Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d’Italia Alessandro Ciriani durante la sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo.
Luca Ciriani (Imagoeconomica)
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani: «Quella misura non ha creato nemmeno un posto di lavoro, portava solo voti al M5s. Conte? Da un ex premier mi aspetto più intelligenza. O quanto meno pudore».
«Il Reddito di cittadinanza è servito solo a garantire voti ai 5 stelle: Conte abbia un po’ di pudore. Chi può lavorare non ha bisogno di protestare in piazza: la dignità si ottiene lavorando». Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, difende la scelta del governo sul sussidio, e rilancia l’opera sull’economia: «Dopo l’approvazione in Parlamento, facciamo partire la delega fiscale e intanto pensiamo alla prossima finanziaria, che certamente non sarà una manovra elettorale». E respinge gli attacchi dell’opposizione: «Non accettiamo lezioni, soprattutto sulla Rai e su Saviano».
Lei ha preso posizioni durissime sul reddito di cittadinanza. Dopo il taglio da parte del governo, non ha paura che montino rivolte sociali?
«Non temo la piazza, e nessuno deve sentirsi in diritto di soffiare sul fuoco della protesta. C’è qualcuno che spera in qualche vantaggio elettorale da tutto questo. Sono sempre stato critico nei confronti di questo strumento, il cui taglio era previsto da mesi. A conti fatti, non ha creato un solo posto di lavoro ed è stato fallimentare sotto ogni punto di vista. Insomma, il suo effetto si è limitato soltanto a garantire una rendita elettorale ai 5 stelle».
Forse si poteva evitare la comunicazione agli interessati tramite sms?
«L’sms non sarà stata la modalità più consona, ma non nascondiamoci dietro a un dito. Chi può lavorare non ha bisogno di andare in piazza, ma trova proprio nel lavoro la dignità e l’affermazione professionale. Le persone bisognose, i veri poveri, i cittadini che lavorare non possono, verranno garantite come e più di prima».
Il leader 5 stelle Giuseppe Conte, in Parlamento, ha alzato la voce: «Il governo mandi un altro sms e chieda scusa».
«Da un ex presidente del Consiglio, da chi ha varato il reddito di cittadinanza, mi aspetterei polemiche più intelligenti, o perlomeno un po’ di pudore».
A proposito di polemiche più o meno intelligenti: che ne pensa di Piero Fassino che in Parlamento sventola il cedolino dello stipendio da parlamentare, negando che si tratti di uno stipendio d’oro?
«Non nutro alcuna simpatia per i populismi, ma io quel gesto non l’avrei fatto. È suonato provocatorio nei confronti di tanti italiani che 4.000 euro al mese non li vedranno mai. È giusto che i parlamentari guadagnino bene, ma sventolare la busta paga in aula mi è sembrata una mancanza di sensibilità politica e sociale».
Si aspettava toni diversi, dal rappresentante di un partito socialdemocratico?
«È stata una mossa che fa a pugni con la storia della sinistra, che in teoria dovrebbe rappresentare gli ultimi, le periferie. Insomma, forse al di là delle intenzioni di Fassino, è apparso come un gesto di puro autolesionismo, per di più offensivo per chi non arriva a fine mese».
Intanto il Pil italiano cala a sorpresa nel secondo trimestre: ci sono rischi per la tenuta dell’economia?
«Non sottovaluto le indicazioni dell’Istat sul Pil, ma ricordiamoci che Ocse e Fmi hanno stimato che la crescita del Paese sarà in linea con le previsioni del Def. Confrontando la situazione italiana con i Paesi modello, Francia e Germania, comprendiamo che stiamo facendo meglio degli altri. Restiamo ottimisti, anche considerando che l’ultima finanziaria è stata una strada obbligata, tutta incentrata sugli aiuti in bolletta».
Mentre si vara la delega fiscale, sapete già dove troverete i fondi per finanziare la riforma Irpef?
