Guai ad arrivare in ritardo in Svizzera, gli elvetici sono affezionati al luogo comune sul loro conto: nel giorno dei sorteggi delle coppe europee, gli operatori di sicurezza della kermesse riunita a Nyon hanno bloccato all’ingresso persino Javier Zanetti. L’ex colonna nerazzurra, arrivato pochi minuti dopo l’inizio del carosello delle urne, ha avuto un bel da fare a sottolineare di essere il vicepresidente dell’Inter. Solo l’intervento di qualche alta sfera ha fatto desistere il robotico bodyguard dal compiere senza deroghe il suo incarico. Facezie a parte, agli interisti poteva andare peggio. Agli ottavi di Champions se la vedranno con l’Atletico Madrid. La sfida è spassosa: si confrontano due filosofie di calcio antitetiche, Coppi e Bartali, D’Annunzio e Gozzano, mare e montagna. Gli interisti di Simone Inzaghi, se giungessero a metà febbraio integri e pimpanti come in questo periodo, esprimerebbero un calcio spumeggiante, un centrocampo solido e coeso, un attacco con Lautaro Martinez che giganteggia e Marcus Thuram che rappresenta il più deflagrante colpo di mercato dell’ultimo periodo a trazione Marotta. Domare il cholismo - il calcio pensato da Simeone -, non sarà semplice: gli spagnoli sanno abbassare il ritmo, sono maestri del non-gioco, alla bisogna piazzano i tir davanti alla difesa, se infilzano con il contropiede fanno fare all’avversario la figura dello spiedino. Antoine Griezmann segna a profusione, Alvaro Morata è decisivo, la compagine, quarta nella Liga, in Champions ci sguazza. Tuttavia se Inzaghi coglie i giusti pertugi, l’Inter è un pelo favorita. La Lazio affronterà il Bayern Monaco, mentre il Napoli incrocia i guantoni col Barcellona. Difficile comprendere come mai tanti musi lunghi attanaglino l’umore dei laziali in questo periodo. La squadra di Maurizio Sarri, nell’anno della cessione del colosso Sergej Milinkovic-Savic, ha raggiunto il primo obiettivo di stagione: gli ottavi nel massimo torneo europeo significano soldi, prestigio, punti nel ranking, un’iniezione di fiducia per il campionato. Nemmeno il Milan c’è riuscito. Il Bayern di Tuchel, certo, è a una distanza siderale. Harry Kane è un soverchiatore di record, Sanè, Müller e Musiala operano tagli che neanche i maestri cesellatori, ogni tanto la squadra soffre di qualche amnesia in Bundesliga, ma batterla sarebbe un’impresa epica. Sarri e i suoi dovrebbero accontentarsi di scendere in campo senza sfigurare o prendere imbarcate, sarebbe una soddisfazione in attesa di impostare il mercato dell’anno prossimo. Il Napoli campione d’Italia non ha nulla da perdere. Walter Mazzarri, furbo traghettatore, ha accettato di rimpiazzare Rudi Garcia in panchina per soli sette mesi sapendo che - cogliendo risultati - potrà ben ricollocarsi in qualche piazza la stagione successiva. È allenatore scafato, si è limitato a rinsaldare le certezze dello spallettismo, ha ridato fiducia a Osimhen, Kvaratskhelia e ai punti di riferimento dello spogliatoio, aggiungendo poco pepe a una ricetta già collaudata che l’incauto Garcia aveva bruciacchiato. Il Barça di Xavi propone il 4-3-3 tipico della cantera, schiera Lewandowski centravanti con Joao Felix, Raphinha o Ferran Torres. In mezzo, sostanza e intelligenza grazie a Pedri, Gundogan e alla regia di de Jong. La difesa è fragile, i partenopei, proponendo un calcio dalle corte distanze, possono centrare la porta. E se Mazzarri dovesse passare il turno, per lui sarebbe una legion d’onore da appuntare nei futuri contratti con altre società, per Thiago Motta o altri eventuali tecnici (si dice) in odor di Napoli l’anno prossimo, significherebbe trovare un ambiente carico. L’Europa League sarà invece il nuovo campo di battaglia del Milan. Approdato come terza squadra nel girone di Champions, il Diavolo disputerà lo spareggio col Rennes per accedere agli ottavi del secondo torneo