Il confronto era inevitabile e, questa volta, impietoso. Dopo una cerimonia di apertura condizionata da incertezze, gaffe e dopo le rimostranze del Quirinale per lo spoiler sul video del presidente Sergio Mattarella con Valentino Rossi sul tram, la chiusura delle Olimpiadi 2026 ha restituito al pubblico una telecronaca della Rai finalmente all’altezza dell’evento. Quello firmato da Auro Bulbarelli è stato un racconto impeccabile, senza una sbavatura, che ha messo in luce per contrasto tutti i limiti emersi nell’apertura affidata all’ormai ex direttore di Raisport Paolo Petrecca, dove errori di ogni tipo avevano finito per appannare il ritmo e la chiarezza del racconto.
Bulbarelli (che «si alza sui pedali» come hanno scritto su X per ricordare il suo passato di cronista del Giro) ha accompagnato la cerimonia con una grazia misurata, quasi invisibile, dimostrando che la competenza può essere elegante e mai invadente. Nessun nome sbagliato, né tra gli atleti né tra le autorità, nessuna esitazione nei passaggi più complessi, ma un filo narrativo continuo capace di valorizzare ogni dettaglio senza mai sovrapporsi allo spettacolo. Anzi, come anche sui social hanno fatto notare, è stato lui stesso a volte a dire «forse non tutti li riconosceranno» quando introduceva le squadre olimpiche, una stilettata garbata al suo predecessore che aveva sbagliato nomi e cognomi. Riferimenti storici, citazioni di imprese sportive lungo tutto il Novecento, spiegazioni persino sui vestiti d’eccezione del corpo dei carabinieri: una telecronaca impeccabile.
La promessa di annullare la distanza tra palcoscenico e spettatori è stata seguita passo dopo passo anche nel racconto televisivo: i protagonisti atlete e atleti, Rigoletto che in bicicletta raggiunge il Teatro Filarmonico e lì incontra la madrina Benedetta Porcaroli, accolta dall’orchestra e dal coro della Fondazione Arena sulle ultime battute della Traviata. Tutto descritto con precisione, senza anticipazioni forzate, senza spiegazioni superflue.
Il momento più intenso è arrivato con l’Inno d’Italia, introdotto dalla tromba di Paolo Fresu ed eseguito dal coro della Fondazione Arena: Bulbarelli ha scelto il registro della sobrietà, lasciando parlare l’emozione mentre la bandiera entrava portata da persone dei territori olimpici, volti e storie diverse unite dai valori dello sport.
Quando la Fiamma, la stessa che aveva acceso i bracieri di Milano e Cortina dopo dodicimila chilometri di viaggio, è entrata nell’Arena custodita nella goccia di vetro di Murano, il racconto ha saputo coglierne il valore storico senza enfasi retorica. E soprattutto, quando il braciere si è acceso, Bulbarelli ha pronunciato una frase destinata a restare: con la fiamma olimpica viva, anche l’Arena di Verona è diventata uno stadio olimpico. Una spiegazione limpida, concettualmente corretta, che ha segnato una distanza netta rispetto alla gaffe di apertura e ha chiarito, senza ambiguità, il senso simbolico del luogo: due settimane fa Petrecca aveva chiamato San Siro da subito stadio olimpico.






