(Ansa)
Marina Terragni, Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza: «Il caso della bambina di Monteverde è emblematico. Serve la volontà di migliorare il sistema».
Marina Terragni, Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza: «Il caso della bambina di Monteverde è emblematico. Serve la volontà di migliorare il sistema».
A volte sono i migranti stessi a subire le conseguenze nefaste dell’immigrazione senza limiti. È successo a una povera bimba di 10 anni, che alloggiava, insieme a un’altra ventina di profughi, nel centro per richiedenti asilo di San Colombano, una frazione del Comune bresciano di Collio, nell’alta Valtrompia. Un altro ospite, uno che chiedeva protezione internazionale in Italia, ha abusato della piccola e l’ha messa incinta. Capito? Costui voleva pure essere «protetto». La polizia, invece, lo ha arrestato e tradotto in carcere a Canton Mombello. Lui si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande del giudice per le indagini preliminari. La ragazzina e sua madre sono state portate in un’altra struttura, in una zona diversa della provincia, dove la vittima sarà assistita e supportata. Ma il danno ormai è fatto.
Cos’è, questo, se non un fallimento dello Stato? Dell’Europa? Lo Stato, che al di là degli sforzi per limitare gli sbarchi - e archiviate le promesse di serrare porti, sbarrare i confini e imporre blocchi navali - accoglie ancora troppi clandestini, faticando a distinguere i disperati dai delinquenti. L’Europa, che da anni blatera di politiche unitarie, che ha appena varato, tra squilli di tromba, un nuovo «Patto su migrazione e asilo», però poi, a stringere, continua a crogiolarsi nel suo egoismo: gli stranieri sono un problema del Paese in cui approdano. Ed ecco qua il risultato.
i segni, la gravidanza
Il prezzo lo pagano di sicuro gli italiani, ormai esuli nelle loro stesse città, terrorizzati all’idea di farsi un giro in quartieri che una volta erano tranquilli e, adesso, sono diventati piazze di spaccio, teatro di imboscate, furti, occupazioni. Ma gli effetti collaterali dell’invasione si abbattono anche sugli immigrati onesti, integrati, che lavorano qui, pagano le tasse qui, rispettano le leggi e la gente della nazione che ha dato loro un’opportunità. Il disordine danneggia persino i richiedenti asilo che si comportano in maniera ineccepibile. I veri bisognosi, i quali si affidano diligentemente alle autorità. Come la signora del centro nel Bresciano, che sperava in una vita migliore per lei e la sua bambina innocente.
Stando alla ricostruzione della Squadra mobile e del sostituto procuratore, Lisa Ceschi, il presunto orco, nei mesi di convivenza forzata, avrebbe carpito la loro fiducia, comportandosi, ha scritto Bresciaoggi, da «amico comprensivo». Poi, la mamma avrebbe iniziato a notare nella piccina atteggiamenti anomali, apatia, svogliatezza. Segno di abusi che sarà compito degli inquirenti stabilire per quanto tempo siano andati avanti. I fatti contestati risalgono a inizio settembre, quando sarebbe stata scoperta la gravidanza, per la cui conferma definitiva sono attesi alcuni esami. All’uomo è stata contestata la violenza sessuale aggravata. Della vicenda sarebbe stato informato il governo; intanto, la prefettura di Brescia ha avviato verifiche amministrative sull’associazione che gestisce l’hub di San Colombano. La struttura si era attirata le proteste dei cittadini all’arrivo dei profughi, nel 2015. In seguito, non c’erano più state tensioni.
Eppure, nemmeno tanto orrore sembra svegliare le coscienze di chi terrebbe le frontiere sempre spalancate. Il parroco del paese, don Battista Dassa, ha voluto subito mettere le cose in chiaro: «Ciò che è successo è orribile», «ma non c’entra niente con l’essere migranti o meno». «Se non avessi letto il giornale, non avrei saputo nulla». Ah, beh; allora va tutto bene? «L’accoglienza non c’entra assolutamente nulla», ha insistito il sacerdote. «Queste purtroppo sono cose che possono succedere in qualunque contesto, anche in casa». Sì. E come mai gli immigrati sono meno del 9% dei residenti in Italia, ma oltre il 30% della popolazione che affolla le prigioni? E come mai i detenuti provenienti dall’estero, al 31 agosto 2024, erano il 5,9% in più di quelli rinchiusi alla stessa data dell’anno precedente? Come mai l’incremento è stato superiore, seppure di poco (0,2%), rispetto a quello del numero complessivo di carcerati? Ha ragione Ilaria Salis? È tutta colpa del razzismo sistemico?
