2019-01-22
Moreno Conficconi
Parla il re di questo genere musicale, già braccio destro di Raoul Casadei: «A Sanremo con Sal Da Vinci abbiamo vinto pure noi. Il mio sogno? Unire il folklore di tutto il mondo».
Moreno Conficconi, rigorosamente romagnolo - è nato nel 1958 a Meldola, provincia di Forlì-Cesena - è stato per 10 anni, dal 1990 al 2000, il braccio destro di Raoul Casadei, il secondo re del liscio. Il primo fu Secondo Casadei, zio di Raoul, che fondò la celebre orchestra romagnola.
Lui, da tutti conosciuto come «Moreno il biondo», è il re contemporaneo di questo genere gioioso e popolare che richiama feste di paese, pranzi di nozze. E un’antropologia contadina i cui scenari erano balli sulle aie per vendemmia e mietitura e quei matrimoni allegri rimpianti da Pasolini. Per le sue connotazioni etnologiche, l’epopea del liscio è stata riscoperta anche da noti cultori della musica. L’attuale detentore dello scettro, musicista e cantante, ha collaborato con nomi altisonanti della repubblica internazionale della musica. È solare («Se ti piace il mare vienimi a trovare!»). La sua orchestra si chiama «Orchestra Grande Evento».
A incoronarti è stato Franco Mussida, prestigioso musicista, 40 anni nella Pfm.
«Sono stato invitato al Cpm di Milano, una scuola di perfezionamento di alto livello, con docenti preparatissimi, grandi musicisti, a parlare della musica popolare nell’open day con i ragazzi. Al termine di questa meravigliosa giornata dove ho anche suonato la mia musica popolare, quindi il liscio, accompagnato dai ragazzi, è salito sul palco, mi ha preso e alzato la mano dicendo “Moreno Conficconi, il re del liscio contemporaneo”, suggellando 50 anni di carriera».
Qual è la filosofia del liscio?
«È quella di essere un’unica interpretazione, quella del ballerino e quella del musicista. È una musica che si dona, una simbiosi tra chi la ascolta e chi la balla».
Valzer, polka e mazurka. Non sono generi nati in Romagna…
«La polka non è nostra, il valzer e la mazurka nemmeno perché giungono dall’Europa. Perché è diventata musica nostra? Perché diventò una musica del popolo, una musica sociale, intratteneva con una caratteristica data dal padre fondatore del liscio, Carlo Brighi (1853-1915, ndr), primo violino dell’orchestra di Toscanini alla Scala, che riuscì a renderla usufruibile dal popolo, non più soltanto nelle corti, pensiamo al valzer. Una musica che permise alle persone di avvicinarsi, di abbracciarsi. Il protagonista non era tanto il musicista, quanto il ballerino. La prima cosa che pensiamo è che la musica deve far ballare la gente».
Alla fine degli anni Venti, Secondo Casadei, figlio di una famiglia di sarti, debuttò con l’Orchestra Casadei. Nel 1954 compose Romagna mia. Ad Alto gradimento Arbore e Boncompagni proposero la sua Io cerco la morosa. Il liscio divenne un fenomeno nazionalpopolare…
«Ci furono due momenti straordinari, con Arbore e poi con il Festivalbar. La svolta fu Romagna mia, che arrivò all’ascolto di tutti anche grazie ai juke-box e a Radio Capodistria che la trasmetteva con le dediche… Il liscio diventò una moda. Secondo Casadei visse questo passaggio, attorno al ‘68. Ma una chiave di lettura è anche quella turistica. Lui e il suo quintetto avevano debuttato all’inaugurazione del primo stabilimento balneare a Gatteo Mare. Poi il turismo riceveva sempre più visite dall’Italia e dall’estero e da lì questa musica, suonatissima, diventò anche commerciale perché c’erano le canzoni-cartolina, con una dedica alle varie località. Ogni località aveva una sua canzone Ti aspetto a Cesenatico sul mare oppure Riccione, Riccione goodbye. Spingevi il bottoncino e sentivi il ritornello».
L’hai conosciuto Secondo, che morì a Forlimpopoli nel 1971?
