Tutti assolti! Si chiude, dopo 13 anni e dopo oltre 12 miliardi pagati dai contribuenti, con la sentenza d’appello per Banca Marche la tormentata stagione dei crac delle «casse minori» che tra il 2011 e il 2013 ha caratterizzato l’economia italiana. Strascico della crisi dei subprime: il battito di farfalle, o forse di avvoltoi, che partito da New York con il buco di Lehman Brothers si è trasformato in uno tsunami e per cui oggi è difficile stabilire precise responsabilità. Non le hanno trovate i giudici della Corte d’Appello di Ancona che hanno ribaltato la sentenza di primo grado da cui comunque era uscito indenne tutto il consiglio di amministrazione dell’istituto marchigiano con, purtroppo, una vittima: l’ultimo presidente, il marchese Lauro Costa - discendente degli esattori dei Papi - non aveva retto alla pressione ed è morto alla vigilia della prima sentenza. Restavano da stabilire le responsabilità di Massimo Bianconi, direttore generale che in primo grado era stato condannato a 10 anni e mezzo, del suo vice Stefano Vallesi (9 anni in primo grado) e di altri quattro funzionari - due del Medioleasing - condannati a pene variabili nel primo processo. Tutti assolti con formula piena perché il fatto non costituisce reato o perché il fatto non sussiste. Spiega l’avvocato Giancarlo Nascimbeni che ha condotto la discussione in diritto: «Si trattava di stabilire se ci fosse stata bancarotta per distrazione ipotizzando, come aveva fatto la condanna di primo grado, un dolo eventuale. Ma era chiaro che attribuire la colpa di non aver previsto i rischi connessi con il crollo del mercato affidando i crediti ad alcuni imprenditori non poteva essere ritenuta una responsabilità penale. Tutti gli imputati avevano correttamente seguito la prassi bancaria e il consiglio di amministrazione aveva validato le pratiche». Si è scatenato il risentimento dei risparmiatori, la politica si sta dividendo su questa sentenza, ma resta un dato: queste banche sono saltate in aria per responsabilità di chi? Al netto di quanto è avvenuto a Popolare Vicenza e a Venetobanca (la malagestio è apparsa evidente da parte dei vertici: il presidente che tutto poteva in Popolare Vicenza Gianni Zonin e il direttore generale Andrea Piazzetta condannati in via definitiva a 3 anni e mezzo, mentre Vincenzo Consoli amministratore delegato di Veneto Banca ha avuto due anni e sei mesi) le altre piccole banche - Banca Etruria di Arezzo, Cassa Ferrara, Popolare di Bari, CariChieti, Banca Marche - che sono state fatte fallire e hanno prodotto inchieste monumentali sono uscite dalle aule di giustizia con assoluzioni quasi generalizzate. Le due banche venete sono state salvate da un intervento diretto del governo presieduto da Paolo Gentiloni (Pd). Il buco della banca di Gianni Zonin e di quella di Vincenzo Consoli era superiore agli 11 miliardi. Diversamente si comportò Matteo Renzi, quando era presidente del Consiglio (sempre Pd) con gli azionisti delle altre piccole banche facendo scattare il bail in come voleva la Bce. Per i risparmiatori i ristori sono stati esigui. Ai soci di Banca Marche sono tornati in tasca 85 milioni di euro; 66 milioni sono toccati ai 16.000 CariFerrara, a chi aveva azioni di Banca Etruria - erano 10.000 - sono arrivati in tutto 40 milioni e per Carichieti si sono trovati appena 1,1 milioni destinati a rimborsare 60 persone. La domanda è: perché ai veneti della Popolare Vicenza sono comunque arrivati 624.886.903 euro e per Veneto Banca si sono destinati 423.689.440 euro? Certo la platea degli azionisti delle banche venete era infinitamente più larga (50.000 i «beneficiati» da Gianni Zonin, 34.000 quelli di Veneto Banca) ma resta il fatto che lì si è intervenuti con decisione - forse il rischio che si trovassero responsabilità od omissioni esterne alle banche era troppo alto? - mentre nel resto dei territori le operazioni di salvataggio sono state di fatto esigue. È una risposta che dal processo di Banca Marche non è venuta, ma tuttavia è evidente che la riforma voluta da Giuliano Amato e Carlo Azelio Ciampi per la trasformazione delle Casse di Risparmio operata nel 1998 con la creazione delle fondazioni bancarie è stata un disastro. La sentenza di Ancona - come già in primo grado - conferma che i consigli di amministrazione non erano all’altezza del compito (ed è anche uno dei motivi per cui Antonveneta si è trasformata in una zavorra insostenibile per il Monte dei Paschi di Siena). Nel caso di Banca Marche c’è di peggio; la banca è stata dichiarata insolvente dopo tre anni e mezzo di commissariamento operato dalla Banca d’Italia per essere poi spartita tra Ubi Banca e Intesa San Paolo. Con questa sentenza si chiude il capitolo della ricerca delle responsabilità dirette. Resta il dubbio se tutto ciò che è stato fatto (o non fatto) abbia favorito le concentrazioni bancarie spogliando però i territori di strumenti economici indispensabili.
