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2022-03-16
La svolta di Zelensky: «Per noi niente Nato»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo»: le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pronunciate ieri sono tutt’altro che banali. Nel giorno in cui i tre primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa, raggiungono Kiev in treno per incontrare Zelensky, il presidente ucraino torna a chiedere la no fly zone e critica la Nato per non aver accolto fino ad ora la sua richiesta: «È l’alleanza più forte del mondo», ha detto Zelensky, «ma alcuni membri di questa alleanza sono ipnotizzati dall’aggressione della Russia. Sentiamo molti discorsi sulla terza guerra mondiale che dovrebbe iniziare se la Nato chiudesse i cieli ucraini ai missili e aerei russi e quindi una no fly zone umanitaria non è stata ancora istituita, questo permette all’esercito russo di bombardare città pacifiche e far saltare in aria edifici civili, ospedali e scuole». Le armi che gli alleati occidentali forniscono all’Ucraina, ha aggiunto Zelensky, «in una settimana ci durano per 20 ore e per questo siamo costretti a riutilizzare gli equipaggiamenti sottratti ai russi. Aiutandoci, aiuterete voi stessi. Sapete di quali armamenti abbiamo bisogno, lo sanno tutti».
Giornata molto densa quella di ieri sul fronte diplomatico, con un nuovo round di negoziati online tra Ucraina e Russia. «La conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante», ha commentato Zelensky, «come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta. La nostra delegazione lavora a questo anche negoziando con la parte russa. Va abbastanza bene, mi è stato detto. Ma vedremo, i negoziati continueranno domani (oggi, ndr)».
Entra più nel dettaglio il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Ihor Zhovkva: «I negoziati Russia-Ucraina sono diventati più costruttivi», ha detto Zhovkva alla tv ucraina N24, «la posizione ucraina è stata ascoltata. Stiamo parlando di un accordo futuro, di certe garanzie per l’Ucraina dopo la fine della guerra. Siamo moderatamente ottimisti, ma comprendiamo che un grande passo avanti in questi negoziati sarà raggiunto con la partecipazione dei capi di Stato». L’Ucraina punta dunque a un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ma come è facilmente comprensibile questo summit si svolgerà solo quando l’accordo dovrà solo essere ratificato, se accordo ci sarà. Putin, riferisce il Cremlino citato da Bloomberg, ha detto al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, che «l’Ucraina non è seria nel voler trovare una soluzione mutualmente accettabile. La leadership dell’Ue ha ignorato l’azione criminale e disumana dell’esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk», ha aggiunto Putin.
Per il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, riporta l’agenzia Nova, i negoziati tr Russia-Ucraina hanno il fine di garantire lo status militare neutrale di Kiev, nel contesto delle garanzie di sicurezza per tutti i partecipanti a questo processo. Per Lavrov, è importante che l’Ucraina venga smilitarizzata e che nessuna minaccia alla Russia possa provenire dal suo territorio e vi è inoltre la «necessità di abolire tutte le restrizioni discriminatorie che sono state imposte alla lingua, all’istruzione, alla cultura e ai media russi».
Tornando alla missione dei tre premier europei a Kiev, va sottolineato il coraggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa: i leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno raggiunto la Capitale ucraina in pieno coprifuoco, con la seria possibilità di un pesante attacco russo. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ricordiamolo, aveva detto no a una missione di parlamentari italiani in Ucraina: «Dobbiamo fermare questa tragedia al più presto», ha detto Morawiecki, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa polacca Pap, «questa guerra è il risultato delle azioni di un tiranno crudele che attacca i civili, bombarda le città e gli ospedali in Ucraina». Il premier polacco aveva fatto capire che la visita era stata concordata con la Ue e che l’iniziativa era in rappresentanza dell’Unione, ma in realtà il Consiglio è stato informato dell’iniziativa e i tre premier non hanno ricevuto alcun mandato in questo senso.
