L’11 marzo va ricordato per il sequestro, avvenuto 5 anni fa, di 60 milioni di cittadini italiani, bambini inclusi. Una solerte magistratura ha già dichiarato che non ci tocca nessun risarcimento. Il lockdown con cui è stato sequestrato il popolo italiano non aveva nessun senso e in effetti in molte nazioni non è stato adottato. In Germania per esempio sono state chiuse le scuole e parecchi negozi, ma si raccomandava in continuazione alla popolazione di stare all’aria aperta almeno due o tre ore al giorno per correre o camminare ovviamente senza mascherina, dato che l’esposizione alla luce solare e il movimento potenziano il sistema immunitario. Qui i furbetti della passeggiata sono stati inseguiti e braccati da poliziotti, carabinieri, droni ed elicotteri che nessuno di noi ha mai visto a disturbare l’attività degli spacciatori o delle meravigliose borseggiatrici che rendono così emozionante il nostro viaggio in metropolitana. Con la complicità di alcuni medici facenti parte del cosiddetto Comitato tecnico scientifico sono state spacciate per mediche e scientifiche decisioni puramente politiche i cui scopi erano tre. Il primo è stato danneggiare e terrorizzare la popolazione con misure talmente insopportabili da far accettare qualsiasi cosa per uscire dall’incubo, inclusa la somministrazione di vaccini pericolosamente sperimentali. Il tasso di guarigione della malattia secondo i dati del 2020 era di 99,99% sotto 19 anni, del 99,98% dai 20 ai 29 anni, del 99,96% tra i 30 e 39 anni, del 99,91% tra i 40 e 49 anni, del 99,73% tra i 50 e 59 anni, del 99, 41% tra i 60 e 69 anni, del 97,6% al di sopra dei settant’anni (Leonardo Guerra, Covid 19, Agenda 20/30 inganno criminale). Una malattia con altissimo tasso di guarigione è stata presentata come la peste nera. La malattia era perfettamente curabile mediante il protocollo disponibile già dal marzo 2020, ma è realtà dal 2003, perché era un protocollo analogo a quello usato per la malattia simile Sars, costituito da farmaci molto collaudati e a bassissimo costo cui si è aggiunto nell’aprile 2020 il plasma iperimmune, ottimo ed economico, del dottor Giuseppe De Donno. Questi farmaci sono stati boicottati, disapprovati dagli ordini dei medici, censurati suoi social (la mia pagina Facebook è stata chiusa tutte le volte che li ho nominati), derisi da giornalisti e prezzolati semianalfabeti ampollosamente chiamati fact checker, ignorati dal ministero nonostante un enorme numero di segnalazioni. A volte vietati. L’idrossiclorochina è stata calunniata in un articolo pubblicato da The Lancet, poi ritrattato. Il secondo scopo è stato rendere la popolazione malleabile. La popolazione è stata reclusa, impoverita, colpevolizzata, terrorizzata. Questo l’ha resa straordinariamente obbediente a ordini folli, e ha creato un odio isterico e tragico verso i dissidenti. Come ha teorizzato Gustave De Bon (Psicologia delle folle) e come hanno raccontato Primo Levi (Se questo è un uomo) e Alexandr Solzenicyn (Arcipelago Gulag), per spezzare un popolo non basta che gli ordini siano draconiani, è fondamentale che siano stupidì. Con la complicità dei medici del cosiddetto Cts sono state imposte regole irrazionali controproducenti e contraddittorie. Il virus sarebbe stato fermato da banchi a rotelle. Non si poteva andare in strada nel terrore di sputarsi addosso il virus gli unì con gli altri ma si poteva cantare tutti insieme sui balconi alla stessa ora sputando quindi il virus sul piano di sotto. Il caffè in piedi, ma non seduti. Ci si poteva togliere mascherina che salvava da una malattia respiratoria per fumare. Il terzo scopo è stata la digitalizzazione. La didattica a distanza ha reso semianalfabeti gli studenti e li ha addestrati all’uso di computer e cellulari. Quando si annoia uno studente che ha in mano un quaderno fa un disegno, oppure comincia una poesia o un racconto. Se ha in mano un computer