Gli appassionati di gialli ricorderanno sicuramente quando l’ispettore Japp sulla scena del crimine fa notare a Hercule Poirot che «nei romanzi polizieschi, i poliziotti sono sempre descritti come se fossero ciechi come talpe». E Poirot gli risponde: «Una volta ho trovato un indizio, ma siccome era lungo un metro invece di pochi centimetri, nessuno ha voluto credermi». Nell’omicidio del risparmio caduto sotto i colpi inferti dalle crisi di Mps, Etruria, Carife, Banca Marche e Popolari venete, il movente è un acronimo di tre lettere: npl. Non performing loans, i crediti deteriorati. Prestiti concessi a chi non li avrebbe mai restituiti. Imprese che con la crisi sono state messe in ginocchio ma soprattutto grandi debitori, amici degli amici, clientele foraggiate per alimentare il consenso politico-elettorale, che sono così diventati complici del delitto. Secondo l’Accusa, quando le casse delle banche si sono svuotate i banchieri hanno cominciato a truccare la partita: il Montepaschi con i contratti derivati Alexandria e Santorini, l’Etruria con la vendita ai piccoli risparmiatori dei velenosi bond subordinati, la Pop Vicenza con il bacio della morte dei fidi accordati ai clienti per indurli a comprare azioni della banca il cui valore era nel frattempo tenuto su artificiosamente. Gli imputati si sono difesi e in qualche caso pure assolti, i ruoli spesso sono stati confusi: testimoni diventati complici, imputati diventati testimoni e neppure il maggiordomo è l’assassino. Insomma, un delitto senza colpevoli. Abbiamo fatto questa lunga, e metaforica, premessa per spiegare perché non ci sorprende l’ultima sentenza arrivata ieri che riguarda Banca Marche.
Breve riepilogo del caso: nata nel 1994 ad Ancona, dopo la fusione tra Cassa di Risparmio di Pesaro e Banca Carime. Bankitalia ne sospende gli organi di amministrazione e controllo ad agosto 2013, per le ingenti perdite nei bilanci. Rifondata come good bank - con la risoluzione delle “quattro banche” -in Nuova Banca delle Marche, viene ceduta a Ubi in cui nel 2017 si fonde Banca Adriatica spa. La Procura di Ancona procede per un crac da 920 milioni, con quasi tremila risparmiatori che hanno chiesto di costituirsi parte civile.
Ebbene, ieri la Corte di giustizia dell’Unione europea ha confermato che la Commissione europea non può essere ritenuta responsabile di aver impedito il salvataggio di Banca delle Marche.
I giudici europei, respingendo l’impugnazione della sentenza del Tribunale dell’Ue del 30 giugno 2021, che aveva rigettato la loro richiesta di risarcimento dei danni cagionati dalla Commissione nell’impedire il salvataggio da parte del Fondo interbancario di tutela dei depositi, ha ritenuto corretto il percorso argomentativo della prima sentenza. In particolare, secondo il Tribunale, non c’è prova sufficiente a dimostrare che la decisione delle autorità italiane sia stata condizionata in modo determinante dalla Commissione e che, viceversa, esse non abbiano deciso in autonomia, sulla base di proprie valutazioni inerenti tempi, modi e presupposti della risoluzione dell’istituto marchigiano messo in amministrazione straordinaria nel 2013.