«La rivoluzione fiscale non si fa in sei mesi o in un anno. Troveremo le risorse in finanziaria, mentre il taglio del cuneo fiscale da 9 miliardi dovrà diventare strutturale. La strada è tracciata, e un passo alla volta completeremo il quadro in cinque anni. Ricordiamoci che fino a pochi mesi fa si dipingeva un Paese a picco, condannato dai prezzi dell’energia alle stelle: oggi, al contrario, arrivano ottimi dati sull’occupazione. C’è da essere fiduciosi».
Con la delega fiscale, vi accusano di aver fatto un grande regalo agli evasori.
«La lotta all’evasione, al contrario, resta una priorità, e presto compariranno nuovi strumenti tecnologici di controllo. Ma siamo consapevoli che questa lotta passa soprattutto da un cambio di atteggiamento nei confronti dei contribuenti: lotta serrata ai furbi, ma senza colpevolizzazioni a tappeto dei cittadini. Questo cambio di registro siamo convinti possa produrre, tra le altre cose, anche un aumento delle entrate».
Come farete a tenere a bada le richieste degli alleati in vista della prossima manovra?
«Un passo per volta. Anzitutto occorre dare concreta applicazione alla delega fiscale, propedeutica agli atti successivi, e anche alla manovra finanziaria. Però posso già dire che continueremo a seguire il solco del programma di centrodestra: meno tasse per le famiglie e per le imprese che assumono. E non ci sarà nessun assalto alla diligenza: di sicuro non si configurerà come una manovra “elettorale”» .
Intanto il carovita morde. Le misure per calmierare il carrello della spesa, il «trimestre antinflazione», saranno davvero efficaci?
«Iniziative come queste hanno una finalità importante: promuovere una collaborazione tra governo, imprese ed esercenti per tamponare l’ascesa dei prezzi. Sappiamo benissimo che non si possono calmierare i listini per decreto, né regolare al centesimo i prezzi con un tratto di penna, dal momento che non viviamo, fortunatamente, in un sistema sovietico. Però possiamo appellarci al buon senso di tutti, mentre il governo controllerà e punirà chi fa il furbo sui prezzi».
E la benzina?
«Il nuovo decreto è appena entrato in vigore, e non per andare contro la categoria dei benzinai, bensì contro i pochi profittatori del settore. L’unica soluzione per raffreddare i prezzi attiene alle politiche monetarie, che passano sopra la nostra testa. Da par nostro, stiamo lavorando sul rafforzamento del potere d’acquisto delle famiglie: 30 miliardi sulle bollette, taglio del cuneo fiscale, welfare aziendale, aumento e rivalutazione delle pensioni minime. L’obiettivo è difendere il ceto medio-basso del Paese, cioè la maggioranza degli italiani».
Sul salario minimo si parla di un confronto forse già a settembre con l’opposizione. Un accordo è possibile?
«È complicato: troppo distanti le posizioni economiche e culturali. Siamo disposti a ragionare ed ascoltare tutti, ma la vedo dura raggiungere un compromesso».
Presterete ascolto a Renzi sull’idea dell’elezione diretta del premier?
«Non prendiamo lezioni da Renzi. L’idea presidenziale, che passa per il rafforzamento dell’esecutivo, è la nostra battaglia da sempre. È un’idea nata con il centrodestra».
Autonomia e presidenzialismo viaggiano ancora insieme, nella vostra agenda delle riforme?
«Sono due treni paralleli. Il treno della riforma Calderoli e il treno presidenzialista, anche se il secondo ha un tragitto più complesso. Ovviamente sono due facce della stessa medaglia. La grande riforma del Paese prevede maggiore autonomia per le Regioni che sono in grado di amministrare i loro territori, e un sistema istituzionale centrale più forte, stabile e autorevole. Le due cose non possono che stare insieme».
Intanto il Pd continua ad accusarvi di occupare il potere in maniera disinvolta, a cominciare dalla Rai.