quando si annoia va su YouTube, Netflix e You Porn. Una persona dipendente da pornografia può essere facilmente rinchiusa in casa, o in un qualche luogo che lo Stato ha deciso essere la sua casa, purché abbia un computer e una connessione Internet. Tutto quello che è successo ha quindi favorito il passaggio alla cosiddetta agenda 2030, non possiederai niente e sarai felice. L’11 marzo del 2020 non è stata contrastata un’epidemia. Al contrario è stato fatto tutto il necessario per abbattere il sistema immunitario della popolazione. La reclusione, l’allontanamento della luce solare, la sedentarietà abbattono il tasso di vitamina D e quindi sistema immunitario. A tutto questo si aggiungono i danni da vaccino quando poi vaccini sono arrivati. I vaccini sono stati testati in maniera insufficiente nei trial clinici. Sono stati occultati dati clinici sperimentali di fondamentale importanza, nascondendole alla comunità medica e alla popolazione. Il vaccino è stato prescritto a sotto popolazioni, donne in stato di gravidanza, bambini, anziani, e persone con altre patologie, i cosiddetti fragili, per il quale non era stato testato. Non sono state messe in atto strategie di farmaco sorveglianza. Anzi: i danni da vaccino sono stati liquidati ritenendoli non correlati alla vaccinazione. Non è stato dato nessuno strumento per diagnosticare i danni da vaccino, anzi i medici sono stati dissuasi dal segnalare. In Italia il vaccino ha avuto diverse segnalazioni nella sua prima fase di somministrazione, perché era somministrato ai medici, e loro segnalavano. Dopo di che, le segnalazioni sono crollate. Non è stata sponsorizzata nessuna indagine scientifica che esaminasse i danni da vaccino. Sono state delegittimate e punite, nel mio caso con la radiazione, tutte le critiche ai vaccini, etichettate come disinformazione antiscientifica. È stata promossa l’idea assurda che un tipo di farmaco che non ha nessuna capacità di evitare il contagio della malattia, potesse portare all’immunità di gregge così da colpevolizzare, punire, privare dello stipendio, affamare e multare tutti dissidenti. Sono state pubblicate ricerche scientifiche scadenti per sostenere la vaccinazione di massa. Farmaci sicuri ed efficaci come idrossiclorochina e ivermectina sono stati demonizzati, demonizzato il plasma iperimmune. Sono stati imposti farmaci che avevano scritto su foglietto illustrativo che non f sono conosciuti gli effetti a distanza e che non sono stati studiati gli effetti sulla cancerogenesi e teratogenesi. Invece che un antigene neutro è stata scelta la proteina Spike che è tossica, tossica per il cervello, tossica per il cuore, tossica per le donne in gravidanza e per i loro bambini, tossica per le gonadi, causa nevriti e micronevriti, causa trombosi e microtrombosi. Causa il cancro o ne accelera il decorso. Causa miocarditi, pericarditi, infarti, aritmie. Causa demenza o ne anticipa il decorso. Causa diabete, è tossica per la retina. Causa soprattutto morte improvvisa, che i medici hanno ribattezzato malore improvviso e per la quale non chiedono l’autopsia.
Poiché nel magico mondo del fascismo che non c’è ogni giorno ha la sua drammatica pena, ecco che la fibrillazione progressista ora si concentra sul premierato. E lo fa - ma pensa! - approfittando delle dichiarazioni della senatrice a vita Liliana Segre. Il fatto che sia proprio lei a intervenire sul tema, inutile nasconderlo, serve a uno scopo preciso. Cioè a collegare la riforma costituzionale (a cui, per inciso, chi scrive non è minimamente appassionato) al pericolo fascista. Poiché Giorgia Meloni vuole un ruolo forte per il capo del governo, bisogna fare passare l’idea che stia nemmeno troppo segretamente tramando per istituire una dittatura. L’intervento della Segre, vittima degli orrori novecenteschi, è utile appunto a stabilire questo legame fra la proposta di riforma e il fascismo/nazismo.
