Giuseppe Conte sta cominciando a far perdere la pazienza anche a uno che, avendo avuto a che fare con le bizze di Matteo Renzi, ha la pazienza di Giobbe. Ieri infatti Sergio Mattarella ha fatto trapelare la sua irritazione nei confronti del presidente del Consiglio. Intervistato alla festa del Fatto Quotidiano (oggi replicherà a quella dell'Unità, che pur essendo morta continua a festeggiare non si sa che cosa), il capo del governo ha detto che vedrebbe bene una riconferma del capo dello Stato.
Qualche ingenuo magari penserà che il premier abbia fatto un endorsement a favore del presidente della Repubblica, sinceramente convinto che un bis al Quirinale sarebbe la cosa migliore per tutti. Ma chi si intende di faccende politiche sa che candidare qualcuno con un anticipo di un anno e mezzo significa solo bruciarlo. Memore della massima «Chi entra Papa in conclave, esce cardinale», Mattarella ha capito perché l'avvocato di Volturara Appula ha voluto metterlo nel tritacarne del toto candidato. Avendo imparato in questi due anni a misurarne l'ambizione, l'inquilino del Colle deve aver immediatamente compreso che Conte parlava pro domo sua, cioè con l'intenzione di prenotare per sé la poltrona dorata di capo dello Stato.
Le manovre del premier, del resto, sono abbastanza scoperte. Considerandolo un terribile avversario, Conte prima ha messo in mezzo Mario Draghi, dicendo che l'ex governatore della Banca centrale europea è troppo stanco per fare qualche cosa, sennò lui - sì, ha detto proprio così - l'avrebbe candidato alla presidenza della Ue. Ma dopo aver messo nel mirino il suo più pericoloso concorrente nella scalata al Quirinale, il capo del governo ha rivolto gli occhi verso Mattarella e così eccolo buttare nella mischia il nome del capo dello Stato, sperando che averlo dato in pasto ai giornalisti questi lo spolpino a dovere, facendolo arrivare più morto che vivo - politicamente, ovvio - al giro di boa.
Tuttavia, il presidente della Repubblica non è tipo che si faccia mettere nel sacco con tanta facilità dai giochi di Palazzo. Essendo cresciuto a pane e politica (il padre Bernardo fu cinque volte ministro e fece ininterrottamente il deputato dal 1946 al '71; il fratello, prima di essere ucciso, a 42 anni era già governatore della Sicilia) sa come evitare di farsi tirare per la giacchetta e ancor meglio come scansare i siluri dei presunti estimatori. Del resto, che sia capace di inabissarsi per non finire nel mirino lo dimostra il fatto che, zitto zitto, quando tutti lo credevano incagliato alla Corte costituzionale, all'improvviso è riemerso dalle acque limacciose romane riuscendo, grazie a Renzi, ad approdare al Quirinale.
E siccome ciò che è capitato a tutti, ossia di non avere alcuna fretta di concludere il settennato, è successo anche a lui, è evidente che una riconferma sul Colle non gli dispiacerebbe affatto. Magari non per altri sette anni, ma anche solo per due o tre, giusto il tempo di scavalcare il primato del suo predecessore, a cui, primo nella storia repubblicana, è riuscito di centrare l'obiettivo della riconferma.
Del resto, con il bis tutto tornerebbe e si capirebbe anche perché Mattarella abbia accettato di avere tra i piedi un illustre sconosciuto, lasciandolo procedere per decreto anche quando non ce n'era bisogno e facendogli pure rinnovare, sempre per decreto, i vertici dei servizi segreti, più altri pasticci. Pur di non avere intralci, il capo dello Stato ha fatto buon viso a cattivo gioco, digerendo perfino l'esuberante prosopopea del presidente del Consiglio. Con le ultime uscite e con i suoi Dpcm, però, Conte ha un po' passato il segno, soprattutto ora che si sente predestinato a prendere il posto di Mattarella stesso.
