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2022-03-16
La svolta di Zelensky: «Per noi niente Nato»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo»: le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pronunciate ieri sono tutt’altro che banali. Nel giorno in cui i tre primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa, raggiungono Kiev in treno per incontrare Zelensky, il presidente ucraino torna a chiedere la no fly zone e critica la Nato per non aver accolto fino ad ora la sua richiesta: «È l’alleanza più forte del mondo», ha detto Zelensky, «ma alcuni membri di questa alleanza sono ipnotizzati dall’aggressione della Russia. Sentiamo molti discorsi sulla terza guerra mondiale che dovrebbe iniziare se la Nato chiudesse i cieli ucraini ai missili e aerei russi e quindi una no fly zone umanitaria non è stata ancora istituita, questo permette all’esercito russo di bombardare città pacifiche e far saltare in aria edifici civili, ospedali e scuole». Le armi che gli alleati occidentali forniscono all’Ucraina, ha aggiunto Zelensky, «in una settimana ci durano per 20 ore e per questo siamo costretti a riutilizzare gli equipaggiamenti sottratti ai russi. Aiutandoci, aiuterete voi stessi. Sapete di quali armamenti abbiamo bisogno, lo sanno tutti».
Giornata molto densa quella di ieri sul fronte diplomatico, con un nuovo round di negoziati online tra Ucraina e Russia. «La conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante», ha commentato Zelensky, «come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta. La nostra delegazione lavora a questo anche negoziando con la parte russa. Va abbastanza bene, mi è stato detto. Ma vedremo, i negoziati continueranno domani (oggi, ndr)».
Entra più nel dettaglio il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Ihor Zhovkva: «I negoziati Russia-Ucraina sono diventati più costruttivi», ha detto Zhovkva alla tv ucraina N24, «la posizione ucraina è stata ascoltata. Stiamo parlando di un accordo futuro, di certe garanzie per l’Ucraina dopo la fine della guerra. Siamo moderatamente ottimisti, ma comprendiamo che un grande passo avanti in questi negoziati sarà raggiunto con la partecipazione dei capi di Stato». L’Ucraina punta dunque a un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ma come è facilmente comprensibile questo summit si svolgerà solo quando l’accordo dovrà solo essere ratificato, se accordo ci sarà. Putin, riferisce il Cremlino citato da Bloomberg, ha detto al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, che «l’Ucraina non è seria nel voler trovare una soluzione mutualmente accettabile. La leadership dell’Ue ha ignorato l’azione criminale e disumana dell’esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk», ha aggiunto Putin.
Per il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, riporta l’agenzia Nova, i negoziati tr Russia-Ucraina hanno il fine di garantire lo status militare neutrale di Kiev, nel contesto delle garanzie di sicurezza per tutti i partecipanti a questo processo. Per Lavrov, è importante che l’Ucraina venga smilitarizzata e che nessuna minaccia alla Russia possa provenire dal suo territorio e vi è inoltre la «necessità di abolire tutte le restrizioni discriminatorie che sono state imposte alla lingua, all’istruzione, alla cultura e ai media russi».
Tornando alla missione dei tre premier europei a Kiev, va sottolineato il coraggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa: i leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno raggiunto la Capitale ucraina in pieno coprifuoco, con la seria possibilità di un pesante attacco russo. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ricordiamolo, aveva detto no a una missione di parlamentari italiani in Ucraina: «Dobbiamo fermare questa tragedia al più presto», ha detto Morawiecki, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa polacca Pap, «questa guerra è il risultato delle azioni di un tiranno crudele che attacca i civili, bombarda le città e gli ospedali in Ucraina». Il premier polacco aveva fatto capire che la visita era stata concordata con la Ue e che l’iniziativa era in rappresentanza dell’Unione, ma in realtà il Consiglio è stato informato dell’iniziativa e i tre premier non hanno ricevuto alcun mandato in questo senso.
Il presidente americano Joe Biden il prossimo 24 e 25 marzo parteciperà al vertice straordinario della Nato a Bruxelles e «si unirà al Consiglio europeo per discutere le nostre preoccupazioni condivise sull’Ucraina, compresi gli sforzi transatlantici per imporre costi economici alla Russia, fornire supporto umanitario alle persone e affrontare altre sfide legate al conflitto», ha detto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki citata dalla Cnn, che ha sottolineato che Biden «deve guardare alle decisioni che riguardano i nostri interessi di sicurezza nazionale e globale, e continua a credere che una no fly zone potrebbe provocare una guerra con la Russia». Nessun commento della Casa Bianca sull’ipotesi di un incontro Biden-Zelensky in Polonia.
