(Ansa)
Design, ingegneria e sviluppo veicoli al servizio delle case automobilistiche e del network accademico statunitense. L'intervista a Fabrizio Mina, ceo di Italdesign Usa.
Design, ingegneria e sviluppo veicoli al servizio delle case automobilistiche e del network accademico statunitense. L'intervista a Fabrizio Mina, ceo di Italdesign Usa.
La ricostruzione della nuova Siria passa anche per l’imprenditoria italiana. Venerdì scorso, infatti, il presidente di Gksd, Kamel Ghribi, ha incontrato a Damasco il presidente Ahmed al Sharaa, il ministro degli Esteri, Asaad al-Shaibani, e il ministro della Salute, Mussaab Nizar Alali. Gksd, per intenderci, è la joint venture tra Gk Investment Holding e il gruppo San Donato (Gsd), gigante della sanità italiana fondato e guidato dalla famiglia Rotelli. Una partnership che negli anni ha permesso a Gsd, grazie al capitale e alle competenze complementari portate dalla società di Kamel Ghribi, di consolidare la propria presenza nei mercati esteri, in particolare in Medio Oriente e Nord Africa (la cosiddetta area «Mena») e in Europa.
Durante i vertici bilaterali di Damasco, ha reso noto l’azienda nel comunicato stampa, sono stati approfonditi i possibili temi di cooperazione in questa fase di ricostruzione. Tra i settori interessati vi è, naturalmente, la sanità, ma anche l’energia, le infrastrutture e i servizi avanzati. Tutti ambiti in cui il gruppo Gsd-Gksd ha maturato comprovata esperienza e spicca come eccellenza europea. Italia e Unione europea, d’altra parte, sono stati tra i primi ad allacciare relazioni diplomatiche con il nuovo regime di Damasco, ponendosi come potenziali partner del martoriato Stato mediorientale. L’individuazione di reciproci interessi economici, infatti, è un ottimo strumento per instaurare legami tra Paesi, e in questo senso le imprese private, sostenute da una buona politica estera, possono svolgere un ruolo importante.
«Sono veramente entusiasta delle ore trascorse a Damasco», ha affermato Ghribi commentando l’incontro. «La Siria ha una storia millenaria e il suo è un popolo colto e laborioso, che ha saputo produrre eccellenze in un Paese di bellezza straordinaria. I suoi talenti godono di riconoscimento unanime e mondiale». «Noi», ha continuato, «siamo qui per sostenere il processo di ricostruzione perché Gksd sempre più rappresenta un player globale che supporta i processi di institutional e capacity building dei Paesi che vengono fuori da fasi complesse. Siamo pronti a dare il nostro contributo nel quadro della partnership italiana ed europea». Nell’area mediorientale, il gruppo San Donato ha già sviluppato importanti collaborazioni con l’Iraq, dove gestisce un ospedale da 500 posti letto nella città di Najaf e, in partnership pubblico-privato, il Sayyab Teaching Hospital, un grande polo ospedaliero costruito a Bassora, la seconda città irachena per popolazione. L’intesa sul centro di Bassora è di maggio dell’anno scorso, ma solo tre mesi prima era arrivato l’accordo per la gestione dell’ospedale di Najaf, segno del rapido evolversi delle relazioni commerciali una volta instaurate.
Solido il legame anche con l’Arabia Saudita, al cui governo ha fornito una consulenza per la riforma del sistema sanitario. Nel Nord Africa, invece, è ormai di lunga data la presenza in Egitto, dove Gsd gestisce il centro pubblico Sheikh Zayed Hospital nella capitale Il Cairo e sta portando avanti altri progetti. Stessa cosa in Libia, dove è in corso un accordo per la gestione dei pazienti libici negli ospedali Gsd, una consulenza strategica per migliorare il sistema sanitario e, inoltre, il gruppo gestisce un ospedale a Tripoli. Importante è anche il rapporto con la Tunisia, Paese d’origine del vice presidente del gruppo San Donato, Kamel Ghribi. Secondo le ultime informazioni disponibili, vi è in essere un accordo con il ministero della Salute tunisino per inserire circa 100 infermieri all’anno negli ospedali del gruppo San Donato. Un altro accordo con la cassa nazionale Cnam prevede, inoltre, la presa in carico di pazienti tunisini presso gli ospedali Gsd.