Sì, insomma, anche il presidente comincia a non poterne più del petulante attivismo del nostro. Dunque ieri, sulle pagine del Corriere della Sera ha fatto trapelare - come si conviene a un capo di Stato, che non dice, ma fa sapere - di essere molto preoccupato per la riapertura delle scuole e la mancanza dei famosi banchi con le ruote. Per fare lezione, come è noto, non c'è bisogno di velocipedi, ma i ritardi nelle forniture scolastiche sono solo un pretesto: ciò che conta è come avverrà il rientro in aula e al momento non c'è molto che faccia sperare in un inizio tranquillo. Nonostante si sia tenuto alla larga dal referendum e dalle regionali, Conte è sulla scuola che rischia la bacchettata. Anzi, la bocciatura.
Professor Ernesto Galli Della Loggia, storico e ascoltatissimo editorialista: non è preoccupato per la riapertura delle scuole?
«Ovviamente sì, come tutte le persone sensate. Certo, il governo ha proceduto a tentoni, ma bisogna tener conto del continuo mutare della situazione epidemiologica e delle opinioni del comitato tecnico-scientifico. E anche dall'opposizione ho visto solo un fiume di critiche ma mai reali proposte concrete. È uno dei guai di questo Paese : oltre a un generico e vociante non essere d'accordo l'opposizione non riesce ad andare».
I sindacati sabotano la riapertura?
«Se durante l'epidemia gli infermieri avessero minacciato di non lavorare perché timorosi del contagio ci sarebbe stata una rivolta del Paese. Certo, gli insegnanti fanno un lavoro diverso, ma il sindacato scuola dovrebbe evitare di precipitarsi a raccogliere qualsiasi tipo di protesta. Così capita che ogni volta si rasenta la paralisi anche se poi la politica, per passi successivi, arriva sempre a un compromesso che ci consente in qualche modo di tirare avanti. Ma è un meccanismo rovinoso ed estenuante».
Lei ha scritto anche che gli insegnanti sono in qualche modo prigionieri del sindacato. Quasi ostaggi.
«Non esageriamo, non è che gli insegnanti rischiano la vita a parlare. Anzi, a parlare non rischia nessuno in questo Paese, e questa è una delle ragioni per cui tanti spesso straparlano».
Dunque?
«Diciamo che gli insegnanti non riescono a far valere il proprio punto di vista. Negli organi direttivi dei sindacati regna di fatto il personale amministrativo, ausiliario, di segreteria, non certo i docenti. I professori sono prigionieri del sindacato della scuola anche perché la legislazione scolastica è una selva intricata di disposizioni e circolari: un insegnante, per capirci qualcosa, deve andare a cercare qualcuno che glielo spieghi».
Il virus poteva essere in qualche modo una buona occasione per rifondare la scuola e liberarsi di certe storture secolari. Invece?
«È difficile fare riforme sotto una pressione così forte dell'emergenza. Senza contare che nessuna forza politica - ripeto, nessuna - ha la minima idea di che cosa possa essere oggi una riforma della scuola».
Quando riapriranno le classi, le scuole italiane diventeranno diplomifici? Tutti democraticamente promossi?
«Quando si tratta di promuovere, sono d'accordo tutti. Ministri di sinistra, di centro e di destra. E questo perché quando si governa scattano meccanismi implacabili di ricerca di consenso. Insomma, tutti fanno un po' la stessa cosa: prendere decisioni popolari, dimenticando che le scelte più significative sono quasi sempre impopolari».
La scuola sarà un banco di prova della maggioranza alle prossime elezioni regionali?
«Probabile. Se il virus rialzasse la testa e l'opposizione iniziasse ad attaccare il governo, il clima si surriscalderà. Diciamo che il centrodestra dovrebbe avere un po' di carità di patria, evitando certi toni».
Chi governa ha anche l'onere della responsabilità.
«A patto però che non lo si consideri responsabile dell'epidemia, come a volte si direbbe da certe polemiche. Chiedo a Salvini: qual è la sua soluzione per le scuole italiane?
È ancora convinto che la politica italiana sia ridotta a una fiera del trasformismo? Dopotutto la parola risale ai governi Depretis, nell'Ottocento.