Poteva succedere dovunque, a chiunque. Sì. Solo che, guarda caso, è successo nel centro migranti. Poteva succedere dovunque anche quello che è accaduto nel capoluogo di provincia? Alcuni giorni fa, a Brescia, è stato arrestato un sedicenne originario del Marocco. Tra il 5 luglio e il 5 agosto scorsi, ne aveva combinate di ogni: pestaggio e rapina, aggressione a colpi di forbici a una donna per stuprarla, accoltellamento al ventre di un rivale al culmine di un litigio. Poteva succedere «in qualunque contesto», sì. Ma è successo in quel contesto là: l’immigrazione.
tentato rapimento
E poteva succedere dovunque, a chiunque, quello che è accaduto in pieno centro a Brindisi? Venerdì sera, un ventinovenne del Gambia ha provato a strappare dalle mani di una ragazza il fratellino di 10 anni. Dieci anni: coetaneo della bimba violentata in Valtrompia. La polizia, che si trovava in zona ed è stata richiamata dalle urla della giovane, ha acciuffato l’africano poco dopo, mentre tentava di fuggire con il piccolino. Come sarebbe andata a finire, se gli agenti non fossero passati di lì? Cosa avviene ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni notte, nelle nostre periferie? E nei dintorni delle nostre stazioni? Cosa è diventata la nostra Italia? Davvero l’immigrazione non c’entra nulla?
Il professor Franco Locatelli rimane indagato per omicidio colposo. Per una seconda volta, il gip del Tribunale di Roma, Francesca Ciranna, ha respinto la richiesta di archiviazione del procedimento nei confronti del direttore della Oncoematologia e terapia cellulare e genica dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, nonché presidente del Consiglio superiore di sanità. Il pm Pietro Pollidori avrà sei mesi di tempo per svolgere ulteriori indagini e chiarire il coinvolgimento di Locatelli nelle scelte diagnostiche e terapeutiche che il 3 novembre 2020 provocarono la morte di Elisabetta «Lisa» Federico. Una ragazza di soli 17 anni, vittima di un trapianto sbagliato di midollo osseo all’ospedale Bambino Gesù di Roma. Il giudice Ciranna ancora una volta non è convinto delle motivazioni addotte dal sostituto procuratore di Roma, Pollidori, che già il 31 maggio del 2022 aveva chiesto l’archiviazione ritenendo che dalle indagini non fossero «emersi sufficienti elementi per sostenere in concreto, in modo proficuo, ruoli effettivi» del luminare.
I genitori di Lisa, il biologo Maurizio Federico e la soprintendente Margherita Eichberg, assieme al fratello della giovane, Federico Bogdan, si erano opposti evidenziando «l’incompletezza dell’attività investigativa posta in essere dall’ufficio» del procuratore. Il gip, il 23 gennaio 2023, aveva ordinato indagini suppletive sul ruolo svolto dal primario, già coordinatore del Cts. Pochi mesi dopo, il 12 maggio dello scorso anno, Pollidori insisteva che non c’erano elementi idonei a sostenere in giudizio l’accusa contro il professore, responsabile anche dell’unità di trapianto emopoietico e terapie cellulari (Tect) del Bambino Gesù. La richiesta di archiviazione, ripresentata dal pm, però è stata nuovamente respinta due giorni fa. Il giudice Ciranna ha accolto l’ulteriore opposizione dei familiari della povera ragazza e «ritiene di condividere quanto affermato», nell’atto che contrasta le valutazioni del pm, «in merito al permanere di un obbligo di controllo e indirizzo in capo alla figura del direttore di dipartimento», dove Lisa era morta.
