai, laboratorio di mezza televisione dei decenni a venire. Soprattutto, tratteggiate da alcune trovate geniali dentro un racconto imperdibile. L’introspezione di Tortora, signore mite e colto che votava Partito liberale, ma in tv esaltava la provincia italiana e per questo inviso agli intellettuali engagé («Cosa c’è che non va nei buoni sentimenti?», chiede alla giornalista che glieli rinfaccia). Il suo autocontrollo quando dal vertice del successo precipita nell’inferno del carcere. La scena potente dell’ora d’aria, rapato a zero, sulle note di Jesahel dei Delirium del genovese Ivano Fossati, molto evocativa sebbene antecedente di 12 anni. Il dialogo telefonico con la madre, appena giunto agli arresti domiciliari dopo mesi di frustrazione: «Perché proprio a me, tra cinque miliardi di esseri umani sulla terra?»; «Enzo, non ti montare la testa. Mangia e riposa. Io continuerò a pregare per te anche se sei un miscredente»; «Hai ragione, mamma. Tu sai sempre riportarmi con i piedi per terra». I ritratti ad alta definizione dei pentiti cutoliani ed ex cutoliani, interpretati da bravissimi caratteristi. Il confronto al dibattimento come un derby dei belli della criminalità tra Melluso e Renato Vallanzasca. Meno profilati sembrano i magistrati, anche se abbozzati con sagaci tocchi di regia. Il pm Lucio Di Pietro (Gennaro Apicella) sempre schermato da occhiali da sole fumé e Diego Marmo che si accarezza i capelli con un pettine tascabile e sparisce durante l’arringa della difesa. Il resto lo fanno gli incubi dello stesso Tortora, le toghe mascherate da Pulcinella, come lui li appellava nei suoi scritti, e il gigantesco castello di carte che lo ritraggono presunto colpevole. Dopo la condanna, i cronisti festeggiano a cena con canti e brindisi, «ce lo siamo tolto dai c…».
Il fatto che i magistrati del processo di primo grado fecero tutti carriera e che non la fece, invece, Morello, il giudice dell’Appello che cercò i riscontri probatori delle rivelazioni fino a far assolvere Tortora, dimostra che non si trattò solo di un errore. Ma dell’azione di una casta protetta da un sistema, per dirla con Luca Palamara e Alessandro Sallusti, basato sulle correnti e sulle reciprocità della categoria. «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato», recita l’incipit di Il processo di Franz Kafka. Ma qualcun altro, molti altri, potenti, decisero di credere pedissequamente a quelle calunnie. Forse ce n’è abbastanza per non scartare a priori l’idea del test psicoattitudinale per chi si accinge a una professione tanto delicata.
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Le ingiuste detenzioni causano allo Stato perdite enormi. Eppure la relazione della Cassazione ci dice che solo un magistrato su 100, tra quelli in osservazione, va a casa. Per gli altri assoluzioni o censure.
La giustizia disciplinare nei confronti dei magistrati procede a ritmo di lumaca. Le toghe che sbagliano, salvo nel caso di Luca Palamara, vengono giudicate con tempi biblici e spesso non di pari passo con gli avanzamenti di carriera che, invece, procedono senza ostacoli. E così i giudici, prima di subire una condanna, hanno tutto il tempo di vedere crescere (automaticamente, in base all’anzianità) il proprio stipendio e, come succede, di dimettersi dalla magistratura prima dell’arrivo della condanna.
In più, negli ultimi anni, la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha registrato un notevole aumento dei rinvii e, di conseguenza, del costo dei procedimenti (appesantito, per esempio, dalla convocazione di testimoni e spostamento delle udienze).
