Una perla della doppia morale sul conflitto d’interesse del M5s è quella sul caso del senatore Luca Pirondini. L’esponente grillino, infatti, ha presentato un emendamento alla manovra di bilancio per un contributo di 2,5 milioni al Teatro Carlo Felice di Genova dove lui stesso, nominato dall’allora ministro grillino Alberto Bonisoli e poi confermato dal ministro Franceschini nel 2020 è membro del consiglio di indirizzo del Teatro. Una situazione che lo rende assolutamente incompatibile e che lo stesso Pirondini ha omesso di registrare nelle apposite dichiarazioni che i senatori devono presentare una volta eletti. Un conflitto di interesse evidente per il senatore, aggravato da ulteriori aspetti quali l’essere capogruppo in Commissione cultura del Senato (commissione di riferimento per i Teatri), e soprattutto dal fatto che, essendo un musicista, ha avuto negli anni numerose collaborazioni professionali con il teatro stesso. Immediata la difesa del grillino: «Spiace constatare che nel centrodestra c’è chi parla a vanvera e rivolge accuse ridicole senza conoscere i fatti: come è facile ricostruire dal 6 dicembre scorso, infatti, ho rassegnato le mie dimissioni da membro del consiglio di indirizzo del Teatro Carlo Felice, incarico che ho ricoperto a titolo assolutamente gratuito, comunicandolo al presidente della Fondazione. L’ho fatto perché non posso più rappresentare in quella sede il ministero della cultura di un governo che taglia risorse a una delle istituzioni culturali più importanti della mia città e del Paese. Già a inizio novembre avevo denunciato il taglio dei finanziamenti e annunciato che mi sarei battuto per il ripristino con un emendamento in manovra. Lo riscriverei e rifirmerei mille volte perché provare a difendere un presidio culturale dai tagli del governo Meloni è un mio preciso dovere di parlamentare e di rappresentante del territorio in cui sono stato eletto». Epperò le date non coincidono, visto che la richiesta di erogazione straordinaria a favore del Carlo Felice risale al 21 novembre scorso, data in cui, per sua stessa ammissione, Pirondini era ancora in carica come consigliere ed inoltre, fino ad una settimana fa, «al ministero della Cultura, non era ancora pervenuta alcuna lettera di dimissioni». Lo ha dichiarato il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi rispondendo a un’intervista in cui Pirondini affermava di aver dato le dimissioni «perché non ci sono più, per me, le condizioni per rappresentare il ministero, dal momento che ha deciso di tagliare sia la cosiddetta legge Genova, che dal 1999 garantisce un contributo extra al teatro Carlo Felice, che il Fus per tutte le Fondazioni lirico sinfoniche italiane». Mazzi invece ha sottolineato che «nel 2022, al Carlo Felice, sono stati erogati dal MiC contributi pari a 28 milioni e 920.000 euro, che equivalgono, giusto per dare un’idea, a 80.000 euro al giorno, considerando anche sabati, domeniche e festività». Pane per i denti degli azzurri che chiedono una presa di posizione del M5s dopo «le serie e gravi dichiarazioni del sottosegretario Mazzi» visto che «questo conflitto di interesse, questa mancata segnalazione dell’incarico, le bugie sulle mancate dimissioni, coprono di vergogna i finti moralisti, che dovranno rendere conto di questa sconcertante vicenda di Pirondini». Del resto per il senatore Pierantonio Zanettin il collega «Pirondini predica bene e razzola malissimo, come è nel Dna del M5s e la sua appassionata difesa della cultura musicale sarebbe stata più credibile se indirizzata a un ente lirico diverso da quello in cui ha lavorato». Chiedono invece chiarezza sul «macroscopico conflitto di interessi sul caso che dimostra, ancora una volta, la doppia morale del Movimento» i senatori azzurri Roberto Rosso e Daniela Ternullo. Pirondini respinge al mittente le accuse di mancata trasparenza e ribadisce che i suoi interventi si sono rivolti contro «i tagli insensati del governo, il tradimento dei professionisti dello spettacolo con la finta indennità di discontinuità e per il ripristino di tutto il fondo per lo spettacolo dal vivo».