«L’ho solo visto sul palco, al mio paese, a Galeata, a un “veglione della sporta”, avevo 13 anni, suonavo già il sax e il clarinetto nella banda. Ricordo che fui folgorato da questo musicista vestito di bianco al centro del palco e il mio sogno era di esserci un giorno anch’io, proprio in quell’orchestra, vestito di bianco. Un sogno che vita mi ha regalato, la svolta della mia carriera».
Negli anni Sessanta Secondo fu affiancato dal nipote Raoul Casadei che, purtroppo, se ne andò causa Covid nel marzo 2021. Dal 1990 al 2000, con i Casadei, sei stato il suo braccio destro. Come lo ricordi?
«Portava con sé la sua origine professionale, quella del maestro elementare. Raccontava le canzoni alla gente come dovesse raccontarle a un bambino. Inventò il racconto delle canzoni. Era un sognatore. Ero il suo braccio destro in tutto, un po’ il suo interprete, mettevo qualcosa di mio negli arrangiamenti, ascoltavo rock, blues, di tutto… Gran parte dei testi dagli anni Settanta li ha scritti lui».
I temi?
«Melodie italiane, la nostra è una melodia. Scriveva il pezzo “sanremese”, alla Sal Da Vinci per capirci. Devo dire che con Sal - un caro amico - vincitore a Sanremo ha vinto anche il liscio. Io l’ho fatto Sanremo, con gli Extraliscio, e lui è stato la continuazione di un percorso».
Sin da giovane formasti orchestre. Come nacque il tuo interesse?
«Il mio babbo non era musicista, mia madre cantava nella parrocchia, il suo sogno era un figlio che cantasse e suonasse. A sei anni mi mettevano sugli sgabelli a fare i concertini. Feci anche le selezioni per lo Zecchino d’oro. Non vincevo mai, perché ero scarso a cantare. Mio padre, a Galeata, s’inventò la Coppa canora, per farmi vincere. Neanche lì riuscii, ma arrivai terzo. Mia mamma veniva a prendermi al campo di calcio con la scopa che mi dava sulle gambe. “Va’ a suné”. Io pensavo al pallone».
Passione ancora viva dato che sei nella Nazionale Cantanti.
«Esperienza umana straordinaria. Morandi, Ruggeri, Ramazzotti… Già mi conoscevano. Un sogno esaudito e ne ho ancora tanti».
Dopo l’esperienza con i Casadei hai fondato l’Orchestra Grande Evento, la tua orchestra attuale.
«Con l’ingresso di Mirko Casadei, figlio di Raoul, lasciai l’orchestra. Nel 2002 faccio l’Orchestra Grande Evento. Ritorno sul palco con il fronte di attacco musicale dell’Orchestra Casadei storica e riparte quella storia in un’altra maniera. Con Tassinari e Ferrara andammo anche a Sanremo con gli Extraliscio. Adesso facciamo un tour».
Nelle vostre esibizioni si ascolta solo o anche si balla, come nella tradizione del liscio?
«È diventato quasi un cinquanta e cinquanta. Grazie al lavoro fatto anche da me questa musica è diventata da ascolto. Con il Ravenna Festival, nel 2013, per me c’è stata una svolta. Comunque il ballo rimane sempre».
Nel 2013, appunto, il Ravenna Festival ti ha affidò la realizzazione dello spettacolo Secondo a nessuno, tributo a Secondo Casadei. L’Orchestra Sinfonica Giovanile Cherubini di Riccardo Muti si è unita alla tua, al PalaDeAndré di Ravenna. Quattromila spettatori.
«Franco Masotti, del Ravenna Festival, mi ha chiamato da Riccarda Casadei, figlia di Secondo, per me fondamentale nel dopo-Casadei e nel dopo-Raoul. Mi dicono “vogliamo fare questo evento dedicato alla musica romagnola e a Secondo Casadei” con l’orchestra sinfonica giovanile di Muti, che ha suonato con noi. Entrambe le orchestre dirette dal maestro Giorgio Papini, facemmo cinque pezzi di Secondo e Raoul Casadei».
Hai collaborato con il cantautore Massimo Bubola.
«Sì, coinvolto da Giordano Sangiorgi, mi incontrai con Bubola e realizzammo Un bacio in bicicletta, un brano dialettale di Secondo Casadei».