Non per nulla ieri tutti i giornali riprendevano le parole della senatrice sugli «aspetti allarmanti» del premierato sui quali la Segre «non può e non vuole tacere», nemmeno si trattasse di denunciare una deportazione. La senatrice parla di «prove di forza» e «sperimentazioni temerarie». Poi dice che la riforma produrrebbe «un’abnorme lesione della rappresentatività del Parlamento, perché si pretende di creare a qualunque costo una maggioranza al servizio del presidente eletto, attraverso artifici maggioritari tali da stravolgere al di là di ogni ragionevolezza le libere scelte del corpo elettorale». Infine, se non bastassero i riferimenti agli antichi regimi, arriva l’affondo più ruvido: «Anche le tribù della preistoria avevano un capo, ma solo le democrazie costituzionali hanno separazione dei poteri, controlli e bilanciamenti, cioè gli argini per evitare di ricadere in quelle autocrazie contro le quali tutte le costituzioni sono nate».
Tutto chiaro: al governo ci sono dei barbari animati da una logica tribale i quali, ora che sono giunti al potere, non vogliono più mollare l’osso. Dunque pensano di cambiare addirittura la Costituzione pur di rimanere aggrappati ai privilegi. Chissà, può anche darsi che sia vero. Tuttavia non comprendiamo come mai le grida di terrore si levino soltanto ora dai banchi della sinistra. Quando il Parlamento veniva regolarmente scavalcato a colpi di decreti, e dpcm, non sembrava che ci fossero tutti questi progressisti preoccupati dalle derive autoritarie. Anzi chi le indicava - e lo faceva, ripetiamo, di fronte alla concretezza dei fatti e non alle elucubrazioni del Pd - veniva deriso e insultato. Non ci risulta, poi, che ci fossero tutti questi fan del Parlamento ai tempi dei vari governi tecnici. Il Quirinale disponeva, e i parlamentari battevano le zampe come foche, e i giornali di riferimento si adeguavano scodinzolando.
Se la riforma costituzionale proposta dalla Meloni ha un aspetto positivo è proprio questo: impedisce i governi tecnici. E non è un caso che, proprio in virtù di questa particolarità, abbia suscitato le ire di Mario Monti. Nel suo nuovo e formidabile libro Demagonia, l’altro senatore a vita scrive: «No, io sono contrario alla proposta di premierato oggi sul tavolo, a prescindere da questi schermi di cortesia istituzionale intertemporale. Sono contrario per un motivo più fondamentale: a mio parere, la riforma ridurrebbe la governabilità dell’Italia anziché accrescerla. Fallirebbe proprio nel suo obiettivo centrale. Renderebbe praticamente impossibili i governi di unità nazionale. Ci sarà pure una ragione se il Parlamento, non i sondaggi d’opinione o la stampa dei «poteri forti», ha approvato con le più elevate percentuali di fiducia le nascite di tre governi di unità nazionale, presieduti dal sottoscritto (87,8 per cento come media tra Camera e Senato) per fronteggiare la crisi finanziaria del 2011, da Mario Draghi (83,3 per cento per debellare il Covid e programmare l’impiego dei fondi europei nel 2021) e Giulio Andreotti (84,7 per cento dopo il rapimento di Aldo Moro nel 1978) (fonte: Pagella Politica). Tre gravi crisi, un eminente politico e due non politici chiamati a guidare il Paese con larghissime coalizioni. Che cosa avrebbe fatto, in quei momenti, un premier eletto da una maggioranza di parte e quindi legittimato a governare, con la parte sconfitta alle elezioni votata a fare opposizione? Con un presidente della Repubblica che non potrebbe neppure esortare a fare uno sforzo di unità?».