Nel 2025, su 80 azioni disciplinari definite sono arrivate solo 35 condanne. Un numero che fa a pugni con la montagna di denaro che il governo deve pagare ogni anno ai cittadini per riparare i casi di ingiusta detenzione: 26,9 milioni di euro nel 2024, 27,8 nel 2023 e 27,4 nel 2022 (fonte Ministero dell’Economia e delle Finanze). Gli ultimi dati sulle azioni disciplinari sono contenuti nell’intervento sull’amministrazione della Giustizia preparato dal procuratore generale della Cassazione, Pietro Gaeta, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Dalle tabelle apprendiamo che le rare sanzioni subite dai magistrati partono da procedimenti che prima di prendere corpo devono superare filtri severi. Infatti, se sono moltissimi gli esposti che giungono alla Procura generale della Cassazione (per esempio nel 2025 sono stati 1.587), la maggior parte di queste denunce (laddove siano considerate «notizie non circostanziate» o che non riguardano magistrati ordinari) vengono definite con uno stringato provvedimento che finisce tra gli atti di segreteria (1.067 l’anno scorso). Gli estremi, in tal caso, sono inviati, con una sintetica descrizione, al ministro della Giustizia. Questo tipo di archiviazione disciplinare non passa per un giudice che potrebbe anche rigettare la richiesta come nel giudizio penale. Quando viene avviata l’azione disciplinare può arrivare, comunque, l’archiviazione, ma deve passare per il Csm che, come il gip, può non condividere e ordinare l’imputazione coatta. L’anno scorso hanno superato questa prima ghigliottina appena 520 denunce su 1.587 e, alla fine dell’anno, l’azione disciplinare è stata richiesta solo 76 volte (43 volte dal pg Gaeta e 33 dal ministro Carlo Nordio), un dato che rappresenta il 14, 6 per cento delle 520 iscrizioni di procedimenti predisciplinari. Nel 2025 risultano ancora pendenti in Procura generale 461 notizie di illecito (un numero in linea con gli anni precedenti). Da un’altra tabella apprendiamo che l’azione è stata promossa contro 38 magistrati (12 pm, 26 giudici), un numero molto più basso di quelli coinvolti negli anni precedenti (58 nel 2024, 66 nel 2023) e in particolare nel biennio del cosiddetto caso Palamara (84 e 79) o nel 2017 (98). Numeri comunque risibili se confrontati con le denunce. Sono davvero tutte così campate per aria o tra colleghi si tende a non essere troppo severi? Si tratta comunque di cifre che non possono non suscitare qualche riflessione e dare argomenti a chi, per esempio i sostenitori della riforma Nordio, ritengono che serva un’Alta corte disciplinare al di fuori della giurisdizione.
Infatti i magistrati in Italia sono 9.192 (di cui 6.898 giudicanti e 2.294 requirenti) e quindi, a voler fare un conto grossolano, nel 2025, per ogni sei magistrati è stata presentata una denuncia. Eppure solo lo 0,7 per cento di loro risulta sottoposto a procedimento disciplinare nel 2025. Certo qualcuno obietterà che per il disciplinare dei magistrati occorre considerare che spesso i cittadini, come i tifosi di calcio con l’arbitro, si considerano vittime di illecito quando perdono una causa che ritenevamo di aver ottime ragioni per vincere. Quindi moltissime notizie di reato sono infondate per questo motivo, quando non provengono da squilibrati e querelomani. Semmai il dato interessante è che la tanto temuta iniziativa disciplinare del ministro continua a essere, quantitativamente, poco significativa, e questo, in teoria, è un dato che può essere letto come rassicurante anche rispetto alla riforma perché è evidente che non solo la Procura generale, ma anche il ministro opera una grande selezione a monte ed esercita l’azione disciplinare solo in pochi casi ritenuti gravi.
