Ecco #DimmiLaVerità del 5 dicembre 2025. Il senatore Gianluca Cantalamessa della Lega commenta il caso dossieraggi e l'intervista della Verità alla pm Anna Gallucci.
Ecco #DimmiLaVerità del 2 dicembre 2025. Con il nostro Fabio Amendolara commentiamo gli ultimi sviluppi del caso dossieraggi.
Ecco #DimmiLaVerità del 28 gennaio 2024. Ospite Fabio Amendolara, esperto di cronaca giudiziaria. L'argomento del giorno é: "Caso dossieraggi, le ultime novità. Perché i nostri dati sensibili sono sempre a rischio-spioni".
A Dimmi La Verità il nostro cronista di giudiziaria Fabio Amendolara. Argomento: caso dossieraggi, le ultime novità. Perché i nostri dati sensibili sono sempre a rischio-spioni.
Maurizio Gasparri (Ansa)
Il gip Avila dichiara l’incompetenza territoriale di Perugia e rimanda il fascicolo nella Capitale. La Procura si è opposta inutilmente alla decisione. Gasparri: «In Parlamento niente immunità, saremo inesorabili».
L’inchiesta sui dossieraggi, come ampiamente previsto, torna a Roma e la notizia infiamma la politica. Anche perché nella Capitale era partita, come vedremo, in modo claudicante. Ma iniziamo dalla fine. Il gip Angela Avila verso le 12 di ieri si è ritirato in camera di consiglio per decidere in merito alla richiesta di dichiarare l’incompetenza territoriale dei magistrati del capoluogo umbro. L’istanza è stata presentata dai difensori dell’ex sostituto della Direzione nazionale antimafia, Antonio Laudati, principale indagato dell’inchiesta insieme al tenente della Guardia di finanza Pasquale Striano.
Gli avvocati hanno depositato anche una recente sentenza della Cassazione che indica la competenza di Roma per le toghe della Dna. Dopo aver riflettuto, la Avila ha accolto l’eccezione, ha dichiarato l’incompetenza di Perugia e ha ordinato la trasmissione degli atti del procedimento nella Capitale.
Nel provvedimento ha citato il principio enunciato nella sentenza della Cassazione del 23 settembre scorso che faceva riferimento a un «conflitto […] di competenza sollevato su una questione analoga e del tutto sovrapponibile a quella di cui al presente procedimento». Un principio secondo cui un magistrato della Direzione nazionale antimafia come Laudati può essere trattato alla stregua dei colleghi di Roma (e quindi giudicato a Perugia) solo se applicato alla Direzione distrettuale antimafia e «il fatto oggetto del procedimento penale rientri, ordinariamente, nella competenza dell’ufficio giudiziario presso il quale è stata disposta l’applicazione». Ma non è questo il caso: «All’epoca dei fatti, l’indagato, Antonio Laudati, era magistrato in servizio presso la Dna e non era applicato ad alcuna Direzione distrettuale (dagli ultimi dieci anni); di conseguenza, mancano i presupposti» per poter estendere a lui la casistica contemplata dal codice di procedura penale che permette di equiparare i magistrati della Dna a quelli delle Dda.
Il procuratore Raffaele Cantone l’ha presa con fair play, ma non ha ancora dichiarato la resa: «Si tratta di una decisione non vincolante e per questo prima di trasmettere gli atti attenderemo la pronuncia del tribunale del Riesame anche se la trasmissione appare l’approdo naturale», ha spiegato. Quindi ha aggiunto: «Quella del gip era una decisione che ritenevamo probabile e non ci stupisce. Ora attenderemo la pronuncia del Riesame (che il 17 dicembre si dovrà esprimere su un ricorso legato a questa inchiesta presentato dagli stessi pm, ndr) e poi decideremo come comportarci». In realtà in Procura considerano la «partita chiusa», non essendo quello della Avila un provvedimento impugnabile, non invieranno immediatamente gli atti nella Capitale solo per «il doveroso rispetto che si deve al Riesame», ma danno «per scontato che il fascicolo torni a Roma». Anche se ieri la pm Laura Reale si è opposta all’eccezione sollevata dalla difesa di Laudati e gli inquirenti sono convinti che in futuro l’interpretazione della prima sezione della Cassazione potrebbe essere ribaltata dalle sezioni unite del Palazzaccio in considerazione dell’opinabilità delle decisioni fin qui prese.
Il tribunale del Riesame martedì è chiamato a decidere sul ricorso di Cantone contro la decisione del gip di non applicare gli arresti domiciliari a Laudati e a Striano. Tra le questioni poste dalle difese in quella sede anche il tema dell’incompetenza della Procura di Perugia. Su cui si è espressa ieri la Avila.
