Youtrend, società di rilevazioni delle tendenze politiche assai vicina alla sinistra, ha messo a confronto i due schieramentinelle Regioni andate al voto e il risultato è che Fdi, Lega e Forza Italia stanno al 46,8%, mentre l’opposizione sta al 49,7%. Dunque, i progressisti sono avanti e potrebbero vincere al prossimo giro? Non proprio, perché le sei Regioni in cui si sono svolte le elezioni non rappresentano tutta l’Italia, ma solo una parte di essa, quella più spostata a sinistra. Tuttavia, per capire come è andata domenica e lunedì scorsi basta guardare cosa presero le due coalizioni alle ultime politiche. Il centrodestra aveva il 42,7%, il centrosinistra il 51,4%. In pratica, se tre anni fa il centrosinistra era avanti di 8,7 punti nelle sei Regioni, oggi il vantaggio si è ridotto al 2,9%. Altro che vittoria. Macché fine della luna di miele tra centrodestra e italiani. Ma a prescindere da numeri, flussi elettorali e formule politiche, nel 2025 sono andati alle urne gli abitanti di sei Regioni. Tre di queste erano guidate dal Pd, mentre le altre tre erano governate da un leghista, da un esponente di Fratelli d’Italia e da uno di Forza Italia. Alla fine, tre sono rimaste a sinistra, tre sono restate a destra. A un certo punto, con Matteo Ricci, ex sindaco di Pesaro, Schlein aveva pensato di poter riconquistare le Marche, battendo il pupillo di Meloni. Ma nonostante i sondaggi tarocchi fatti circolare alla vigilia del voto nella speranza di influenzare il risultato, in Regione è stato confermato Francesco Acquaroli. In Veneto, prima c’era un leghista di lungo corso come Luca Zaia e ora c’è un giovane leghista come Alberto Stefani. E in Calabria Roberto Occhiuto di Forza Italia è succeduto a Roberto Occhiuto. Insomma, in conclusione pari e patta: tre a tre, come prima. E però un cambiamento si registra in una delle tre Regioni governate dalla sinistra: in Campania, dove prima governava Vincenzo De Luca, ovvero un governatore del Pd, adesso c’è Roberto Fico, ex presidente della Camera e grillino della prima ora. In altre parole, Giuseppe Conte ha guadagnato un presidente di Regione ed Elly Schlein lo ha perso. Volendo sintetizzare, la coalizione di centrosinistra è un po’ più di sinistra di prima e un po’ meno di centro, non proprio una buona notizia per quanti sognano di rifondare una democrazia cristiana in formato terza Repubblica. Il paradosso della vittoria di Fico però è che a portarlo al successo sono stati soprattutto i voti del Pd, non certo quelli del Movimento 5 stelle, che con le regionali ha ottenuto uno dei peggiori risultati di sempre, perdendo anche in Calabria, dove pure aveva schierato il papà del reddito di cittadinanza (Pasquale Tridico). Un’ultima osservazione su un fattore che evidenzia le contraddizioni a sinistra è il risultato di Puglia e Toscana, dove ha vinto l’ala socialista del partito democratico, cioè quella che si contrappone all’attuale segretaria. Dunque, per andare al sodo: dopo il voto gli equilibri nel centrodestra restano immutati, mentre nel centrosinistra in Campania si volta pagina con un grillino e nelle altre due Regioni vince la linea che contrasta con quella di Schlein. Detta in poche parole, la vittoria di cui si parla in questi giorni rischia di diventare un problema, perché tenere insieme gli opposti, senza che né Giuseppe Conte né l’ala riformista che ha trionfato a Firenze e Bari riconoscano la leadership di Schlein, alla lunga può trasformare il campo largo in un campo minato.
