Le voci di negozianti e frequentatori della zona. Intanto ci sono altri due fermati per la violenta aggressione subita da un funzionario del ministero delle Imprese e del Made in Italy l'altra sera nei pressi della stazione Termini a Roma. Si tratta di altri due cittadini tunisini bloccati dalla polizia dopo aver messo a segno lo scippo di un cellulare in zona Ostiense: un ventenne con precedenti per furto, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale e un ventunenne irregolare sul territorio italiano.
Giuseppe Sala (Imagoeconomica)
La zona della basilica di Sant’Ambrogio è tormentata dai cantieri M4 da ben 9 anni. I commercianti chiudono, mentre i grandi media coprono le inefficienze del sindaco.
«Cantiere San Vittore, nove anni di carcere». Il cartello è veritiero e malinconico, una parte di Milano sta pagando una pena pesantissima per reati che non ha mai commesso, tranne quello di essersi fidata del sindaco Beppe Sala. A nove anni dall’apertura dei lavori per le stazioni centrali della M4, i treni sottoterra funzionano ma in superficie regna il caos. Ruspe, voragini, strettoie regolate da jersey, paratie che oscurano i negozi. Tutto questo nel cuore della città, a pochi metri dalla basilica di Sant’Ambrogio che dovrebbe essere simbolo di decoro e rispetto.
Aperta la tratta 25 metri nel sottosuolo, Vanity Sala ha inaugurato il manufatto (era il 12 ottobre 2024), ha guadagnato le foto con la fascia tricolore sui media per l’imprescindibile narrazione da marketing urbanistico. E poi, come dicono da queste parti, «ha messo giù la lima». E si è meritato il secondo sfottò scritto in via San Vittore: «Sindaco vergogna, residenti e commercianti al collasso». Non si tratta di provocazione ma di disperazione: negli ultimi mesi nella zona più antica di Milano, una delle poche ancora a misura d’uomo, sette attività sono state costrette chiudere.
Nel periodo di Natale (il più fruttuoso dal punto di vista commerciale) le aree erano infrequentabili. E, colmo della beffa, fino all’altroieri gli enormi cantieri appaltati a Webuild erano fermi. Così ieri mattina i negozianti del quartiere sono scesi in piazza a far sentire la loro voce. Una protesta civile e sobria com’è nello stile dei milanesi. Ma senza sconti. «L’obiettivo è capire perché il cantiere è fermo dal 19 dicembre», spiega Alessio Fusco, portavoce dell’associazione Asscom (Epam-Confcommercio). «Vogliamo avere un cronoprogramma dei lavori, siamo già stati penalizzati a sufficienza. Sentiamo parlare di primavera, addirittura di giugno. Dopo nove anni».
La metropoli tascabile alla base di ogni sviolinata modaiola promossa dalla giunta pseudo-green ha certamente altri problemi che fotografano il fallimento del Sala 2: le baby gang, la violenza e la disperazione degli immigrati, le periferie degradate, l’inquinamento fuori controllo nonostante la guerra agli automobilisti, i buchi di bilancio, la surreale questione San Siro, gli scandali edilizi. Ma i cittadini in piazza a due passi da Sant’Ambrogio e dall’Università Cattolica sono il presepe vivente del grande inganno, quello che divide la realtà dallo storytelling che piace alla sinistra radical. Da San Babila a Sant’Ambrogio è tutto un cantiere: macerie al parco delle Basiliche, in zona Vetra, alla fermata Sforza Policlinico dove il collegamento della M4 con la M3 (300 metri) è di là da venire.
A difesa degli esercizi commerciali si è schierata Confcommercio. Ieri il segretario Marco Barbieri ha chiesto a Sala «un nuovo bando per destinare risorse alle imprese danneggiate. Anche perché la fine dei lavori in superficie è tutt’altro che chiara. Le imprese non possono restare appese a tempistiche indefinite, ormai è una questione di sopravvivenza. Non dare certezze a chi lavora è il danno maggiore. Ci rendiamo conto che le risorse sono poche ma in situazioni eccezionali servono risposte eccezionali».