europeo. I francesi, tredicesimi nella Ligue 1, sono compagine modesta, benché in passato abbiano lanciato Camavinga. Sulla carta i milanisti non avranno problemi a imporsi. Innescando in Stefano Pioli un dilemma: puntare a vincere la coppa o allentare le maglie e concentrarsi sul campionato. L’Europa League è trofeo prestigioso, nessuna italiana l’ha ancora vinta, consente l’accesso alla Champions da testa di serie e impreziosirebbe una stagione fino a oggi deludente. Ma il Milan è funestato dagli infortuni muscolari e la preparazione atletica, uno dei talloni d’Achille della gestione Pioli, dovrà essere ricalibrata per non soccombere ed essere costretti a contorcimenti tattici come schierare Theo Hernandez centrale difensivo. L’altro spareggio vede la Roma di Lukaku opposta al Feyenoord, in una riedizione della finale di Conference League vinta dai giallorossi due anni fa. La formazione di Mourinho pratica un calcio che definire catenacciaro è eufemismo cordiale, ma lo Special One, istrionico e comunicatore sulle masse, si esalta quando si tratta di mettersi in mostra sul continente. Attenzione all’ordine pubblico: già nel 2015, in mezzo ai tafferugli, i tifosi di Rotterdam assaltarono la Barcaccia di piazza di Spagna scatenando un incidente diplomatico. L’Atalanta di Gianpiero Gasperini gongola, attendendo gli avversari agli ottavi. Essendo arrivata prima nel suo girone, disputando buone partite, non dovrà disputare spareggi. Stessa sorte per la Fiorentina di Vincenzo Italiano, ma in Conference League. Lì, gli spareggi vengono disputati tra le terze dei gironi di Europa League e le seconde di quelli di Conference. La viola, giunta prima nel suo gruppo, può riposarsi e attendere l’avversario due settimane in più. Non scordando che la vittoria nel terzo torneo d’Europa è obiettivo assai abbordabile.
Da personaggio più odiato di Germania, per ragioni sportive legate al controverso acquisto della maggioranza dell'Hoffenheim, il magnate tedesco può finalmente trovare riscatto tra i suoi connazionali grazie alla possibile scoperta del vaccino contro il coronavirus al quale sta lavorando da settimane la casa farmaceutica CureVac di cui è proprietario. E alla presunta offerta di acquisto in esclusiva per gli Usa da parte del presidente americano ha risposto picche: «La proposta di Trump è fuori discussione».
Calcio, coronavirus e... Donald Trump. Sono i tre elementi di una storia che, se andrà a buon fine come tutti ci auguriamo, potrà in futuro essere degna di una sceneggiatura da cinema. La storia di Dietmar Hopp, uno degli uomini più odiati da tutti i tifosi di calcio in Germania, trasformatosi in eroe per aver realizzato, grazie alla azienda farmaceutica CureVac di cui ne è il proprietario, il vaccino in grado di combattere il Covid-19 e arrestarne la diffusione. Non solo in Germania, ma in tutto il mondo. Già, in tutto il mondo. Perché è questo particolare che rende la vicenda più intrigante e che fa entrare in scena il presidente degli Stati Uniti. Secondo i media tedeschi, in particolare il Welt am Sonntag, appena avuto notizia dei progressi portati avanti dalla casa farmaceutica tedesca, Trump si sarebbe posto come obiettivo quello di acquistarla per avere poi l'utilizzo esclusivo del vaccino negli Usa, avanzando un'offerta monstre di un miliardo di dollari. Condizione alla quale Hopp ha risposto così: «Che il vaccino venga utilizzato esclusivamente negli Stati Uniti, per me non è un'opzione. Ho parlato con la compagnia e ho subito detto loro cosa pensavo e hanno capito subito che la proposta di Trump è fuori discussione». Dall'America non è emersa alcuna conferma, anzi attraverso il New York Times è arrivata pure la smentita dell'ambasciatore americano in Germania, ma che un'offerta ci sia stata lo ha fatto capire perfino il ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer.