Youtrend, società di rilevazioni delle tendenze politiche assai vicina alla sinistra, ha messo a confronto i due schieramentinelle Regioni andate al voto e il risultato è che Fdi, Lega e Forza Italia stanno al 46,8%, mentre l’opposizione sta al 49,7%. Dunque, i progressisti sono avanti e potrebbero vincere al prossimo giro? Non proprio, perché le sei Regioni in cui si sono svolte le elezioni non rappresentano tutta l’Italia, ma solo una parte di essa, quella più spostata a sinistra. Tuttavia, per capire come è andata domenica e lunedì scorsi basta guardare cosa presero le due coalizioni alle ultime politiche. Il centrodestra aveva il 42,7%, il centrosinistra il 51,4%. In pratica, se tre anni fa il centrosinistra era avanti di 8,7 punti nelle sei Regioni, oggi il vantaggio si è ridotto al 2,9%. Altro che vittoria. Macché fine della luna di miele tra centrodestra e italiani. Ma a prescindere da numeri, flussi elettorali e formule politiche, nel 2025 sono andati alle urne gli abitanti di sei Regioni. Tre di queste erano guidate dal Pd, mentre le altre tre erano governate da un leghista, da un esponente di Fratelli d’Italia e da uno di Forza Italia. Alla fine, tre sono rimaste a sinistra, tre sono restate a destra. A un certo punto, con Matteo Ricci, ex sindaco di Pesaro, Schlein aveva pensato di poter riconquistare le Marche, battendo il pupillo di Meloni. Ma nonostante i sondaggi tarocchi fatti circolare alla vigilia del voto nella speranza di influenzare il risultato, in Regione è stato confermato Francesco Acquaroli. In Veneto, prima c’era un leghista di lungo corso come Luca Zaia e ora c’è un giovane leghista come Alberto Stefani. E in Calabria Roberto Occhiuto di Forza Italia è succeduto a Roberto Occhiuto. Insomma, in conclusione pari e patta: tre a tre, come prima. E però un cambiamento si registra in una delle tre Regioni governate dalla sinistra: in Campania, dove prima governava Vincenzo De Luca, ovvero un governatore del Pd, adesso c’è Roberto Fico, ex presidente della Camera e grillino della prima ora. In altre parole, Giuseppe Conte ha guadagnato un presidente di Regione ed Elly Schlein lo ha perso. Volendo sintetizzare, la coalizione di centrosinistra è un po’ più di sinistra di prima e un po’ meno di centro, non proprio una buona notizia per quanti sognano di rifondare una democrazia cristiana in formato terza Repubblica. Il paradosso della vittoria di Fico però è che a portarlo al successo sono stati soprattutto i voti del Pd, non certo quelli del Movimento 5 stelle, che con le regionali ha ottenuto uno dei peggiori risultati di sempre, perdendo anche in Calabria, dove pure aveva schierato il papà del reddito di cittadinanza (Pasquale Tridico). Un’ultima osservazione su un fattore che evidenzia le contraddizioni a sinistra è il risultato di Puglia e Toscana, dove ha vinto l’ala socialista del partito democratico, cioè quella che si contrappone all’attuale segretaria. Dunque, per andare al sodo: dopo il voto gli equilibri nel centrodestra restano immutati, mentre nel centrosinistra in Campania si volta pagina con un grillino e nelle altre due Regioni vince la linea che contrasta con quella di Schlein. Detta in poche parole, la vittoria di cui si parla in questi giorni rischia di diventare un problema, perché tenere insieme gli opposti, senza che né Giuseppe Conte né l’ala riformista che ha trionfato a Firenze e Bari riconoscano la leadership di Schlein, alla lunga può trasformare il campo largo in un campo minato.
- Il leader ucraino conclude il suo tour chiedendo a Londra di convincere gli alleati a fornire caccia. Ora tocca al cinese Li Hui girare l’Ue alla ricerca del dialogo. Il Sudafrica denuncia pressioni per non restare neutrale.
- Secondo il «Washington Post», Prigozhin avrebbe offerto informazioni riservate al nemico. Attentato al ministro dell’Interno filorusso del Lugansk, Kornet: è grave.
Lo speciale contiene due articoli.