In Europa, il gruppo San Donato vede una forte presenza in Polonia, dove ha comprato l’American Hearth of Poland e poi Scanmed, diventando la più importante realtà polacca nell’ambito della cardiologia. Altri deal e accordi programmatici sono stati firmati con la Romania e, più recentemente, con l’Albania di Edi Rama, all’interno della stretta collaborazione tra Roma e Tirana stabilita da Giorgia Meloni.
L’intuizione avuta all’inizio della pandemia dai fratelli Rotelli, Paolo e Marco, ossia che si fosse aperto uno spazio significativo per esportare la competenza medico-scientifica italiana oltre i confini nazionali, si è dunque rivelata corretta. L’uomo chiave di questa svolta è stato proprio Kamel Ghribi, uomo d’affari di origine tunisina e passaporto svizzero, molto vicino alla famiglia Rotelli. Il sodalizio tra Ghribi e la nuova generazione della famiglia italiana - i due figli di Giuseppe (e nipoti del fondatore Luigi) -, suggellato dalla Gksd Investment Holding, ha dato origine a questa espansione straordinaria. Le solide relazioni internazionali del tunisino e le competenze portate da Gk Investment hanno consentito al gruppo di offrire un pacchetto complessivo intorno al core business della sanità, sviluppando una vera e propria diplomazia sanitaria che, negli ultimi anni, ha agito virtuosamente di concerto con il governo italiano.
«La cucina italiana è da promuovere sia per i nostri consumatori che per la sostenibilità ambientale». Lo ha detto l'Ambasciatore d'Italia a Bruxelles Federica Favi, in occasione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, tenutasi nella capitale belga. «L'ottica di questa settimana è stata quella di combinare riflessioni su salute, commercio e cultura italiana - ha aggiunto Favi - con il grande obiettivo di rendere la nostra cucina patrimonio immateriale dell'Unesco».
Il vincitore di Milano su Misura-Trofeo Arbiter, giunto alla quarta edizione (la prima a livello internazionale) è il vicentino Massimo Pasinato. Primo posto quindi per l’Italia che si aggiudica il prestigioso premio con uno spezzato tre pezzi ispirato allo stile preppy e nautico anni Venti, con giacca blu gessata monopetto due bottoni abbinata a un gilet doppiopetto otto bottoni e a un pantalone con risvolto entrambi bianchi, tutto in tessuto in lana Australis Super 170’s di Loro Piana. «Una bella differenza dal classicissimo abito da cocktail inglese: pantaloni beige, giacca blu, camicia a righe, cravatta a pois, pochette fiorata», spiega un super esperto come Franz Botré, direttore di Arbiter, rivista culto punto di aggregazione su cui si fonda e si costruisce il futuro del fatto a mano su misura in Italia. «Parliamo di principi e di valori come l’arte del sapere, del fare, di saper fare e di far sapere». Istituito nel 1952, il Trofeo Arbiter è il più antico e prestigioso concorso di eleganza maschile, riservato ai migliori artisti-artigiani italiani della sartoria. In quegli anni non era ancora diffusa la «confezione» e lo stile maschile si esprimeva esclusivamente attraverso i codici della sartorialità. Dopo un lungo periodo di sospensione, il Trofeo Arbiter è ritornato in vita nel 2020 grazie alla volontà di Franz Botré di restituire dignità e valore al settore.
Due giorni (18 e 19 ottobre) particolarmente impegnativi. Quali sono state le novità di questa edizione?
«Abbiamo coinvolto 19 sarti da tutto il mondo: Pakistan, Turchia, Grecia, Londra; arrivano da Abu Dhabi, Xi’An, Seul, Bangkok, Parigi, Karachi, Napoli, Roma. Il Trofeo è diventato sempre più internazionale: la sartoria italiana si misura con quella mondiale. Nuova formula, nuovi protagonisti, nuovi criteri di valutazione e di presentazione degli abiti creati per l’evento. Il Trofeo Arbiter si rinnova pur restando fedele alla sua storia».
Una storia iniziata, come detto, negli anni Cinquanta.
«Nacque a Sanremo e si chiamava Festival della Moda Maschile, il Festival di Sanremo della Canzone italiana arrivò dopo. I primi indossatori maschili sono nati qui. Era la festa del su misura. Tutto era curato molto bene da Zegna che però, intorno al 1968, mollò e Sanremo non organizzò più nulla. Nel 2010 ho ripreso la testata Arbiter e ho iniziato a ripensare al Trofeo. In primis, sono tornato a Sanremo cercando di coinvolgere tutte le parti politiche organizzative, ma mi hanno chiuso la porta in faccia. Se a Sanremo non capiscono l’importanza di rifare questo evento ho iniziato subito a guardare a Milano chiamandolo Milano su Misura- Trofeo Arbiter».