Tutto questo avviene nel silenzio dei grandi media, in posizione scendiletto davanti al Vanity sindaco. Anche le pagine Facebook e Instagram dedicate ai quartieri sono avvolte dal mutismo. Il motivo è semplice: sono controllate militarmente da consiglieri del Pd che impediscono ai cittadini di discutere sui temi scomodi. Quindi a Milano tutto è meraviglioso e splendente. È curioso che i dem si lamentino per la decisione di Mark Zuckerberg di bypassare le censure, visto che a Milano continuano a imporre le loro.
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Il governatore della Liguria Giovanni Toti (Imagoeconomica)
La Regione alza i costi delle tratte nel fine settimana. L’obiettivo è limitare le masse.
Dal weekend di Pasqua fino a fine settembre, i non residenti in Liguria che desiderano andare alle Cinque Terre durante i giorni festivi dovranno fare i conti con un rincaro sui biglietti del treno deciso dalla Regione. L’ente guidato da Giovanni Toti ha motivato questa scelta con la necessità avanzata negli ultimi anni da buona parte del territorio compreso tra Levanto e La Spezia, i due capolinea della tratta che attraversa il Parco patrimonio mondiale Unesco, di distribuire le visite dei circa 4 milioni e mezzo di turisti che ogni anno affollano le Cinque Terre durante il periodo primavera-estate, in tutti i giorni della settimana e non solo nel weekend o a luglio e agosto. «Vogliamo un turismo di qualità e vogliamo che il servizio su quel territorio valga almeno come quelli offerti a Venezia, Amalfi, Positano», aveva spiegato il governatore ligure durante l’incontro con i sindaci, i rappresentanti delle attività commerciali e le associazioni locali dello scorso 28 febbraio.
«Il protocollo che abbiamo proposto serve a erogare risorse aggiuntive ai Comuni, pronti ad attivare politiche di contenimento dell’over tourism o di gestione dei flussi. Nessun cittadino delle Cinque Terre e nessun cittadino ligure pagherà un euro in più rispetto al 2023». Nel dettaglio, infatti, la modifica della tariffa non interesserà i residenti, così come i pendolari o i proprietari di seconde case che vivono fuori regione. Se fino a ora una corsa singola costava 5 euro in tutti i giorni dell’anno, con l’aggiornamento del piano tariffario sono state istituite tre fasce colorate in base al calendario: la verde manterrà il costo di 5 euro e sarà valida durante i giorni feriali; quella gialla attiva nei prefestivi costerà 8 euro; infine quella rossa prevista nei festivi, quindi sabato e domenica, al costo di 10 euro. C’è poi la carta Parco Cinque Terre, le cui tariffe subiscono una variazione in linea con quella dei biglietti ordinari. Se prima si spendeva 19,50 euro tutti i giorni della settimana, ora acquistare la card giornaliera, che oltre al treno comprende l’accesso ad altri servizi all’interno delle località del Parco, come la connessione wifi e l’utilizzo dei bagni, costerà dai 19,50 (tariffa verde) ai 27 (gialla) fino ai 32,50 euro (rossa). Tuttavia, a fronte di questo aumento di tariffe, la Regione ha deciso comunque di investire potenziando l’offerta con 38 collegamenti in più, prolungando fino a tarda sera il servizio e inserendo dalle 19,30 in poi la tariffa verde di 5 euro anche nelle giornate rosse in cui la tariffa a tratta costa il doppio.
Una manovra che, stando a quanto comunicato dalla Regione, consentirà ai residenti di spendere l’80% in meno sugli abbonamenti rispetto al 2023 e offrirà agli studenti under 19 di percorrere la tratta casa-scuola gratuitamente e agli under 26 al 50%. Insomma, una risposta studiata per disincentivare il turismo di massa, cosiddetto mordi e fuggi, che ha come obiettivo sì quello di garantire una migliore qualità del trasporto pubblico locale e spalmare i flussi di visitatori nel tempo, ma che dall’altro lato può rappresentare un rischio legato al fatto che molte persone potrebbero decidere comunque di spostarsi nel fine settimana sobbarcandosi il salasso, mentre altri potrebbero addirittura decidere di cambiare meta. Non manca chi storce il naso, come il sindaco di Monterosso Emanuele Moggia e alcuni commercianti che temono ripercussioni sulle proprie attività.
