Ansa Video/Francesco Betrò
Lo ha dichiarato Gianluigi Benedetti, Ambasciatore d'Italia in Giappone, a margine dell'evento in occasione della giornata del Made in Italy al padiglione Italia a Expo 2025 Osaka, in Giappone.
Lo ha dichiarato Gianluigi Benedetti, Ambasciatore d'Italia in Giappone, a margine dell'evento in occasione della giornata del Made in Italy al padiglione Italia a Expo 2025 Osaka, in Giappone.
«La cucina italiana è da promuovere sia per i nostri consumatori che per la sostenibilità ambientale». Lo ha detto l'Ambasciatore d'Italia a Bruxelles Federica Favi, in occasione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, tenutasi nella capitale belga. «L'ottica di questa settimana è stata quella di combinare riflessioni su salute, commercio e cultura italiana - ha aggiunto Favi - con il grande obiettivo di rendere la nostra cucina patrimonio immateriale dell'Unesco».
Khalifa Haftar continua a rafforzare i legami con Mosca. Suo figlio Belgassem, che è direttore generale del Fondo libico per lo sviluppo e la ricostruzione, ha recentemente incontrato l’ambasciatore russo a Bengasi, Aydar Aghanin.
Secondo Agenzia Nova, i due hanno discusso del “rafforzamento della cooperazione bilaterale nel campo dell'estrazione di petrolio e gas”, nonché delle “ripristino delle infrastrutture energetiche e ferroviarie”. Ricordiamo, in particolare, che Belgassem sovrintende alla ricostruzione dell’Est libico: un’area in cui sono significativamente attive aziende sia russe che cinesi. La stessa Agenzia Nova ha d’altronde riferito che, alcuni giorni fa, il figlio di Haftar “ha firmato un memorandum d'intesa con un'alleanza imprenditoriale formata dalla società cinese Power China e dalla portoghese Future per l'implementazione di numerosi progetti strategici nella città di Bengasi”.
E attenzione: le connessioni tra Haftar e l’asse sino-russo risultano particolarmente significative anche sul fronte della difesa. Pochi giorni fa, la guardia di finanza italiana ha sequestrato sei container cinesi al porto di Gioia Tauro, contenenti due droni militari destinati proprio al maresciallo della Cirenaica. Era inoltre inizio giugno, quando il viceministro della Difesa russo, Yunus-Bek Yevkurov, si è impegnato a rafforzare le capacità delle forze militari dello stesso Haftar. Sempre il mese scorso, due navi da guerra di Mosca hanno attraccato al porto di Tobruk: una visita che, secondo una nota ufficiale, era “basata sulla volontà e sulle direttive del capo del comando generale, generale Khalifa Haftar, di velocizzare l'istituzione delle forze armate in generale, e della Marina in particolare”.
Non è d’altronde un mistero che Mosca utilizzi la sua influenza sulla parte orientale della Libia per estendere la propria longa manus sulla regione del Sahel. Non a caso, negli ultimi due anni e mezzo, Mali, Burkina Faso e Niger sono entrati stabilmente nell’orbita geopolitica russa, siglando anche un patto di sicurezza che ha inferto un durissimo schiaffo tanto alla Francia quanto all’Ecowas. Adesso, il recente incontro tra Belgassem Haftar e Aghanin certifica che il Cremlino mira a consolidare le relazioni con Bengasi anche dal punto di vista energetico e infrastrutturale. Haftar sta del resto affidando gran parte della ricostruzione dell’Est libico a russi e cinesi. Sotto questo aspetto, ricordiamo che il figlio è stato messo a capo del Fondo per lo sviluppo e la ricostruzione, lo scorso febbraio, dalla Camera dei rappresentanti: organo di fatto sottoposto all’influenza del generale della Cirenaica.
Non si tratta di una buona notizia per l’Occidente, che rischia di perdere ulteriormente terreno nell’area. È quindi ancor più necessario scommettere urgentemente sul Piano Mattei e su un rapido rilancio del fianco meridionale dell’Alleanza atlantica.
Per anni in Italia si è discusso di quelli che venivano indicati come «libri di testo faziosi». Ed è probabilmente la prima volta in cui la battaglia per cambiarli ha avuto successo. Ma è anche - guarda caso - la prima volta che si pretende di rendere i testi non meno, ma ancora più ideologici, cioè più aderenti al pensiero prevalente. I fatti li ha riassunti l'Adnkronos, che cita uno «studio coc» secondo cui «nei libri di scuola i ragazzi italiani studiano la storia come vuole Putin». Lo studio in questione è in realtà un dossier realizzato dall’Istituto Germani, lo stesso che contribuì a un volume collettaneo pubblicato dalla casa editrice tedesca Ibidem e tradotto negli Usa con il titolo Russian Active Measures: Yesterday, Today, Tomorrow. Questo libro, distribuito oltreoceano dalla Columbia University Press, ha fornito mesi fa a Gianni Riotta lo spunto per compilare la sua lista di filorussi o «Putinversteher» italici. In realtà l’obiettivo originario dei ricercatori del Germani appariva un po’ meno inquisitoriale: essi si proponevano di «discutere l’influenza russa sulla cultura e sull’accademia italiana». Abbiamo visto come sia andata a finire grazie all’amorevole impegno dei media italiani.
