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2022-03-16
La svolta di Zelensky: «Per noi niente Nato»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo»: le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pronunciate ieri sono tutt’altro che banali. Nel giorno in cui i tre primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa, raggiungono Kiev in treno per incontrare Zelensky, il presidente ucraino torna a chiedere la no fly zone e critica la Nato per non aver accolto fino ad ora la sua richiesta: «È l’alleanza più forte del mondo», ha detto Zelensky, «ma alcuni membri di questa alleanza sono ipnotizzati dall’aggressione della Russia. Sentiamo molti discorsi sulla terza guerra mondiale che dovrebbe iniziare se la Nato chiudesse i cieli ucraini ai missili e aerei russi e quindi una no fly zone umanitaria non è stata ancora istituita, questo permette all’esercito russo di bombardare città pacifiche e far saltare in aria edifici civili, ospedali e scuole». Le armi che gli alleati occidentali forniscono all’Ucraina, ha aggiunto Zelensky, «in una settimana ci durano per 20 ore e per questo siamo costretti a riutilizzare gli equipaggiamenti sottratti ai russi. Aiutandoci, aiuterete voi stessi. Sapete di quali armamenti abbiamo bisogno, lo sanno tutti».
Giornata molto densa quella di ieri sul fronte diplomatico, con un nuovo round di negoziati online tra Ucraina e Russia. «La conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante», ha commentato Zelensky, «come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta. La nostra delegazione lavora a questo anche negoziando con la parte russa. Va abbastanza bene, mi è stato detto. Ma vedremo, i negoziati continueranno domani (oggi, ndr)».
Entra più nel dettaglio il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Ihor Zhovkva: «I negoziati Russia-Ucraina sono diventati più costruttivi», ha detto Zhovkva alla tv ucraina N24, «la posizione ucraina è stata ascoltata. Stiamo parlando di un accordo futuro, di certe garanzie per l’Ucraina dopo la fine della guerra. Siamo moderatamente ottimisti, ma comprendiamo che un grande passo avanti in questi negoziati sarà raggiunto con la partecipazione dei capi di Stato». L’Ucraina punta dunque a un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ma come è facilmente comprensibile questo summit si svolgerà solo quando l’accordo dovrà solo essere ratificato, se accordo ci sarà. Putin, riferisce il Cremlino citato da Bloomberg, ha detto al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, che «l’Ucraina non è seria nel voler trovare una soluzione mutualmente accettabile. La leadership dell’Ue ha ignorato l’azione criminale e disumana dell’esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk», ha aggiunto Putin.
Per il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, riporta l’agenzia Nova, i negoziati tr Russia-Ucraina hanno il fine di garantire lo status militare neutrale di Kiev, nel contesto delle garanzie di sicurezza per tutti i partecipanti a questo processo. Per Lavrov, è importante che l’Ucraina venga smilitarizzata e che nessuna minaccia alla Russia possa provenire dal suo territorio e vi è inoltre la «necessità di abolire tutte le restrizioni discriminatorie che sono state imposte alla lingua, all’istruzione, alla cultura e ai media russi».
Tornando alla missione dei tre premier europei a Kiev, va sottolineato il coraggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa: i leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno raggiunto la Capitale ucraina in pieno coprifuoco, con la seria possibilità di un pesante attacco russo. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ricordiamolo, aveva detto no a una missione di parlamentari italiani in Ucraina: «Dobbiamo fermare questa tragedia al più presto», ha detto Morawiecki, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa polacca Pap, «questa guerra è il risultato delle azioni di un tiranno crudele che attacca i civili, bombarda le città e gli ospedali in Ucraina». Il premier polacco aveva fatto capire che la visita era stata concordata con la Ue e che l’iniziativa era in rappresentanza dell’Unione, ma in realtà il Consiglio è stato informato dell’iniziativa e i tre premier non hanno ricevuto alcun mandato in questo senso.