Dopo il summit romano Usa-Cina a Draghi restano gli onori di casa
No, la notizia non è che il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, trovandosi a Roma, abbia anche rapidamente e garbatamente salutato il presidente del Consiglio, Mario Draghi. La notizia - clamorosa, a quel punto - sarebbe stata se non ci fosse stato nemmeno questo minimo gesto di cortesia, e se Sullivan fosse andato via senza neanche stringere la mano al premier italiano.
La verità è che, nonostante lo sforzo (di Palazzo Chigi e dei media più organici) di accreditare il vertice romano del giorno prima tra lo stesso Sullivan e il peso massimo della diplomazia cinese, Yang Jiechi, come un segno di ritrovata centralità dell’Italia, le cose - malinconicamente per noi - non stanno così.
Pechino e Washington hanno fatto tutto da sé, e la scelta è caduta su Roma un po’ per ragioni di agenda dei due protagonisti, e un po’ perché la principale alternativa che era stata in un primo momento presa in considerazione, e cioè Budapest, era considerata troppo sbilanciata in senso sinofilo. Morale, le due parti hanno optato per Roma, ma tenendo fuori ogni sede istituzionale italiana, né avendo bisogno di particolare assistenza dal nostro governo.
Dopo di che, ieri, e cioè il giorno successivo al summit, Sullivan ha incontrato il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Luigi Mattiolo, e, in aggiunta, recitano le note di agenzia, «ha avuto anche un breve colloquio con il presidente Draghi». Il fatto stesso che il colloquio sia stato definito «breve» lo derubrica - grosso modo - a un saluto.
Quanto all’incontro tra Sullivan e Mattiolo, è durato poco meno di un’ora: nella logica diplomatica, va detto, ci si incontra di regola tra pari grado, e, per quanto la posizione di Sullivan nell’architettura istituzionale Usa sia incomparabilmente più importante di quella di Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi è in fondo la figura italiana teoricamente meno lontana - nel senso del ruolo occupato - dal National security advisor Usa.
A proposito del breve colloquio tra Draghi e Sullivan, Palazzo Chigi ha fatto sapere in un comunicato che i due «hanno condiviso la ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca. Draghi e Sullivan si sono inoltre detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti i livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico».
In questo senso, c’è da ipotizzare che nelle prossime ore e giorni, eventualmente anche attraverso una telefonata tra Draghi e Joe Biden, venga confermata e calendarizzata (si parla dell’11 maggio) una visita del primo ministro italiano a Washington. Ma anche qui, essendosi Draghi insediato a febbraio del 2021, che il primo incontro bilaterale in America avvenga a maggio del 2022 non dà esattamente una sensazione di urgenza. Forse comunque, prima di allora, Biden passerà a Bruxelles, e già lì vedrà alcuni leader europei, Draghi incluso.
La realtà è che, come si dice brutalmente in questi casi, finora Roma è stata abbastanza «cut off», cioè tagliata fuori, dalla tessitura diplomatica relativa alla crisi russo-ucraina. Prima l’esclusione dalla cena dei leader europei a Parigi (e a quel punto, evocando questioni tecniche, Draghi non si è adattato a farsi collegare da remoto); poi l’esclusione da una riunione in collegamento tra Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Olaf Scholz; e infine l’esclusione dalla videocall tra il cancelliere tedesco, il presidente francese e il leader cinese, Xi Jinping.
Insomma, addio ambizioni di influenza mondiale: è come se le circostanze avessero determinato una sorta di silenzioso «downgrading» di Draghi, transitato dalla gloriosa condizione di «Super Mario» a quella - puramente e semplicemente - di primo ministro italiano. Non più di questo, per il momento.