Basta leggere questo brano per comprendere quale sia il motivo della feroce opposizione liberal-progressista al premierato. Sarebbe interessante sapere che cosa pensi Liliana Segre delle parole scritte dal suo autorevole collega Monti. Non rivede, nelle tesi montiane, un leggero rischio autoritario? Certo, Mario ricopre tutto di miele, ma quello che sta dicendo è chiaro: con il premierato diventerà impossibile per il presidente della Repubblica imporre governi tecnici in caso di crisi. Che poi le suddette crisi siano studiatamente create o addirittura programmate, non sembra rilevare.
Ecco, davanti a tale forma di disprezzo per la democrazia, davanti alla pura e semplice rivendicazione del pilota automatico come metodo di governo delle nazioni, dove sono i solerti difensori della dignità dei Parlamenti? Di fronte a presidenti della Repubblica che esondano e si intromettono, perché i fan dei «limiti imposti dalla Costituzione» se ne rimangono zitti? Dicono di temere «i capi tribù», ma quando a comandare è lo stregone che si dichiara tecnico, si mettono tutti in ginocchio.
Poiché nel magico mondo del fascismo che non c’è ogni giorno ha la sua drammatica pena, ecco che la fibrillazione progressista ora si concentra sul premierato. E lo fa - ma pensa! - approfittando delle dichiarazioni della senatrice a vita Liliana Segre. Il fatto che sia proprio lei a intervenire sul tema, inutile nasconderlo, serve a uno scopo preciso. Cioè a collegare la riforma costituzionale (a cui, per inciso, chi scrive non è minimamente appassionato) al pericolo fascista. Poiché Giorgia Meloni vuole un ruolo forte per il capo del governo, bisogna fare passare l’idea che stia nemmeno troppo segretamente tramando per istituire una dittatura. L’intervento della Segre, vittima degli orrori novecenteschi, è utile appunto a stabilire questo legame fra la proposta di riforma e il fascismo/nazismo.
Non per nulla ieri tutti i giornali riprendevano le parole della senatrice sugli «aspetti allarmanti» del premierato sui quali la Segre «non può e non vuole tacere», nemmeno si trattasse di denunciare una deportazione. La senatrice parla di «prove di forza» e «sperimentazioni temerarie». Poi dice che la riforma produrrebbe «un’abnorme lesione della rappresentatività del Parlamento, perché si pretende di creare a qualunque costo una maggioranza al servizio del presidente eletto, attraverso artifici maggioritari tali da stravolgere al di là di ogni ragionevolezza le libere scelte del corpo elettorale». Infine, se non bastassero i riferimenti agli antichi regimi, arriva l’affondo più ruvido: «Anche le tribù della preistoria avevano un capo, ma solo le democrazie costituzionali hanno separazione dei poteri, controlli e bilanciamenti, cioè gli argini per evitare di ricadere in quelle autocrazie contro le quali tutte le costituzioni sono nate».
Tutto chiaro: al governo ci sono dei barbari animati da una logica tribale i quali, ora che sono giunti al potere, non vogliono più mollare l’osso. Dunque pensano di cambiare addirittura la Costituzione pur di rimanere aggrappati ai privilegi. Chissà, può anche darsi che sia vero. Tuttavia non comprendiamo come mai le grida di terrore si levino soltanto ora dai banchi della sinistra. Quando il Parlamento veniva regolarmente scavalcato a colpi di decreti, e dpcm, non sembrava che ci fossero tutti questi progressisti preoccupati dalle derive autoritarie. Anzi chi le indicava - e lo faceva, ripetiamo, di fronte alla concretezza dei fatti e non alle elucubrazioni del Pd - veniva deriso e insultato. Non ci risulta, poi, che ci fossero tutti questi fan del Parlamento ai tempi dei vari governi tecnici. Il Quirinale disponeva, e i parlamentari battevano le zampe come foche, e i giornali di riferimento si adeguavano scodinzolando.