Dalla Regione fanno sapere che si tratta di una sperimentazione per la quale è stato istituito un tavolo di monitoraggio permanente per valutare eventuali correttivi da fare in corsa. Nel frattempo, l’imminente fine settimana di Pasqua ha registrato il boom di prenotazioni.
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(IStock)
Nel Pnrr2 anche una norma che permette di controllare tutti gli incassi tramite Pos di ristoranti, bar e di ogni esercizio commerciale. Se c’è discrepanza con gli scontrini battuti, possono scattare verifiche.
Sta per andare in onda un grande classico dei periodi di impoverimento. Che fanno in quei casi i governi italiani? Provano forse ad abbassare le tasse per incoraggiare la crescita? No: preferiscono invece far partire la caccia alle streghe della mitica «lotta all’evasione» per additare al pubblico ludibrio i presunti «furbetti». Peccato che a quel punto finisca nel mirino un numero enorme e indiscriminato di persone, senza beneficio per l’economia, e magari con una nuova iniezione di odio sociale e risentimenti incrociati. In compenso, guadagna altro spazio lo stato di polizia fiscale.
E così il Consiglio dei ministri si prepara a un ennesimo giro di vite, attraverso il cosiddetto «decreto Pnrr 2». Non solo saranno puniti i commercianti che diranno no a carte di credito e bancomat: 30 euro di multa per ogni singola operazione, più una maggiorazione fiscale del 4%. Ma ci sarà anche un incrocio tra i dati provenienti dai registratori di cassa dei negozi e gli incassi via Pos: in caso di discrasia, partirà una raffica di verifiche. L’obiettivo è fin troppo chiaro: colpire l’eventuale sottodimensionata trasmissione degli scontrini rispetto a quanto effettivamente incassato attraverso pagamenti elettronici.
Tutto questo armamentario doveva essere messo in campo dal 1° gennaio 2023, ma scatterà in anticipo, dal 30 giugno prossimo. Per ora, le veline governative sottolineano che non saranno oggetto né di trasmissione né di analisi i dati degli acquirenti, ma solo quelli dei venditori.
E così, in uno dei momenti più cupi per le piccole imprese e il commercio di prossimità (è sufficiente fare un giro per le strade di tutta Italia per vedere ovunque serrande abbassate e malinconici cartelli «vendesi» e «affittasi»), ripartirà la canzoncina contro i commercianti evasori, con sommo giubilo della sinistra più ideologica. La cosa è ancora più paradossale dopo il biennio pandemico: restrizioni pazzesche, lockdown effettivi e striscianti, ristori al minimo, una valanga di aziende chiuse, la ripartenza delle cartelle esattoriali e delle temutissime lettere di compliance, e ora anche lo stigma del sospetto di evasione.
Siamo alle solite «due Italie». Da un lato, l’Italia del pubblico che (e non è certo una colpa, sia chiaro), durante la pandemia, ha avuto lo stipendio sicuro e la garanzia del posto: e adesso il governo straparla di nuove assunzioni. Dall’altro, l’Italia del privato (imprese e loro dipendenti) lasciata senza ombrello o quasi: e che ora viene fatta oggetto della solita criminalizzazione.
Naturalmente, oltre allo scudo «morale» della crociata anti evasione, ci sarà anche la consueta giustificazione del «ce lo chiede l’Europa»: e infatti anche questa misura era tra quelle concordate tra il Mef e la Commissione Ue. E per sovrammercato si dirà che tutto è finalizzato, per i grandi importi, alla «lotta al riciclaggio». Tutti obiettivi nobili, sia chiaro, così come nessuno nega che in Italia ci sia una troppo estesa area di sommerso: ma altra cosa è scatenare proprio adesso questa guerra, nel momento di massima crisi delle piccole aziende.