«A dir la verità, allora ci s'incontrava sui programmi. A un certo punto la sinistra storica dell'epoca accettò i principi della monarchia costituzionale, mentre la destra storica aprì, tra le altre cose, all'allargamento del suffragio e del corpo elettorale. Questo incontro sfociò nel trasformismo e nel rimaneggiamento delle maggioranze».
E oggi?
«Oggi invece tutti si “trasformano" a velocità vorticose. All'epoca di Giolitti non sarebbe mai esistito un presidente del Consiglio che nel giro di un anno governa due coalizioni opposte. Una cosa quantomeno discutibile. E questo avviene perché oggi si cambia schieramento esclusivamente in funzione del potere e del consenso».
Dunque il premier è la personificazione di quest'epoca trasformistica?
«Come ho avuto modo di dire, Conte è il vuoto politico come anticamera di qualunque politica. È più facile cambiare contenuti, quando non si hanno contenuti».
Quindi il presidente Mattarella non avrebbe dovuto accettare il suo nome per Palazzo Chigi, nei momenti drammatici in cui si cercava di imbrigliare una maggioranza di governo?
«A mio avviso la sua è stata una scelta incauta e sbagliata. Fin dalla nascita del governo gialloverde, il Quirinale non avrebbe dovuto accettare come presidente del Consiglio un assoluto sconosciuto al quale, lo ricordo, furono appiccicati subito due vicepresidenti del Consiglio per metterlo sotto tutela».
Il premier dev'essere necessariamente un politico?
«La democrazia parlamentare funziona così. Il capo del governo non dev'essere necessariamente un uomo politico, ma una personalità pubblica sì, di cui siano note le idee, anche politiche. Non può essere un mandatario tirato fuori dal cilindro all'ultimo momento».
Giuseppe Conte è una figura destinata a tramontare?
«Questo non saprei dirlo. Il Covid lo ha senz'altro favorito e rafforzato. Ma vedremo, in Italia è sempre tutto così labile. Credo però che sia un'esagerazione parlare di rischio democratico».
Nonostante la raffica di dpcm e il Parlamento depotenziato?
«Guardiamoci intorno. Sono anni che in Italia le leggi non le fa più il Parlamento, e si va avanti a colpi di decreti legge. Certo, è una tendenza a cui non bisogna arrendersi».
Come interpreta il patto Pd-5 stelle sul taglio dei parlamentari e legge elettorale?
«Il Partito democratico ha semplicemente paura che i 5 Stelle possano mettere in crisi la maggioranza. E quindi accettano il Sì al referendum pur di mantenere in piedi l'alleanza. Si aggrappano al potere purchessia».
Per questo ha definito il Pd come il «partito delle élite, punto di raccolta dell'intero ceto burocratico dirigente»?
«Sì. Non a caso qualunque partito o personalità abbia provato a governare contro il Pd è stato messo sotto accusa, come potenzialmente “fuori" o addirittura contrario alla Costituzione: in un certo senso, eversivo».
Anche con l'intervento della magistratura?
«Talvolta, sì. Più spesso attraverso orchestrazioni mediatiche e campagne politico-giornalistiche mirate a delegittimare l'avversario».
Una bella rendita di posizione, col rischio però di dimenticarsi delle periferie e delle classi subalterne.
«C'è sicuramente stata una chiusura del Pd a certe realtà. Non a caso ha perso molto della sua base popolare, e come indicano i sondaggi alle prossime regionali rischia di veder crollare le sue roccaforti».
Spera forse che una sconfitta alle regionali possa suscitare una scossa tra i Dem alla ricerca di identità?
«Io non spero niente. Anzi, in generale, sono disperato. Sicuramente è un voto importante. Checché se ne dica, avrà certamente effetti politici sulla maggioranza di governo».
In tutto questo, il movimento rivoluzionario di Beppe Grillo si è normalizzato? Nota un'evoluzione?