Ma facciamo due passi indietro. Di Dietmar Hopp e dell'odio che ogni domenica i tedeschi gli riversano contro dalle gradinate degli stadi se n'è parlato in Italia, così come in tutto il resto d'Europa e del mondo, non più tardi di 20 giorni fa, quando ancora il coronavirus non aveva bloccato i campionati di calcio e alla PreZero Arena di Sinsheim, stadio dell'Hoffenheim, si giocava la partita tra i padroni di casa e il Bayern Monaco (vinta 6-0 dai bavaresi). Match che non solo veniva interrotto per ben due volte dall'arbitro a causa degli insulti pesanti rivolti dai tifosi ospiti al patron dell'Hoffenheim, ma vedeva anche la protesta plateale contro i propri sostenitori da parte degli stessi giocatori del Bayern che, al rientro in campo, avevano deciso insieme agli avversari di rimanere immobili senza giocare per gli ultimi 12 minuti. Nel post partita perfino l'allenatore del Bayern, Hansi Flick, spese parole di solidarietà nei suoi confronti: «Voi non avete idea di chi state offendendo, Dietmar Hopp investe milioni nella ricerca medica».
L'altro flashback riguarda i motivi per i quali Hopp è così odiato in Germania. La sua storia imprenditoriale comincia nel 1972, anno in cui insieme a quattro amici decide di fondare a Weinheim, cittadina situata a Sud Ovest della Germania nel Land del Baden-Württemberg, la Sap, società di software gestionali, diventata poi con il tempo il terzo gruppo IT più grande al mondo dopo Microsoft e Oracle. Nel 1995 ha poi creato la Dietmar Hopp Foundation, una sorta di onlus che ha messo insieme negli anni milioni e milioni di euro da devolvere in beneficienza in diversi settori, dallo sport alla medicina passando per l'istruzione e altre attività sociali. Il calcio e l'Hoffenheim avevano già fatto parte della sua vita ancor prima che decidesse, nel 1989, di investirci denaro per portare il club in cui aveva giocato e per il quale faceva il tifo ai massimi livelli del calcio nazionale. Gli ci vogliono 19 anni per compiere la scalata dalla Kriesliga, il punto più basso del pallone tedesco, alla Bundesliga. Si calcola che al 2018 abbia investito nel club più di 350 milioni di euro, compresi i 100 necessari per la costruzione di un nuovo impianto da 30.000 posti, la Rhein-Neckar Arena, rinominata poi PreZero Arena. In poche parole ha preso una piccola squadra di un sobborgo rurale di 3.000 abitanti e l'ha trasformata in un club che da 11 anni consecutivi a questa parte partecipa alla Bundesliga e che nella passata stagione ha disputato addirittura la Uefa Champions league. Per farlo gli ci sono voluti moltissimi soldi e l'aggiramento di una norma che impedisce a un unico soggetto di impossessarsi delle quote di maggioranza di un club calcistico. Sembrerà poco, ma tanto basta per far odiare ai tedeschi il mecenate settantanovenne al pari dell'altra squadra costruita dal nulla, il RasenBallsport Leipzig, più comunemente conosciuto come il RedBull Lipsia. Perché in Germania il calcio è ancora un mondo ovattato dove, solo il ricco Bayern Monaco, con qualche eccezione tipo Borussia Dortmund (che sì spende ma adotta comunque la politica del «far crescere i giovani, valorizzarli, venderli e reinvestire»), possono permettersi grosse spese e dove vige ancora un certo rigore finanziario. L'accusa è quella di aver ammazzato a suon di milioni la logica dell'equilibrio finanziario della lega tedesca. In Germania scrivono che «Hopp è la commercializzazione personificata del calcio e che l'Hoffenheim occupa un posto in Bundesliga togliendolo ad altre squadre con più tradizione».
Il calcio, così come lo sport in generale, offre spesso occasioni di riscatto sociale e umano. In questo caso però, Dietmar Hopp, dal calcio ha avuto sì tanti successi con la sua squadra, ma si è conquistato anche una brutta fama, in Germania e all'estero. Ora, l'occasione di riscatto gliela offre la CureVac, la sua casa farmaceutica che dalla fine del mese di gennaio si è messa seriamente al lavoro per studiare un vaccino contro il coronavirus e che potrebbe essere pronto entro l'autunno. «Sarei felicissimo se questo risultato potesse essere raggiunto attraverso i miei investimenti a lungo termine in Germania. Speriamo di essere in grado di sviluppare presto un vaccino efficace contro il coronavirus e questo non dovrebbe raggiungere una sola persona ma dovrebbe proteggere quanta più gente possibile in tutto il mondo» ha dichiarato qualche giorno fa Hopp all'agenzia Reuters. Dalla CureVac, il vice Ceo Franz-Werner Haas ha fatto però sapere «di non essere al corrente di nessuna offerta da parte di Trump o da qualsiasi organizzazione governativa per rilevare la società o avere produzioni riservate di vaccini in esclusiva per il mercato statunitense». Sta di fatto però, che non solo Hopp, ma anche il governo tedesco, ha parlato pubblicamente di questa presunta offerta.