Dalle parti del Mef il gioco è sempre lo stesso: sottolineare la disparità tra l’alto numero di macchinette Pos e il basso numero di transazioni effettuate. Su queste premesse, tirare le somme è fin troppo facile: è l’evasione a spiegare il disallineamento. Altro argomento assai consueto: vengono largamente praticati prezzi diversi a seconda che si calcoli o no l’Iva. E (non neghiamolo) c’è del vero.
Il punto è come contrastare il fenomeno: c’è la via dello Stato di polizia fiscale, che trasforma l’Italia in una specie di panopticon tributario. Oppure ci sarebbero - all’opposto - forme più intelligenti e costruttive di intervento: abbassamenti fiscali generali e sgravi mirati.
Si pensi alla proposta di grande buon senso illustrata a suo tempo proprio alla Verità da Alberto Brambilla (Itinerari previdenziali), al fine di aiutare l’emersione di tutta una serie di attività altrimenti inevitabilmente destinate a rimanere in nero. Spiegò Brambilla: «Le famiglie italiane sono circa 25 milioni. Si calcola che ognuna di esse abbia dai 3 ai 4 interventi l’anno in casa, per la piccola manutenzione domestica. Si arriva a un numero enorme di interventi: dai 75 ai 100 milioni di lavori in casa l’anno. Lei capisce che non si tratta né di massacrare le famiglie né di prendersela con idraulici, tappezzieri, imbianchini…». Ovviamente il nemico è proprio l’Iva: «Se un lavoro costa 1000 euro, aggiungendo l’Iva costerebbe 1220 euro. È evidente che, davanti alla possibilità di cavarsela senza fattura con 8-900 euro, quasi nessuno si mette a fare l’’eroe fiscale’ e a pagare tutto…». Di qui la proposta semplice ed efficace: «Consentire a ogni famiglia di portare in detrazione al 50% lavori per 5.000 euro l’anno. In pratica ti scarichi 2.500 euro, sei in regola e il vantaggio è significativo, tale da incoraggiarti a chiedere la regolare fattura». Si tratterebbe di adottare una logica di questo tipo, volta a favorire l’emersione, anziché scatenare la solita guerra contro commercianti, artigiani e autonomi.
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Pista ciclabile in Corso Buenos Aires a Milano (Getty Images)
Richiamandomi alla fotografia accanto al mio articolo sull'amore uscito sulla Verità, a proposito delle piste ciclabili a Milano e dove si spiega che più del 90 % dei commercianti non è d'accordo, vorrei aggiungermi al coro di proteste.
L'ultima follia in ordine di tempo è stata la costruzione di pericolosissime e dannose piste ciclabili in molte strade di grossa importanza per la circolazione anche a Roma.
La semplice imitazione di modelli europei non può essere presa così alla leggera e senza criterio.
Un conto è la circolazione ampia e spaziosa di grandi capitali europee già predisposte per una viabilità sostenibile e sicura, oppure quella di cittadine piccole e senza grande traffico. Sono città dove innanzitutto i mezzi pubblici funzionano perfettamente, oppure che hanno delle metropolitane di provata efficienza.
In una città come Roma, dove la qualità dei mezzi pubblici è sotto lo zero e dove è impossibile non utilizzare il mezzo privato, l'idea balzana di restringere le corsie di strade importanti è da dilettanti allo sbaraglio.
Le piste ciclabili sono un pericolo micidiale per tutti! Per chi guida, per chi cammina, per chi va in bici, per chi deve gettare l'immondizia nei cassonetti. Parlavo con un taxista della città che mi faceva notare il grave peggioramento della viabilità a causa di questa bislacca idea! Un'altra follia degli ultimi anni sono i monopattini. Sbucano all'improvviso da ogni angolo delle strade.
Giorni orsono un taxista ha rischiato la propria incolumità e la mia per evitare uno di questi, andando a frenare sopra un marciapiede con il rischio di investire qualcuno. Questa categoria di lavoratori è sottoposta a pericoli che ne mettono in gioco la loro stessa professione. Gente che ha famiglia.
E questo non ha interessato nessuno di chi ha progettato senza criterio piste ciclabili e favorito l'utilizzo selvaggio del monopattino. Vorrei che ci fosse una mobilitazione la più ampia possibile affinché si possa tornare alla normalità e ripristinare le strade come erano prima.
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