Volodymyr Zelensky ha concluso il suo tour europeo soddisfatto («Torniamo a casa più forti», ha dichiarato in un video). Il presidente ucraino ha espresso gratitudine nei confronti del primo ministro britannico, Rishi Sunak, e ha definito buoni gli incontri avuti con il premier italiano, Giorgia Meloni, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente francese, Emmanuel Macron.
Parigi sta concentrando i suoi «sforzi per sostenere le capacità di difesa aerea dell’Ucraina». Questo l’obiettivo di Zelensky: ottenere mezzi aerei per combattere Mosca e lo ha fatto presente anche nella sua visita all’Eliseo. Terminato l’incontro a Parigi, il presidente Macron , assieme al suo omologo, ha chiesto di aumentare la pressione sulla Russia con «nuove sanzioni, al fine di indebolirne la capacità di continuare la sua guerra illegale di aggressione». Il capo dell’Eliseo ha promesso anche che la Francia addestrerà ed equipaggerà diversi battaglioni ucraini con decine di veicoli blindati e carri armati leggeri.
L’incontro più atteso era però quello con l’alleato britannico. Infatti il tour di Zelensky è continuato dal «suo amico Rishi (Sunak, ndr)», per cui ha speso lo stesso termine «amico», usato con la Meloni.
«Il Regno Unito è un leader quando si tratta di espandere le nostre capacità a terra e in volo. Questa collaborazione continuerà», ha precisato il leader ucraino, parlando del desiderio di vedere una «coalizione dei jet», guidata proprio da Londra. Il Regno unito già prima dell’incontro aveva annunciato la fornitura all’Ucraina di centinaia di missili antiaerei e di droni da combattimento. Forniture che «verranno inviate nei prossimi mesi», ha chiarito Downing Street.
Zelensky ha raggiunto il premier inglese nella residenza ufficiale di campagna a bordo di un grande elicottero militare delle forze britanniche. La foto dell’abbraccio tra i due leader è stata immediatamente postata sull’account Twitter di Sunak. Molti i temi affrontati, quello delle armi su tutti. «Oggi abbiamo parlato di jet. Tema molto importante per noi perché non possiamo controllare il cielo», ha spiegato Zelensky. Il Regno Unito inizierà da questa estate ad addestrare piloti ucraini per sostenere gli sforzi di Kiev nella creazione di una nuova forza aerea dotata di jet F-16 della Nato. L’addestramento «va di pari passo con gli sforzi del Regno Unito per lavorare con altri Paesi sulla fornitura di F-16, i caccia preferiti dall’Ucraina», si legge in una nota di Downing Street.
Immediata, come sempre, la reazione del Cremlino. «Il Regno Unito aspira a mettersi a capo dei Paesi che continuano a pompare armi in Ucraina. Lo consideriamo in modo estremamente negativo. Questo non può avere alcun impatto significativo e fondamentale sul corso del conflitto, ma naturalmente causerà ancora più distruzione e azioni di rappresaglia». Questo l’avvertimento del portavoce della presidenza russa, Dmitry Peskov. E, a dimostrazione del fatto che l’escalation continua e la nuova frontiera sarà sempre di più il cielo, Mosca ha annunciato di aver intercettato «due aerei Nato sul Mar Baltico».
«Non ce ne andiamo perché il nostro aiuto all’Ucraina è a lungo termine», è stata ad ogni modo la risposta di Sunak, che ha aggiunto: «È interessante sentire queste parole dalla Russia, dopo che ha condotto un attacco non provocato e illegale contro il popolo ucraino, commettendo orribili crimini di guerra».
Nel giorno in cui finiva il tour europeo di Zelensky iniziava quello cinese. Ieri Li Hui, rappresentante speciale della Cina per gli affari eurasiatici, ha dato il via alla missione in Europa che lo porterà prima a Kiev e poi a Mosca. Nel mezzo visiterà anche Polonia Francia e Germania. Per il momento non è prevista l’Italia. Il ministero degli Esteri di Pechino ha chiarito che «dallo scoppio della crisi, la Cina ha sempre mantenuto una posizione obiettiva e imparziale, promuovendo attivamente colloqui di pace».
