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Ranieri Guerra ha lavorato per il ministero della Sanità e per l'Organizzazione mondiale. E ci dice: mi hanno usato come parafulmine.
Ranieri Guerra ha lavorato per il ministero della Sanità e per l'Organizzazione mondiale. E ci dice: mi hanno usato come parafulmine.
C’è voluto il nuovo piano pandemico per sancire una verità sacrosanta: i vaccini «non possono essere considerati gli unici strumenti per il contrasto agli agenti patogeni». E per assicurare che mai più ci saranno discriminazioni o dpcm (atti amministrativi) intesi a limitare diritti e libertà. «Solo con leggi o atti aventi forza di legge e nel rispetto dei principi costituzionali possono essere previste misure temporanee, straordinarie ed eccezionali in tal senso». Cinque anni dopo la pandemia Covid, il documento elaborato dal ministero della Salute in collaborazione con diverse istituzioni (tra le quali Istituto superiore di sanità, Agenzia italiana del farmaco, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani, dipartimento della Protezione civile), ha l’obiettivo di rafforzare la preparazione a livello nazionale e locale «per affrontare una futura pandemia da agenti patogeni respiratori».
La bozza del Piano strategico operativo 2025-2029 è stata inviata alla Conferenza Stato- Regioni, che fornirà il proprio parere. «Saranno tutelate le libertà e saranno tutelati soprattutto i cittadini», assicura il ministro della Salute, Orazio Schillaci, confermando che «c’è la copertura economica, prevista nella Finanziaria e che prima non c’era». Sono stati autorizzati 50 milioni di euro per l’anno 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui a decorrere dall’anno 2027. Tra i principi enunciati c’è che «ogni persona deve essere informata sulla base di evidenze scientifiche in merito alle misure adottate, in modo da poter comprendere il significato e il valore delle azioni che ciascuno può compiere per la promozione della propria salute e di quella collettiva. È necessario informare debitamente la popolazione in modo che sia pienamente consapevole delle misure di sanità pubblica e degli atti medici individuali per cui è previsto per legge un consenso informato». Ne consegue che «ogni intervento deve essere proporzionato alle condizioni cliniche del paziente, del quale è riconosciuta l’autonomia decisionale e tutelata la dignità […] ogni volta che si assegna una priorità deve essere trasparente e guidata dal principio deontologico e giuridico della uguale dignità di ogni essere umano, dall’assenza di ogni discriminazione e dal principio di equità».
Il nuovo piano dalla durata quinquennale insiste sui concetti di tutela della dignità e di non discriminazione, escludendo il ripetersi di situazioni imposte durante l’emergenza sanitaria. «Nel contrasto a un evento pandemico vanno individuati protocolli di cura efficaci», scandisce il documento ora al vaglio delle Regioni. «I vaccini approvati e sperimentati risultano misure preventive efficaci, contraddistinte da un rapporto rischio-beneficio significativamente favorevole; non possono essere considerati gli unici strumenti per il contrasto agli agenti patogeni ma vanno utilizzati insieme ai presidi terapeutici disponibili». Almeno sulla carta, non c’è più solo il dio vaccino come in epoca Covid, atteggiamento che portò a escludere e vietare farmaci, trattamenti che avrebbero curato (spesso salvato) diverse vite umane. Il piano affronta anche la questione della diffusione di notizie: «Risulta assolutamente centrale la sensibilizzazione delle persone attraverso una comunicazione semplice ed efficace dei benefici e dei rischi correlati. In nessun modo la campagna di informazione dovrà utilizzare toni drammatici, generare discriminazioni e stigma sociale». Non si devono più ripetere campagne di odio verso chi si limita ad affermare il diritto di decidere sulla propria salute; non dovrebbe più passare un’informazione ascientifica, che strumentalizza dati e rapporti per fornire conoscenze incomplete o errate. Il condizionale rimane d’obbligo, dopo quanto abbiamo visto accadere durante la pandemia. Il nuovo piano pandemico prende le distanze dalle dittature sanitarie che abbiamo conosciuto. Nel dettaglio, sono previste cinque fasi operative: prevenzione, preparazione e valutazione del rischio (interpandemica); allerta (se il patogeno è rilevato fuori Italia); risposta (contenimento, se il patogeno è sul territorio nazionale); risposta (controllo -soppressione, mitigazione); recupero. Oltre alle strategie in ambito nazionale, sono incluse indicazioni per la pianificazione regionale sottolineando che le Regioni e le Province autonome «e non i Servizi sanitari regionali, accantonano proprie risorse per fronteggiare esclusivamente future esigenze in caso di pandemia.