Le grandi navi che sfilano davanti a San Marco non lo convincono. Anzi, proprio non gli piacciono. Per una ragione semplice: Venezia è unica, non c'è somma di denaro che valga metterne a rischio la bellezza fragile e irripetibile. Quella bellezza che spinse Friedrich Nietzsche a scrivere: «Se dovessi cercare una parola che sostituisce musica potrei pensare soltanto a Venezia». Il ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, racconta alla Verità il suo piano per difendere e valorizzare il più grande patrimonio artistico del mondo. Innanzitutto una premessa, che pare rispondere a chi, qualche legislatura addietro, sosteneva che con la cultura non si mangia: «Io mi considero un lavoratore della cultura e la cultura non fa lavorare solo me».
Bocconiano, 56 anni, sposato con due figlie, di Mantova ma residente a Castelletto Ticino, già direttore della Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano.
Nel suo discorso d'insediamento ha detto che bisogna spendere di più per la cultura. Quanto di più? E perché?
«Quanto potremo spendere di più lo decideremo insieme al resto del governo quando ci metteremo a tavolino per la legge di bilancio. Ma io credo che sia importante aumentare le risorse per due motivi. Il primo perché da tutta Italia mi segnalano carenza di personale. Inoltre nei prossimi tre anni molti dipendenti del ministero dei Beni e delle Attività culturali andranno in pensione. Per questo serve un piano straordinario di assunzioni nei beni culturali, ovviamente non tutti subito, altrimenti si creerebbe un tappo generazionale. Ma servono persone qualificate, motivate e competenti. Non abbiamo bisogno di precari».
C'è anche l'ipotesi di spostare personale da altri ministeri?
«In alcuni ministeri ci sono degli esuberi che a noi interessano. Persone laureate che potrebbero contribuire al nostro progetto con reciproca soddisfazione. Stiamo verificando con gli altri dicasteri se la strada è percorribile. Mi piacerebbe».
Dove intende concentrare gli investimenti?
«Distribuiremo queste risorse dove serve. Anche nei piccoli siti, in quelli meno conosciuti. Ma c'è anche un secondo motivo per investire in cultura…».
Quale?
«Il secondo punto è che abbiamo bisogno della crescita di valori positivi nella società, soprattutto nelle giovani generazioni. Stiamo studiando delle condizioni vantaggiose per favorire la fruibilità dei beni culturali, museali e archeologici ai ragazzi».
A proposito di fruibilità, la sua decisione di abolire le domeniche gratuite nei musei ha scatenato un mare di polemiche.
«Mi ha fatto molto piacere notare gli sviluppi del dibattito emerso, anche di alto livello, sui giornali in questi giorni. Ci tengo a precisare che non ho mai detto che le giornate gratuite nei musei e nei siti archeologici sarebbero state eliminate. Ribadisco che non solo resteranno, ma saranno aumentate. Ho semplicemente affermato che il sistema attuale non funziona più. Perché ogni territorio, ogni sito, ha la sua peculiarità e deve essere lasciata più libertà ai direttori di scegliere i giorni di accesso gratuito. C'è anche un problema di sicurezza, fruibilità e di decoro dei beni culturali. Tutto ciò mi è stato riferito dagli stessi direttori dei musei».
Quindi c'è soprattutto un motivo pratico?
«Le domeniche gratuite, nei momenti di alta stagione, hanno creato delle criticità che sono sotto gli occhi di tutti. Quindi questo concetto dell'obbligatorietà uguale per tutti va superato. Anche perché tratta allo stesso modo siti che attraggono milioni di visitatori e musei che hanno poche migliaia di visitatori l'anno. Ci sono siti che nel corso di una domenica hanno registrato solo cinque o sei visitatori, nonostante l'entrata gratuita. Ecco, il sistema va cambiato anche per questo. Ne discuteremo prossimamente insieme ai direttori dei musei».