Visto il tentativo di risolvere la crisi con l’intervento di sostegno da parte del Fondo interbancario, la Commissione aveva inviato quattro lettere alle autorità italiane nelle quali si comunicava che l’intervento avrebbe potuto costituire un aiuto di Stato e che sarebbe stato pertanto opportuno aprire una procedura formale ai fini dell’eventuale approvazione. Considerata l’urgenza di ricapitalizzare la banca e l’impossibilità di dare esecuzione all’intervento offerto dal Fondo senza l’ok della Commissione, la Banca d'Italia guidata da Ignazio Visco aveva avviato una procedura di risoluzione di Banca delle Marche.
Pur avendo ostacolato o impedito l’intervento di salvataggio da parte del Fondo interbancario, a detta dei giudici Ue, la Commissione non può essere considerata responsabile della decisione di risoluzione di Banca delle Marche. Che, secondo i giudici europei, sarebbe stata essenzialmente determinata dal suo stato di dissesto.
Restano agli atti le parole di Roberto Nicastro, commissario di Carife, Carichieti, Etruria e Banca Marche tra il 2015 e il 2017, che nel marzo del 2019 dichiarò: «La decisione della Commissione Ue su Tercas ha avuto un impatto enorme sulle scelte successive. E l’abitudine della direzione di Margrethe Vestager (a capo dell’Antitrust Ue, ndr) di non mettere niente nero su bianco, influenzare le decisioni e chiedere che le controparti assumano impegni prima di dare il benestare, non funziona. La scelta su Tercas e quella di autorizzare la risoluzione delle quattro banche, con un bail in ante litteram crearono uno stress inutile e pernicioso. Hanno fatto diventare sistemica quella che poteva essere una crisi circoscritta», evidenzia Nicastro. «La svalutazione dei crediti deteriorati delle quattro banche al 17,5% mise pressione sull’intero sistema, accelerando le crisi degli altri istituti: dalla venete a Mps. Non aver potuto usare il Fitd su Tercas e poi sulle quattro banche ha innescato la contaminazione a livello sistemico di una crisi che poteva essere gestita in modo pragmatico e circoscritto». Come l’indizio trovato da Poirot.
La storia dei controversi rapporti tra il nostro Paese e la direzione Concorrenza della Commissione Ue si arricchisce di un altro capitolo. Dopo Banca Tercas, ieri è stata la volta di Banca Marche, una delle quattro banche i cui azionisti e obbligazionisti subordinati caddero sotto la scure della risoluzione disposta dal governo guidato da Matteo Renzi, su proposta di Bankitalia, nel novembre 2015.
A pochi mesi dalla sentenza con cui la Commissione è stata bocciata per la seconda volta in due anni sulla vicenda Tercas, ieri per la direzione guidata da Margrethe Vestager è arrivata la rivincita. Davanti ai giudici del Tribunale della Ue era in discussione la richiesta di risarcimento danni a carico della Commissione, presentata dalle fondazioni principali azioniste dell'istituto marchigiano. E il Tribunale non solo ha negato ogni responsabilità della Commissione ma, per non farsi mancare nulla, ha attribuito la risoluzione della banca allo stato di dissesto, che è stato ritenuto causa determinante. In ogni caso, non risulta giuridicamente dimostrato che, in assenza del comportamento illecito della Commissione - che riteneva erroneamente che tale intervento fosse un aiuto di Stato - il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) sarebbe riuscito ugualmente a salvare la banca. Una prova diabolica che può essere concepita e richiesta solo nel mondo distopico di questa Ue. Va fatto notare che l'articolo 340 del Tfue - che disciplina la responsabilità extracontrattuale delle istituzioni dell'Ue - lascia uno spazio piuttosto modesto per azioni di questo tipo. Bisogna infatti dimostrare che ci sia stata una violazione da parte della Commissione e che essa abbia causato un danno, secondo un rapporto causa effetto sufficientemente diretto e determinante. Il tutto da provare a carico dei ricorrenti. La Commissione può ritrovarsi a soccombere in alcuni giudizi (come Tercas) ma giammai deve essere chiamata a rispondere dei danni determinati dai suoi atti. È questa la sintesi della difesa a spada tratta operata dai giudici, ben consapevoli della crepa che avrebbero potuto aprire nel muro del diritto unionale, dando ragione ai soci della banca.