Nel 2025, come detto, su 76 azioni disciplinari solo il 43,4 per cento è stata avviata su iniziativa di Nordio, mentre il 56,6 è partita da Gaeta. Nel biennio precedente, sempre con questo governo, il Guardasigilli ha promosso il 33,8 e il 26,7 per cento delle azioni. Complessivamente ministro e pg ne hanno fatte partire 80 nel 2024 e 90 nel 2023. Non esattamente numeri da purga. L’anno scorso il Csm, in pratica il tribunale di questo tipo di procedimenti, ha emesso 154 provvedimenti. Di questi 118 sono state decisioni: 35 condanne, 31 assoluzioni, 52 ordinanze di non luogo a procedere. In quest’ultimo caso in 24 occasioni il magistrato ha lasciato l’ordine giudiziario, quasi sempre per dimissioni volontarie, in 13 è scattata l’esimente della scarsa rilevanza del fatto. Ventisei magistrati hanno ottenuto, invece, l’applicazione dell’istituto della riabilitazione. Il perdono è toccato a un numero di toghe di poco inferiore a quello dei condannati. A questi ultimi è quasi sempre toccato un buffetto: nel 2025, una ha ricevuto un ammonimento, 19 la censura, sette la perdita di anzianità, quattro sono state sospese dalle funzioni e altrettante sono state rimosse. Tale decisione è quasi sempre la conseguenza di una condanna penale di una certa rilevanza (anche se Palamara, per esempio, è stato espulso dalla magistratura prima del suo patteggiamento davanti al tribunale di Perugia).
Nella relazione ci sono anche altri numeri interessanti. Si scopre che i magistrati sotto procedimento disciplinare sono soprattutto quelli delle grandi città (l’11,8 per cento fa parte del distretto di Roma, il 10,3 di Milano, l’8,8 di Torino e Bari, il 5,9 di Napoli). Ovviamente la percentuale si abbassa se il numero è parametrato ai magistrati in servizio nell’area (l’incidenza di Milano scende a 0,9 e quella di Torino a 1,1). Più birichine le toghe di Ancona che hanno una media di 2,2 toghe incolpate ogni 100 in servizio e il 5,9 del totale (come Napoli, ma anche Lecce e Salerno). Nei procedimenti le contestazioni più frequenti sono i «reiterati, gravi e ingiustificati ritardi» e la «grave violazione di legge determinata da ignoranza e negligenza inescusabile». Ma c’è anche chi è accusato di avere leso l’immagine della magistratura commettendo reati penali o, al di fuori delle funzioni, di avere utilizzato il proprio ruolo «per conseguire vantaggi ingiusti per sé o per altri» o di avere svolto «incarichi extragiudiziari non autorizzati». Solo a un magistrato, l’anno scorso, è stato contestato di avere divulgato atti coperti da segreto. Per quanto riguarda il genere, le donne, pur essendo la maggioranza delle toghe (il 57 per cento del totale), subiscono meno procedimenti disciplinari, anche se, nel 2025, il numero di azioni nei loro confronti è aumentato (le incolpate sono passate dal 33,3 per cento al 38,2). Pare di capire che pure in questo settore poco commendevole le signore abbiano intrapreso il cammino della parità.
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L’indignazione dei lettori per l’ingiustizia subita in tribunale dal militare, che ha sparato per difendere un collega, si trasforma in una gara di generosità. Quanto raccolto è più che sufficiente ad aiutarlo, il resto andrà in un fondo per altri casi come questo.
Ieri mattina, quando il nostro amministratore mi ha comunicato il saldo del conto corrente aperto per la sottoscrizione a favore di Emanuele Marroccella sono rimasto a bocca aperta. Lunedì sera erano stati 86.000 euro, una cifra enorme considerando che l’iniziativa era stata lanciata venerdì. Ma ieri, alle dieci e mezza, quando ho ricevuto la telefonata dalla contabilità eravamo già a 220.000 euro (diventati 240 in serata). Un dato incredibile, che certo non mi aspettavo. Ma soprattutto la dimostrazione che i lettori, l’opinione pubblica, sta con le forze dell’ordine e non con chi le condanna.
La storia la conoscete: un vicebrigadiere in servizio a Roma, durante un intervento, ha sparato a un ladro, uccidendolo, dopo che questi aveva aggredito e colpito con un cacciavite, ferendolo, un suo collega. Per i giudici, il militare dell’Arma non avrebbe dovuto premere il grilletto. Forse, secondo loro, avrebbe dovuto girarsi dall’altra parte, ignorando il delinquente. Sta di fatto che il tribunale ha condannato Marroccella a tre anni di carcere, più addirittura di quanto richiesto dalla Procura.