«Come si dice dalle mie parti, è il Carnevale che parla male della Quaresima. Loro, massimi esperti di occupazione di potere, accusano noi? Siamo il primo governo, da anni, espressione del voto popolare, che ha il dovere di nominare i vertici politici e parapolitici. Quando lo faceva la sinistra era democrazia: se proviamo a farlo noi, è occupazione?».
Toccare Roberto Saviano è suonato come un affronto…
«Non esiste il diritto degli intellettuali di sinistra di attaccare gli avversari in maniera scomposta. Non capisco perché a Saviano debba essere tutto perdonato, mentre se Filippo Facci scrive una frase di dubbio gusto va cacciato dalla Rai. Ci sono due pesi e due misure».
Dunque?
«Dunque la sinistra può stare tranquilla. Non faremo come loro, che ai tempi esclusero Fratelli d’Italia, unica forza d’opposizione, dal cda Rai. Da un lato non ci facciamo dettare dagli altri le assunzioni in Rai, dall’altro garantiremo democraticamente a tutte le forze politiche di essere rappresentate nella tv pubblica, e di avere voce nei palinsesti».
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Luca Ciriani (Imagoeconomica)
Il ministro: «Puntiamo ad approvare la riforma in prima lettura almeno in una Camera. Vogliamo dialogare con le opposizioni, ma se la risposta sarà l’ostruzionismo faremo le nostre scelte come promesso agli elettori».
Luca Ciriani, ministro per i rapporti con il Parlamento, state preparando lo spoils system per le alte burocrazie? L’opposizione vi accusa di preferire la fedeltà al merito.
«Sono accuse che mi fanno sorridere. Si chiama democrazia: chi vince ha il diritto e il dovere di scegliere le persone con cui collaborare. E non si capisce perché le persone capaci debbano stare solo a sinistra. I buoni professionisti ce li abbiamo anche noi».
Dunque non sarà un’occupazione?
«Se vogliamo parlare di occupazione, o di lottizzazione selvaggia di tutte le caselle del potere, allora il Pd potrebbe darci lezioni universitarie».
Enrico Letta dice che la rimozione di Giovanni Legnini dall’autorità per la gestione del post-terremoto è un «brutto segnale». Polemica sproporzionata?
«Una polemica del tutto strumentale. Anzi quello dell’opposizione mi sembra un atteggiamento intimidatorio, che punta a paralizzare l’attività di governo per difendere un sistema di potere che in questi anni il Pd ha coltivato con grande professionalità. Se non ricordo male Legnini fu il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione Abruzzo…».
Dunque userete il machete per le posizioni apicali, come dice il ministro Guido Crosetto?
«Non andremo né di machete né di bisturi. Non faremo tabula rasa, ma dove sarà necessario verranno inserite persone capaci e di fiducia. A parità di bravura, non vedo cosa ci sia di male nello scegliere persone fidate: non è forse ciò che fanno da anni governi, governatori e sindaci di sinistra? Poi in politica ognuno risponde delle proprie decisioni: se scegliessimo qualcuno che è incapace, andremmo contro i nostri stessi interessi e ne pagheremmo le conseguenze».
Il 2023 sarà l’anno delle riforme istituzionali in senso presidenziale?
«Ci piacerebbe approvare la riforma in prima lettura almeno in una delle due Camere entro la fine dell’anno. Questo sarebbe già un bel successo. Ma oltre al discorso sulla tempistica, ciò che più conta è guardare anche al di fuori del perimetro di centrodestra».
Dunque scriverete la riforma con le opposizioni? Non sembra essere partito un vero dialogo, finora…
«Questa riforma non vuole rappresentare una rivincita del centrodestra sul centrosinistra. Abbiamo l’ambizione di pensare a un progetto per il Paese, che metta fine all’instabilità cronica dei governi. Avere governi forti e stabili, che abbiano tempo e modo di realizzare i programmi, dovrebbe essere interesse di tutti. Dunque confrontiamoci: tendenzialmente le regole del gioco si scrivono insieme».