Una tesi che lascia davvero perplessi, e che passa come un rullo compressore su quei convulsi undici mesi tra dicembre 2014 e ottobre/novembre 2015 in cui Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia dell'epoca, fu in costante contatto con gli uffici della Commissione per convincerli - o almeno osiamo sperare che ci abbia provato - ad applicare una prassi che, grazie all'intervento del Fitd, aveva evitato che dissesti bancari producessero conseguenze ancora peggiori per il sistema. Secondo i giudici, la Commissione che, a mezzo di lettere e avvertimenti informali avvertiva che l'intervento del Fitd sarebbe stato valutato come aiuto di Stato, è immune da colpe.
Si trattava di «prese di posizione provvisorie». Peccato che per Padoan e per Bankitalia suonassero come «offerte da non rifiutare», per dirla con le parole di don Vito Corleone. Di conseguenza, al Fitd, che pure l'8 ottobre 2015 aveva concluso una due diligence sui conti della banca e deliberato un aumento di capitale di 1,2 miliardi, fu impedito di condurre in porto il suo progetto. La Commissione, la cui tesi è stata accolta, chiese soltanto di notificare preventivamente il progetto di aumento di capitale, affinché potesse esprimere compiutamente il suo giudizio. Tesi davvero paradossale. Ma se non si verteva in materia di aiuti di Stato, che bisogno ci sarebbe stato di notificare alcunché? Questo i giudici non lo spiegano. Anzi, sostengono che i ricorrenti non possono richiamare la posizione espressa su Tercas come prova che la Commissione avrebbe valutato allo stesso modo l'intervento del Fitd in Banca Marche per la quale esisteva solo un progetto, e quindi la Commissione non poteva esprimersi e non poteva di conseguenza bloccare nulla.
Peccato che proprio il Mef nel dicembre 2015, in una lunga nota avesse spiegato che, nonostante fosse già pronto il piano di ricapitalizzazione del Fitd, era stata la posizione della Commissione - fermamente orientata a considerare l'intervento del Fitd come aiuto di Stato - a imporre il passaggio attraverso la risoluzione, rendendo vano il salvataggio già progettato. Fu la famosa lettera del 19 novembre, firmata dalla Vestager, a cristallizzare l'aut aut: volete far intervenire il Fitd? Allora dovete passare dalla risoluzione con sacrificio di azionisti e obbligazionisti subordinati. Invece il Tribunale Ue sostiene che tale decisione fu «adottata nell'esercizio delle competenze e del margine di discrezionalità delle autorità italiane… e non fu influenzata in modo decisivo dall'atteggiamento della Commissione».
Ma se fu il dissesto della banca a imporre la risoluzione, come ritengono i giudici, allora perché fino a poche settimane prima tutti ritenevano che il progetto del Fitd l'avrebbe risanata, senza sacrificio degli obbligazionisti? Chi ha bloccato quel progetto (la Commissione), sulla base di una valutazione completamente infondata, come fa oggi a sostenere che quel dissesto sarebbe avvenuto comunque? Sarebbe come sostenere che chi ha impedito di gettare un salvagente in mare, per di più facilitando l'annegamento, è privo di colpa perché chi chiedeva aiuto sarebbe annegato ugualmente.
«Domani incontreremo il premier Conte sul caso dei rimborsi ai risparmiatori completamente alla cieca. Al di là di quello che si può leggere sulla stampa, noi non sappiamo nulla. Questo vale per tutte le associazioni di azionisti e gli obbligazionisti di Cariferrara, Carichieti, Banca Marche e Banca Etruria, ma sono certo che lo stesso valga anche per i rappresentanti dei risparmiatori delle banche venete». A parlare con La Verità è Corrado Canafoglia, l'avvocato che, per l'Unione nazionale consumatori, rappresenta 3.000 risparmiatori di Banca Marche e che domani a Roma si incontrerà con Giuseppe Conte, per discutere del ristoro dei risparmiatori vittime del crac degli istituti costati i risparmi a 500.000 famiglie italiane.
«Il vero problema», spiega l'avvocato marchigiano, «è che nessuno sa se Conte ci metterà davanti a un fatto compiuto presentandoci una norma già costituita o se chiederà ai rappresentanti della associazioni presenti cosa ne pensano. Quello che è certo è che prima della legge finanziaria la questione dei rimborsi era stata data per risolta e ora si sono accese delle grosse polemiche. Se Tria non ha intenzione di rimborsare, che lo dica chiaramente. Questi non sono di certo aiuti di Stato».