Ma è ormai chiaro che Zelensky non vede soluzioni diverse da quella proposta da Kiev: «La nostra formula di pace è stata discussa in tutti gli incontri e ora c’è una maggiore disponibilità dei nostri partner a seguire la formula ucraina, c’è più sostegno per la nostra adesione all’Ue, più comprensione del fatto che l’adesione alla Nato è inevitabile». Su questo punto è arrivata anche la benedizione del segretario generale del Patto Atlantico, Jens Stoltenberg: «Un giorno Kiev entrerà nella Nato».
Nessun cenno da parte di Zelensky sull’incontro con papa Francesco, che si è tenuto sabato scorso, dopo quello avuto a Palazzo Chigi con Giorgia Meloni. Nonostante questo il Vaticano non demorde e porta avanti la sua missione di pace quando nel resto del mondo si preparano le file di eventuali schieramenti. Il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha affermato che c’è una «pressione straordinaria» sul Paese affinché abbandoni la sua posizione di non allineamento sulla guerra in Ucraina. L’ambasciatore Usa a Pretoria, Reuben Brigety, ha accusato il Paese di aver fornito segretamente a Mosca armi e munizioni, che sarebbero stati caricati a dicembre su una nave russa in una base navale a Città del Capo. Il Sudafrica ha risposto che non si schiererà in quella che ha definito «una competizione tra Russia e Occidente».
Wagner, ombra tradimento sul boss
Il fronte orientale è sempre più incandescente. Ieri Igor Kornet, il ministro filorusso dell’Interno dell’autoproclamata Repubblica di Lugansk, è rimasto gravemente ferito in un attentato. L’attacco è avvenuto tramite l’esplosione di un ordigno, detonato all’interno del salone di un barbiere situato a circa 500 metri dal palazzo del governo. Secondo quanto riferito dalla Tass, Kornet è grave e si trova «in terapia intensiva». Oltre al ministro, sono state ferite sei persone, tre delle quali in gravi condizioni, ed è rimasto ucciso un passante. Secondo l’Ukrainska Pravda, dietro all’attacco ci sarebbero i servizi segreti ucraini. Non è la prima volta che i funzionari del governo di Lugansk vengono presi di mira. Lo scorso settembre una bomba aveva ucciso Sergei Gorenko, il procuratore generale della Repubblica filorussa.
Per il resto, sta facendo molto discutere la posizione di Yevgeny Prigozhin, il capo della Wagner. Stando a un’inchiesta del Washington Post, a fine gennaio il «cuoco di Putin» avrebbe offerto all’Ucraina informazioni sul dislocamento delle truppe russe, in cambio di un ritiro dell’esercito di Kiev da Bakhmut, dove i mercenari della Wagner stavano subendo sanguinose perdite. La notizia, sostiene il Washington Post, troverebbe fondamento nei famigerati documenti riservati dell’intelligence Usa diffusi su Discord.
Il quotidiano statunitense afferma inoltre che due funzionari ucraini hanno confermato l’abboccamento: d’altronde, già in varie altre occasioni Prigozhin avrebbe contattato l’Hur, i servizi segreti militari di Kiev. A Mosca, però, la vedono molto diversamente: «Ha tutta l’aria di essere una bufala», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, smentendo di fatto l’indiscrezione. Anche il diretto interessato ha negato la veridicità della notizia, suggerendo che potrebbe trattarsi della sparata di qualche giornalista in cerca di clamore: «Cercheranno di buttare su di me tutto il fango che potranno», ha ribadito il capo della Wagner in un video. Per ora, la Direzione principale dell’intelligence ucraina (Mdi) non ha confermato né smentito l’indiscrezione.