«Più che un'evoluzione, direi una disintegrazione. D'altronde per fare politica, persino oggi, occorre possedere una visione della realtà con qualche fondamento, non delle idee a casaccio. E poi è necessaria una scolarizzazione e una preparazione che non sia presa in prestito dagli album di Topolino…».
Insomma, il Movimento si è tramutato in casta?
«Ma figuriamoci. La casta è formata da persone che occupano posti chiave da anni e coltivano profonde relazioni. Loro sono perlopiù dei poveretti attaccati allo stipendio. Hanno vinto la lotteria del seggio in Parlamento e vogliono restare aggrappati alla poltrona. È davvero difficile che questo movimento entri nei libri di storia».
Tuttavia, votò per Virginia Raggi al Campidoglio. Pentito?
«La scelsi perché pensavo che una figura giovane potesse cambiare le cose. Non è andata così, e non la voterò mai più. Temo però che le alternative non siano migliori. Del resto Virginia Raggi è stata una catastrofe: ma, sia pure per ragioni diverse, non è che Alemanno sia stato meglio. È terribile rendersi conto come in questo Paese si sia via via assottigliata qualsiasi possibilità di alternativa. Assistiamo a una spaventosa omogeneizzazione verso il basso della qualità politica. Questo è il vero dramma».
Come abbiamo scritto un paio di giorni fa, non ci piace lanciare troppi allarmi. In particolare non amiamo parlare di golpe, perché per noi il colpo di Stato è una cosa seria di cui avere paura, con i carri armati per le strade e gli oppositori in galera. Tuttavia, sebbene non sia nostra intenzione fare paragoni impropri evocando situazioni sudamericane, diciamo che quando abbiamo sostenuto che in Italia tira una certa arietta di regime non ci sbagliavamo e la conferma è arrivata in tempi brevissimi. È di ieri la notizia di una norma approvata nel silenzio generale, del Parlamento ma anche del presidente della Repubblica.
Con la scusa di prolungare lo stato d'emergenza per il pericolo di una seconda ondata di contagi da coronavirus, Giuseppe Conte ha prolungato anche la permanenza nel loro incarico dei capi dei servizi segreti. Con una differenza: mentre il periodo di pieni poteri anti virus è stato allungato fino al 15 ottobre, cioè di soli tre mesi, i vertici dei nostri 007 potranno vedersi estendere l'incarico per altri quattro anni, magari «rateizzati» uno alla volta, in modo da tenerli sulla corda. Ovviamente non vi è alcuna ragione per operare in questo modo su poltrone che scottano. La rotazione alla guida di uffici che si occupano di affari riservati come la sicurezza dello Stato è una regola che è sempre stata seguita con un certo scrupolo da tutti i governi, anche per evitare che i servizi segreti diventassero una faccenda quasi privata, nelle mani di poche persone. Gli spioni, come è noto, maneggiano una montagna di informazioni sensibili, sia sulle potenziali minacce al nostro Paese, sia sulle questioni più delicate. Non è un segreto che quotidianamente arrivino sul tavolo dei vertici degli 007 dei rapporti top secret, molti dei quali non riguardano solo i rischi di attentati o le operazioni spericolate di qualche gruppo. Nei dossier ci sono anche un sacco di pettegolezzi e informazioni che non dovrebbero attirare l'attenzione di una spia, ma al massimo di un cronista di Novella 2000. Ma, come si sa, a volte tra le indiscrezioni rosa finiscono pure quelle a luci rosse e dunque chi le ha in mano possiede anche un forte argomento.