Se la riforma costituzionale proposta dalla Meloni ha un aspetto positivo è proprio questo: impedisce i governi tecnici. E non è un caso che, proprio in virtù di questa particolarità, abbia suscitato le ire di Mario Monti. Nel suo nuovo e formidabile libro Demagonia, l’altro senatore a vita scrive: «No, io sono contrario alla proposta di premierato oggi sul tavolo, a prescindere da questi schermi di cortesia istituzionale intertemporale. Sono contrario per un motivo più fondamentale: a mio parere, la riforma ridurrebbe la governabilità dell’Italia anziché accrescerla. Fallirebbe proprio nel suo obiettivo centrale. Renderebbe praticamente impossibili i governi di unità nazionale. Ci sarà pure una ragione se il Parlamento, non i sondaggi d’opinione o la stampa dei «poteri forti», ha approvato con le più elevate percentuali di fiducia le nascite di tre governi di unità nazionale, presieduti dal sottoscritto (87,8 per cento come media tra Camera e Senato) per fronteggiare la crisi finanziaria del 2011, da Mario Draghi (83,3 per cento per debellare il Covid e programmare l’impiego dei fondi europei nel 2021) e Giulio Andreotti (84,7 per cento dopo il rapimento di Aldo Moro nel 1978) (fonte: Pagella Politica). Tre gravi crisi, un eminente politico e due non politici chiamati a guidare il Paese con larghissime coalizioni. Che cosa avrebbe fatto, in quei momenti, un premier eletto da una maggioranza di parte e quindi legittimato a governare, con la parte sconfitta alle elezioni votata a fare opposizione? Con un presidente della Repubblica che non potrebbe neppure esortare a fare uno sforzo di unità?».
Basta leggere questo brano per comprendere quale sia il motivo della feroce opposizione liberal-progressista al premierato. Sarebbe interessante sapere che cosa pensi Liliana Segre delle parole scritte dal suo autorevole collega Monti. Non rivede, nelle tesi montiane, un leggero rischio autoritario? Certo, Mario ricopre tutto di miele, ma quello che sta dicendo è chiaro: con il premierato diventerà impossibile per il presidente della Repubblica imporre governi tecnici in caso di crisi. Che poi le suddette crisi siano studiatamente create o addirittura programmate, non sembra rilevare.
Ecco, davanti a tale forma di disprezzo per la democrazia, davanti alla pura e semplice rivendicazione del pilota automatico come metodo di governo delle nazioni, dove sono i solerti difensori della dignità dei Parlamenti? Di fronte a presidenti della Repubblica che esondano e si intromettono, perché i fan dei «limiti imposti dalla Costituzione» se ne rimangono zitti? Dicono di temere «i capi tribù», ma quando a comandare è lo stregone che si dichiara tecnico, si mettono tutti in ginocchio.
Gli esponenti del primo partito si sono resi conto che non possono proporre un documento basato su dpcm e lockdown. Galeazzo Bignami: «Va specificato che è extrema ratio». Ylenja Lucaselli: «Correttivi in Conferenza Stato-Regioni».
La questione del piano pandemico 2024-2028 non è chiusa. Già domenica, dopo le critiche del nostro giornale, un non meglio precisato «big» di Fratelli d’Italia aveva comunicato all’Agi il suo disappunto per il documento: «Sembra scritto dagli uomini di Speranza», ha commentato, alludendo ai passaggi che rispolverano il lockdown e i dpcm.