Nell’illustrare le ulteriori investigazioni necessarie e gli elementi di prova ignorati o mal interpretati dal pm Pollidori, gli avvocati Andrea Aiello e Francesco Bianchi, legali dei coniugi Federico e del fratello di Lisa, infatti sottolineavano: «La circostanza che il professor Locatelli non fosse informato delle vicende relative al trapianto di Elisabetta non è sufficiente a sollevarlo dalla responsabilità del tragico decesso, proprio perché […] avrebbe dovuto vigilare e coordinare, controllandone accuratamente gli esiti, ogni scelta diagnostica e terapeutica nell’esercizio delle sue funzioni di vigilanza, ancor più in una vicenda complessa come quella di Elisabetta Federico».
Una ragazza «solare, travolgente con la sua voglia di vivere», ricordano i genitori che l’avevano adottata assieme al fratello in un orfanatrofio dell’Ucraina. All’età di 16 anni le era stata diagnosticata una citopenia refrattaria pediatrica, malattia benigna del sangue derivata da un alterato funzionamento del midollo osseo. Al Bambino Gesù decidono per il trapianto, ma la giovane muore dopo 18 giorni di dolori atroci, come documenta la corposa relazione della Ctu, la consulenza tecnica d’ufficio. Ai genitori, in quei giorni di angoscia, Locatelli si limitò a dire: «In Germania ci hanno fatto uno scherzetto».
La «inadeguatezza della composizione cellulare del midollo» della donante, una tedesca con peso e gruppo sanguigno diverso dalla giovane, rese inutile il trapianto e le problematiche infettive della paziente furono gestite «con imperizia, imprudenza e negligenza, in maniera del tutto inadeguata», scrisse a giugno 2022 il pm nella richiesta di rinvio a giudizio, per omicidio colposo e cooperazione nel delitto colposo, di Pietro Merli e Rita Maria Pinto, medici all’Unità di trapianto diretta dal professore.
Due giorni fa, il gip ha disposto che vengano sentite anche le dottoresse «Emilia Boccieri e Francesca Del Bufalo in ordine al coinvolgimento del dottor Locatelli relativamente alle scelte diagnostiche e terapeutiche». Erano i medici del reparto che più hanno seguito Lisa in quei terribili giorni, non indagate «e dovranno chiarire il ruolo svolto dal direttore del dipartimento», spiega il papà di Lisa, Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Istituto superiore della sanità. Aggiunge: «Se dichiarano che il professore non era coinvolto, allora Locatelli deve rispondere di mancanza di vigilanza, perché, come ha evidenziato la Corte di Cassazione, un dirigente che delega conserva sempre una posizione di indirizzo, controllo e vigilanza sull’operato dei colleghi delegati. Se invece era coinvolto, dovrà rispondere dei disastri combinati».
Dopo sette ore di ispezione sono saltati fuori una botola che conduce alle fondamenta dello stabile tramite un dedalo di corridoi angusti, un sottotetto e un telefono cellulare, ancora funzionante, che era stato gettato in un cassonetto dei rifiuti.
Ieri, nove giorni dopo la scomparsa della piccola Mia Kataleya Chicllo Alvarez detta Kata, cinque anni, peruviana, l’ex hotel Astor, stabile del quartiere fiorentino di Novoli che era diventato il simbolo dell’occupazione abusiva tollerata dall’amministrazione dem di Dario Nardella, e che sabato è stato sgomberato, è stato finalmente perquisito in modo approfondito dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, del Ris e del Gis (il gruppo d’intervento speciale), coordinati al pm antimafia Christine von Borries.
Ma al 50 per cento. Le ricerche, «per cercare di recuperare qualsiasi traccia utile alle ricerche della piccola Kata», fanno sapere gli investigatori, «continueranno oggi». La struttura e buona parte delle pertinenze sono state battute palmo a palmo. A partire dal punto in cui Kata è stata filmata (tra le 15.01 e le 15.15 di sabato 10 giugno) mentre usciva e rientrava nell’edificio. Ieri però i carabinieri hanno anche individuato una telecamera di un cittadino che abita in un palazzo di fronte, che puntava proprio su uno degli ingressi vicini al cortile dell’albergo. I filmati sono stati acquisiti. E si spera che possa spuntare qualche altra immagine utile legata alla scomparsa.