Il presidente americano Joe Biden il prossimo 24 e 25 marzo parteciperà al vertice straordinario della Nato a Bruxelles e «si unirà al Consiglio europeo per discutere le nostre preoccupazioni condivise sull’Ucraina, compresi gli sforzi transatlantici per imporre costi economici alla Russia, fornire supporto umanitario alle persone e affrontare altre sfide legate al conflitto», ha detto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki citata dalla Cnn, che ha sottolineato che Biden «deve guardare alle decisioni che riguardano i nostri interessi di sicurezza nazionale e globale, e continua a credere che una no fly zone potrebbe provocare una guerra con la Russia». Nessun commento della Casa Bianca sull’ipotesi di un incontro Biden-Zelensky in Polonia.
Dopo il summit romano Usa-Cina a Draghi restano gli onori di casa
No, la notizia non è che il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, trovandosi a Roma, abbia anche rapidamente e garbatamente salutato il presidente del Consiglio, Mario Draghi. La notizia - clamorosa, a quel punto - sarebbe stata se non ci fosse stato nemmeno questo minimo gesto di cortesia, e se Sullivan fosse andato via senza neanche stringere la mano al premier italiano.
La verità è che, nonostante lo sforzo (di Palazzo Chigi e dei media più organici) di accreditare il vertice romano del giorno prima tra lo stesso Sullivan e il peso massimo della diplomazia cinese, Yang Jiechi, come un segno di ritrovata centralità dell’Italia, le cose - malinconicamente per noi - non stanno così.
Pechino e Washington hanno fatto tutto da sé, e la scelta è caduta su Roma un po’ per ragioni di agenda dei due protagonisti, e un po’ perché la principale alternativa che era stata in un primo momento presa in considerazione, e cioè Budapest, era considerata troppo sbilanciata in senso sinofilo. Morale, le due parti hanno optato per Roma, ma tenendo fuori ogni sede istituzionale italiana, né avendo bisogno di particolare assistenza dal nostro governo.
Dopo di che, ieri, e cioè il giorno successivo al summit, Sullivan ha incontrato il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Luigi Mattiolo, e, in aggiunta, recitano le note di agenzia, «ha avuto anche un breve colloquio con il presidente Draghi». Il fatto stesso che il colloquio sia stato definito «breve» lo derubrica - grosso modo - a un saluto.
Quanto all’incontro tra Sullivan e Mattiolo, è durato poco meno di un’ora: nella logica diplomatica, va detto, ci si incontra di regola tra pari grado, e, per quanto la posizione di Sullivan nell’architettura istituzionale Usa sia incomparabilmente più importante di quella di Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi è in fondo la figura italiana teoricamente meno lontana - nel senso del ruolo occupato - dal National security advisor Usa.
A proposito del breve colloquio tra Draghi e Sullivan, Palazzo Chigi ha fatto sapere in un comunicato che i due «hanno condiviso la ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca. Draghi e Sullivan si sono inoltre detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti i livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico».
In questo senso, c’è da ipotizzare che nelle prossime ore e giorni, eventualmente anche attraverso una telefonata tra Draghi e Joe Biden, venga confermata e calendarizzata (si parla dell’11 maggio) una visita del primo ministro italiano a Washington. Ma anche qui, essendosi Draghi insediato a febbraio del 2021, che il primo incontro bilaterale in America avvenga a maggio del 2022 non dà esattamente una sensazione di urgenza. Forse comunque, prima di allora, Biden passerà a Bruxelles, e già lì vedrà alcuni leader europei, Draghi incluso.
La realtà è che, come si dice brutalmente in questi casi, finora Roma è stata abbastanza «cut off», cioè tagliata fuori, dalla tessitura diplomatica relativa alla crisi russo-ucraina. Prima l’esclusione dalla cena dei leader europei a Parigi (e a quel punto, evocando questioni tecniche, Draghi non si è adattato a farsi collegare da remoto); poi l’esclusione da una riunione in collegamento tra Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Olaf Scholz; e infine l’esclusione dalla videocall tra il cancelliere tedesco, il presidente francese e il leader cinese, Xi Jinping.