Non solo: la sentenza ha disposto anche una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 euro da pagare ai parenti del ladro. Significa che, essendoci la possibilità che la pena sia rivista in appello, il vicebrigadiere per ora non andrà in carcere per aver fatto il proprio dovere. Tuttavia, dovrà pagare subito la cifra disposta in favore dei famigliari della vittima. Insomma, se per ora ha la speranza di ottenere una revisione della condanna, Marroccella i soldi li deve cacciare subito, anche se ai fini di legge è ancora da considerarsi innocente.
Una cifra del genere rappresenta sei anni dello stipendio di un carabiniere, alla quale però si devono aggiungere le spese legali. Chiunque si trovasse in una simile situazione, se lasciato solo, rischierebbe di finire sul lastrico. A maggior ragione se i giudici, in aggiunta alla condanna, hanno anche previsto l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, una pena accessoria che impedisce di mantenere i gradi e di svolgere il proprio lavoro.
Il vicebrigadiere, dunque, va aiutato e sostenuto e sono lieto che i lettori della Verità e in generale chiunque abbia raccolto il nostro appello si siano dimostrati così generosi.
Tuttavia, non si tratta solo di aiutare Marroccella, cioè un servitore dello Stato, secondo noi ingiustamente accusato e condannato. Si tratta di non lasciare soli gli uomini delle forze dell’ordine. Troppo spesso chi garantisce la nostra sicurezza e ci difende da ladri, rapinatori e stupratori è perseguito più dei criminali. Troppe volte chi fa il proprio mestiere, fermando un delinquente, è trattato peggio del bandito che ha arrestato. A poliziotti e carabinieri si imputa ogni cosa, anche di non aver lasciato scappare un malvivente. A loro è raccomandato un uso proporzionale della forza, come se fosse facile dosare la reazione quando un energumeno si divincola e reagisce di fronte all’alt degli agenti e dei militari. Eppure, in un’operazione, polizia e carabinieri devono agire senza mai oltrepassare una sottile linea rossa che è tracciata dalla magistratura. Nel caso di Emanuele Marroccella il limite sarebbe stato superato da un eccesso colposo di uso delle armi. Cioè, di fronte al ladro che colpiva un collega, il carabiniere non doveva sparare. Ne deduciamo che doveva fare finta di niente. Ed è forse questo il messaggio più grave che viene inviato alle forze dell’ordine: fingete di non vedere, voltate lo sguardo da un’altra parte e, anche in condizioni estreme, dimenticate l’arma che avete nella fondina, perché un domani qualcuno potrebbe accusarvi di «eccesso colposo», che in caso di morte del rapinatore fanno tre anni di carcere, cinque di interdizione dai pubblici uffici e 125.000 euro di risarcimento.
La raccolta di fondi per Marroccella è una testimonianza rivolta a poliziotti e carabinieri, un grazie accompagnato da un sostegno non formale. Le nostre non sono soltanto parole, ma anche soldi. Quelli che non serviranno, visto che ormai abbiamo raggiunto una cifra importante, saranno impiegati per altri casi come quello del vicebrigadiere. Purtroppo lui non è il solo a finire negli ingranaggi della giustizia, ma La Verità e i suoi lettori saranno sempre al fianco delle forze dell’ordine e di chi, per aver fatto il proprio dovere, finisce nei guai.
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Francesca Scopelliti (Imagoeconomica)
La compagna del giornalista, presidente del comitato «Cittadini per il sì»: «La storia di Enzo è il paradigma della malagiustizia, perciò disturba ancora gli oppositori della riforma. Separare le carriere sarà la svolta».
«Mai avrei creduto che esistesse un universo così straziante, vile, ingiusto, sotto la crosta di un’Italietta che non sa, che non ci pensa, non vuol sapere. Ma ora, frustato a sangue da questa realtà, il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza, ma battermi perché queste inciviltà vengano a cessare». Così scriveva Enzo Tortora dal carcere, nelle Lettere a Francesca, mentre attraversava l’ora più buia del tritacarne mediatico e giudiziario.