Una squadra di calcio per valere più di mezzo miliardo deve avere il proprio stadio
- Le prime due squadre in classifica per utilizzo medio dello stadio di proprietà sono il Manchester United e il Bayern Monaco. Il club inglese e quello tedesco sono gli unici ad aver ottimizzato le strutture al 100%.
- Nuovo stadio Roma: per arrivare a una soluzione mancano ancora diversi step, forse troppi, a distanza di sette anni dall'arrivo di James Pallotta. L'accordo per la costruzione dovrà passare da un accordo tra i 5 Stelle del comune di Roma e la regione Lazio del Partito democratico di Nicola Zingaretti.
- Real Madrid e Manchester United sono gli unici due club a sfondare il tetto dei 3 miliardi di euro per valore d'impresa. Il primo club italiano è la Juventus, decima in classifica con un miliardo e 548 milioni di euro.
Lo speciale contiene tre articoli.
Dando uno sguardo al Football clubs' valuation: the european elite 2019, lo studio di Kpmg che ha analizzato e passato al setaccio i bilanci delle squadre di calcio europee, si capisce perché tutti i club spingano per avere uno stadio di proprietà.
Secondo l'indagine, le squadre del Vecchio continente con i ricavi maggiori sono quelle che riescono a riempire lo stadio di proprietà almeno il 66% del tempo in un anno. Tra i club dei vari Paesi, quelli inglesi sono decisamente quelli che riescono a fare meglio quanto a utilizzo dello stadio di proprietà.
Lo studio fa riferimento alla stagione 2017/2018 e si intuisce come la percentuale di utilizzo di uno stadio sia determinate per i conti di un club calcistico. Il conto che fa Kpmg è semplice: sono state calcolate le ore vendibili, quelle in cui si tiene una partita, rispetto alle giornate che ci sono in un anno (escluse feste o ricorrenze in cui lo stadio deve rimanere vuoto).
Il Barcellona, per esempio, è una squadra che riempie il suo Camp Nou il 66% del tempo, la percentuale minore tra i primi dieci club in Europa. Da notare, inoltre, come la squadra catalana sia anche quella che spende di più per il personale. Su un risultato operativo di 689 milioni di euro, l'81% viene speso per lo staff, non solo giocatori sia ben chiaro.
Al contrario il Tottenham, con il 76% di utilizzo dello stadio in un anno è la squadra che spende meno per il suo staff rispetto al risultato operativo. Solo il 39% di 430 milioni.
Il Real Madrid, la squadra europea con le spalle più larghe sotto il profilo finanziario, riempie lo stadio in un anno l'81% del tempo, spendendo il 58% dei suoi 743 milioni di euro di risultato operativo per lo staff.
Salendo in classifica si arriva alla prima squadra italiana, la Juventus. La Vecchia signora, come la chiamano i tifosi, l'anno scorso ha totalizzato 402 milioni di risultato operativo, spendendo il 64% di questi per lo staff (tra cui figura Cristiano Ronaldo che prende 30 milioni a stagione). I bianconeri entrano a tutto diritto nel club di chi utilizza lo stadio di proprietà almeno il 90% del tempo. La Juventus, secondo Kpmg, lo fa per il 95% del tempo in 12 mesi.
A questo punto della classifica stilata da Kpmg si intuisce perché in Inghilterra il calcio sia tanto importante. Tra le prime cinque squadre per utilizzo dello stadio in un anno, quattro appartengono a Sua Maestà.
Arsenal, Liverpool e Chelsea sono tutte vicino alla perfezione con una media annuale del 99% di utilizzo dello stadio di proprietà.
Partiamo dall'Arsenal. Il suo Emirates Stadium ha permesso alla squadra di realizzare un risultato operativo di 439 milioni di euro nella stagione 2017/2018. Il 62% di questi sono stati spesi per lo staff.
C'è poi il Liverpool con 514 milioni di euro e il 58% delle spese per lo staff. Anfield, che dal 1892 ospita le partite del club inglese, viene occupato il 99% del tempo disponibile in un anno.
Valori molto simili per il Chelsea. Stamford Bridge viene utilizzato il 99% dell'anno e aiuta in modo significativo a generare la gran parte dei 506 milioni che la squadra realizza ogni anno. Circa il 55% di questi vengono spesi per lo staff della squadra.