A prescindere dalla fondatezza dell’inchiesta, Prigozhin rimane una figura controversa, anche in patria. Molto vicino al presidente Vladimir Putin, il noto imprenditore appare però in rotta con gli alti papaveri dell’esercito russo. Una decina di giorni fa, del resto, ha fatto molto scalpore un video in cui Prigozhin accusava esplicitamente il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, e il capo di Stato maggiore, Valery Gerasimov, definendoli «feccia». Il motivo del duro sfogo era rappresentato dagli scarsi approvvigionamenti di munizioni destinati alla Wagner impegnata a Bakhmut.
Nel frattempo, le operazioni belliche continuano senza sosta. Ieri i bombardamenti russi su Kharkiv hanno provocato due morti e un ferito. Inoltre, Andriy Chernyak, rappresentante dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino, ha dichiarato che circa 150.000 soldati russi si sono concentrati nelle regioni occupate del Sud. Le truppe di Mosca, in sostanza, si stanno preparando a respingere la tanto attesa controffensiva ucraina.
Gli applausi della folla in attesa dell’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi per la tradizionale cerimonia della campanella scoppiano già quando l’italianissima ammiraglia dell’Alfa Romeo, la Giulia, gira l’angolo di via del Corso. In cima all’imponente scala che conduce alla Sala dei Galeoni c’è l’ormai ex premier Mario Draghi. Le sorride. Lei sale. Sotto il tailleur scuro ha delle comode scarpe lucide modello derby di colore nero. Ma al momento della cerimonia sorprende tutti con una décolleté nera con tacco non molto alto. «Benvenuta, come stai?», chiede Supermario. «Bene, ma questa sotto è stata una cosa un po’ impattante emotivamente», risponde la Meloni, riferendosi al picchetto d’onore che aveva appena passato in rassegna mentre l’inno d’Italia risuonava nel cortile.
Prima del passaggio di consegne, i due si riuniscono per oltre un’ora in ufficio. All’uscita, Meloni è sorridente. Accanto ai due ci sono il sottosegretario uscente, Roberto Garofoli e Alfredo Mantovano, in attesa della sua nomina. Si passa alle strette di mano a favore dei fotografi. Draghi saluta anche l’uomo della scorta di Giorgia. È il momento della campanella. Meloni, emozionata, la fa tintinnare più di una volta, mentre confeziona sorrisi per le foto di rito. Poi saluta l’ex premier: «Ciao Mario». Congeda Draghi e si ritira nella sala del primo piano, quella con il tavolo ad anello, per guidare la prima riunione del Consiglio dei ministri. In 27 minuti, Meloni apre il Consiglio, ringrazia il presidente della Repubblica, formula la proposta di nomina di Mantovano a sottosegretario alla presidenza del Consiglio con funzioni di segretario. Poi, concorde il Consiglio dei ministri, attribuisce le funzioni di vicepresidenti del Consiglio ad Antonio Tajani e a Matteo Salvini. E conferisce nove incarichi da ministro senza portafoglio: per i rapporti con il Parlamento al senatore Luca Ciriani; per la Pubblica amministrazione al senatore Paolo Zangrillo; per gli Affari regionali e le autonomie al senatore Roberto Calderoli; per le Politiche del mare e per il Sud al senatore Sebastiano Musumeci; per gli Affari europei, le politiche di coesione e il Piano nazionale di ripresa e resilienza al deputato Raffaele Fitto; per lo Sport e i giovani ad Andrea Abodi; per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità al deputato Eugenia Maria Roccella; per le Disabilità ad Alessandra Locatelli; per le Riforme al senatore Maria Elisabetta Alberti Casellati. Poi richiama tutti al senso di responsabilità e di lealtà: «Dobbiamo essere uniti per affrontare le emergenze che il Paese ha davanti». E appena può twitta: «Si comincia. Con molta emozione ma anche con la consapevolezza delle difficili sfide che ci attendono. Ora tocca a noi: siamo pronti». Momento social anche per Salvini che, invece, sceglie Facebook, dove pubblica una foto in cui è ripreso di spalle mentre stringe la mano della figlia Mirta: «Al lavoro per l’Italia, soprattutto per loro». Subito dopo Salvini si getta sui dossier sulle opere commissariate, sulla Gronda e sul ponte dello Stretto. Il clima è formale ma disteso. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, scherza con i fotografi: «Devo anche sorridere per farvi contenti?».