Il liscio è anche antropologia, etnologia, cultura.
«Esattamente, una cosa che il Ravenna Festival ha iniziato a sdoganare. E c’è da dire anche che se l’orchestra sbaglia una nota il ballerino se ne accorge. Ma io cercavo e cerco una musica che rispetti la tradizione ma libera di raggiungere qualsiasi ascoltatore».
Sarebbe ora si smetterla di giudicare il liscio come un sottogenere.
«Certo, e sono cose reali. Se io ho suonato con David Rhodes, il chitarrista di Peter Gabriel… Se io inizio Tramonto, un classico di Secondo Casadei, e cerco di trasmetterla a chi ha suonato con Peter Gabriel o a Roberto Gualdi, Pfm, se con il gruppo Romagna 2.0 facciamo musica salentina con Stefania Morciano, figura principale della notte della taranta… Il mio sogno futuro è fare una band di folklori europei, internazionali e grazie a queste collaborazioni voglio arrivarci».
Musicalmente, il liscio si sta rinnovando?
«Il mondo del liscio attuale è un contenitore di stili e generi, come fosse un format. Sempre al centro c’è il ballo, ma con contaminazioni rock, funky, blues, folk, elettronica. Ad esempio il mood della quotata orchestra Omar Lambertini è più rockettaro. Io faccio folk, liscio, ma uso i sintetizzatori, non ho la rigidità delle partiture… Ciò che mi lega al sound romagnolo tradizionale è il clarinetto in do, che io suono».
E i giovani?
«Tantissimi ne sono attratti, ma che amano il ballo, tutto parte da lì. È la gioventù dei quarantenni, della famiglia, di chi vuole farsi una serata con gli amici a tavola e poi nei locali, multisale, con la sala del liscio».
Hai composto 700 brani…
«Sì, faccio testi e musica. Per i testi mi sto concentrando sul dialettale romagnolo, molto musicale e adatto anche per l’estero».
Secondo Casadei, scrivendo Romagna mia, si pensava lontano da casa?
«Sì, con il desiderio di tornarci. In origine il titolo era Casetta mia. Il maestro Olivieri gli consigliò di cambiarlo con Romagna mia. Era una canzone di scorta. È la quinta canzone al mondo più eseguita. Incisa in un mucchio di lingue, tra cui il cinese».
Nel 2070 il liscio si ballerà ancora?
«Si ballerà perché è giovane nel suo Dna e lo resterà sempre».
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Luigi Maria Epicoco (Imagoeconomica)
Luigi Maria Epicoco, teologo, coautore di un saggio sul santo di Assisi: «Non era il capofila di ecologisti e pacifisti, né un ingenuo che parlava con gli uccellini. Riformò la Chiesa, però senza dividerla: in questo è un esempio anche per i Papi».
Otto secoli fa Giovanni di Pietro di Bernardone diventava un riferimento per tutta l’umanità. Con la morte San Francesco, il patrono d’Italia, il poverello d’Assisi lasciava sull’umanità un segno indelebile, talmente forte che ai giorni nostri è diventato un simbolo per tutto e per il contrario di tutto.
Peraltro il suo «mito» si era sostanziato già in vita. Basta ricordare che in punto di morte del «poverello» alcuni cavalieri di Assisi vanno a Nocera Umbra a prelevarlo perché si teme che il copro del «santo» venga sottratto. Lo si ricorda ogni anno questo episodio con la cavalcata di Satriano. Ma chi era davvero Francesco prima delle stimmate, chi è Francesco oltre le stimmate? Se lo è chiesto uno dei massimi teologi e filosofi contemporanei: don Luigi Maria Epicoco. Ancorché giovanissimo, declinare i suoi titoli accademici è recitare un rosario della cultura; con un altro sacerdote romano, Giuseppe Forlai, che ha scelto la via della meditazione come eremita, ha dato alle stampe per Einaudi un libro agilissimo per quanto profondo, San Francesco prima del mito, che si legge come acqua di fonte e che resta dentro come lievito di meditazione.
Don Luigi, lei scrive nella prefazione: «Un libro per dire chi essenzialmente non è San Francesco». E allora chi non è Francesco?