In caso di future epidemie «è necessario assicurare che nel momento in cui si verificherà l’incremento della domanda di servizi sanitari […] sia territoriali sia ospedalieri, il sistema sia in grado di rispondere velocemente e in modo appropriato», quanto a strutture e a personale».
E «si dovranno prevedere modalità organizzative che consentano di garantire nella fase emergenziale anche l’erogazione delle prestazioni programmate, sia individuali che di popolazione (screening e chirurgia oncologica in primis), ed il monitoraggio e governo delle liste di attesa». Troppi decessi, troppe patologie trascurate hanno appesantito il conto della passata gestione del Covid.
Colpo di scena nelle indagini sul mancato aggiornamento del piano pandemico, il documento che allo scoppio della pandemia avrebbe potuto scongiurare la morte di migliaia di persone e le chiusure generalizzate. Il gip di Roma, Anna Maria Gavoni, nello stralcio delle indagini trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella Capitale, ha infatti disposto l’imputazione coatta per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco, e per due dirigenti del ministero della Salute, Maria Grazia Pompa e Francesco Maraglino. Nei loro confronti la Procura di Roma aveva sollecitato l’archiviazione nel 2023, ma il giudice delle indagini preliminari, con un’ordinanza di 62 pagine depositata ieri, ha disposto che il pm entro dieci giorni formuli l’imputazione per l’accusa di rifiuto d’atti d’ufficio «in quanto indicati come responsabili del mancato aggiornamento del Piano pandemico nazionale del 2006 e dell’omessa definizione dei piani di dettaglio», sottolineando inoltre l’esistenza di indicazioni precise da parte delle istituzioni europee dell’«urgenza sostanziale» di redigere il documento.
Archiviata invece la posizione dell’ex presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro, sia per l’ipotesi di truffa in riferimento a erogazioni pubbliche sia per il rifiuto di atti d’ufficio. Per quest’ultima ipotesi sono state archiviate anche le posizioni dell’ex capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e dell’allora dirigente del ministero della Salute, Claudio D’Amario. Archiviata anche l’accusa di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici per lo stesso D’Amario e per gli altri dirigenti Francesco Maraglino, Loredana Vellucci, Mauro Dionisio.
La notizia è uno schiaffo a chi dava per chiusa la partita sulla ricerca della verità circa l’impreparazione del Paese all’emergenza e le responsabilità delle alte cariche sanitarie. Come noto, quando il Covid arrivò, l’Italia era priva di un piano di preparazione e risposta. O meglio, ne aveva uno vecchio e non fu applicato nemmeno quello. Per mesi e mesi i vertici della sanità italiana, a partire dall’ex ministro Roberto Speranza, hanno mentito sull’argomento, tentando di nascondere l’evidenza. Poi la verità -anche grazie al lavoro dei familiari delle vittime, del loro ex consulente Robert Lingard, e di parlamentari come Galeazzo Bignami di Fdi - è venuta a galla.
«Siamo davvero molto soddisfatti di questo risultato e per l’approfondimento riservato alla questione così complessa che era oggetto dell’opposizione all’archiviazione da noi proposta all’udienza del 20 giugno 2024», ha dichiarato ieri Consuelo Locati, capofila dei legali dell’Associazione #Sereniesempreuniti, che assistono i familiari delle vittime, «è un grande risultato e un pezzo di verità riconosciuta e di rispetto e dignità che viene ridata a quei corpi accatastati cui è stata negata anche la dignità della sepoltura», ha concluso Locati.
Per l’avvocato Roberto De Vita, difensore dell’ex numero due dell’Oms, la decisione del gip è invece «in palese contrasto con l’approfondita indagine e la valutazione della Procura e appare basata su una prospettiva di esplorazione dibattimentale ipotetica, tra l’altro per il professor Guerra che aveva cessato le sue funzioni nel 2017».
Venne subito rimosso dall’Oms il rapporto critico sulla gestione della emergenza sanitaria che denunciava l’esistenza in Italia di un piano pandemico vecchio, datato 2006 e solo «riconfermato» nel dicembre del 2016.