«C’è una certa emozione», dice il nuovo ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. Ma c’è già chi è concentrato sul da farsi: «Domani al ministero facciamo il punto sul dossier energia», annuncia il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che aggiunge: «I prossimi passaggi li annuncerà la presidente del Consiglio nel messaggio alle Camere per la fiducia. C’è l’impegno a dare le soluzioni. È chiaro che ci sono delle priorità».
«Vado subito in ufficio a lavorare, sapete che è stato solo un primo Consiglio di insediamento, siamo tutti pronti a lavorare. Abbiamo fatto le nomine di rito, io subito vado prendere il dossier sulla legge delega sulla disabilità che è un tema urgente che dobbiamo subito portare all’attenzione e concludere in questi mesi. Voglio prendere in mano il tema dei caregiver familiari che in questi mesi sono stati fondamentali», afferma il ministro della Disabilità, Alessandra Locatelli.
«Abbiamo bisogno di velocizzare la semplificazione, quindi dobbiamo fare in modo che la Pubblica amministrazione sia vissuta come un riferimento positivo, smart, intelligente, e far sì che i cittadini pensino che la Pubblica amministrazione non è un intralcio», sono le prime parole da ministro della Pubblica amministrazione di Paolo Zangrillo. Mentre il primo a fare il punto politico è il ministro dell’Agricoltura e della sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida: «Lavoreremo in discontinuità» col governo Draghi, ma c’è «piena collaborazione» rispetto a «quanto è stato fatto di positivo» per l’Italia. Poi aggiunge: «L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è un governo di destra-centro. Lavoreremo a un’Italia più credibile nel mondo, vogliamo tutelare il prodotto italiano come fanno altre nazioni». «Il governo è già operativo. Neanche un mese dal voto e siamo subito al lavoro. È un messaggio chiaro, gli italiani non possono aspettare, non c’è tempo da perdere», twitta dopo aver lasciato Palazzo Chigi il ministro per le Riforme, Casellati. L’ultimo a rilasciare una dichiarazione all’uscita da Palazzo Chigi è il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani: «Giorgia ha detto che siamo chiamati a dimostrare che questo governo sarà una bella sorpresa per tutti». La campanella del sessantottesimo governo italiano è suonata. Tutti al lavoro.
Un programma di ben 56 cartelle, riassumibile in una frase: Draghi resti premier e il Pnrr non cambi di una virgola. È quello presentato al Senato da Carlo Calenda, nelle fresche vesti di front runner del cosiddetto terzo polo e dell’alleanza con Matteo Renzi. Che guarda caso, forse per enfatizzare il «passo indietro» tanto sbandierato nei giorni scorsi, non era presente alla conferenza stampa, preferendo lasciare la ribalta ai colonnelli (per lo più colonnelle) di Italia viva. Il problema però, è che mentre Calenda si produceva in un intervento fluviale, suscitando la viva preoccupazione di chi avrebbe dovuto prendere la parola dopo di lui, l’ex premier non rinunciava a dire la propria su alcuni temi - ad esempio reddito di cittadinanza e giustizia - sui quali la sintonia con l’eurodeputato romano non è del tutto registrata. Al contrario, mettendo insieme alcune enunciazioni di Maria Elena Boschi con quelle del leader Iv, l’impressione è che, a dispetto dell’annuncio calendiano della costituzione di un gruppo unico e di «una grande forza riformista e liberale subito dopo le elezioni», Renzi abbia già cominciato a dettare un’ipotesi di sponda per la nuova legislatura su alcune riforme come il presidenzialismo.