«Francesco non è una bandiera che può essere brandita da una qualche ideologia più o meno alla moda. Non è il capofila degli ecologisti o dei pacifisti, né tanto meno è un ingenuo naif che ogni tanto parla con gli uccellini. Francesco è un uomo concreto, con i piedi per terra e con la immensa capacità di saper tenere insieme tutte le dimensioni della vita. In questo senso non si fa mai un favore a Francesco quando lo si vuole ridurre semplicemente a un’unica dimensione. Egli è davvero un “fratello universal”, nel senso che ha avuto capacità di intessere relazione con ogni singolo frammento dell’esistenza».
C’è un passaggio in cui lei afferma: il potere del padre è dare amore e fiducia. Ma è solo il Padre o anche l’uomo che ha generato che ha questo potere? In poche parole esiste un patriarcato buono e se sì come lo vede la Chiesa con gli occhi di Francesco?
«La paternità è solo e soltanto qualcosa di positivo. Mi viene però da diffidare nel pensare alla paternità in termini di paternalismo o di patriarcato. Abbiamo dato ormai a queste parole un’accezione negativa perché le leghiamo a un esercizio della paternità che non ha più come scopo liberare, ma in questi casi lo scopo è possedere, controllare. Anche quando questo però è fatto per fini buoni, non è mai salutare, perché il possesso e il controllo sono il contrario dell’amore e della fiducia. La Chiesa è “madre”, ma deve fare sempre i conti con la capacità di saper essere “padre”. Da una parte, cioè, deve saper mettere al mondo, e questo lo fa attraverso l’esercizio della misericordia; dall’altra parte però deve saper mostrare quella paternità che passa attraverso l’annuncio di una verità che ci spinge a mettere in gioco la nostra libertà. Francesco ha un incontro fortissimo tra queste due dimensioni: da una parte si sente “misericordiato”, e dall’altra sente di dover prendere grandi decisioni per la sua vita».
In un paio di passaggi molto suggestivi lei parla di prevaricazione come scaturigine del peccato originale e della riconciliazione come atto di beatitudine. In questo tempo di conflitto c’è spazio per la riconciliazione e se sì in che misura? Con quale ruolo della Chiesa?
«Ci deve sempre essere spazio per la riconciliazione. Se perdessimo questa speranza, in realtà vivremmo in una sorta di disperazione strutturata. La Chiesa in fondo deve far sempre questo: andare a scavare sotto le macerie dei conflitti per ritrovare quei semi utili a riallacciare le relazioni, a rendere possibile di nuovo l’umana convivenza, a riscoprire tutto quello che ci unisce, anche se infinitamente più piccolo rispetto alle grandi cose che ci dividono. Il paziente lavoro di mediazione, di ascolto, di dialogo è quello che la Chiesa si è sforzata di fare in tutti i secoli della sua vita probabilmente guidata da quella beatitudine che Gesù pronuncia nel Vangelo di Matteo, quando dice esplicitamente: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”».
Si parlerà molto di Francesco in questo ottocentesimo anniversario della sua morte ed efficacemente lei ha scritto insieme a Giuseppe Forlai Francesco prima del mito. È una provocazione? Un disvelamento? Un monito a guardare oltre la beatificazione l’uomo di Assisi?
«Mi verrebbe da dire che l’operazione che abbiamo tentato di fare con il libro è restituire la santità di Francesco perché la santità non è un distacco dal mondo, non è un edulcorare la realtà, ma è bensì un realismo dove si vede all’opera la grazia di Dio. Allora in mezzo alle pieghe, alle contraddizioni e a volte alle zone d’ombra della vita di una persona, si gioca tutta la luce della sua testimonianza. L’operazione di queste pagine ha la stessa pretesa di quei restauratori che tentano di ripulire un affresco da quella patina che ne ha oscurato la vividezza dei colori. Lungi però per noi pensare di aver detto l’ultima parola su Francesco. Per questo abbiamo preferito togliere invece di aggiungere, cioè sottrarre qualche pregiudizio per lasciare che il mistero luminoso della vita di quest’uomo torni ad essere davvero provocante».
È di straordinaria attualità e forse d’illuminazione anche per papa Leone XIV, che si trova a fare i conti con un post Francesco (Bergoglio) e soprattutto con i vescovi tedeschi, la sua affermazione: «L’esperienza francescana produce una riforma profonda senza produrre una frattura». È ancora così?