Il vincitore di giornata, l’avvocato Andrea Castaldo, esulta: «È andata come auspicavamo e avevamo indicato. Il gip ha accolto l'eccezione di incompetenza territoriale e trasmesso immediatamente tutti gli atti a Roma dove riprenderà il procedimento. Ha accolto sulla base di un principio che la Cassazione ha indicato ed è stato oggetto di una nostra eccezione al Riesame», ha aggiunto. «Abbiamo tra l'altro depositato un precedente della Procura del capoluogo umbro (all’epoca già guidata da Cantone, ndr) che in un caso analogo si era espressa per la competenza di Roma».
Secondo Castaldo «va ora valutato l’impatto che l’ordinanza del gip può avere sul tribunale dei Riesame che dovrà prenderne atto».
Nel mondo politico i primi a rendersi conto della delicatezza della decisione sono stati gli esponenti di Forza Italia nella commissione Antimafia, da Maurizio Gasparri al vicepresidente Mauro D’Attis. I quali hanno diramato un duro comunicato: «Se qualcuno pensa che lo scandalo Striano-De Raho-Procura antimafia possa evaporare con l’eventuale trasferimento dell’indagine a Roma, fa previsioni sbagliate. Non solo perché confidiamo che certi luoghi non siano più il “porto delle nebbie” di un tempo, ma perché la Commissione parlamentare antimafia si avvarrà certamente dei suoi ampi poteri di indagine. […]. La Commissione antimafia non è un centro studi, ma una istituzione che ha il potere di fare pulizia e imporre la legalità, a via Giulia e ovunque. Nessuno pensi di sfuggire alle proprie responsabilità. Il Parlamento non è il “refugium peccatorum”. Non ci saranno immunità, non ci saranno impunità. Saremo giusti, ma inesorabili». Una frase che sembra un chiaro riferimento all’ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, entrato alla Camera con i 5 stelle e accusato di aver sottovalutato una relazione su Striano del suo vice, Giovanni Russo.
Il comunicato è stato forse ispirato dal ricordo delle mosse quantomeno discutibili della Procura di Roma nella prima fase dell’inchiesta, dopo che il ministro Guido Crosetto aveva fatto denuncia dopo essersi accorto che i suoi conti correnti erano stati spiati.
Nella richiesta di arresto per Striano e Laudati firmata da Cantone è evidenziato come nel novembre del 2022 la titolare dell’inchiesta avesse chiesto al collega Laudati informazioni sul ruolo del tenente. Il 13 gennaio 2023, dopo che l’ex pm oggi indagato era venuto a conoscenza dell’inchiesta e, forse, ne aveva parlato con il tenente, Striano viene invitato dalla Procura a eleggere domicilio e a nominare un avvocato. Passa più di un mese e, il 27 febbraio, il finanziere riceve l’invito a presentarsi per l’interrogatorio, che si svolge l’1 marzo. Solo dopo altri nove giorni, il 10 marzo, Striano è sottoposto a perquisizione personale, locale e informatica, quando, però, ha avuto tutto il tempo di fare le sue contromosse.
Sembra anche che nel marzo del 2023 la Procura fosse pronta a chiudere l’indagine e a chiedere il processo per il finanziere. Ma questi, anziché avvalersi della facoltà di non rispondere, preferì difendere davanti ai pm il suo modus operandi e le sue interrogazioni «ad ampio raggio» alle banche dati. Una specie di «confessione» che ha portato al coinvolgimento di Laudati e al trasferimento del procedimento a Perugia. Un fascicolo che adesso dovrà tornare nella Capitale.
Continua a leggereRiduci
Antonio Laudati (Ansa)
Dopo aver deciso di non rispondere ai pm umbri, l’ex magistrato della Dna indagato per i dossier ha mandato un appunto sul caso a 40 rappresentanti delle istituzioni.
Per chi in questi giorni si è chiesto i motivi per cui il procuratore di Perugia Raffaele Cantone abbia chiesto gli arresti domiciliari (respinti dal gip e che saranno rivalutati dal Riesame il 24 settembre) per un ormai ex collega come Antonio Laudati, l’articolata risposta è nelle 206 pagine della richiesta di misure cautelari. Secondo Cantone l’ex procuratore aggiunto della Dna, indagato per vari reati insieme al finanziere Pasquale Striano per i presunti dossier finiti sui giornali, la richiesta di arresto è motivata «in ragione della gravità dei fatti di reato allo stesso attribuiti e dell’elevato rischio di inquinare le prove, acquisite ed in corso di acquisizione, del presente procedimento». Una motivazione che, in virtù del pensionamento di Laudati, può apparire debole, ma che certamente Cantone argomenta in modo articolato. A partire dalla diffusione da parte dell’ex collega di un file, denominato «Laudati’s version», che l’ex toga invia a una quarantina di nominativi di peso. Tra loro spiccano: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi Alfredo Mantovano, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, l’ex direttore dell’Aise Luciano Carta, il capo della polizia Vittorio Pisani, il direttore dell’Aisi Mario Parente, il primo presidente della Corte di Cassazione Margherita Cassano. Insieme a loro, vari magistrati, ufficiali delle forze dell’ordine, un presidente di sezione della Corte dei conti, alcuni alti dirigenti dell’Uif della Banca d’Italia.