Il nuovo dossier dell’Istituto si appresta a seguire la medesima via, almeno per come la mettono i quotidiani (Repubblica in testa, manco a dirlo) e l’Adnkronos. «Cosa imparano i ragazzi delle medie quando si parla di Russia e Ucraina? Un’analisi di 13 sussidiari adottati nelle scuole italiane lascia piuttosto interdetti: 12 raccontano la storia (e la geografia) secondo la linea di Putin», scrive la nota agenzia di stampa. E dettaglia: «L’allarme arriva da un gruppo di attiviste ucraine, che si è rivolto a Irina Cascei, giornalista ucraina che vive da molti anni a Roma e collabora con varie testate italiane. Cascei, dopo aver raccolto i libri e fotografato i capitoli dedicati a Russia e Ucraina, ha contattato Massimiliano Di Pasquale, direttore dell’Osservatorio Ucraina presso l’istituto Gino Germani, esperto di guerra ibrida e misure attive». Ebbene, così è nato il report sui «libri filorussi».
Tra i manuali incriminati c’è ad esempio Vivi la geografia, edito da Zanichelli. Sarebbe putiniano perché ha descritto l’annessione della Crimea alla Russia in questi termini: «Dopo aver chiesto l’intervento delle truppe di Mosca, la Crimea, abitata in maggioranza da russi, si è autoproclamata indipendente con un referendum ed è stata annessa alla Russia». Per risultare accettabile, avrebbe dovuto parlare di occupazione russa, violazione dei confini e dei diritti.
Ora, ci sta che un gruppo di attivisti o degli intellettuali - i quali legittimamente coltivano una posizione politica - avanzino delle richieste. È leggermente più problematico che tali richieste siano accolte dagli editori per conformarsi al pensiero prevalente, che è poi quello che da decenni domina nelle scuole. Parlando a Repubblica, la direttrice editoriale di Zanichelli, Elena Bacchilega, spiega di aver già provveduto a correggere il tiro.
«Da parte nostra non c’è alcuna volontà di sostenere o giustificare alcun regime», dice. «Il libro citato è stato pubblicato nel 2021 e il testo è già stato oggetto di revisione che verrà riportata nell’aggiornamento della prossima edizione». Nella nuova edizione, conferma Repubblica, «si rimettono le cose al loro posto». Cioè si parla di «svolta filo europea ucraina», di «interventi militari a più riprese» della Russia, di annessione della Crimea non riconosciuta dalla comunità internazionale», di «offensiva militare del 2022 con l’obiettivo di rovesciare il governo ucraino democraticamente eletto» e pure di «resistenza» ucraina.
La rapidità dell’azione è stupefacente. Negli anni passati abbiamo segnalato decine di testi contenenti ricostruzioni storiche molto discutibili o addirittura notevoli esondazioni nella politica (ricordiamo, tra le altre, una entusiastica celebrazione di Mimmo Lucano). Ma non ci risulta che gli editori abbiano provveduto rapidamente a moderarli o a rettificare le scempiaggini. Anche dalle istituzioni silenzio totale. Qui, invece, pare ci si muova come fulmini. Anche perché, a quanto risulta, qualcuno mette pressione. Yaroslav Melnyk, l’ambasciatore ucraino in Italia, spiega a Repubblica di essere «gravemente preoccupato della disinformazione russa nei libri italiani poiché favorisce la creazione di una versione distorta degli eventi. Purtroppo, così, anche i bambini diventano vittime di propaganda». Motivo per cui l’ambasciata ucraina «monitora casi simili per portare all’attenzione delle principali case editrici la diffusione di un’informazione distorta sull’Ucraina ed è aperta alla collaborazione». Interessante: l’ambasciata ucraina esamina i libri italiani e segnala i passaggi sgraditi? Leggermente sovietico, come atteggiamento. Ma a quanto pare tutto è concesso, di questi tempi. Per altro ci risulta che in molte scuole italiane le iniziative formativo/propagandistiche a favore della causa ucraina si sprechino e forse non ci sarebbe tutto questo bisogno di intervenire sui libri di geografia e storia.