«Quando una riforma genera divisione, questo è segno che non è secondo il Vangelo. Il Vangelo, infatti, quando è vissuto autenticamente, valorizza la diversità, ma mai a scapito degli altri. È tipico invece della mondanità, cioè della mentalità che noi riconosciamo in quella del diavolo - non a caso nella sua etimologia più basilare significa “divisore” - usare la diversità per contrapporla, invece di considerarla un valore aggiunto. Non dobbiamo però mai dimenticare che fondamentalmente il ruolo di un Papa ha sempre e soltanto una duplice funzione: confermare nella fede e garantire la comunione. Un Papa realizza pienamente la sua missione non attraverso la sua simpatia, le sue doti, i suoi talenti personali, ma quando serve questo duplice scopo: rafforzare la fede e tenere insieme. San Francesco ci ha mostrato che è possibile cambiare senza spaccare la Chiesa, e in questo senso ha un po’ insegnato anche ai Papi a fare bene il loro mestiere».
Insiste molto sul rapporto tra Francesco e Creato quasi a sfatare che quel suo Cantico delle creature sia un inno ecologista. Quella era una professione di fede che è stata scippata e piegata?
«Assolutamente sì. L’ecologismo è una forma di ideologia, e questo non è un affare nemmeno per il creato. Francesco guarda le cose tenendole insieme in un tutto armonico, dove però ogni cosa ha il posto giusto. Non gli è mai passato per la testa di idolatrare il creato, ma certamente riconosce che in esso si riverbera in maniera potente la bellezza di Dio. Proprio per questo tutti noi siamo chiamati ad averne un’infinita cura, come si ha cura per le cose di una persona che si ama».
Lei attesta a Francesco l’intuizione e la pratica dell’uomo nuovo, come se Francesco fosse un’ anticipazione del Rinascimento che peraltro con Marsilio Ficino esplora la potenza dell’anima. È così?
«Io preferirei dire che l’uomo nuovo di Francesco attesta soprattutto quella chiamata alla novità, cioè all’unicità, a cui Cristo chiama tutte le persone che lo seguono. Si è nuovi quando si assume la propria singolarità come l’unico grande contributo che noi possiamo dare alla storia. Quando uno smette di essere sé stesso, in fondo ha privato il mondo di una novità che avrebbe potuto arricchirla».
Lei non parla del rapporto con l’islam che invece è cruciale oggi. Che pensa di Francesco che va incontro a Malik al Kamil?
«Francesco va incontro all’islam non con ingenuità, né tantomeno con violenza. Ci va da cristiano, con la grande convinzione di dover dare Cristo a tutti, anche a Malik al Kamil. Ma dare Cristo non significa fare violenza. Significa offrire all’altro la possibilità di poter incontrare un senso diverso della propria esistenza, a partire proprio da Cristo, Figlio di Dio. Gesù non ha mai forzato nessuno alla conversione, ma ha tentato sempre di parlare a tutti, soprattutto a quelli che normalmente noi immaginiamo essere i lontani. In questo senso Francesco ha compiuto un gesto profondamente cristiano».
In ultimo che rapporto ha lei con Giovanni di Pietro di Bernardone. È stato più Epifania o più Profezia?
«Francesco ha rappresentato per me un grande pungolo. È una di quelle personalità che non ti fanno dormire tranquillo perché ti interrogano costantemente su quanta verità effettivamente c’è dentro la tua vita. In questo senso Francesco ha assolto pienamente nei miei confronti la sua funzione, che è quella di provocare quella grande domanda che dovrebbe muovere la vita e che la teologia chiama “conversione”. Ma va anche detto che se questo libro è nato è per una provocazione teologica e umana su Francesco che mi ha dato l’altro autore del libro, Giuseppe Forlai. Forse il suo essere monaco eremita è stata l’occasione per incontrare un’interpretazione di Francesco fuori dal mainstream».
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Ecco #DimmiLaVerità del 4 maggio 2026. Il nostro Gianluigi Paragone commenta la richiesta delle comunità islamiche di istituzionalizzare il Ramadan.