Guarda caso, molti rapporti dei servizi, persino quelli non proprio pertinenti con la sicurezza dello Stato, arrivano sul tavolo dell'autorità politica che ha la delega sulle agenzie di informazione che difendono il Paese. In genere, questa autorità politica è un sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma, a differenza di molti suoi predecessori, Giuseppe Conte ha voluto tenere la prerogativa per sé. In pratica, è lui che giornalmente riceve i rapporti con tutte le informazioni, quelle sensibili per la sicurezza nazionale e quelle sensibili alla sicurezza di qualcuno. Già questo fatto, che cioè a Palazzo Chigi ci sia un signore che gli italiani non hanno eletto ma che degli italiani può sapere tutto, non è una notizia confortante. Soprattutto dopo che, a causa del lockdown, all'avvocato di Volturara Appula è venuta la mania dei poteri speciali e dello stato d'emergenza. Al presidente del Consiglio dev'essere piaciuto il periodo in cui gli italiani erano chiusi in casa, quando governava con i Dpcm, ossia con decreti che non debbono neppure passare dal Parlamento. Sì, l'avvocato del popolo che dalla volontà popolare, cioè dalle elezioni, si mantiene rigorosamente alla larga, deve aver preso gusto a comportarsi da dittatorello. Come ogni dittatorello ha bisogno della sua guardia pretoriana, ossia di un gruppo di fedelissimi. E che cosa c'è di meglio di qualche devoto capo dei servizi segreti?
Come è noto Giuseppe Conte, appena arrivato a Palazzo Chigi, ha piazzato a capo del Dis (il dipartimento che coordina le agenzie che si occupano della sicurezza nazionale) un suo fidato conoscente, ovvero Gennaro Vecchione, e successivamente ha messo alla guida dell'Aisi (sicurezza interna) il generale Mario Parente, mentre all'Aise (sicurezza esterna) ha nominato il generale Gianni Caravelli. In pratica, Conte si è circondato di uomini suoi, come poche volte accade a chi governa, perché spesso chi arriva ai vertici del Paese è costretto a tenersi nei posti chiave chi c'è. Un po' quello che succederà al presidente del Consiglio che verrà dopo Conte. Già, con la scusa dell'emergenza Covid, il capo del governo potrà prolungare all'ultimo momento di quattro anni i vertici degli 007, una mossa attuata nel silenzio generale, modificando una norma di legge che regola la durata dell'incarico. Ora si capisce l'urgenza di mantenere lo stato d'emergenza e di conservare i poteri speciali. Con la scusa della pandemia, Conte prova a blindarsi. Nel peggiore dei casi, ovvero di una crisi di governo che lo costringa a fare le valigie, il presidente del Consiglio avrà sempre degli amici nei posti che contano. Nella migliore, cioè una durata alla guida del Paese per il tempo necessario a pianificare la scalata al Quirinale, gli amici potrebbero servire.
Sì, non siamo al golpe, ma all'instaurazione di un regime poco ci manca. In quale Paese democratico si nominano i capi dei servizi segreti all'insaputa di tutti, in particolare delle opposizioni e del Comitato che vigila sugli 007? Soprattutto, in quale repubblica delle banane il capo dello Stato firma una porcheria del genere senza battere ciglio?
Contrordine, compagni! Il Consiglio europeo in programma per oggi non era forse «decisivo» l'altro ieri, ma deve improvvisamente esserlo diventato ieri. Si ricorderà infatti che la poco credibile motivazione addotta per giustificare il fatto che, per la seconda volta consecutiva, il premier si presenta a un vertice Ue senza il voto di risoluzioni parlamentari, ma solo a seguito di una cosiddetta «informativa» (speech in Aula del governo, dibattito, ma nessun voto di documenti) era appunto il presunto carattere «interlocutorio» del Consiglio («solo un incontro informale», dicevano i giallorossi). Dunque, si arrampicavano sugli specchi i rappresentanti del governo, non essendo ancora giunto il momento decisivo del negoziato, non sarebbe stato necessario votare risoluzioni di maggioranza e di opposizione. Tesi confutata a Palazzo Madama anche dal senatore a vita Mario Monti, non certo un pericoloso sovranista, che ha ricordato l'esistenza della legge 234 del 2012.
In realtà tutti sanno che le giustificazioni del governo erano solo delle scuse: i grillini sono tuttora spaccati sul Mes, si parla al Senato di una ventina di dissidenti, e dunque Giuseppe Conte preferisce rimanere nell'ambiguità e tenersi le mani libere. Fosse per lui, il Parlamento sarebbe sentito non prima e dopo, ma soltanto dopo il negoziato europeo, cioè al momento della ratifica, puntando - a quel punto - sulla logica del fatto compiuto.