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Vladimir Putin accusa l’Ucraina: «Non è seria nei negoziati». Ma il leader apre uno spiraglio («È impossibile entrare nel Patto atlantico») e riceverà i primi ministri di Polonia, Slovenia e Repubblica Ceca. Joe Biden atteso il 24 marzo a Bruxelles: vertice Nato e Consiglio Ue.Visita di cortesia del consigliere americano Jake Sullivan al premier italiano e a Luigi Mattiolo.Lo speciale contiene due articoli.«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo»: le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pronunciate ieri sono tutt’altro che banali. Nel giorno in cui i tre primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa, raggiungono Kiev in treno per incontrare Zelensky, il presidente ucraino torna a chiedere la no fly zone e critica la Nato per non aver accolto fino ad ora la sua richiesta: «È l’alleanza più forte del mondo», ha detto Zelensky, «ma alcuni membri di questa alleanza sono ipnotizzati dall’aggressione della Russia. Sentiamo molti discorsi sulla terza guerra mondiale che dovrebbe iniziare se la Nato chiudesse i cieli ucraini ai missili e aerei russi e quindi una no fly zone umanitaria non è stata ancora istituita, questo permette all’esercito russo di bombardare città pacifiche e far saltare in aria edifici civili, ospedali e scuole». Le armi che gli alleati occidentali forniscono all’Ucraina, ha aggiunto Zelensky, «in una settimana ci durano per 20 ore e per questo siamo costretti a riutilizzare gli equipaggiamenti sottratti ai russi. Aiutandoci, aiuterete voi stessi. Sapete di quali armamenti abbiamo bisogno, lo sanno tutti». Giornata molto densa quella di ieri sul fronte diplomatico, con un nuovo round di negoziati online tra Ucraina e Russia. «La conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante», ha commentato Zelensky, «come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta. La nostra delegazione lavora a questo anche negoziando con la parte russa. Va abbastanza bene, mi è stato detto. Ma vedremo, i negoziati continueranno domani (oggi, ndr)». Entra più nel dettaglio il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Ihor Zhovkva: «I negoziati Russia-Ucraina sono diventati più costruttivi», ha detto Zhovkva alla tv ucraina N24, «la posizione ucraina è stata ascoltata. Stiamo parlando di un accordo futuro, di certe garanzie per l’Ucraina dopo la fine della guerra. Siamo moderatamente ottimisti, ma comprendiamo che un grande passo avanti in questi negoziati sarà raggiunto con la partecipazione dei capi di Stato». L’Ucraina punta dunque a un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ma come è facilmente comprensibile questo summit si svolgerà solo quando l’accordo dovrà solo essere ratificato, se accordo ci sarà. Putin, riferisce il Cremlino citato da Bloomberg, ha detto al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, che «l’Ucraina non è seria nel voler trovare una soluzione mutualmente accettabile. La leadership dell’Ue ha ignorato l’azione criminale e disumana dell’esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk», ha aggiunto Putin. Per il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, riporta l’agenzia Nova, i negoziati tr Russia-Ucraina hanno il fine di garantire lo status militare neutrale di Kiev, nel contesto delle garanzie di sicurezza per tutti i partecipanti a questo processo. Per Lavrov, è importante che l’Ucraina venga smilitarizzata e che nessuna minaccia alla Russia possa provenire dal suo territorio e vi è inoltre la «necessità di abolire tutte le restrizioni discriminatorie che sono state imposte alla lingua, all’istruzione, alla cultura e ai media russi». Tornando alla missione dei tre premier europei a Kiev, va sottolineato il coraggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa: i leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno raggiunto la Capitale ucraina in pieno coprifuoco, con la seria possibilità di un pesante attacco russo. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ricordiamolo, aveva detto no a una missione di parlamentari italiani in Ucraina: «Dobbiamo fermare questa tragedia al più presto», ha detto Morawiecki, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa polacca Pap, «questa guerra è il risultato delle azioni di un tiranno crudele che attacca i civili, bombarda le città e gli ospedali in Ucraina». Il premier polacco aveva fatto capire che la visita era stata concordata con la Ue e che l’iniziativa era in rappresentanza dell’Unione, ma in realtà il Consiglio è stato informato dell’iniziativa e i tre premier non hanno ricevuto alcun mandato in questo senso. Il presidente americano Joe Biden il prossimo 24 e 25 marzo parteciperà al vertice straordinario della Nato a Bruxelles e «si unirà al Consiglio europeo per discutere