Riguardo ai direttori dei musei, il suo predecessore ha aperto a molti stranieri…
«Io non ragiono in base al passaporto, mi sembra fuori dal tempo. L'importante è che un direttore sia bravo, certo per mia stessa formazione vorrei maggiore attenzione agli italiani, è un atteggiamento provinciale scegliere un direttore solo perché straniero. Però se è bravo e sa fare il suo lavoro non vedo controindicazioni».
Ci sono città d'arte assediate dai turisti come Roma, Firenze e soprattutto Venezia. Cosa pensa delle navi da crociera che passano davanti a San Marco? Sono da bloccare?
«Non ne faccio un mistero, le grandi navi a Venezia non mi piacciono: il bene culturale non è replicabile, di piazza San Marco ce n'è una sola in tutto il mondo. Se un patrimonio rischia di rovinarsi è chiaro che bisogna rimuovere i motivi dei rischi. Ma non è una decisione che posso prendere da solo. Bisogna intervenire con altri soggetti, pubblici e privati, per studiare la soluzione migliore».
E sull'assedio alle città d'arte?
«C'è un solo modo per ridurre l'assedio: far conoscere a livello nazionale e internazionale anche siti meno noti e più piccoli. Distribuire il flusso dei turisti su un numero maggiore di siti potrebbe essere la soluzione. Io spero che, in futuro, il numero di turisti continui ad aumentare, ma dobbiamo distribuirli meglio e, nel caso, dirottarne una parte su località meno conosciute ma ugualmente importanti a livello storico, artistico e archeologico. Siamo il Paese che possiede più beni artistici e archeologici in assoluto al mondo. Dobbiamo fare in modo che siano visibili e conosciuti tutti».
Quindi si deve educare il turismo. Dirigerne le mete…
«Bisogna portarlo in quella parte d'Italia non congestionata dal turismo, eppure bellissima e ricca di cultura. Il turismo è stato la Cenerentola dell'agenda politica italiana per cui i Paesi vicini a noi nel tempo ci hanno superato in attrattività turistica».
Come farlo?
«Innanzitutto promuovendo in maniera più energica il nostro Paese all'estero. E serve anche una cabina di regia: non esiste che l'Italia, quando va a promuoversi all'estero, ci vada con venti voci diverse. Andiamo una volta sola e facciamo vedere quant'è bello il nostro Paese».
Possediamo un grande patrimonio di opere, anche trafugate e che finiscono esposte in musei all'estero…
«Stiamo già lavorando di concerto con il ministero della Giustizia per inasprire le norme sui furti di beni culturali e contro i danni eventuali. Si tratta di progetti tante volte annunciati e mai realizzati».
C'è il caso dell'Atleta di Lisippo al Getty. Intende chiederne la restituzione?
«L'Atleta di Lisippo? Auspico che la diplomazia culturale possa risolvere la questione con il Getty Museum. Spero davvero di riuscire nel corso del mio mandato a riportarlo in Italia».
Cambiando argomento, il suo governo è spaccato sul destino delle soprintendenze: la Lega è per l'abolizione, i 5 stelle sono per rafforzarle. Come ne uscirà?
«L'attività di governo si basa su un contratto, che è un metodo nuovo e rispetta il volere degli elettori. Ebbene nel contratto tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini non si parla di abolizione delle soprintendenze, quanto piuttosto del rafforzamento della tutela e della valorizzazione. Serve un'analisi del lavoro delle soprintendenze, che oggi mancano delle necessarie risorse per essere efficaci».
Si spieghi meglio.
«Voglio controllare come stanno le cose. Appurare se è vero che i soprintendenti sono costretti a tralasciare la tutela perché privi di mezzi. Perché non hanno l'auto per raggiungere i siti archeologici. Se è così meglio rinunciare a qualche viaggio all'estero del ministro Bonisoli e comprare le automobili».