Fermo restando il diritto di ogni autore e editore a pubblicare ciò che ritiene e fermo restando il diritto di militanti o genitori a protestare, la sensazione è che si utilizzi ogni volta un metro di valutazione fallato. Risulta infatti che i ricercatori dell’Istituto Germani abbiano avuto da ridire anche sul modo in cui in alcuni testi italiani si fa riferimento - sempre in relazione alla questione ucraina - al comunismo sovietico, e ci domandiamo se i libri verranno riscritti anche in chiave anticomunista oltre che antiputiniana. Abbiamo il sospetto che così non sarà, poiché le simpatie marxiste nei manuali sono evidenti da decenni, e nessuno nei ministeri se n’è occupato. Ora e il ministero dell’Istruzione ha già avviato «verifiche per appurare se i contenuti dei manuali presentano effettive criticità». Per l’ennesima volta, tocca constatare che la libertà degli studiosi vale solo se si attengono alle direttive e che le censure preoccupano solo se riguardano questa o quella posizione aderente all’ideologia dominante. Ci chiediamo che cosa verrà dopo le liste dei giornalisti e intellettuali putiniani e quelle dei libri putiniani. Forse gli elenchi dei giocattoli putiniani? Gettate le matrioske, se le avete in casa, prima che sia troppo tardi.
Cara Elena Basile, cara ex ambasciatrice che non è mai stata ambasciatrice, caro nuovo fenomeno del carosello tv, le scrivo questa cartolina per esprimerle la mia solidarietà, dopo gli attacchi che ha ricevuto negli ultimi giorni.
Capisco infatti che il compito che si è assunta è improbo: già non è facile rappresentare «l’unica voce del dissenso» autoassegnandosi in diretta tv l’ambito titolo. Figuriamoci poi quando la medesima voce del (presunto) dissenso la stanno esprimendo decine e decine di altre persone, su ogni giornali e ogni tv. Ricordo, per dire, che il dissenso al tempo del Covid veniva oscurato dappertutto. Non aveva diritto di parola. Chi parlava veniva richiamato e/o sospeso. Lei a quel tempo era a Bruxelles, accomodata all’ambasciata, e sosteneva tutti gli obblighi e il lockdown decisi dal governo. Ora invece vorrebbe rappresentare l’unica voce del (presunto) dissenso nel sostegno alla causa palestinese, e di conseguenza ad Hamas, e viene invitata in tutte le tv. Ma c’è un problema: non si è accorta che le tv, oltre che le piazze, sono piene di gente che la pensa come lei.
Come fa a essere l’«unica voce del dissenso» fra mille voci che la pensano allo stesso modo? Beh, sappiamo che a lei nessuna impresa è impossibile. E per questo le scriviamo pieni di ammirazione: la sua mitica frase infatti è stata pronunciata durante la trasmissione di Corrado Formigli, bravissimo giornalista e persona intellettualmente onesta, ma con una visione del mondo, diciamo, non proprio filo israeliana. Infatti la puntata che ha messo in piedi l’altro giorno rigurgitava di simpatia filo palestinese e filo islamica al punto di lasciare parlare a ruota libera quel Davide Piccardo, volto simbolo dei musulmani italiani, che nel 2014 quando fu attaccata la sinagoga di Parigi commentò: «È finita la pacchia». Come faceva lei, cara Basile, a distinguersi? Semplice: ignorando la realtà. Infatti si è proclamata «unica voce del dissenso» e ha abbandonato lo studio. Un colpo di genio. Uno show.
Qualche giorno prima, da Lilli Gruber, aveva fatto venire un colpo apoplettico a Paolo Mieli e Aldo Cazzullo lamentandosi per la scarsità di ostaggi americani. «Troppo pochi, ce ne volevano di più», ha detto, questa volta in vero dissenso ma dal cervello. E così tutti hanno cominciato a compulsare la sua biografia. Lo facciamo anche noi: Elena Basile, nata a Napoli, carriera diplomatica tra Madagascar, Canada, Ungheria e Portogallo, infine capo missione in Svezia e Belgio (ma senza mai la nomina ad ambasciatrice), viene definita nei corridoi della Farnesina piena di «risentimento per una carriera non in linea con il talento autopercepito». Appassionata di scrittura, firma da tempo sul Fatto con lo pseudonimo di Ipazia, e a tempo perso si dedica ai romanzi. Ne ha già scritti cinque. Quello che le è più caro, In famiglia, si apre con un prologo «non ho risposte» e si chiude con un epilogo «non ho domande». Ma se non ha risposte e non ha domande, che cosa le resta? Ovvio: la voce del dissenso, che è così forte da travalicare il senso del ridicolo. In una intervista disse che per scrivere romanzi si ispira a un profumo. Per andare in tv, invece, evidentemente le basta respirare un po’ della solita monnezza.