Con sonde, telecamere, fresa nelle fondamenta e droni, poi, sono stati controllati vani angusti, intercapedini, controsoffitti, cunicoli, tubazioni, pozzetti ma, soprattutto, la botola e il sottotetto che, non essendo facilmente accessibili, hanno attirato in modo particolare l’attenzione dei reparti speciali dell’Arma. Al momento, nonostante alcune indicazioni fornite dai testimoni e ritenute utili dagli inquirenti, però, non è stato possibile stabilire il presunto percorso che avrebbe battuto Kata il giorno della scomparsa. Nel frattempo i carabinieri del Reparto operativo stanno cercando di far luce sul racket degli alloggi. E sta emergendo che sarebbero gestiti da tre distinti gruppi: due di latinos e uno di romeni. Con un personaggio, definito interessante dagli investigatori, tale Carlos, che da giorni si presenta come una sorta di portavoce dei peruviani. L’ipotesi più accreditata resta ancora il rapimento a scopo di estorsione, legato proprio al racket delle occupazioni abusive. La mamma di Kata, Kathrina, ha detto agli investigatori di aver pagato 1.000 euro per poter occupare una stanza con bagno. Ma ha anche riferito che qualche giorno prima della scomparsa della bimba era stata costretta a barricarsi in camera perché alcuni uomini volevano farla sloggiare con la forza. L’Astor, nonostante le chiacchiere al vento di Nardella, era diventato un posto molto pericoloso. Un latinos il 28 maggio era volato giù da una finestra del secondo piano dopo una lite per un allaccio abusivo all’impianto elettrico. Poi Kata è scomparsa. I due avvenimenti, secondo gli inquirenti, sarebbero collegati in qualche modo alla sparizione. Al momento, però, anche per le dichiarazioni contrastanti rese da buona parte dei testimoni e per i messaggi criptici lanciati a mezzo stampa dai parenti della bambina, il caso appare come particolarmente difficile da sbrogliare. Per ora si ritiene che Kata sia vittima di un regolamento di conti tra bande che si contendevano il controllo dello stabile occupato.
Al quarto giorno senza notizie di Mia Kataleya Chicllo Alvarez detta Kata, cinque anni, peruviana, il magistrato della Procura antimafia che si occupa dell’inchiesta per rapimento con finalità estorsiva, Christine von Borries, è entrato insieme ai carabinieri nell’ultimo luogo in cui la piccola è stata vista, ovvero il postaccio in cui viveva con la sua famiglia: l’ex hotel Astor di via Boccherini, nel quartiere fiorentino di Novoli, stabile che è diventato il simbolo dell’occupazione abusiva tollerata dall’amministrazione dem di Dario Nardella, dal quale due settimane fa, come aveva ricostruito La Verità lo scorso 31 maggio, un peruviano è volato giù da una finestra dopo una rissa e dove immigrati dell’Est e latinos si massacrano di botte anche solo per un allaccio abusivo alla corrente elettrica. Due episodi nei quali i familiari di Katia si sono trovati coinvolti, e non solo di striscio. Alcuni testimoni hanno riferito agli inquirenti che, quando l’uomo è volato dalla finestra, per esempio, era presente un parente della piccola. E che, invece, a un duello all’arma bianca in uno dei corridoi dell’ex hotel, avrebbe preso parte il papà di Kata, Miguel Angel Chicllo (successivamente arrestato per reati contro il patrimonio e, nel carcere di Sollicciano, dove è detenuto, alla notizia della scomparsa della bambina ha anche tentato di togliersi la vita ingerendo detersivo). Ovviamente gli investigatori stanno cercando riscontri e al momento non riescono a collegare i due avvenimenti al rapimento. Per ora l’unica cosa certa è che Kata è stata ripresa da alcune telecamere mentre entrava nella struttura in cui abitava. Non ci sono invece immagini che mostrano mentre esce. Ecco perché gli inquirenti concentrano le loro attenzioni nella struttura. «Senza