La speranza è che il premier faccia da mediatore per trovare la quadra e arrivare preparato al nuovo Cdm che si terrà dopodomani.
«È un passaggio che riteniamo importante per confrontarci con le persone direttamente coinvolte e dal quale auspichiamo di trarre il decisivo contributo che ci consentirà di definire i passaggi tecnici conclusivi al fine di pervenire alla migliore soluzione utile a rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti», ha spiegato Conte.
Un'idea certa su come procedere, insomma, non c'è. Negli ultimi giorni sono state diffuse voci su chi, quando e quanto verrebbe effettivamente risarcito, se passasse la soluzione più gradita all'Ue, con cui il ministro Giovanni Tria e i suoi sono in contatto costante.
Secondo queste voci, come già spiegato ieri dalla Verità, l'accordo raggiunto con Bruxelles porterebbe a una copertura di circa il 90% dei danneggiati.
Se passasse l'accordo Mef-Ue sarebbero risarciti i risparmiatori entro un certo tetto di reddito Isee (35.000 euro annui) o con un certo patrimonio mobiliare (100.000 euro). Sempre secondo questa prima versione, gli interessati otterrebbero il 30% del prezzo delle azioni e invece quasi integralmente (fino al 90-95%) quello delle obbligazioni. Secondo un'altra versione del Mef, sotto la soglia di reddito dei 35.000 euro, ci sarebbe un automatismo. Sopra quel tetto, Bruxelles chiederebbe invece un'analisi di ogni singolo caso prima di procedere al risarcimento.
Insomma, sul tema dei rimborsi ai risparmiatori si brancola ancora nel buio.
«Chiederemo al presidente Conte di disporre indennizzi automatici e integrali per tutti i risparmiatori con un reddito inferiore ai 35.000 euro, prevedendo arbitrati per chi ha redditi superiori», fa sapere il presidente del Codacons Carlo Rienzi. Inoltre «dovranno essere incrementati gli arbitri che si pronunceranno sui singoli casi, allo scopo di velocizzare le pratiche e arrivare entro l'anno all'erogazione materiale dei rimborsi. Proporremo poi di eliminare il limite del 30% di rimborso per gli azionisti e del 95% per gli obbligazionisti, portando gli indennizzi a coprire interamente le perdite per chi ne ha diritto, reperendo le risorse utili attraverso i “conti dormienti". Infine riteniamo assolutamente indispensabile prevedere la rivalutazione degli investimenti nelle somme da riconoscere ai risparmiatori traditi», conclude Rienzi.
In effetti, secondo quanto ha potuto raccogliere La Verità sentendo alcune associazioni di risparmiatori, una delle maggiori preoccupazioni riguarda proprio le tempistiche, qualora si procedesse ad analizzare caso per caso.
Intanto, in Veneto, i deputati di Forza Italia Renato Brunetta e Pierantonio Zanettin in un comunicato hanno esortato il governo a coinvolgere tutte le associazioni di risparmiatori. «Va evitata», dicono, «la farsa dell'assemblea del 9 febbraio dove era stata accuratamente selezionata una claque compiacente. E non è più tempo per simili pagliacciate».
Il riferimento è all'assemblea convocata a Vicenza dalle associazioni «Coordinamento banche popolare venete di Don Enrico Torta» e «Noi che credevamo nella BpVi». In quell'occasione si riunirono 1.300 persone e vennero invitati i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma altre associazioni di ex soci di BpVi e Veneto Banca, non vennero coinvolte.
Non resta dunque che attendere l'incontro di domani. Solo dopo, forse, si saprà se gli investitori potranno rivedere parte dei loro risparmi. Al momento, però, le associazioni di risparmiatori conservano comprensibili ansie.
Per anni si è dibattuto dei conti dormienti, quei depositi, titoli o libretti, pure gli investimenti in azioni o obbligazioni che vengono dimenticati in filiale. Le banche non hanno mai avuto l'obbligo legale di rintracciare gli eredi diretti né indiretti dei proprietari dei depositi. Le somme per anni sono rimaste nelle disponibilità degli istituti, finché un decreto del giugno del 2007 ha tagliato al testa al toro.