L’imbarazzo scaturisce anche dal fatto che i protagonisti dell’infausta era Covid, l’ex ministro della Salute e l’ex premier, Giuseppe Conte, hanno prontamente raccolto l’assist, rivendicando la bontà del loro operato. «Dire che c’è un piano pandemico di sinistra o di destra a me fa paura», s’è messo a pontificare in tv, da Fabio Fazio, Roberto Speranza. «Il piano lo fanno gli scienziati che devono capire quali sono gli strumenti migliori per combattere una pandemia. Ed è giusto che al cambiare di un governo non ne vengano cambiati i punti fondamentali». Forse dimentica che, quando l’Italia si trovò a fronteggiare l’emergenza coronavirus, il governo non adottò alcun piano pandemico: quello esistente non era aggiornato (risaliva al 2006); e comunque fu messo nel cassetto, soppiantato da altri strumenti improvvisati, tipo le proiezioni sgangherate sull’andamento dell’epidemia stilate dalla Fondazione Kessler. Insomma, di «punti fondamentali» non c’era manco l’ombra.
Intanto Conte, sui social, ha tirato una sberla alle «facce di bronzo» - ovvero, a Giorgia Meloni - che durante le fasi acute del Covid gli avevano rivolto «attacchi di ogni tipo». Ha gongolato per il «tempo galantuomo» e perché la sua «strategia» sarebbe stata ormai assorbita persino dal centrodestra. Era logico che, dinanzi a uno spettacolo del genere, nella maggioranza qualcuno fiutasse aria di autogol.
Qualche chiarimento ha accettato di darlo, alla Verità, Galeazzo Bignami, viceministro alle Infrastruttura ed esponente di punta di Fdi. A lui abbiamo domandato se ci siano margini per modificare la bozza del piano pandemico, prima dell’approvazione definitiva in Conferenza Stato-Regioni. «Ci devono essere», ha confermato Bignami. «Bisogna sottolineare che, col nostro approccio, il lockdown sarebbe soltanto l’extrema ratio, qualora falliscano tutti gli altri provvedimenti attuati per fermare la diffusione di un ipotetico virus. È una differenza sostanziale rispetto al metodo caotico di Conte e Speranza. Allora, Walter Ricciardi ammise che la serrata nazionale fu una misura “di cieca disperazione”. Ma a essa si fece ricorso perché, nel frattempo, la situazione era sfuggita di mano. Ora, la filosofia cambia: prima si adottano altri rimedi e solo in caso di loro fallimento si attiva questa specie di “opzione nucleare”». Una gradualità che però, nel testo stilato dagli esperti, non emerge proprio in modo cristallino, benché il piano specifichi che le restrizioni devono essere «proporzionate sia alla probabilità sia all’entità dell’evento» e tenute in vigore «solamente lo stretto necessario». «Ecco», aggiunge Bignami, «quello che si potrebbe fare è precisare meglio tutte le fasi di risposta all’emergenza che andrebbero seguite, anche facendo riferimento alle disposizioni del Regolamento sanitario internazionale. D’altronde, qui si tratta di una bozza e le bozze servono a precisare e dettagliare. Infine, va tenuto conto che il piano pandemico detta le linee generali: ogni Regione, poi, dovrà redigerne uno proprio».
Secondo il numero due del Mit, non corriamo il rischio di assistere di nuovo all’abuso dei dpcm: «Conte li imponeva alla stregua di editti; per noi quello strumento è giuridicamente valido, purché sia subordinato a un passaggio parlamentare». Forse, anche questo aspetto merita di essere enucleato meglio nel piano pandemico. Giusto per evitare che qualcuno - non arrivi mai il giorno! - finga di aver frainteso...
Quanto al richiamo fideistico ai vaccini, considerati a prescindere «le misure preventive più efficaci», Bignami suggerisce di qualificare l’affermazione: «Essa vale, ovviamente, nel caso di vaccini debitamente testati, approvati dalle autorità competenti e di comprovata sicurezza; non se per dei farmaci sperimentali». Anche su questa materia, il documento potrebbe essere meno parco di delucidazioni.