Il presidente americano Joe Biden il prossimo 24 e 25 marzo parteciperà al vertice straordinario della Nato a Bruxelles e «si unirà al Consiglio europeo per discutere le nostre preoccupazioni condivise sull’Ucraina, compresi gli sforzi transatlantici per imporre costi economici alla Russia, fornire supporto umanitario alle persone e affrontare altre sfide legate al conflitto», ha detto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki citata dalla Cnn, che ha sottolineato che Biden «deve guardare alle decisioni che riguardano i nostri interessi di sicurezza nazionale e globale, e continua a credere che una no fly zone potrebbe provocare una guerra con la Russia». Nessun commento della Casa Bianca sull’ipotesi di un incontro Biden-Zelensky in Polonia.
Dopo il summit romano Usa-Cina a Draghi restano gli onori di casa
No, la notizia non è che il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, trovandosi a Roma, abbia anche rapidamente e garbatamente salutato il presidente del Consiglio, Mario Draghi. La notizia - clamorosa, a quel punto - sarebbe stata se non ci fosse stato nemmeno questo minimo gesto di cortesia, e se Sullivan fosse andato via senza neanche stringere la mano al premier italiano.
La verità è che, nonostante lo sforzo (di Palazzo Chigi e dei media più organici) di accreditare il vertice romano del giorno prima tra lo stesso Sullivan e il peso massimo della diplomazia cinese, Yang Jiechi, come un segno di ritrovata centralità dell’Italia, le cose - malinconicamente per noi - non stanno così.
Pechino e Washington hanno fatto tutto da sé, e la scelta è caduta su Roma un po’ per ragioni di agenda dei due protagonisti, e un po’ perché la principale alternativa che era stata in un primo momento presa in considerazione, e cioè Budapest, era considerata troppo sbilanciata in senso sinofilo. Morale, le due parti hanno optato per Roma, ma tenendo fuori ogni sede istituzionale italiana, né avendo bisogno di particolare assistenza dal nostro governo.
Dopo di che, ieri, e cioè il giorno successivo al summit, Sullivan ha incontrato il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Luigi Mattiolo, e, in aggiunta, recitano le note di agenzia, «ha avuto anche un breve colloquio con il presidente Draghi». Il fatto stesso che il colloquio sia stato definito «breve» lo derubrica - grosso modo - a un saluto.
Quanto all’incontro tra Sullivan e Mattiolo, è durato poco meno di un’ora: nella logica diplomatica, va detto, ci si incontra di regola tra pari grado, e, per quanto la posizione di Sullivan nell’architettura istituzionale Usa sia incomparabilmente più importante di quella di Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi è in fondo la figura italiana teoricamente meno lontana - nel senso del ruolo occupato - dal National security advisor Usa.
A proposito del breve colloquio tra Draghi e Sullivan, Palazzo Chigi ha fatto sapere in un comunicato che i due «hanno condiviso la ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca. Draghi e Sullivan si sono inoltre detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti i livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico».
In questo senso, c’è da ipotizzare che nelle prossime ore e giorni, eventualmente anche attraverso una telefonata tra Draghi e Joe Biden, venga confermata e calendarizzata (si parla dell’11 maggio) una visita del primo ministro italiano a Washington. Ma anche qui, essendosi Draghi insediato a febbraio del 2021, che il primo incontro bilaterale in America avvenga a maggio del 2022 non dà esattamente una sensazione di urgenza. Forse comunque, prima di allora, Biden passerà a Bruxelles, e già lì vedrà alcuni leader europei, Draghi incluso.
La realtà è che, come si dice brutalmente in questi casi, finora Roma è stata abbastanza «cut off», cioè tagliata fuori, dalla tessitura diplomatica relativa alla crisi russo-ucraina. Prima l’esclusione dalla cena dei leader europei a Parigi (e a quel punto, evocando questioni tecniche, Draghi non si è adattato a farsi collegare da remoto); poi l’esclusione da una riunione in collegamento tra Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Olaf Scholz; e infine l’esclusione dalla videocall tra il cancelliere tedesco, il presidente francese e il leader cinese, Xi Jinping.
Insomma, addio ambizioni di influenza mondiale: è come se le circostanze avessero determinato una sorta di silenzioso «downgrading» di Draghi, transitato dalla gloriosa condizione di «Super Mario» a quella - puramente e semplicemente - di primo ministro italiano. Non più di questo, per il momento.