Parliamo di cinema...
«C'è una cosa che mi chiedo: perché solo in Italia la stagione cinematografica è così corta e per quattro mesi non escono film? E poi c'è anche il discorso delle serie televisive più seguite dal pubblico che sono tutte straniere, c'è modo di contrastarne la concorrenza? Sono due argomenti su cui voglio riflettere».
Tra cento anni per quale motivo vorrebbe essere ricordato nella storia della cultura italiana?
«Per aver promosso un concetto di cultura poliedrica dove ogni persona possa scegliersi il tipo di cultura che vuole e la possa utilizzare per diventare un cittadino più consapevole e una persona migliore. Vorrei poter dare un contributo in modo che possa formarsi una cultura che dia identità alle comunità e che aiuti a formare una società più equa e inclusiva in cui vivere».
Il suo primo passo, da neoministro dei Beni e attività culturali, è stato visitare il sito archeologico, nonché gioiello che il mondo ci invidia, di Pompei. L'ultimo crollo risale allo scorso dicembre, quando un pezzo di muro della Casa della caccia ai tori si sgretolò con le sue decorazioni di valore inestimabile. Episodi sciagurati come questo, assicura Alberto Bonisoli, non ne devono capitare più. «La cultura ha bisogno di più soldi», spiega l'ex direttore della Nuova accademia di belle arti di Milano, «in passato ci sono stati tagli per trovare risorse economiche. Vogliamo invertire questa tendenza, spenderemo di più in tutto l'ambito culturale, dall'archeologia alla musica al teatro».
Ed è proprio questo l'obiettivo del nuovo responsabile grillino del dicastero: mettere a disposizione della cultura i soldi necessari alla sua conservazione, tutela e valorizzazione.
Una posizione diversa da quella del suo predecessore, Dario Franceschini, accusato più volte di aver pensato più ai guadagni derivanti dal nostro patrimonio artistico che alla sua reale tutela. E in effetti sotto la sua gestione l'Italia si è piazzata terzultima in Europa nella classifica dei Paesi che spendono di più per la cultura, con un misero 0,4% del Pil, davanti solo a Irlanda e Romania. Mentre, secondo l'ultimo rapporto dell'ufficio statistico del ministero, sono aumentati i visitatori dei musei, che hanno toccato la cifra record di 50 milioni in un anno, con un totale di quasi 200 milioni di euro d'incassi. Numeri importanti, che però non bastano a garantire la protezione dei moltissimi tesori dislocati in tutta la Penisola. «Il patrimonio culturale italiano rappresenta uno degli aspetti che più ci identificano nel mondo. Il nostro Paese è colmo di ricchezze artistiche e architettoniche sparse in maniera omogenea in tutto il territorio, e in ogni campo dell'arte rappresentiamo un'eccellenza a livello mondiale, sia essa la danza, il cinema, la musica, il teatro», recita il contratto di governo Lega-5 stelle.
Proprio questa è la sfida principale che attende Bonisoli. Mantovano, classe 1961 e laureato all'università Bocconi di Milano, spetta a lui raccogliere il testimone lasciato dall'esecutivo Gentiloni. La Verità ha riassunto in cinque punti le questioni più urgenti sulle quali il nuovo ministro si dovrà concentrare nei prossimi mesi.