C’è poi il tema del cortocircuito con la commissione parlamentare d’inchiesta. È bizzarro includere nel piano pandemico le misure che, in Aula, andrebbero sottoposte a una scrupolosa verifica, per stabilire se funzionano o non funzionano, se sono utili oppure inutili.
Ne abbiamo discusso con Ylenja Lucaselli, eletta alla Camera con Fratelli d’Italia. Lei è tra gli onorevoli che si sono spesi per dare vita all’organismo parlamentare. «È chiaro», ci ha spiegato, «che il piano pandemico non poteva aspettare il risultato dei lavori della commissione. È stato scritto dai tecnici, alcuni dei quali erano in carica già all’epoca del Covid. E contiene dei principi generali; la differenza la farà la maniera di metterli a terra. Dopodiché, il documento deve passare per la Conferenza Stato-Regioni e lì, inevitabilmente, si aprirà una riflessione sui punti da sottoporre a revisione».
Certo, bacchettare la manina dei burocrati serve fino a un certo punto: se il dicastero è pieno di funzionari di scuola Speranza, o se s’inceppa il sistema di trasmissione dell’indirizzo politico dall’ufficio del ministro a quello dei tecnici, spetta al governo rimediare. «Sicuramente», ammette la Lucaselli, «è un capitolo da aprire: il compito dei tecnici dovrebbe essere di tradurre in atti concreti la linea politica. Evidentemente, tanti anni di latitanza della politica hanno permesso loro di accrescere oltremisura la facoltà di compiere scelte autonome». Sì. Urge correre ai ripari. L’autorete è stata incassata. Speranza e Conte potranno pure esultare. Ma la partita non è ancora finita. Adesso, palla al centro: c’è il secondo tempo.
Ci voleva il governo di centrodestra, quello del «mai più green pass», quello della commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia, per riportare in auge i lockdown, le mascherine, il mantra dei vaccini e persino i dpcm di Giuseppe Conte.
L’esecutivo, con la collaborazione degli enti sanitari e di alcuni delegati regionali, ha preparato il piano pandemico per il periodo 2024-2028. Il documento dovrà essere approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, ma è difficile immaginare che sarà modificato in maniera sostanziale. Eppure, una rimaneggiata la meriterebbe. Perché tutti i provvedimenti che i partiti dell’attuale maggioranza hanno contestato, quando a Palazzo Chigi c’erano l’avvocato di Volturara Appula e poi Mario Draghi (in questo caso, a opporsi a Mr Bce restò solo Fratelli d’Italia), vengono non soltanto assolti, ma addirittura riproposti.
Non ci credete? Allora guardate cosa c’è scritto a pagina 14: «Nel contrasto ad una pandemia, i vaccini rappresentano le misure preventive più efficaci, contraddistinte da un rapporto rischio-beneficio significativamente favorevole». Ma come si fa ad affermare che i vaccini funzionano sempre e comunque, se nemmeno sono noti i patogeni che dovrebbero contrastare? Che scienza è, che metodo sperimentale è, quello che presuppone l’ipotesi che dovrebbe invece dimostrare?
Scorrete il testo e diteci se questa non l’avevate già sentita: «La vaccinazione è caratterizzata da uno spiccato valore solidaristico, in quanto i singoli individui hanno la possibilità di apportare, attraverso la scelta di vaccinarsi, un contributo concreto volto alla protezione di sé stessi e, allo stesso tempo, della collettività, in particolare delle persone più fragili». È il ritornello dell’era Covid: vaccinatevi per tutelare i nonni e i malati. Un discorso che poteva pure valere, se i vaccini per il Sars-Cov-2 avessero schermato dall’infezione chi vi si sottoponeva. Non era così. Pertanto, l’ex premier Draghi raccontò due balle colossali: una, sostenendo che il passaporto verde, che attestava l’avvenuta profilassi, dava la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose»; l’altra, rimproverando i renitenti, perché, se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire. Almeno, il piano 2024-2028 ordina che la comunicazione delle campagne di inoculazione chiarisca «i limiti della vaccinazione».