Insomma, una lista da far tremare i polsi perfino a un inquirente navigato, anche se nella richiesta di arresto Cantone evidenzia come tutte le chat siano rimaste «mute», senza alcuna risposta all’invio «per l’evidente imbarazzo di aver ricevuto un documento di parte relativo ad una vicenda assai delicata, un’iniziativa a dir poco inopportuna». Ma allo stesso modo sottolinea come «oltre al contenuto dell’atto, appare assai più grave, da un punto di vista quantitativo e qualitativo, in ragione dei ruoli ricoperti, l’elenco dei destinatari» della versione di Laudati. Nell’appunto difensivo, secondo Cantone, Laudati «riporta un dato assolutamente falso ovvero la circostanza che “La vicenda processuale ha avuto inizio con una relazione dello scrivente (Laudati, ndr), redatta in data 21 novembre 2022”». Ma per il procuratore di Perugia «Tale lettera indicata da Laudati […] non è altro non è che la nota di riposta alla Procura di Roma, sulla base della richiesta, a lui direttamente inoltrata, di chiarimenti in ordine agli accessi effettuati da Striano», sul quale i pm capitolini stavano già indagando dopo l’esposto del ministro della Difesa Guido Crosetto.
Nella richiesta di arresto Cantone motiva l’esigenza di misure cautelari anche spiegando che Laudati, dopo aver scelto «legittimamente di non rispondere» alle domande degli inquirenti che lo avevano convocato, abbia però «dopo aver divulgato una nota difensiva ai giornalisti», inoltrato «una richiesta di audizione alla Commissione nazionale antimafia, con nota di data 3 aprile 2024». Secondo Cantone, «Basta dare una lettura alla lettera indirizzata alla Commissione nazionale antimafia per rendersi conto che la stessa più che una richiesta appare una memoria difensiva e costituisce già di per sé, dunque, una forma di inquinamento probatorio». «In tale richiesta» prosegue Cantone, «Laudati, riprendendo il contenuto della “Laudati’s versions”, di cui si è detto, afferma come non fosse compito suo controllare Striano; che quest’ultimo lavorava anche per conto del Nspv e che, in sostanza, circostanza falsa, da quando arrivo Russo (Giovanni, ndr), cessò di svolgere il ruolo di referente del gruppo (che gestiva le Sos, ndr) e, da ultimo, “scarica” sulla Gdf il compito esclusivo di dover controllare lo Striano». Le conclusioni di Cantone rimandano alle cronache dei processi a Silvio Berlusconi, accusato dai suoi avversari di volersi difendere dai processi invece che nei processi: «Tanto premesso, visto il comportamento assunto dall’indagato, e la volontà di volersi difendere “al di fuori” del procedimento, informando vertici della Gdf dell’Uif, delle forze di polizia e del governo nonché della magistratura della sua ricostruzione dei fatti e, da ultimo, chiedendo di essere ascoltato dalla Commissione nazionale antimafia, appare necessario ed urgente procedere con richiesta di misura cautelare».
A sostegno di questa necessità, il procuratore di Perugia riporta anche due conversazioni captate dal trojan inoculato sullo smartphone di Laudati. La prima, è un’intercettazione ambientale di una conversazione «intercorsa tra lo stesso e Nunzia Patierno (dipendente della Dna che non risulta indagata, ndr) del 26 febbraio 2024 nella quale viene fatto riferimento ad una riunione tenutasi tra i procuratori delle Dda di Roma e Perugia e il procuratore nazionale antimafia, avente ad oggetto richieste di dettaglio in merito a segnalazioni di operazioni sospette». È la donna che aggiorna Laudati, che le aveva chiesto se ci fossero novità, sulle questioni di suo interesse: «Allora consigliere, hanno risposto, le feci vedere quella nota che chiedevano le relazioni di dettaglio su quelle Sos, hanno risposto, insomma, e le hanno inviate, però li più non so, poi so che è stata fatta una riunione pero con la Dda di Roma e quella di Perugia, però soltanto i due procuratori e Melillo (Giovanni, ndr) e basta». Poi, chiosa la donna, «non si è saputo più niente». Il 5 marzo, il trojan del telefonino di Laudati registra le chiamate effettuate attraverso Whatsapp tra la toga e un suo collega, Alberto Cisterna, presidente di sezione al Tribunale civile di Roma. Anche lui ha ricevuto la «Laudati’s versions». Anche in questo caso indagato sembra scaricare le responsabilità del controllo dell’operato dei finanzieri su altri: «Il responsabile della sezione informatica era, è ancora Antonello Racanelli […] siccome, lui nel difendersi dice, no ma questo era il mio modo di fare, io lavoravo per il gruppo Sos, il gruppo Sos cra eccetera, dice mandiamo gli atti a Perugia, perché l’obiettivo è quello di dire le precedenti gestioni della Procura nazionale facevano schifo». Cisterna, uscito da poco da una vicenda giudiziaria che ne ha frenato la carriera è solidale con il collega: «È un tritacarne». Laudati spiega: «Alberto, ma questi sono tutti accessi che ha fatto questo Striano dalla Guardia di finanza». Poi aggiunge che quella in corso «era un’indagine che ci volevano 5 minuti, lui fa un accesso dopodiché si incontra con un giornalista, il giornalista pubblica la denuncia di Crosetto, come scrive […] non ci vuole assolutamente niente, poteva essere chiusa dopo due giorni».