Le prime due squadre in classifica per utilizzo medio dello stadio di proprietà sono il Manchester United e il Bayern Monaco.
Il club tedesco è riuscito nella passata stagione a riempire il suo stadio, l'Allianz Arena, il 100% del tempo disponibile realizzando un risultato operativo di 629 milioni di euro. Esattamente la metà di questi soldi è andata nelle spese per lo staff, calciatori compresi.
Anche il Manchester United è riuscito nella passata stagione calcistica a riempire il suo Old Trafford il 100% del tempo disponibile realizzando 666 milioni di risultato operativo, il 50% di questi spesi per lo staff.
Dalla classifica di Kpmg sulle squadre che riescono meglio a sfruttare lo stadio di proprietà emerge una fotografia molto chiara.
Tra le prime 10 squadre europee, sei sono inglesi, due spagnole, una tedesca e una italiana. Nel Belpaese solo la Juventus compare in classifica.
Nessuna menzione per gli altri quattro club che hanno uno stadio di proprietà: l'Udinese (stadio Friuli), il Sassuolo (con il Mapei Stadium), il Frosinone (stadio Benito Stirpe) e l'Atalanta (stadio Atleti Azzurri di Bergamo). Tutti questi hanno una percentuale di utilizzo inferiore al 66% l'anno.
Ora non resta che vedere cosa succederà quando saranno pronti gli stadi della Roma e della Fiorentina. La speranza è che riescano a migliorare la media nazionale facendo fruttare il più possibile investimenti tanto ingenti.
Lo voleva Andreotti negli anni Ottanta, ora lo stadio della Roma passa da un accordo tra Pd e 5 Stelle

Ansa
«Da quando vidi in Spagna grandi stadi di calcio costruiti e posseduti da decine di migliaia di tifosi del rispettivo Club, sono stato sostenitore di analoghe realizzazioni da noi». Correva l'anno 1987, mese di gennaio, e per una rubrica l'ex ministro degli Esteri Giulio Andreotti spiegava come ci fosse bisogno di un nuovo stadio anche a Roma, appoggiando il progetto dell'ex presidente Dino Viola. «Siccome lo stadio Olimpico di Roma è molto bello» scriveva Andreotti «ma dalle curve per vedere la porta del lato opposto ci vuole un buon binocolo penso che nella capitale si potrebbe dare l' esempio di una tale iniziativa privata collettiva, senza attingere al pubblico danaro».
Sono passati 32 anni da allora, di stadi nuovi per la Roma ma anche per la Lazio si parla ormai in ogni campagna elettorale, ma di cambiamenti non ce ne sono mai stati. Ogni sindaco che si è succeduto sulla prima poltrona del Campidoglio ne ha fatto cenno. C'è stato Gianni Alemanno «Lo stadio della Roma si farà a Tor di Valle. Tra qualche settimana verra' presentato il progetto: non c'e' alcun ripensamento'». (21 marzo 2013). Poi Ignazio Marino. «Si parla di dare avvio a un progetto molto importante. Vogliamo riacquistare la guida del Paese». (26 marzo 2014). Quindi è arrivata Virginia Raggi, ma anche le inchieste della procura di Roma sul costruttore Luca Parnasi. In tutto questo non bisogna mai dimenticare che nel 2012 è arrivato James Pallotta, nuovo patron della Roma, capace di investire diversi milioni di euro su un nuovo impianto da almeno 60.000 posti, capace di far crescere a Tor di Valle un nuovo quartiere. Il problema è che con l'arrivo dei 5 Stelle molte opere che sarebbero dovute sorgere al fianco del nuovo stadio sono state accantonate. Non a caso Marino lo scorso aprile si fece sentire. «Cancellare quel progetto è stato un insulto pesante alle romane e ai romani». Spiegò l'ex sindaco rispetto alla modifiche apportate dalla giunta Raggi al progetto iniziale del nuovo stadio della Roma. «Non accettammo di votare l'interesse pubblico sullo stadio della Roma fino a quando dopo una riunione di un'intera giornata a New York chiedemmo a James Pallotta di inserire circa 300 milioni di euro di investimenti privati per opere pubbliche: una metro, il raddoppio della Roma-Lido, un altro ponte per le automobili».