Però, in nome del più classico doppio standard, ieri le cose sono cambiate, perché una nutrita delegazione del governo (Giuseppe Conte, più i ministri Luigi Di Maio, Roberto Gualtieri, Enzo Amendola e il sottosegretario Riccardo Fraccaro) è salita al Quirinale a prendere o a mettere a punto la linea. Dopo l'incontro, sono trapelati due messaggi di segno opposto. Uno più ottimista: «È emersa soddisfazione perché le posizioni iniziali dell'Italia sugli aiuti per i singoli Paesi sono oggi patrimonio comune dell'Europa». Peccato che il secondo messaggio, più pessimista, sia suonato come smentita del primo: «C'è la consapevolezza delle residue difficoltà che vanno ancora superate in sede di negoziato. Occorrono risposte concrete e in tempi rapidi per l'utilizzo dei fondi che arriveranno dall'Europa». Insomma, strada in salita.
Per la cronaca, il Consiglio Ue sarà oggi in teleconferenza: si discuterà non solo del Recovery fund e del quadro finanziario pluriennale 2021-2027, ma pure di altri temi rilevantissimi tra cui la trattativa con il Regno Unito dopo la Brexit. Tutte cose che Conte e i suoi hanno discusso con Sergio Mattarella, ma su cui non hanno voluto un voto parlamentare.
Giova ricordare un aspetto solo apparentemente tecnico, ma con una pesantissima conseguenza politica e negoziale. Come sono costruite le risoluzioni parlamentari? C'è una parte introduttiva (la formula usata nel documento è «considerato che») in cui ciascun gruppo politico mette in fila osservazioni, elementi di contesto, valutazioni varie, e poi c'è la parte più importante, quella dispositiva (introdotta dalla formula: «La Camera - oppure il Senato - impegna il governo a…»), in cui i presentatori del testo fissano i punti politici che ritengono vincolanti per il governo, quelli a cui l'esecutivo dovrà attenersi. Prima delle votazioni, un rappresentante del governo esprime il parere sulle risoluzioni, spiegando ai parlamentari quali intenda accogliere e quali no, eventualmente anche indicando le singole parti da recepire o da respingere: dopo di che, il voto dell'Aula rende una o più risoluzioni politicamente vincolanti. In genere, il governo recepisce la risoluzione della maggioranza e respinge quella dell'opposizione: ma, in particolare quando si tratta di politica internazionale, può anche accadere che più documenti siano recepiti dall'esecutivo, e quindi votati dal Parlamento.
Perché questa spiegazione dettagliata? Perché avere alle spalle una risoluzione parlamentare non è solo un obbligo formale, ma un'opportunità politica per un governo impegnato in una delicata trattativa internazionale. Il teatro europeo non è mai un luogo facile da frequentare, le insidie sono sempre dietro l'angolo, e quindi, all'apparire di condizioni irricevibili, può essere di grande aiuto per un primo ministro avere in tasca un documento che gli consenta di dire: «Queste cose il mio Parlamento non mi permette di accettarle». Se invece si va a una trattativa «nudi» e senza protezioni, è molto più facile ritrovarsi disarmati. Controprova? Quando gli altri Paesi (si pensi alla solita Olanda) vogliono fissare dei paletti negoziali molto rigidi, fanno sempre in modo che il loro premier arrivi al vertice Ue avendo alle spalle un voto parlamentare vincolante nel loro Paese, proprio per irrobustire la capacità negoziale del loro esecutivo.
E allora come si spiega la scelta del governo italiano, oltre al già citato tema dei grillini divisi sul Mes? La spiegazione più maliziosa e più dolorosa porta a ritenere che arrivare disarmati alla fase decisiva della trattativa, e quindi essere costretti a subire le decisioni altrui, non sia un incidente casuale, ma una volontà precisa, figlia del modo in cui questo governo è nato: per rispondere a Bruxelles, più che alla maggioranza degli elettori italiani.