Valore aggiunto da quando è ripartito il Trofeo?
«Assegno sempre un tema. Questa volta ne ho scelto uno molto italiano, molto milanese: aperitivo a Milano. E cioè l’abito da studiare per interpretare il concetto del “cocktail attire”. Un modo di dire che viene scritto in tutti gli inviti che arrivano, quindi ho scelto di andare sulla sartoria e non sulla moda. Per questo non abbiamo fatto una sfilata classica come avviene per gli stilisti e i loro brand ma l’abbiamo organizzata tra i tavoli di una lounge. Alessandro Iacobucci, bar manager al Mio Lab del Park Hyatt Milano, ha svelato l’esclusivo signature cocktail ideato per l’occasione: un equilibrio di sapori e aromi che rispecchia i valori della grande tradizione sartoriale, italiana e internazionale».
Chi giudica gli abiti dei sarti?
«Gli abiti in concorso vengono esaminati da tre giurie: la Giuria tecnica, composta da quattro esperti del settore e sei maestri sarti (Gaetano Aloisio, Carlo Andreacchio, Lorenzo Cifonelli, Antonio Liverano, Nelly Marika e Franco Puppato); la Giuria stile, composta da appassionati e clienti affezionati del su misura; la Giuria università, composta da studenti di SDA Bocconi che per la prima volta ha assegnato un premio speciale».
Non solo sarti, ma 48 ore di programmazione coinvolgente.
«Palazzo Clerici è stato il luogo ideale di Milano su Misura - Trofeo Arbiter 2024. Nelle Gallerie dei Quadri e degli Stucchi sono state sistemate le creazioni dei sarti in concorso, oltre ai capi più iconici dei sei maestri sarti in giuria. Nella Sala degli Specchi si è tenuta la Masterclass tessuti a cura di Loro Piana. Durante tutte e due le giornate si sono potute ammirare anche le creazioni e i prodotti artigianali della storica Stivaleria Savoia di Milano. La Galleria del Tiepolo ha fatto da cornice al convegno «Una vita su Misura. Pensare. Scegliere. Vivere. Tra regole, tradizione e trasgressione, come realizzare in tutti gli aspetti una vita su misura». Si è parlato di Petronio Nigro, arbiter elegantiarum all’epoca di Nerone, il senatore più elegante con una tunica. Bmw ha trattato dell’auto su misura; Mediolanum del servizio della banca su misura».
Con la vita frenetica, parlare di su misura non è anacronistico?
«Per l’uomo non è così. Mai come oggi, e lo vedo nei miei lettori e nei giovani, non vogliono essere omologati né superficiali nelle loro scelte. Comperare abiti di marchi più prestigiosi significa anche un costo importante, mentre se con cultura e preparazione si va dal sarto, si acquista la stoffa e si ha un capo su misura, personale, con gli interni e il taglio a piacimento e costa la metà. Chi non ha tempo né cultura si affida allo stilista, è un diverso approccio alla vita».
Ne risente in meglio anche l’ambiente...
«Certo: meno ma meglio. La moda consuma a grande velocità, si acquistano capi che si indossano tre volte e poi si buttano. Invece, abiti di sartoria si mettono tutta la vita. Il tessuto è sostenibile così come il lavoro del sarto. Con i miei ritagli ci faccio pure le cravatte, del mio taglio, 3,50 metri per fare un abito, non butto nulla e ho cose da trent’anni. È un approccio che va verso una attenzione al consumo, agli sprechi, alla sostenibilità. La differenza la fa la cultura soppiantata da un consumismo esagerato e dalle mode. Dal sarto, però, devi saperti fare il tuo stile».
Fondata a Torino nel 1944, la casa piemontese sfornò ciclomotori più simili alle moto da corsa, producendo interamente i piccoli bolidi, campioni nelle gare internazionali e molto apprezzati anche all'estero. Storia e foto.