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Nell’Ottocento evocare il demonio era un gioco letterario e una provocazione dotta (ma mai innocua). Oggi i simboli occulti invadono scenografie di grandi eventi e video musicali: tanto conformismo, zero trasgressione. Però gli effetti sulla psiche sono devastanti.
«Parli del diavolo e spuntano le corna» è un modo di dire usato quando una persona di cui si sta parlando arriva inaspettatamente. È un’osservazione sull’imprevedibilità del caso, che crea l’illusione che evocando un nome si favorisca la sua presenza. Se interpretiamo il motto letteralmente, arriviamo a una precisa regola esoterica. Evocare il Diavolo, vuol dire aprirgli una porta. Era un discorso metaforico. Era una burla. Era ironico. Era per ridere. Si chiama umorismo nero. Era un discorso meramente culturale. Il Diavolo non distingue l’ironia. Se è stato evocato, lui arriva.
L’idea di evocare il Diavolo, letteralmente o simbolicamente, non è mai stata, un gesto neutro. Né potrebbe esserlo. Anche quando assume i toni del gioco, della provocazione o della posa estetica, porta con sé un’ambiguità profonda: quella di chi crede di dominare un simbolo mentre ne viene, sempre, almeno in parte, trasformato. È su questo crinale che si muove una parte della riflessione raccolta da Cecilia Gatto Trocchi nel suo studio sul Risorgimento esoterico. Il quadro che emerge è quello di un Ottocento attraversato da correnti sotterranee: società segrete, simbolismi, fascinazioni per l’occulto. Non si tratta di un fenomeno marginale, ma di un intreccio che coinvolge anche ambienti colti, intellettuali convinti di poter esplorare, e controllare, territori simbolici pericolosi. In questo contesto, la figura di Satana diventa soprattutto una costruzione letteraria e filosofica. Non il Diavolo teologico, ma un simbolo di ribellione, di sfida, di rovesciamento dell’ordine. È il Satana di Charles Baudelaire, che nelle Litanie di Satana scrive: «O Satana, abbi pietà della mia lunga miseria!». È interessante notare il nucleo: il vittimismo. L’importante non sono le cose, ma il senso che noi diamo alle cose. Ci sono persone come Carlo Acutis o Massimiliano Kolbe che sono riusciti a trovare la gioia anche in situazioni estreme: la morte per leucemia in età giovanissima, il campo di sterminio. La volontà ferrea di cercare il bene, o di non cercarlo, rendono una vita piena o vuota. Dopo averla svuotata, ci si arrabbia con Dio che non ci ha dato abbastanza e ci si rivolge a Satana Qui il male non è adorato ingenuamente: è evocato come figura tragica, specchio dell’uomo moderno, diviso e inquieto e soprattutto, per propria volontà, vuoto. Anche nella tradizione italiana emergono echi simili. In Giacomo Leopardi abbiamo la disperazione. La speranza è una virtù teologale, la disperazione un’arma del «nemico». La speranza è una virtù, deve essere costruita, con pazienza, forza, con un volontà di acciaio. Abbandonarsi alla disperazione, quindi, è una colpa. In effetti si lavora per il «nemico», si ritiene che tutti i doni di Dio, il sole che sorge ogni mattina, l’aria che respiriamo, siano robetta, comunque insufficiente. Leopardi si lascia travolgere dalla tensione verso il negativo. Compose Ad Arimane (1833), un inno in cui invoca l’entità maligna dello zoroastrismo. Al demone, nell’apice del suo pessimismo, chiede la morte arrivando a scrivere «non posso più della vita». L’Inno a Satana di Carducci è una celebrazione della ragione e del progresso, che Carducci crede in contrasto con i dogmi. Sono testi eleganti, colti, che rivelano un atteggiamento tipico della modernità: la convinzione di poter usare simboli estremi senza pagarne il prezzo, di poter «giocare col fuoco» restando indenni.
Nel Novecento, il rapporto tra simbolismo, potere e ideologia assume forme più oscure. Tutti i movimenti politici rivoluzionari, e quindi anticristiani, hanno attinto a immaginari esoterici o mitologici: le componenti esoteriche del nazismo sono molto note mentre molto meno note, ma non meno micidiali, sono quelle del comunismo sovietico.