La decisione di inoculare i cellulari di Striano e Laudati con i trojan ha un motivo preciso, quello di «comprendere perché e per conto di chi Striano abbia operato». Un argomento sensibile, al quale è dedicato un capitoletto intitolato, senza tanti giri di parole, «Considerazioni conclusive circa lo stato dell’indagine e i dati emersi ed in corso di approfondimento circa i possibili “mandanti”». Le attività di ascolto non hanno permesso di scoprire l’eventuale mandante del presunto dossieraggio, ma hanno fornito «spunti investigativi in corso di approfondimento» e «elementi di possibile inquinamento probatorio». La scoperta dei mandanti è stata resa più difficile dal fatto che la Procura di Roma ha interrogato Striano senza sequestrargli i dispositivi elettronici, cosa avvenuta successivamente. La consulenza tecnica ha evidenziato «l’assenza di alcune chat sul telefono» del finanziere indagato. Uno dei filoni che è stato approfondito per fare luce sui mandanti, è quello delle ricerche su personaggi legati al Vaticano fatte da Striano. Cantone infatti evidenzia come riguardo ai «rapporti con il Vaticano va rilevato ancora che alcuni quotidiani a tiratura nazionale, durante il periodo di ampio risalto mediatico della vicenda che ha visto coinvolto Striano, hanno riferito di possibili collegamenti con la vicenda afferente alla compravendita di un immobile a Londra successivamente focalizzandosi sull’avvio, da parte del promotore di giustizia della Stato vaticano, Alessandro Diddi, di una inchiesta sulla possibile raccolta di informazioni riservate effettuate, anche tramite Striano». In uno degli articoli, scrive Cantone, «l’autrice fa riferimento all’articolo stampa del 3 ottobre 2019 de L’Espresso a firma di Emiliano Fittipaldi (oggi direttore di Domani, ndr), il quale ha divulgato, per la prima volta, gli “approfondimenti della magistratura vaticana” sul “caso Becciu” rivelando un “documento segretissimo” ottenuto, secondo quanto dichiarato a posteriori dallo stesso Fittipaldi» da un collaboratore di Raffaele Mincione, uno degli imputati (condannato in primo grado), nel processo svolto in Vaticano legato all’acquisto di un palazzo a Londra.
Cantone, quasi a volersi chiedere se è nato prima il caso giudiziario o gli accessi del finanziere, sottolinea come l’articolo citato evidenzia come uno degli articoli citati «evidenzia che gli accessi abusivi effettuati da Striano in merito ai personaggi coinvolti nelle ’inchieste del Vaticano sono “di gran lunga antecedenti” al primo atto di indagine notificato agli indagati nel mese di ottobre 2019». E al Vaticano potrebbe portare un altro dei «destinatari delle informazioni» raccolte da Striano, tale S.A. «che, da consultazione della banca dati Serpico, risulta aver percepito nel 2022 redditi da lavoro dipendente dal Comando generale dei Carabinieri - centro nazionale amministrativo, Istituto nazionale della previdenza sociale e presidenza del Consiglio dei ministri. Nel marzo di due anni fa l’uomo (che non risulta indagato) si rivolge al finanziere per avere informazioni su un parroco di una cittadina della provincia romana. Nello scambio di messaggi Striano si mostra vulnerabile: «Sono notizie troppo riservate, risalgono a me senza problemi». Ma il suo misterioso interlocutore lo rassicura: «Non ti preoccupare, le gestisco come sai». Uno 007? Un emissario del Vaticano? Per Cantone «il collegamento con S.A. pare essere riconducibile a rapporti con il Vaticano, o comunque a richiesta di informazion relative a soggetti […] che hanno rivestito ruoli di rilievo nello Stato pontificio».
Continua a leggereRiduci