E i contenuti? Davvero insisterete sull’elezione diretta del capo dello Stato?
«La mia opinione è che un semipresidenzialismo sia la formula che meglio si attaglia al nostro Paese. Ma non dev’essere alla francese o alla tedesca: dev’essere semplicemente adatto all’Italia».
E il governo si prenderà la responsabilità del progetto o si passerà da una Bicamerale?
«Si può fare attraverso una proposta complessiva elaborata dal governo, oppure attraverso una Bicamerale, che però non sia pura accademia. Sarebbe interessante scoprire se c’è un terreno comune su cui ragionare. Se la risposta che ci arriverà sarà l’ostruzionismo, allora faremo le nostre scelte come promesso agli elettori».
Nell’anno delle grandi scelte, in tanti si aspettano una riforma del fisco. C’è spazio?
«Molto dipenderà dalle condizioni economiche del Paese. Abbia varato una manovra tutta incentrata sul sostegno alle bollette, con previsioni fino a fine marzo. Da quel momento in poi capiremo quali sono le reali possibilità sul fisco, onde evitare promesse impossibili. Certo, la riforma fiscale resta un obiettivo di legislatura: il proposito è quello di continuare sulla strada dell’abbassamento del cuneo fiscale e degli aiuti alle imprese, riproponendo il principio del “più assumi meno paghi”».
Cambieranno anche i meccanismi per l’attuazione del Pnnr?
«Il problema è che il Pnrr è stato scritto in un’altra epoca storica, quando non c’era la guerra in Ucraina e l’esplosione dell’inflazione. È chiaro che alcune misure rischiano di essere senza logica».
Quindi?
«Un adattamento del Pnrr va fatto, non per mettere in discussione il sistema ma per renderlo più efficace. Da una parte arriveranno norme per accelerare le procedure, grazie all’ottimo lavoro del ministro Fitto; dall’altra manterremo sempre un rapporto stretto con gli enti locali».
Nel portare avanti queste pratiche, non sarà facile gestire gli alleati della coalizione: serve una cabina di regia?
«Magari non la chiamerei “cabina”: sa troppo di “ancien regime”, di antichi riti barocchi da prima Repubblica. In realtà di incontri di maggioranza a Palazzo Chigi ne facciamo spesso, e finora la sintesi è sempre riuscita. Ma non sono contrario a istituire un momento particolare in cui si ragiona insieme».
Si ragiona insieme anche sul grande partito unico conservatore che possa rappresentare in futuro l’intero centrodestra? In vista delle elezioni europee del prossimo anno c’è un cantiere aperto?
«Quel grande partito conservatore c’è già, ed è Fratelli d’Italia. Credo che i “partiti unici” in Italia non abbiano mai funzionato, né a sinistra né a destra. Gli italiani non amano il partito unico: vogliono pluralità di voci. Anche il tentativo del Pdl, qualche anno fa, è finito male».
Dunque meglio restare separati?
«Per quanto mi riguarda, è meglio l’attacco a tre punte: una tattica che funziona bene sia sul piano politico, perché facilita le decisioni, sia sul piano elettorale. Mi accontenterei di un sistema bipolare, con coalizioni organizzate in due o tre partiti, uniti nelle loro diversità. Sia chiaro, tutti sempre ben consapevoli che il campo di gioco è quello del centrodestra, senza mai fare giri di valzer altrove».
Dopo l’incontro tra Giorgia Meloni e il capo del Ppe Manfred Weber, qual è la strategia a livello europeo? Qualcuno dipinge Fdi come un partito sempre meno sovranista e sempre più conservatore. A che pro volete accreditarvi in Europa?
«Già al congresso di Milano avevamo tracciato il percorso: il nostro è un partito che non si è mai autoghettizzato, o che si è isolato in una posizione di pura testimonianza. Fratelli d’Italia è nato per arrivare dove è oggi: governare il Paese nel miglior modo possibile».