I vecchi operai dicevano che lavorare alla Itom di Sant’Ambrogio in Val di Susa fosse un privilegio. Ancora oggi centinaia di appassionati conservano con orgoglio i piccoli bolidi verniciati nei colori della casa piemontese: giallo, blu e rosso. Qualche volta, durante l’anno, fanno girare quei motori in grado di superare i 10 mila giri al minuto senza certo passare inosservati. Ce lo racconta Dario Fracchia, già sindaco di Sant’Ambrogio, oggi tra i promotori della memoria dello storico marchio nato alle porte di Torino. Tutto era cominciato sotto le bombe del 1944 quando il capoluogo piemontese subì durissime incursioni mirate agli stabilimenti della città altamente industrializzata, la più violenta delle quali causò 122 vittime il 24 luglio. Per iniziativa dell’avvocato Corrado Corradi in via Millio, tra le macerie della città ferita, fu fondata la Itom (Industria TOrinese Meccanica) con lo scopo di produrre piccoli motori per diverse applicazioni. Sarà nell’immediato dopoguerra che la neonata azienda si inserirà nel nascente mercato delle due ruote, ancora agli albori durante gli anni economicamente più difficili dalla fine del conflitto. Il primo prodotto in questo settore fu un micromotore con trasmissione a rullo, progettato originariamente dalla Omb (Officine Meccaniche Benotto) applicabile alle biciclette, il Tourist. Il piccolo motore due tempi poteva essere applicato ai telai delle biciclette sia in posizione centrale vicino ai pedali che sulla ruota anteriore. Il primo ciclomotore completamente costruito dalla Itom uscì dalla fabbrica nel 1950. Si trattava di un mezzo essenziale, con trasmissione automatica, in seguito disponibile anche con cambio a due rapporti a cui seguirà due anni più tardi il modello «Esperia», caratterizzato dal telaio stampato, simile a quello dei coevi Motom, i ciclomotori milanesi prodotti dagli industriali del tessile De Angeli-Frua. Furono due grandi professionisti, all’inizio della storia del marchio torinese, a determinarne il futuro successo a partire dalla prima metà degli anni Cinquanta, l’ingegnere Giuseppe Spoto e il motorista Silvano Bonetto. La loro stretta collaborazione produsse l’ossatura ad una futura produzione di motoleggere caratterizzate da alte prestazioni, affidabilità e qualità produttiva. Nel 1954, a 10 anni dalla fondazione dell’azienda di Corradi, nasceva quello che sarà il modello di punta della Itom e che rappresenterà per tutti gli anni Sessanta la base per la maggior parte della gamma: l’«Astor». Il cuore della piccola «belva» era prodotto interamente dalla casa madre. Si trattava di un monocilindrico a due tempi da 49,5cc. con cambio a tre rapporti al manubrio (come la Vespa e la Lambretta) dall’elevato numero di giri minuto, dalla vocazione sportiva e caratterizzato da un’affidabilità sorprendente, che scongiurava i grippaggi molto comuni su altri motori a due tempi della stessa cilindrata. Anche il telaio e le altre componenti dell’«Astor» nascevano in fabbrica a Torino e, una volta assemblati, davano vita ad un ciclomotore che assomigliava più a una moto da competizione che a un cinquantino. Nelle versioni export arrivò a toccare senza elaborazione velocità vicine ai 100 km/h e fu prodotto in numerose versioni nella sua lunga carriera. Alla metà degli anni Sessanta, quando la Itom raggiunse il picco produttivo di 100 unità al giorno assemblate da 130 dipendenti, l'«Astor» perse il cambio al manubrio per un più consono comando a pedale. Dal 1957 la produzione della casa nata a Torino ebbe una nuova sede in Val di Susa, a Sant’Ambrogio. La Itom si trasferì nello storico edificio occupato dal 1871 dal maglificio Bosio, progettato dal celebre architetto Camillo Riccio (che aveva progettato anche la fabbrica Martini & Rossi), dopo che Corradi rifiutò l’offerta di acquisto di uno stabilimento (forse più consono) in corso Allamano a Grugliasco dove in seguito si stabilirà la Maserati. Da Sant’Ambrogio passò la maggior parte della produzione della fabbrica piemontese, che nel 1957, anno di trasferimento nella nuova sede, sfornò il primo «Astor Competizione», una piccola belva capace di superare così come usciva dalla fabbrica i 70 Km/h. Per il nuovo modello fu fornito anche un kit di elaborazione che aumentava sensibilmente le prestazioni, fornendo quella che sarà la base per i futuri successi nelle competizioni della Itom. Le gare internazionali di categoria, in quegli anni molto seguite, faranno da volano all’ingresso della piccola fabbrica torinese nell’empireo dei marchi italiani molto amati anche all’estero.