Francesca Scopelliti, compagna del celebre giornalista ed ex senatrice, oggi presiede il comitato «Cittadini per il sì» al referendum sulla riforma della giustizia. E portando avanti la memoria del conduttore, non nasconde lo stupore: «Non immaginavo che questa campagna referendaria sarebbe stata segnata da un tale livello di volgarità. E invece mi trovo costretta a ribadire, ancora una volta, “giù le mani da Tortora”».
La campagna per il referendum si è incattivita. Sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio ha scritto: «Il mantra è che separando le carriere non avremo più un caso Tortora. E il guaio è che lo raccontano anche i congiunti del presentatore».
«Mi infastidisce molto che Travaglio si permetta di mettere il naso nella vicenda di Tortora. Non è degno neanche di nominarlo. I sostenitori del no al referendum hanno impostato la loro campagna sul capovolgimento della realtà e su interpretazioni strumentali dei fatti».
Si pensava che almeno sul caso Tortora vi fosse uniformità di vedute. Invece?
«La storia di Enzo, che è ancora molto amato dalla gente, attraverso i racconti dei padri e dei nonni, non si presta alle interpretazioni. È il paradigma della malagiustizia, e per questo disturba profondamente gli oppositori della riforma. Riflettere ancora oggi sul caso Tortora induce naturalmente a desiderare un vero cambiamento, attraverso la separazione delle carriere dei magistrati».
Un tema, quello della separazione delle carriere, che si pose con forza anche ai tempi del processo Tortora?
«Certo, Tortora fu condannato in primo grado perché un giudice era in combutta con i procuratori. Fu condannato sulla base delle dichiarazioni “concordanti” di 18 pentiti, e poi assolto perché quelle dichiarazioni erano semmai “concordate”. Venne dichiarato innocente perché un giudice veramente imparziale si prese la briga di verificare. Solo per fare un esempio: un pentito raccontò di aver consegnato a Tortora chili di droga. Ma si scoprì che nel periodo contestato era rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Non era vero nulla».
Sembra che anche Giovanni Falcone sia stato arruolato, suo malgrado, dai sostenitori del No alla separazione delle carriere.
«In questo crescendo di volgarità, ho sentito il procuratore Gratteri, che in quanto a presenzialismo televisivo mi ricorda Wanda Osiris, attribuire a Falcone frasi non vere. Nei giorni successivi ha ammesso l’errore, ammettendo di essere stato mal consigliato. Spero che Gratteri non applichi gli stessi metodi alle sue indagini. Altrimenti poveri cittadini».
È sorpresa dalla potenza di fuoco dell’Anm e del comitato del No?
«Hanno affisso dei manifesti propagandistici 3 per 6, che costano 1.000 euro l’uno. Immagino che per la campagna referendaria valgano le stesse regole della campagna elettorale, ci saranno dei tetti di spesa, e questa spesa dovrebbero giustificarla. Chi finanzia il comitato per il No? Forse l’Anm, che è un’associazione privata?».
Immagina dei finanziatori?
«Se hanno trovato i soldi sono stati bravissimi, ma dovrebbero dichiararlo. Temo invece che il comitato del No faccia un po’ quello che vuole: d’altro canto, se dovessi denunciarli, dovrei fare un esposto presso i loro colleghi, il che sarebbe paradossale. Insomma, sono intoccabili».
In occasione del referendum, il «partito delle toghe» è uscito allo scoperto?
«Mi occupo di giustizia in prima persona da 37 anni. E oggi hanno svelato la loro vera anima. Si vestono da partito politico, e questo non credo sia consentito dalla Costituzione. All’inizio hanno persino adoperato siti istituzionali e palazzi di giustizia per le loro manifestazioni. C’è un abuso di potere senza limiti. E mi spavento ancora di più, se mi fermo a pensare che potrebbe vincere il No, il che per me equivarrebbe a un golpe».