Era il 13 maggio del 2020 e il dossier dei ricercatori Oms della sede di Venezia aveva come titolo Una sfida senza precedenti. La prima risposta dell’Italia al Covid-19. Doveva mostrare come il nostro Paese aveva reagito all’epidemia, in realtà rivelò che non si era affatto pronti. La risposta fu «improvvisata, caotica e creativa», si leggeva nel documento.
Il piano era un «copia-incolla» di quello del 2006, spiegò Francesco Zambon, coordinatore dell’Ufficio europeo che si occupò del rapporto. L’allora numero due dell’Oms, Ranieri Guerra, gli aveva chiesto due giorni prima della pubblicazione di mettere che era stato «updatet» e «reconfirmed», cioè aggiornato e riconfermato, nel 2016. La mail fu mostrata nella trasmissione di Rai3 Report.
«Ma non potevamo scrivere che fosse stato aggiornato. Infatti nel report abbiamo messo soltanto “riconfermato”», affermò Zambon nell’ampia intervista di Francesco Borgonovo sulla Verità del 22 dicembre 2020. Il dossier, che denunciava l’impreparazione dell’Italia alla pandemia venne ritirato dall’Oms, Zambon fu costretto alle dimissioni. Anche l’Istituto superiore della sanità, allora diretto da Silvio Brusaferro, non voleva che diventasse pubblico il mancato aggiornamento di un piano così fondamentale. Da una sua chat con Guerra, che prima lavorava in Italia e tra il 2014 e il 2017 era responsabile del dipartimento di Prevenzione nel ministero della Salute che aveva competenza pure sul piano pandemico, la Procura di Bergamo trovò conferme della volontà di far sparire il dossier. L’ex vice direttore aggiunto scriveva a Brusaferro di essere «stato brutale con gli scemi del documento di Venezia. Ho mandato scuse profuse al ministro e ti ho messo in cc di alcune comunicazioni. Alla fine sono andato su Tedros (il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ndr) e ho fatto ritirare il documento. Sto ora verificando il paio di siti laterali e social media dove potrebbe essere ancora accessibile per chiudere tutti i canali. La ritengo comunque una cosa schifosa di cui non si sentiva la mancanza. Spero anche di far cadere un paio di incorreggibili teste. Grazie».
Per Guerra, Brusaferro, per l’ex capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e per tutti gli altri indagati a vario titolo di rifiuto d’atti d’ufficio, di falso in atto pubblico, truffa, il sostituto procuratore di Roma Claudia Terracina aveva chiesto l’archiviazione nel novembre dello scorso anno; a giugno del 2023 erano state già archiviate anche le posizioni di tre ex ministri della Salute, Roberto Speranza, Beatrice Lorenzin e Giulia Grillo con un decreto del tribunale dei ministri. Eppure, come ricordava Alessandro Rico sulla Verità, «l’esponente dem ha detto che, quando è scoppiato il Covid, credeva “che già ci fosse il nuovo piano pandemico”. La pentastellata ha sostenuto di aver interpretato come “aggiornamento” un semplice “addendum del 2010”».
Era evidente, invece, che erano al corrente che il Parlamento europeo nel 2013 aveva introdotto l’obbligo per gli Stati membri del costante aggiornamento del piano pandemico nazionale previsto dall’Oms. Dovevano rivedere periodicamente le pianificazioni nazionali in materia di rischi emergenziali, incluse quelle di tipo biologico; era necessaria la costante acquisizione di dati e informazioni ritenuti essenziali per organizzare nell’emergenza il sistema sanitario e proteggere operatori e cittadinanza.
Quando scoppiò la pandemia l’Italia non era dotata di un piano pandemico aggiornato, nemmeno fu applicato quello vecchio «tanto che lo stesso Comitato tecnico scientifico, nella prima seduta del 2 febbraio 2020, aveva dovuto prendere atto della carenza di informazioni, dati e notizie utili a ricostruire un quadro conoscitivo delle strutture sanitarie, utili per contrastare la diffusione del Covid-19», ricordarono nel 2021 i propositori della istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria, oggi legge ma non ancora decollata.
I familiari delle vittime del Covid a Bergamo si sono opposti alla richiesta di archiviazione, il gip Anna Maria Gavoni aveva accolto la loro memoria fissando l’udienza il 20 giugno, rinviata al 5 luglio. Solo venerdì sapremo se i protagonisti del mancato aggiornamento pandemico saranno rinviati a giudizio.
Il ministro Schillaci annuncia che il governo modificherà il piano pandemico. Ma l' autoritarismo sanitario resta ancora sullo sfondo.