le nostre preoccupazioni condivise sull’Ucraina, compresi gli sforzi transatlantici per imporre costi economici alla Russia, fornire supporto umanitario alle persone e affrontare altre sfide legate al conflitto», ha detto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki citata dalla Cnn, che ha sottolineato che Biden «deve guardare alle decisioni che riguardano i nostri interessi di sicurezza nazionale e globale, e continua a credere che una no fly zone potrebbe provocare una guerra con la Russia». Nessun commento della Casa Bianca sull’ipotesi di un incontro Biden-Zelensky in Polonia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/svolta-zelensky-niente-nato-2656965694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-il-summit-romano-usa-cina-a-draghi-restano-gli-onori-di-casa" data-post-id="2656965694" data-published-at="1647391588" data-use-pagination="False"> Dopo il summit romano Usa-Cina a Draghi restano gli onori di casa No, la notizia non è che il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, trovandosi a Roma, abbia anche rapidamente e garbatamente salutato il presidente del Consiglio, Mario Draghi. La notizia - clamorosa, a quel punto - sarebbe stata se non ci fosse stato nemmeno questo minimo gesto di cortesia, e se Sullivan fosse andato via senza neanche stringere la mano al premier italiano. La verità è che, nonostante lo sforzo (di Palazzo Chigi e dei media più organici) di accreditare il vertice romano del giorno prima tra lo stesso Sullivan e il peso massimo della diplomazia cinese, Yang Jiechi, come un segno di ritrovata centralità dell’Italia, le cose - malinconicamente per noi - non stanno così. Pechino e Washington hanno fatto tutto da sé, e la scelta è caduta su Roma un po’ per ragioni di agenda dei due protagonisti, e un po’ perché la principale alternativa che era stata in un primo momento presa in considerazione, e cioè Budapest, era considerata troppo sbilanciata in senso sinofilo. Morale, le due parti hanno optato per Roma, ma tenendo fuori ogni sede istituzionale italiana, né avendo bisogno di particolare assistenza dal nostro governo. Dopo di che, ieri, e cioè il giorno successivo al summit, Sullivan ha incontrato il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Luigi Mattiolo, e, in aggiunta, recitano le note di agenzia, «ha avuto anche un breve colloquio con il presidente Draghi». Il fatto stesso che il colloquio sia stato definito «breve» lo derubrica - grosso modo - a un saluto. Quanto all’incontro tra Sullivan e Mattiolo, è durato poco meno di un’ora: nella logica diplomatica, va detto, ci si incontra di regola tra pari grado, e, per quanto la posizione di Sullivan nell’architettura istituzionale Usa sia incomparabilmente più importante di quella di Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi è in fondo la figura italiana teoricamente meno lontana - nel senso del ruolo occupato - dal National security advisor Usa. A proposito del breve colloquio tra Draghi e Sullivan, Palazzo Chigi ha fatto sapere in un comunicato che i due «hanno condiviso la ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca. Draghi e Sullivan si sono inoltre detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti i livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico». In questo senso, c’è da ipotizzare che nelle prossime ore e giorni, eventualmente anche attraverso una telefonata tra Draghi e Joe Biden, venga confermata e calendarizzata (si parla dell’11 maggio) una visita del primo ministro italiano a Washington. Ma anche qui, essendosi Draghi insediato a febbraio del 2021, che il primo incontro bilaterale in America avvenga a maggio del 2022 non dà esattamente una sensazione di urgenza. Forse comunque, prima di allora, Biden passerà a Bruxelles, e già lì vedrà alcuni leader europei, Draghi incluso. La realtà è che, come si dice brutalmente in questi casi, finora Roma è stata abbastanza «cut off», cioè tagliata fuori, dalla tessitura diplomatica relativa alla crisi russo-ucraina. Prima l’esclusione dalla cena dei leader europei a Parigi (e a quel punto, evocando questioni tecniche, Draghi non si è adattato a farsi collegare da remoto); poi l’esclusione da una riunione in collegamento tra Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Olaf Scholz; e infine l’esclusione dalla videocall tra il cancelliere tedesco, il presidente francese e il leader cinese, Xi Jinping. Insomma, addio ambizioni di influenza mondiale: è come se le circostanze avessero determinato una sorta di silenzioso «downgrading» di Draghi, transitato dalla gloriosa condizione di «Super Mario» a quella - puramente e semplicemente - di primo ministro italiano. Non più di questo, per il momento.
Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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