Anche lei è convinta che ci sia un’avanguardia politicizzata della magistratura che tiene in scacco l’intera categoria?
«Questa distinzione la faceva anche Tortora. Scelse di dimettersi dal Parlamento europeo, rinunciando all’immunità, e finì poi agli arresti domiciliari, per rispetto “ai magistrati di giustizia che onorano la toga che indossano”. Molto diversi dall’altra categoria, quelli che lui definiva “magistrati di potere”, contro i quali diresse l’impegno politico».
Chi sono i magistrati di potere?
«Si identificano soprattutto con i procuratori, i più famosi, i più visibili. I due procuratori che arrestarono Enzo furono definiti “i Maradona del diritto”. Finirono sulle copertine dei settimanali mentre giocavano a pallone. Ecco, questa minoranza di magistrati ha in mano il potere istituzionale e mediatico: gli altri preferiscono lavorare nel silenzio, subendo la situazione».
Il sistema fondato sulle correnti si sente minacciato da questa riforma?
«Non vogliono che qualcuno interferisca nel loro sistema di potere, che poi è quello raccontato da Luca Palamara. Le correnti fanno il loro gioco, difendono i loro interessi«.
L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga fu uno dei primi a denunciare lo strapotere delle correnti, e lei lo conosceva bene.
«Cossiga diceva che il ruolo delle correnti era di tipo mafioso, e aveva ragione. Decidono tutto, promozioni, punizioni e trasferimenti. Cossiga mi raccontò che, nella prima seduta del Csm, gli si parò davanti Francesco Di Persia, uno dei procuratori che condussero l’inchiesta contro Tortora. Cossiga gli disse: “La mano non gliela stringo, perché lei ha fatto morire un uomo perbene”».
Il sorteggio per il nuovo Csm è stato bersagliato da critiche. Dicono che non è un metodo in grado di garantire rappresentatività.
«Cosa significa: ci sono magistrati bravi e meno bravi? Quelli meno rappresentativi non possono arrivare al Csm, ma li lasciamo nelle aule dei tribunali, magari a condannare e comminare ergastoli?».
Il giustizialismo è un virus ancora presente nella società italiana?
«Il comitato che presiedo ha organizzato una bellissima manifestazione a Napoli. C’erano tanti ragazzi che indossavano magliette con stampati i nomi, più o meno illustri, delle vittime della giustizia. Ecco, in Italia c’è ancora qualcuno che considera queste vittime non innocenti, ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca».
Lei ha avuto anche una breve esperienza politica, prima con Pannella e poi con Forza Italia. Si stupisce del fatto che quasi tutti, a sinistra, sono contrari a questa riforma?
«La sinistra ormai ha perso la sua capacità riformista. E di questo mi dispiaccio molto. Anche volersi allargare a tutti i costi nel campo dei 5 stelle, che restano il partito del vaffa, legato a doppio filo alla magistratura, lo considero un suicidio politico. Hanno perduto la loro identità. Per un periodo sono stata contattata dal partito di Renzi, ma alla fine sono rimasta delusa. La politica non ha ancora capito che la battaglia sulla giustizia non è una crociata di parte. Non riguarda “io”, ma tutti noi».
Enzo Tortora scriveva: «Solo i pazzi, i bambini e i magistrati non pagano mai per i loro crimini». Frasi ancora attuali?
«Il processo Tortora non è mai finito, perché non abbiamo ancora avuto una classe politica che sia riuscita a far tesoro dell’esperienza di Enzo, con il coraggio e la cultura giusta, accompagnando le riforme necessarie per cambiare davvero le cose. È incredibile pensare che abbiamo dovuto attendere fino al 2026 per promuovere la riforma della svolta. Voglio sperare che, nel segreto dell’urna, i cittadini e anche i magistrati votino sì. Perché il “sì” protegge le persone e non il potere, e ci consentirà di liberarci della cupola mafiosa delle correnti della magistratura. Rendendo onore alla memoria di Enzo Tortora».
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