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Vladimir Putin accusa l’Ucraina: «Non è seria nei negoziati». Ma il leader apre uno spiraglio («È impossibile entrare nel Patto atlantico») e riceverà i primi ministri di Polonia, Slovenia e Repubblica Ceca. Joe Biden atteso il 24 marzo a Bruxelles: vertice Nato e Consiglio Ue.Visita di cortesia del consigliere americano Jake Sullivan al premier italiano e a Luigi Mattiolo.Lo speciale contiene due articoli.«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo»: le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pronunciate ieri sono tutt’altro che banali. Nel giorno in cui i tre primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa, raggiungono Kiev in treno per incontrare Zelensky, il presidente ucraino torna a chiedere la no fly zone e critica la Nato per non aver accolto fino ad ora la sua richiesta: «È l’alleanza più forte del mondo», ha detto Zelensky, «ma alcuni membri di questa alleanza sono ipnotizzati dall’aggressione della Russia. Sentiamo molti discorsi sulla terza guerra mondiale che dovrebbe iniziare se la Nato chiudesse i cieli ucraini ai missili e aerei russi e quindi una no fly zone umanitaria non è stata ancora istituita, questo permette all’esercito russo di bombardare città pacifiche e far saltare in aria edifici civili, ospedali e scuole». Le armi che gli alleati occidentali forniscono all’Ucraina, ha aggiunto Zelensky, «in una settimana ci durano per 20 ore e per questo siamo costretti a riutilizzare gli equipaggiamenti sottratti ai russi. Aiutandoci, aiuterete voi stessi. Sapete di quali armamenti abbiamo bisogno, lo sanno tutti». Giornata molto densa quella di ieri sul fronte diplomatico, con un nuovo round di negoziati online tra Ucraina e Russia. «La conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante», ha commentato Zelensky, «come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta. La nostra delegazione lavora a questo anche negoziando con la parte russa. Va abbastanza bene, mi è stato detto. Ma vedremo, i negoziati continueranno domani (oggi, ndr)». Entra più nel dettaglio il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Ihor Zhovkva: «I negoziati Russia-Ucraina sono diventati più costruttivi», ha detto Zhovkva alla tv ucraina N24, «la posizione ucraina è stata ascoltata. Stiamo parlando di un accordo futuro, di certe garanzie per l’Ucraina dopo la fine della guerra. Siamo moderatamente ottimisti, ma comprendiamo che un grande passo avanti in questi negoziati sarà raggiunto con la partecipazione dei capi di Stato». L’Ucraina punta dunque a un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ma come è facilmente comprensibile questo summit si svolgerà solo quando l’accordo dovrà solo essere ratificato, se accordo ci sarà. Putin, riferisce il Cremlino citato da Bloomberg, ha detto al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, che «l’Ucraina non è seria nel voler trovare una soluzione mutualmente accettabile. La leadership dell’Ue ha ignorato l’azione criminale e disumana dell’esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk», ha aggiunto Putin. Per il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, riporta l’agenzia Nova, i negoziati tr Russia-Ucraina hanno il fine di garantire lo status militare neutrale di Kiev, nel contesto delle garanzie di sicurezza per tutti i partecipanti a questo processo. Per Lavrov, è importante che l’Ucraina venga smilitarizzata e che nessuna minaccia alla Russia possa provenire dal suo territorio e vi è inoltre la «necessità di abolire tutte le restrizioni discriminatorie che sono state imposte alla lingua, all’istruzione, alla cultura e ai media russi». Tornando alla missione dei tre premier europei a Kiev, va sottolineato il coraggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa: i leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno raggiunto la Capitale ucraina in pieno coprifuoco, con la seria possibilità di un pesante attacco russo. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ricordiamolo, aveva detto no a una missione di parlamentari italiani in Ucraina: «Dobbiamo fermare questa tragedia al più presto», ha detto Morawiecki, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa polacca Pap, «questa guerra è il risultato delle azioni di un tiranno crudele che attacca i civili, bombarda le città e gli ospedali in Ucraina». Il premier polacco aveva fatto capire che la visita era stata concordata con la Ue e che l’iniziativa era in rappresentanza dell’Unione, ma in realtà il Consiglio è stato informato dell’iniziativa e i tre premier non hanno ricevuto alcun mandato in questo senso. Il presidente americano Joe Biden il prossimo 24 e 25 marzo parteciperà al vertice straordinario della Nato a Bruxelles e «si unirà al Consiglio europeo per discutere le nostre preoccupazioni condivise sull’Ucraina, compresi gli sforzi transatlantici per imporre costi economici alla Russia, fornire supporto umanitario alle persone e affrontare altre sfide legate al conflitto», ha detto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki citata dalla Cnn, che ha sottolineato che Biden «deve guardare alle decisioni che riguardano i nostri interessi di sicurezza nazionale e globale, e continua a credere che una no fly zone potrebbe provocare una guerra con la Russia». 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La verità è che, nonostante lo sforzo (di Palazzo Chigi e dei media più organici) di accreditare il vertice romano del giorno prima tra lo stesso Sullivan e il peso massimo della diplomazia cinese, Yang Jiechi, come un segno di ritrovata centralità dell’Italia, le cose - malinconicamente per noi - non stanno così. Pechino e Washington hanno fatto tutto da sé, e la scelta è caduta su Roma un po’ per ragioni di agenda dei due protagonisti, e un po’ perché la principale alternativa che era stata in un primo momento presa in considerazione, e cioè Budapest, era considerata troppo sbilanciata in senso sinofilo. Morale, le due parti hanno optato per Roma, ma tenendo fuori ogni sede istituzionale italiana, né avendo bisogno di particolare assistenza dal nostro governo. Dopo di che, ieri, e cioè il giorno successivo al summit, Sullivan ha incontrato il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Luigi Mattiolo, e, in aggiunta, recitano le note di agenzia, «ha avuto anche un breve colloquio con il presidente Draghi». Il fatto stesso che il colloquio sia stato definito «breve» lo derubrica - grosso modo - a un saluto. Quanto all’incontro tra Sullivan e Mattiolo, è durato poco meno di un’ora: nella logica diplomatica, va detto, ci si incontra di regola tra pari grado, e, per quanto la posizione di Sullivan nell’architettura istituzionale Usa sia incomparabilmente più importante di quella di Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi è in fondo la figura italiana teoricamente meno lontana - nel senso del ruolo occupato - dal National security advisor Usa. A proposito del breve colloquio tra Draghi e Sullivan, Palazzo Chigi ha fatto sapere in un comunicato che i due «hanno condiviso la ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca. Draghi e Sullivan si sono inoltre detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti i livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico». In questo senso, c’è da ipotizzare che nelle prossime ore e giorni, eventualmente anche attraverso una telefonata tra Draghi e Joe Biden, venga confermata e calendarizzata (si parla dell’11 maggio) una visita del primo ministro italiano a Washington. Ma anche qui, essendosi Draghi insediato a febbraio del 2021, che il primo incontro bilaterale in America avvenga a maggio del 2022 non dà esattamente una sensazione di urgenza. Forse comunque, prima di allora, Biden passerà a Bruxelles, e già lì vedrà alcuni leader europei, Draghi incluso. La realtà è che, come si dice brutalmente in questi casi, finora Roma è stata abbastanza «cut off», cioè tagliata fuori, dalla tessitura diplomatica relativa alla crisi russo-ucraina. Prima l’esclusione dalla cena dei leader europei a Parigi (e a quel punto, evocando questioni tecniche, Draghi non si è adattato a farsi collegare da remoto); poi l’esclusione da una riunione in collegamento tra Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Olaf Scholz; e infine l’esclusione dalla videocall tra il cancelliere tedesco, il presidente francese e il leader cinese, Xi Jinping. Insomma, addio ambizioni di influenza mondiale: è come se le circostanze avessero determinato una sorta di silenzioso «downgrading» di Draghi, transitato dalla gloriosa condizione di «Super Mario» a quella - puramente e semplicemente - di primo ministro italiano. Non più di questo, per il momento.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.