E fuori dai confini italiani?
«Fuori dai nostri confini, la speranza è che alle elezioni europee dell’anno prossimo si possa rovesciare l’assetto di potere che regna in Europa da troppi anni. L’obiettivo è rompere il patto storico tra popolari e socialisti, e far vincere il centrodestra anche a livello europeo».
Per potere in futuro riformare le istituzioni comunitarie, cominciando dalla Bce? Sull’aumento dei tassi pare si stia formando un’asse Italia-Portogallo.
«Il nostro obiettivo è far contare di più gli interessi italiani in Europa. Io rispetto la Bce come autorità indipendente, ma gli stati nazionali sono direttamente interessati dalle sue scelte e non possono solo rimanere in silenzio. Qualche riflessione andrebbe forse fatta».
Dunque immagina una banca centrale non più totalmente libera?
«Non è compito mio intervenire su questa materia, certamente nessuno vuole mettere in discussione l’indipendenza della Bce, è un valore nelle democrazie costituzionali. Come però dice il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, esprimere un’opinione sulle mosse future non è una critica, ma è intervenire in un dibattito che è giusto ci sia».
Siete sicuri che, di fronte a un rischio di ritorno pandemico, non torneremo alle vecchie restrizioni? Andrea Crisanti, oggi senatore Pd, dice che siete un po’ confusi…
«Le polemiche di Crisanti mi sembrano del tutto sconclusionate. Come abbiamo detto in campagna elettorale, stiamo cercando di accompagnare questo Paese verso la normalità. Gli italiani hanno l’esigenza di tornare a vivere in maniera serena, non soltanto per quel che riguarda l’aspetto sanitario, ma soprattutto per motivi economici. Il Paese ha bisogno di ripartire, e può farlo solo se gli viene restituita la sua normalità. Il ministro Schillaci sulla questione degli arrivi dalla Cina si è mosso con prontezza e prudenza. Gli allarmismi non sono soltanto inutili, ma anche dannosi. Crisanti si renda conto che oggi è un senatore della Repubblica e la smetta di gettare panico sugli italiani».
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Francesco Lollobrigida e Luca Ciriani (Ansa)
Francesco Lollobrigida e Luca Ciriani verso il cdm. Andrea Orcel (Unicredit) benedice Giancarlo Giorgetti all’Economia.
I due capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato, rispettivamente Francesco Lollobrigida e Luca Ciriani, potrebbero entrare a far parte del governo guidato da Giorgia Meloni. Lollobrigida e Ciriani sono stati appena riconfermati al vertice dei gruppi parlamentari, che avevano guidato già nella scorsa legislatura, ma a quanto apprende La Verità, potrebbero passare la mano ad altri colleghi per sedere in Consiglio dei ministri: «Giorgia», conferma una fonte del partito, «vuole con sé al governo i fedelissimi, persone di esperienza, i big del partito, per respingere gli attacchi che potrebbe avere da Forza Italia». Lollobrigida andrebbe all’Agricoltura, mentre Ciriani potrebbe andare allo Sviluppo economico. Per quel che riguarda la Giustizia, Carlo Nordio è ormai blindato. Maurizio Lupi, esponente di Noi Moderati, è in pole position per il ministero dei Rapporti con il Parlamento, e non a caso ieri ha pesantemente randellato Silvio Berlusconi, imponendogli in sostanza il silenzio: «Alle consultazioni», ha detto Lupi a Rainews 24, «parlerà Giorgia Meloni, altrimenti non servirebbe andare al Quirinale come unica delegazione della coalizione. Berlusconi, da fondatore del centrodestra, deve prendere atto che ora la leader è Giorgia Meloni». In questo folle post elezioni, quello che si è capito è che per accreditarsi con la quasi premier è indispensabile attaccare Berlusconi. La futura premier non dorme sonni tranquilli: secondo Donatella Di Nitto, capo della redazione politica di LaPresse, ci sarebbe un terzo audio del Cavo, pronto a uscire dopo il conferimento dell’incarico per la formazione del governo. In serata, però, la direttrice dell’agenzia ha smentito.