tralasciare», spiegano, «le segnalazioni esterne». Ieri le indagini si sono spinte a Bologna, perché qualcuno l’aveva avvistata in compagnia di una donna su un bus. E c’era stata perfino la telefonata di un tizio che aveva detto di avere Kata con sé. Poi si è scoperto che era un mitomane. Sulle indicazioni che gli inquirenti stanno ricevendo in queste ore, comprese quelle dei parenti, però, c’è molta attenzione. Come anche sulle dichiarazioni rilasciate ai giornalisti. In alcuni dei racconti potrebbero nascondersi piccoli depistaggi oppure oscuri messaggi che, se decrittati, potrebbero portare a una svolta. Alcuni carabinieri, per esempio, si stanno occupando di un post su Facebook scritto da alcuni ex occupanti peruviani (che hanno fatto perdere le loro tracce e si sospetta siano all’estero): «Ricordatevi che in Perù avete una famiglia». Una frase che puzza di minaccia. Se Kata, che è sparita mentre era in compagnia di un’amica, davvero non è uscita dall’hotel, le piste più accreditate al momento sono due: una che porta verso i peruviani (nell’hotel è diffuso il fenomeno del racket degli alloggi e anche nella stessa comunità peruviana scoppiano pesanti litigi), l’altra che porta verso la comunità romena (uno dei conflitti quotidiani, infatti, è tra la comunità romena e quella latina). E tra i messaggi criptici ci sono quelli che lancia in tv Elisa Suarez, la zia di Kata: «Rispetto ai giorni scorsi abbiamo una speranza in più, non posso dire che cosa, ma noi abbiamo questa fede». Anche la mamma della piccola, Kathrina, prima di finire pure lei in ospedale per aver ingerito varechina dopo essere stata sentita dai carabinieri, aveva bofonchiato con la stampa qualcosa da decifrare: «È stata presa da qualcuno che conosceva, l’ho detto ai carabinieri (in realtà, però, gli investigatori hanno parlato di indicazioni, ma nessun nome sarebbe arrivato dalla donna, ndr)». E aveva usato anche queste parole: «Non farò denuncia, ma fatela tornare a casa». E infine si è lasciata scappare di aver dovuto pagare 1.000 euro per poter accedere a uno degli appartamenti dell’hotel da incubo, pieno di corridoi, porte e ingressi che danno su un cortiletto. Nelle scorse settimane, poi, la mamma di Kata si era dovuta barricare nella sua camera con la piccola perché qualcuno, raccontano nella comunità dei latinos, avrebbe tentato di impadronirsi della loro stanza. La struttura, non solo per il degrado e per il racket che ruota attorno agli alloggi per stranieri irregolari o senza fissa dimora (della quale Lega e Fdi da tempo chiedono lo sgombero), alimenta il mistero: una delle uscite secondarie dell’edificio, probabilmente un tempo usate dal personale addetto alle camere, con affaccio sul retro del palazzo, in un punto che non ha telecamere, era chiusa da anni, con vecchi mobili ammassati che la coprivano parzialmente. Nel pomeriggio di ieri i carabinieri, dopo aver ascoltato il fratellino di Kata, che ha sette anni, convocato insieme allo zio materno, sono tornati in via Boccherini, pare proprio per verificare anche quel percorso. Un militare si è avvicinato al citofono del palazzo confinante, ha suonato a un nominativo tra i 19 pulsanti e annunciato di dover notificare un atto di perquisizione. I militari hanno quindi ispezionato sia l’interno sia l’esterno del condominio, fermandosi per molto tempo nell’area dei garage, probabile «base» dei rapitori. Poi sono tornati all’Astor. «È presto per parlare di una svolta», dice alla Verità uno dei carabinieri impegnati nell’operazione. Ma una pista ora sembra essere più concreta. E porta gli investigatori dritti nel degrado, per troppo tempo consentito, di via Boccherini. Dove gli occupanti, con degli striscioni, si permettono pure di polemizzare: «48 ore senza risposte dalla polizia».