Di fondo Marino non aveva neppure torto, perché il problema resta la mobilità della zona, che senza opportune infrastrutture non reggerebbe l'impatto delle partite di domenica. Il problema è che ora siamo sempre al punto di partenza. Per riuscire ad arrivare a una soluzione mancano ancora diversi step, forse troppi, a distanza di ben 7 anni dall'arrivo di Pallotta. Innanzitutto serve ancora una variante al Piano regolatore, poi Roma Capitale dovrà predisporre in accordo con i proponenti il contratto che regolerà i rapporti tra le parti, con obblighi, doveri e tempistiche per la realizzazione, quindi servirà la bonifica della zona di Tor di Valle e i progetti che dovranno essere valutati dall'Unione Europea. Ma soprattutto l'accordo per fare il nuovo stadio dovrà passare da un accordo tra i 5 Stelle del comune di Roma e la regione Lazio del Partito democratico di Nicola Zingaretti. E già tutti sanno che un accordo del genere potrebbe essere importante anche sul piano nazionale. Insomma ci vuole molta diplomazia politica, l'antica arte di Giulio Andreotti.
I dieci impianti di proprietà più influenti sui ricavi delle società di calcio
Il Santiago Bernabeu del Real Madrid (iStock)










Real Madrid e Manchester United superano i tre miliardi di valore
Il calcio inglese domina sul campo e non solo. Dopo aver concluso la stagione 2018/2019 con quattro squadre a contendersi le finali delle due competizioni europee per club, ossia la Champions League vinta dal Liverpool sul Tottenham e l'Europa League vinta dal Chelsea sull'Arsenal, i club della Premier League si impongono anche nella classifica delle squadre con il più alto valore d'impresa. A rivelarlo è la quarta edizione di Football clubs' valuation: the european elite 2019, uno studio elaborato da Kpmg e basato sul calcolo di alcune variabili prese in considerazione, tra cui la redditività, la popolarità, calcolata in base al numero di follower sui principali social network (Facebook, Twitter, Instagram e YouTube), il potenziale sportivo, il valore generato dai ricavi provenienti dai diritti televisivi e l'incidenza degli stadi di proprietà.
Il dominio del calcio inglese non ha impedito però al Real Madrid di piazzarsi al primo posto di questa classifica con un valore d'impresa pari a 3 miliardi e 224 milioni di euro, scalzando dal gradino più alto del podio il Manchester United, fermo, se così si può dire, a 3 miliardi e 207 milioni di euro. La crescita del Real Madrid, con un +10% rispetto all'anno precedente, è dovuta principalmente dagli incassi ottenuti dalle tre vittorie consecutive (2016, 2017, 2018) nella Uefa Champions League. Un filotto che ha permesso agli spagnoli di beneficiare di un incremento complessivo del fatturato operativo del 29% tra il 2016 e il 2019 e di registrare quasi il doppio dei ricavi commerciali rispetto ai Red Devils.
Al terzo posto della classifica si trova il Bayern Monaco. Il club tedesco registra un valore d'impresa pari a 2 miliardi 696 milioni di euro, quanto basta per scavalcare il Barcellona, scivolato al quarto posto, con 2 miliardi 676 milioni di euro. I catalani hanno subito una variazione al ribasso del 4% del loro enterprise value, ovvero la somma della capitalizzazione di borsa più l'indebitamento finanziario netto dell'azienda. L'unico club a mantenere invariato il piazzamento nella top ten rispetto all'anno scorso è il Manchester City, quinto con 2 miliardi 460 milioni di euro e, comunque, con un +14% alla voce incremento. Gli inglesi dello sceicco Manṣūr bin Zāyed Āl Nahyān, è riuscito a combinare una crsescita dei ricavi del 3% con una riduzione del 5% dei costi del personale. Alle spalle dei Citizens altre quattro big del calcio inglese. In ordine Chelsea (sesto), Liverpool (settimo), Arsenal (ottavo) e Tottenham (nono). I Gunners hanno fatto registrare la peggior performance all'interno della top ten rispetto alla stagione precedente vedendo il proprio valore d'impresa scendere a poco più di due miliardi di euro abbassandosi del -4%. Un risultato causato dal -10% dei ricavi operativi e dal +17% del costo del personale. Motivo? L'Arsenal non ha partecipato alla Champions League per la prima volta dopo 19 stagioni.
Il primo e unico club italiano presente in questa classifica è la Juventus, piazzatasi decima con 1 miliardo 548 miliardi di euro per valore d'impresa.