È stato così creato un Fondo, di fatto diventato operativo un anno dopo, nel quale fare confluire tutte le somme dormienti. Per essere presi in considerazione i conti dormienti devono essere dimenticati in tutto per 20 anni. Per i primi dieci non ci deve essere nessun movimento e nessuna interazione e devono contenere somme superiori ai 100 euro. Trascorso questo periodo d'incubazione le somme vengono dirottate nella cassaforte pubblica, che attende altri dieci anni prima di poterne disporre. Al momento della sua costituzione, sono stati bonificati 673 milioni. E negli anni successivi cifre altrettanto sostanziose che hanno portato il saldo a superare i 2 miliardi.
Alcuni eredi si sono fatti vivi ma la differenza resta ampiamente a favore delle casse pubbliche. Al 31 dicembre dello scorso anno la somma disponibile era di 1,57 miliardi di euro. Meno di 500 milioni sono stati reclamati. A novembre la prima tranche andrà in prescrizione, ha fatto sapere ieri il Mef, e poi a seguire le iniezioni di liquidità successive. Il che significa che tra novembre di quest'anno e la primavera del prossimo anno almeno 1 miliardo di euro entrerà nella totale disponibilità del Tesoro.
A quel punto scatterà l'obbligo per il Mef di utilizzare il fondo gestito da Consap. E nonostante possa fare gola un miliardo in tempi di manovra e di clausole di salvaguardia anti Iva, Giuseppe Conte dovrà ricordarsi che l'articolo 1 di costituzione dello strumento è molto chiaro e fa riferimento alla legge Finanziaria del 2006, firmata dall'allora ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. L'obiettivo del Fondo, si legge, è «indennizzare i risparmiatori che, investendo sul mercato finanziario, sono rimasti vittime di frodi e che hanno sofferto un danno ingiusto non altrimenti risarcito. Il Fondo verrà alimentato dall'importo dei conti correnti e dei rapporti bancari definiti come dormienti all'interno del sistema bancario nonché del comparto assicurativo e finanziario».
Ecco che questo miliardo dovrà andare a rimborsare gli sbancati. A cominciare dalle quattro banche saltate per aria nel 2015 (Banca Etruria, CariChieti, CariFerrara e Banca Marche) fino a Pop Vicenza e Veneto Banca. Se il governo del cambiamento, che con la veste di opposizione ha manifestato più volte all'indirizzo di Maria Elena Boschi, la figlia del vice presidente di Banca Etruria, vorrà dare un segnale di svolta, avrà a disposizione una riserva molto interessante. D'altronde i dati degli attuali rimborsi stentano a decollare. L'Autorità anticorruzione al momento ha verificato le domande degli ex obbligazionisti subordinati delle quattro banche poste in risoluzione mentre spetta al Fondo interbancario liquidare le pratiche. Non a tutti i risparmiatori traditi è stato riconosciuto il 100%. Anzi la media è solo di due su dieci. A quelli di Etruria è andato finora in totale il 70% di quanto richiesto (302 domande accolte su 359, che hanno ricevuto 8,5 milioni su 12 chiesti di rimborso). «Meno fortunati gli ex clienti di Carife che hanno ottenuto solo il 37% di quanto chiesto (991.000 euro su oltre 2 milioni e mezzo sulla base di 158 domande di cui ne sono state accolte 116). Per Carichieti e Banca Marche i dati registrano rispettivamente 876.000 euro su 1 milione e mezzo e 8,2 milioni su quasi 15», si leggeva ieri sulle agenzie.
Tra l'altro l'esecutivo gialloblù sarebbe al lavoro con l'obiettivo di rimodulare il fondo aggiuntivo approvato lo scorso anno dal Parlamento e con una mini dotazione da 100 milioni di euro.
Sui rimborsi ai risparmiatori colpiti dalle crisi bancarie italiane, che il premier Giuseppe Conte aveva incontrato prima ancora di aver formato il governo, il contratto gialloblù prevede che i risarcimenti siano allargati «anche ai piccoli azionisti» delle banche oggetto di risoluzione con l'utilizzo effettivo di risorse, come da legge vigente, provenienti da assicurazione e polizze dormienti. «Ma dovrà fare i conti con i paletti europei», aggiungeva il Giornale in un recente articolo sul fondo di risoluzione. Il tema europeo è concreto. Solo che rispetto all'anno scorso i soldi ci sono e rimpinguare il fondo per gli sbancati non comporterà alcun ampliamento del deficit.