Gli «Astor Sport» e «Sport Competizione» si distinsero in pista già dall’inizio degli anni Sessanta, portati in trionfo da piloti in molti casi stranieri. Sulle Itom esordirono i campioni Mike Hailwood e Bill Ivy, Ralph Bryans, Dave Simmonds, Jean-Pierre Beltoise (che corse anche in Formula 1). In sella ad un «Astor» sedette anche la prima donna in assoluto a partecipare nel 1962 al durissimo Tourist Trophy dell’Isola di Man, Beryl Swain. I suoi successi, in un mondo allora riservato ai soli uomini, portarono gli organizzatori ad innalzare il limite di peso dei piloti tagliando così fuori la Swain e le altre aspiranti fino alla riammissione che giunse solo nel 1978. Il pilota ufficiale della Itom fu Sergio Bongiovanni, che nel 1966 vinse a sorpresa in sella ad un «Astor» 50cc. Il campionato italiano della velocità in salita nella categoria riservata ai 75 cc.
Forte dei successi sulle strade e sulle piste, la Itom prolungò la vita dell’Astor proponendolo in diverse versioni fino all’inizio degli anni Settanta, quando l’estetica fu rinnovata con l’utilizzo dei serbatoi allungati, detti a «squalo». Alla fine degli anni Sessanta, la motorizzazione di massa aveva di fatto trasformato il mercato delle due ruote di piccola cilindrata. Non più mezzi utilitari, ma oggetti da diporto per il divertimento in particolare modo per i giovani. Lo stile dell'«Astor», seppure ancora tecnicamente impeccabile, mostrava le sue radici piantate negli anni Cinquanta. I fuoristrada di piccola cilindrata, i cross, erano in quegli anni i più richiesti dai ragazzi e la Itom provò l’inseguimento di marchi come Fantic Motor, casa motociclistica che ebbe la propria spina dorsale proprio nella produzione di moto fuoristrada iconiche. Lasciato tra le culle del telaio il mitico propulsore dell’«Astor», la casa di Sant’Ambrogio esordì nel mondo dei piccoli «tuttoterreno» con il «Sirio Cross 4M» presentato nel 1969, un buon modello che andava tuttavia ad inserirsi in una categoria sovraffollata da piccoli e grandi marchi che avevano saturato il mercato. Negli ultimi anni la casa fondata da Corrado Corradi procedette spedita verso un inesorabile declino, destino comune di tante altre piccole e medie case motociclistiche italiane. Nel caso particolare di Itom le difficoltà furono accelerate dalla mancanza di innovazione nei prodotti, determinata da una gestione poco lungimirante della proprietà, tanto che per inseguire il cambiamento sotto la minaccia della crescente concorrenza (anche estera) e della generale crisi economica del decennio il marchio del glorioso «Astor» divenne più un assemblatore che un produttore puro. Lo dimostravano il tentativo di entrare nel mercato delle fuoristrada 125cc. con un motore della tedesca Zundapp (Itom «Cross Competizione») rimasto però allo stadio di prototipo. Tutti gli altri modelli da 50cc ebbero il classico motore Franco Morini che li accumunava ad altri ciclomotori coevi, perdendo così quel cuore ideato da Spotto e Bonetto che aveva assordato le orecchie di chi si trovava vicino alla fabbrica dove si provavano i modelli appena assemblati e di quelli che avevano visto sfrecciare i gialloni (chiamati così per il colore più utilizzato dalla casa) per le strade d’Europa, dove ancora oggi il nome risuona alto tra gli appassionati, in particolare in Francia, Belgio, Olanda. Ma anche Argentina e Canada. La Itom chiuse i battenti ufficialmente nel 1975 e al fragore dei macchinari che avevano lavorato incessantemente dal 1957 e che nel 1965 subirono un grave incendio ma seppero ripartire, seguì il silenzio. La sede della casa motociclistica fu in seguito occupata da un altro fiore all’occhiello dell’industria piemontese: la Imperia, celebre produttrice di macchine impastatrici, che la sfruttò fino al 2010. Oggi è sede del birrificio San Michele e ospita anche la collezione di auto classiche Torino Heritage. La memoria della Itom, tenuta in vita dagli appassionati e dallo stesso Dario Fracchia precedentemente citato, vive nei raduni organizzati sotto il nome di Itom at Home, fulcro del culto del marchio nato ottant’anni fa nella Torino in guerra. Gli organizzatori della kermesse dedicata alla Itom sperano di avere presto un museo a Sant’Ambrogio, magari proprio nei locali dove presero forma quei piccoli bolidi che fecero sognare due generazioni e che resero orgogliose le maestranze che li avevano forgiati in un ambiente unico, tanto che molti di loro lasciarono il colosso Fiat per poter lavorare a Sant’Ambrogio. Del resto, pensandoci bene, Itom è l’anagramma di «mito».