Tornando alla lunga allocuzione di Calenda sul programma del terzo polo, che per ora stando ai sondaggi non supera il cinque per cento, l’ex ministro ha affermato che «l’obiettivo è semplice: andare avanti con l’agenda Draghi e con il metodo Draghi, avere possibilmente Draghi come presidente del Consiglio, attuare le riforme del Pnrr. Per noi», ha spiegato, «questa legislatura è uno spartiacque, è la tragica fine della Seconda repubblica degenerata in bipopulismo». Una legislatura terminata in anticipo per questioni personali e non politiche: «Draghi», ha detto, «è caduto per le invidie di Conte, per le voglie di Berlusconi di diventare presidente del Senato e per le paure di Salvini di perdere consensi». A dispetto dei citati sondaggi, però, l’esito delle elezioni è tutt’altro che scontato: «Non esiste il voto utile, perché ci sono in campo quattro coalizioni, non due. La partita è sul proporzionale al Senato e possiamo vincerla rivolgendoci a tutti gli italiani». Immancabile il quotidiano episodio di simil-bullismo nei confronti di Enrico Letta, con cui ribadisce di aver «tentato di fare un’alleanza basata sull’agenda Draghi e non su 18 patti. Voglio dire agli elettori del Pd», ha incalzato, «che cinque minuti dopo le elezioni si rialleeranno coi 5 stelle. Noi invece con Iv abbiamo fatto un accordo per costituire gruppi unici e avviare la costruzione di un grande partito liberale e riformista immediatamente dopo le elezioni».
A chi gli fa notare l’assenza dell’ex sindaco di Firenze, Calenda replica con l’annuncio di una «grande iniziativa insieme a Milano», mentre per quanto riguarda le candidature, Calenda conferma che correrà nel collegio Roma 1. Ma come si diceva, l’assenza di Renzi da Palazzo Madama non ha significato certo assenza dal dibattito. Al contrario, il leader di Iv ha detto cose importanti, partendo curiosamente da un punto di divaricazione dalle idee di Calenda: «Abbiamo punti di vista diversi con Calenda», ha sottolineato, «sul reddito di cittadinanza, io sono più tranchant, ma condividiamo il fatto che questa misura voluta da Di Maio, Salvini e Conte non ha funzionato». E anche sul presidenzialismo, Renzi è andato giù certamente in modo più netto del suo «socio»: «Chi dice che è una minaccia per la democrazia afferma che Usa o Francia non sono Paesi democratici, il che è una follia». Non banale, l’ex premier, nemmeno sulla questione della prima ondata del Covid e sulle malversazioni che l’hanno accompagnata, quando si rivolge direttamente a Conte e Letta per chiedergli un parere sulla commissione d’inchiesta «su chi ha rubato» sul coronavirus che lui ha proposto. Se c’è un punto, però, dove Iv ha spinto sull’acceleratore in un modo assolutamente compatibile con alcuni suggestioni di centrodestra, è la giustizia, tanto che la Boschi, dopo aver ricordato con commozione Niccolò Ghedini, ha declinato una serie di proposte in qualche modo sovrapponibili a quelle avanzate nei giorni scorsi da Silvio Berlusconi su questo argomento: «Vogliamo chiarire», ha detto, «che noi stiamo dalla parte del garantismo, questo è fondamentale per ripristinare un rapporto di fiducia tra cittadini e sistema giudiziario che è ai minimi storici. Vogliamo ripartire dalle riforme mancate di questa legislatura. La separazione delle carriere e una riforma più coraggiosa del Csm restano per noi temi centrali. Chiediamo una valutazione effettiva dei magistrati. Abbiamo poi bisogno di ridurre i tempi della giustizia per garantire i diritti dei cittadini e l’operatività delle imprese, vogliamo rivedere la prescrizione». Dulcis in fundo, facendo eco al Cavaliere, la Boschi ha chiaramente affermato di essere «per la inappellabilità delle sentenze di assoluzione».