Con la seconda metà del secolo, il discorso si sposta nella cultura di massa. Dalla musica rock alla cultura pop, simboli legati all’occulto, al mistero o alla trasgressione diventano strumenti espressivi, non a caso spesso accompagnati dalla simpatia per varie sostanze, dalla vecchia cocaina alla nuova Lsd, passando sempre per l’onnipresente cannabis, che è sicuramente innocua, però danneggia la memoria e crea falsi ricordi. La droga, esattamente come il progetto del controllo mentale, fanno parte integrante del satanismo, perché vanno a colpire il libero arbitrio, il più grande dono di Dio. Gruppi come Beatles o Led Zeppelin hanno utilizzato riferimenti simbolici e suggestioni esoteriche, più come linguaggio artistico che come adesione dottrinale. Nel libro Rivoluzione psichedelica, Mario Arturo Iannaccone sviluppa una lettura critica della cultura musicale degli anni Sessanta e Settanta, inserendola dentro un più ampio processo di trasformazione spirituale e culturale. Il rapporto tra musica e satanismo non è trattato in modo sensazionalistico o complottista, ma come parte di un mutamento simbolico: la musica, secondo l’autore, diventa uno dei veicoli privilegiati di una nuova visione del mondo alternativa al cristianesimo tradizionale. Iannaccone collega la nascita della musica psichedelica e rock alla diffusione delle droghe, in particolare l’Lsd, che avrebbe prodotto uno «slittamento dei paradigmi mentali, religiosi e morali». La musica smette di essere intrattenimento, ma diventa uno strumento capace di modificare l’etica e scatenare l’interesse per l’occultismo, che smettono di essere, come sono sempre stati, fenomeni di nicchia e grazie alla musica, ai cantanti, ai video musicali diventano fenomeni di massa, anzi di masse di giovani e giovanissimi.
Il satanismo moderno nasce in élite che hanno letto Carducci, o almeno lo hanno sentito nominare, e diventa appannaggio di semianalfabeti che si formano sui video musicali. Arriviamo quindi al piccolo satanista della porta accanto, non legato a nessuna setta, che si sveglia al mattino per accoltellare qualcuno, dopo essersi formato su internet. Il caso del cantante Marilyn Manson è ancora più esplicito: qui la provocazione diventa parte integrante dell’estetica, una sfida diretta ai codici morali e religiosi. Come molti terapeuti testimonio che in persone predisposte i suoi video possono scatenare scompensi psicotici, e anche a tutti gli altri non è che facciano molto bene. E poi c’è sempre il buon vecchio «effetto Werther», il potere dell’imitazione soprattutto sulle menti deboli. Imitiamo eventi veri, imitiamo serie tv, film, cantanti, e così arrivano il massacro di Sharon Tate, l’assassinio di John Lennon, e migliaia di altri casi, dalle Bestie di Satana a quelli che sparano nelle scuole. Tre giovanissime ammazzarono una suora, suor Maria Laura Mainetti, con numerose coltellate e durante le indagini emerse che le tre vevano costruito una sorta di fantasia pseudo-satanica, parlando di sacrificio al diavolo, senza nessuna vera organizzazione satanista strutturata alle spalle. Basta la musica e si arriva al satanista fai da te. Il satanismo riempie i piani bassi perché è ai piani alti. Un esempio interessante di uso contemporaneo di simboli satanici, è stata l’inaugurazione del Galleria di base del San Gottardo, avvenuta il 1° giugno 2016. Tutto era accuratamente brutto, le coreografie, i costumi, la musica. Simboli satanici, l’occhio di Horus, la piramide, sono ossessivamente presenti in quasi tutti i video musicali contemporanei. Basterebbe osservare il disastro umano, suicidi, morti di overdose, ricoveri in strutture per malattie mentali, di molti artisti per rendersi conto che non siamo dentro discorsi teorici. E qui non abbiamo più i simboli del male, che come simboli di ribellione e trasgressione attraversano tutta la cultura occidentale. Se è nei video dell’industria musicale, non è trasgressione. È potere. Il satanismo è al potere e ha il potere. L’aborto al nono mese, fiore all’occhiello di tutti gli Stati democratici, cosa altro può essere se non il trionfo del satanismo? Parli del Diavolo e spuntano le corna.
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