Dopodiché, la bozza pronta a entrare a regime salta dalla padella alla brace. Ed evoca «limitazioni di altre libertà del singolo e della collettività», dei «diritti fondamentali dell’individuo», allo scopo di garantire la salute e la sopravvivenza stessa della comunità. Di nuovo: un ragionamento che filerebbe, se fosse dimostrato che sequestrare in casa la gente ferma i virus aerei e salva delle vite. Ma non è il caso delle misure citate dal piano pandemico: «Chiusura attività lavorative non essenziali, chiusura delle scuole, distanziamento fisico, limitazione degli assembramenti, limitazione degli spostamenti e uso di mascherine». Il ministro Orazio Schillaci fa sul serio? Ci abbiamo messo tre anni per provare che i lockdown sono inutili nonché dannosi, che la Dad è stata un disastro per milioni di studenti, che l’impiego su larga scala dei bavagli non riduce i contagi, e lui lascia passare un vademecum che potrebbe redigere un Roberto Speranza qualsiasi? E sorvoliamo sul ruolo della commissione d’inchiesta: l’Aula non dovrebbe proprio passare ai raggi X i provvedimenti attuati tra il 2020 e il 2022? Che senso avrebbe certificarne - finalmente - l’inadeguatezza, se il piano pandemico li riesuma?
Siccome non c’è due senza tre, vengono disseppelliti persino i dpcm. Sceglierli quale «strumento centrale di governo dell’emergenza sanitaria», spiega il documento, «riflette […] la posizione costituzionale del presidente del Consiglio quale garante dell’unità di indirizzo dell’azione di governo e di bilanciamento dei molteplici interessi pubblici». D’ altro canto, la Consulta fu bendisposta a offrire il suo placet agli editti di Conte, nonostante i malumori che all’epoca espresse l’ex presidente, Marta Cartabia. Il punto è: se anche il centrodestra avalla gli abomini giuridici, dobbiamo soltanto augurarci non compaia mai la famigerata «malattia X», tanto temuta dall’Oms. Altrimenti, potrebbe toccarci di rivedere il premier regnante che pontifica: noi consentiamo, noi concediamo…
Certo, il piano non è esclusivamente un coacervo di errori. Qualche passo in avanti è stato fatto. Intanto, esso non si focalizza sui virus influenzali e prende in considerazione qualunque minaccia derivante da un patogeno. In più, coinvolge, nella lotta alle pandemie, l’Organizzazione nazionale per la gestione di crisi, l’apparato della Difesa civile e i servizi segreti interni ed esterni. In pratica, le emergenze sanitarie diventano una questione di sicurezza nazionale.
Tuttavia, la bozza rimane vaga nell’attribuire le responsabilità. Parla genericamente di «processo decisionale trasparente basato sulle conoscenze e sulle evidenze disponibili» e su «quadri giuridici ed etici identificati già in fase di prevenzione, preparazione e valutazione del rischio e in fase di allerta». E ciò minaccia di spalancare la strada a futuri rimpalli di responsabilità, uguali a quelli, fatali, che riguardarono le zone rosse in Lombardia.
Infine, è fumoso il capitolo dei finanziamenti. Non figurano stanziamenti per il prossimo quadriennio e si fa ancora riferimento a quelli del 2022 e del 2023. Non sembrano essere state destinate risorse nemmeno all’esercitazione nazionale che dovrebbe svolgersi nel 2026.
Per tirare le somme: il piano 2024-2028 forse non è un «copia-incolla» del pasticcetto di Conte, come berciano i grillini. Il peggio, però, non è alle spalle. Anzi: se è vero che ci troviamo nell’«era delle pandemie»,che presto o tardi ne arriverà un’altra, il peggio, semmai, deve ancora venire.