L'Italia concentra sul suo territorio più del 60% del patrimonio artistico e culturale del pianeta. Eppure non sempre queste ricchezze sono difese a dovere. Lo dimostrano i continui crolli di Pompei, il degrado che circonda la Reggia di Caserta, che nulla ha da invidiare a Versailles, i problemi denunciati dalle stesse guide turistiche all'interno del sito archeologico Neapolis di Siracusa: monumenti coperti dalle erbacce, aree di prestigio transennate e inaccessibili, sporcizia ovunque. Solo per fare alcuni esempi. Su questo il contratto di governo gialloblù è chiaro: «I beni culturali sono uno strumento fondamentale per lo sviluppo del turismo in tutto il territorio italiano nonché alla formazione del cittadino in continuità con la nostra identità. Tuttavia lo Stato non può limitarsi alla sola conservazione del bene, ma deve valorizzarlo e renderlo fruibile attraverso sistemi e modelli efficaci, grazie ad una gestione attenta e una migliore cooperazione tra gli enti pubblici e i privati. Occorre mettere in campo misure in grado di tutelare il bene nel lungo periodo, utilizzando in maniera virtuosa le risorse a disposizione». Una posizione immediatamente raccolta da Bonisoli che assicura: «Fare profitto con la cultura non è il mio obiettivo». Segnando così la distanza dalla contestata riforma Franceschini.
Altro punto sul quale il nuovo ministro dovrà concentrare la propria attenzione riguarda i servizi a disposizione delle migliaia di persone che ogni anno visitano musei, siti artistici e culturali del nostro Paese. Affinché queste strutture possano davvero competere a livello internazionale occorre fare di più rispetto al passato. Anche su questo il contratto siglato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini è chiaro: «I nostri musei, i siti storici, archeologici e dell'Unesco devono tornare a essere poli di attrazione e d'interesse internazionale, attraverso un complessivo aumento della fruibilità e un adeguato miglioramento dei servizi offerti ai visitatori». Questo significa garantire che nel prossimo futuro tante strutture riaprano finalmente le porte dopo anni di chiusura. Basta dare uno sguardo ai numeri: nel 2016 sono stati censiti 529 monumenti e parchi archeologici. Di questi ben 69 erano chiusi al pubblico.
Il nuovo ministro promette più risorse per la cultura. Ma anche per il mondo dello spettacolo, falciato da numerosi tagli negli anni passati e con fondi non sempre distribuiti equamente. L'obiettivo del nuovo dicastero è mettere in atto una riforma del sistema di finanziamento «che rimetta al centro la qualità dei progetti artistici». Un aspetto che trova spazio anche nel contratto di governo: «Tra le varie forme d'arte, lo spettacolo dal vivo rappresenta senz'altro una delle migliori eccellenze del nostro Paese. Eppure l'attuale sistema di finanziamento, determinato dalla suddivisione secondo criteri non del tutto oggettivi delle risorse presenti nel Fondo unico per lo spettacolo, limita le possibilità delle nostre migliori realtà e impedisce lo sviluppo di nuovi progetti realmente meritevoli». Una sfida che Bonisoli si dice pronto a raccogliere.
Esiste un altro problema nel nostro Paese, che nessun governo ha mai seriamente affrontato di petto. Nonostante la vastità del nostro patrimonio, troppi italiani non hanno l'abitudine di frequentare musei, siti e galleria d'arte. Addirittura 7 cittadini su 10 non avrebbero mai varcato la soglia di un museo, nonostante lungo lo Stivale se ne contino circa 5.000. A dire il vero neanche il contratto di governo gialloblù mette sotto la lente di ingrandimento la questione, che ha a che fare con un cambio di mentalità culturale. Ma con ogni probabilità questa sarà uno degli impegni del prossimo futuro.
Infine c'è il cinema, industria che in Italia vale un giro d'affari che complessivamente supera i 15 miliardi di euro l'anno, ma sulla quale il nuovo contratto dell'esecutivo non si esprime in modo specifico. Gli operatori chiedono da tempo maggiori investimenti, dopo anni di continui tagli. E di distribuzione di risorse non sempre trasparenti. Per il momento il nuovo governo si limita a ribadire che «la cultura è un motore di crescita di inestimabile valore e certamente non un costo inutile. Tagliare in maniera lineare e non ragionata la spesa da destinare al nostro patrimonio, sia esso artistico che culturale, significa ridurre in misura considerevole le possibilità di accrescere la ricchezza anche economica dei nostri territori».