Stando alle indiscrezioni, comunque, la delegazione ministeriale di Fi sarà estremamente meno rilevante rispetto a quella della Lega, che pure ha ottenuto gli stesso voti degli «azzurri». Il Carroccio ha incassato la presidenza della Camera con Lorenzo Fontana, e in cdm conterà moltissimo: Giancarlo Giorgetti andrà al ministero più importante di tutti, ovvero l’Economia, con la benedizione di Mario Draghi, del governo di Washington e pure di Andrea Orcel, ad di Unicredit. La Verità già aveva spiegato che gli Usa avrebbero vigilato con attenzione sul ministero dell’Economia, che ha un ruolo centrale nel tradurre in pratica le sanzioni finanziarie e commerciali alla Russia. La Lega porta a casa anche il ministero dell’Interno, con il prefetto Matteo Piantedosi, mentre un altro ministero di fascia alta, Infrastrutture e trasporti, andrà al leader Matteo Salvini, che sarà anche vicepremier. Alla Lega andrebbero pure i ministeri agli Affari regionali (Roberto Calderoli), all’Istruzione (Giuseppe Valditara), e alla Disabilità (Alessandra Locatelli).
I ministri di Forza Italia invece sarebbero Antonio Tajani agli Esteri e vicepremier, Gloria Saccani all’Università, Anna Maria Bernini alla Pubblica amministrazione, Gilberto Pichetto Fratin alla Transizione ecologica e Maria Elisabetta Alberti Casellati alle Riforme: una delegazione leggerissima, rispetto a quella della Lega. Perché? Secondo fonti di Fdi, l’intenzione di Giorgia Meloni sarebbe quella di «tenersi buono» Salvini, perché ora «il nemico» è Forza Italia. «Lì dentro non si capisce chi comandi», dice alla Verità una fonte di Fdi, «Giorgia è determinata ad andare avanti, non si lascerà condizionare da niente e nessuno. In ogni caso, anche Salvini aveva chiesto con forza l’Agricoltura e il Turismo non li ha ottenuti». Sempre nell’ottica di togliere le castagne dal fuoco a Salvini, la Meloni starebbe pressando Letizia Moratti perché antri nel governo, in modo tale da liberare la strada a Attilio Fontana per la ricandidatura alla presidenza della Regione Lombardia, nella prossima primavera. Berlusconi, però, non molla la presa: «Il centrodestra», ha twittato ieri il leader di Forza Italia, rilanciando un passaggio di una intervista al Corriere della Sera, «è fatto di tre forze politiche, ognuna delle quali è numericamente e politicamente essenziale alla vita del futuro governo». Berlusconi continua a lanciare segnali di voler trattare, ma la Meloni non ha alcuna intenzione di cedere ed è pronta a presentarsi al Quirinale con una lista di ministri blindata.
Fratelli d’Italia, da parte sua, esprimerà come ovvio il grosso della squadra di governo: oltre alla premier sono del partito di maggioranza relativa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio (Giovanbattista Fazzolari), Adolfo Urso alla Difesa, Guido Crosetto o Luca Ciriani allo Sviluppo Economico, Marina Calderone al Lavoro, Carlo Nordio alla Giustizia, Raffaele Fitto alle Politiche Ue, Nello Musumeci al Sud, Daniela Santanchè al Turismo, Chiara Colosimo allo Sport, Giordano Bruno Guerri o Giampaolo Rossi alla Cultura. Alla Salute si parla di Guido Rasi o Francesco Rocca. Naturalmente tutte le scelte sono e saranno concordate con il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, sconfortato per le evoluzioni di queste ore sul fronte internazionale, che confidava in un inizio di legislatura meno turbolento e con il quale la Meloni è in costante contatto.
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