Insomma, addio ambizioni di influenza mondiale: è come se le circostanze avessero determinato una sorta di silenzioso «downgrading» di Draghi, transitato dalla gloriosa condizione di «Super Mario» a quella - puramente e semplicemente - di primo ministro italiano. Non più di questo, per il momento.
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Vladimir Putin accusa l’Ucraina: «Non è seria nei negoziati». Ma il leader apre uno spiraglio («È impossibile entrare nel Patto atlantico») e riceverà i primi ministri di Polonia, Slovenia e Repubblica Ceca. Joe Biden atteso il 24 marzo a Bruxelles: vertice Nato e Consiglio Ue.Visita di cortesia del consigliere americano Jake Sullivan al premier italiano e a Luigi Mattiolo.Lo speciale contiene due articoli.«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo»: le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pronunciate ieri sono tutt’altro che banali. Nel giorno in cui i tre primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa, raggiungono Kiev in treno per incontrare Zelensky, il presidente ucraino torna a chiedere la no fly zone e critica la Nato per non aver accolto fino ad ora la sua richiesta: «È l’alleanza più forte del mondo», ha detto Zelensky, «ma alcuni membri di questa alleanza sono ipnotizzati dall’aggressione della Russia. Sentiamo molti discorsi sulla terza guerra mondiale che dovrebbe iniziare se la Nato chiudesse i cieli ucraini ai missili e aerei russi e quindi una no fly zone umanitaria non è stata ancora istituita, questo permette all’esercito russo di bombardare città pacifiche e far saltare in aria edifici civili, ospedali e scuole». Le armi che gli alleati occidentali forniscono all’Ucraina, ha aggiunto Zelensky, «in una settimana ci durano per 20 ore e per questo siamo costretti a riutilizzare gli equipaggiamenti sottratti ai russi. Aiutandoci, aiuterete voi stessi. Sapete di quali armamenti abbiamo bisogno, lo sanno tutti». Giornata molto densa quella di ieri sul fronte diplomatico, con un nuovo round di negoziati online tra Ucraina e Russia. «La conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante», ha commentato Zelensky, «come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta. La nostra delegazione lavora a questo anche negoziando con la parte russa. Va abbastanza bene, mi è stato detto. Ma vedremo, i negoziati continueranno domani (oggi, ndr)». Entra più nel dettaglio il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Ihor Zhovkva: «I negoziati Russia-Ucraina sono diventati più costruttivi», ha detto Zhovkva alla tv ucraina N24, «la posizione ucraina è stata ascoltata. Stiamo parlando di un accordo futuro, di certe garanzie per l’Ucraina dopo la fine della guerra. Siamo moderatamente ottimisti, ma comprendiamo che un grande passo avanti in questi negoziati sarà raggiunto con la partecipazione dei capi di Stato». L’Ucraina punta dunque a un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ma come è facilmente comprensibile questo summit si svolgerà solo quando l’accordo dovrà solo essere ratificato, se accordo ci sarà. Putin, riferisce il Cremlino citato da Bloomberg, ha detto al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, che «l’Ucraina non è seria nel voler trovare una soluzione mutualmente accettabile. La leadership dell’Ue ha ignorato l’azione criminale e disumana dell’esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk», ha aggiunto Putin. Per il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, riporta l’agenzia Nova, i negoziati tr Russia-Ucraina hanno il fine di garantire lo status militare neutrale di Kiev, nel contesto delle garanzie di sicurezza per tutti i partecipanti a questo processo. Per Lavrov, è importante che l’Ucraina venga smilitarizzata e che nessuna minaccia alla Russia possa provenire dal suo territorio e vi è inoltre la «necessità di abolire tutte le restrizioni discriminatorie che sono state imposte alla lingua, all’istruzione, alla cultura e ai media russi». Tornando alla missione dei tre premier europei a Kiev, va sottolineato il coraggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa: i leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno raggiunto la Capitale ucraina in pieno coprifuoco, con la seria possibilità di un pesante attacco russo. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ricordiamolo, aveva detto no a una missione di parlamentari italiani in Ucraina: «Dobbiamo fermare questa tragedia al più presto», ha detto Morawiecki, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa polacca Pap, «questa guerra è il risultato delle azioni di un tiranno crudele che attacca i civili, bombarda le città e gli ospedali in Ucraina». Il premier polacco aveva fatto capire che la visita era stata concordata con la Ue e che l’iniziativa era in rappresentanza dell’Unione, ma in realtà il Consiglio è stato informato dell’iniziativa e i tre premier non hanno ricevuto alcun mandato in questo senso. Il presidente americano Joe Biden il prossimo 24 e 25 marzo parteciperà al vertice straordinario della Nato a Bruxelles e «si unirà al Consiglio europeo per discutere le nostre preoccupazioni condivise sull’Ucraina, compresi gli sforzi transatlantici per imporre costi economici alla Russia, fornire supporto umanitario alle persone e affrontare altre sfide legate al conflitto», ha detto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki citata dalla Cnn, che ha sottolineato che Biden «deve guardare alle decisioni che riguardano i nostri interessi di sicurezza nazionale e globale, e continua a credere che una no fly zone potrebbe provocare una guerra con la Russia». 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La verità è che, nonostante lo sforzo (di Palazzo Chigi e dei media più organici) di accreditare il vertice romano del giorno prima tra lo stesso Sullivan e il peso massimo della diplomazia cinese, Yang Jiechi, come un segno di ritrovata centralità dell’Italia, le cose - malinconicamente per noi - non stanno così. Pechino e Washington hanno fatto tutto da sé, e la scelta è caduta su Roma un po’ per ragioni di agenda dei due protagonisti, e un po’ perché la principale alternativa che era stata in un primo momento presa in considerazione, e cioè Budapest, era considerata troppo sbilanciata in senso sinofilo. Morale, le due parti hanno optato per Roma, ma tenendo fuori ogni sede istituzionale italiana, né avendo bisogno di particolare assistenza dal nostro governo. Dopo di che, ieri, e cioè il giorno successivo al summit, Sullivan ha incontrato il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Luigi Mattiolo, e, in aggiunta, recitano le note di agenzia, «ha avuto anche un breve colloquio con il presidente Draghi». Il fatto stesso che il colloquio sia stato definito «breve» lo derubrica - grosso modo - a un saluto. Quanto all’incontro tra Sullivan e Mattiolo, è durato poco meno di un’ora: nella logica diplomatica, va detto, ci si incontra di regola tra pari grado, e, per quanto la posizione di Sullivan nell’architettura istituzionale Usa sia incomparabilmente più importante di quella di Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi è in fondo la figura italiana teoricamente meno lontana - nel senso del ruolo occupato - dal National security advisor Usa. A proposito del breve colloquio tra Draghi e Sullivan, Palazzo Chigi ha fatto sapere in un comunicato che i due «hanno condiviso la ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca. Draghi e Sullivan si sono inoltre detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti i livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico». In questo senso, c’è da ipotizzare che nelle prossime ore e giorni, eventualmente anche attraverso una telefonata tra Draghi e Joe Biden, venga confermata e calendarizzata (si parla dell’11 maggio) una visita del primo ministro italiano a Washington. Ma anche qui, essendosi Draghi insediato a febbraio del 2021, che il primo incontro bilaterale in America avvenga a maggio del 2022 non dà esattamente una sensazione di urgenza. Forse comunque, prima di allora, Biden passerà a Bruxelles, e già lì vedrà alcuni leader europei, Draghi incluso. La realtà è che, come si dice brutalmente in questi casi, finora Roma è stata abbastanza «cut off», cioè tagliata fuori, dalla tessitura diplomatica relativa alla crisi russo-ucraina. Prima l’esclusione dalla cena dei leader europei a Parigi (e a quel punto, evocando questioni tecniche, Draghi non si è adattato a farsi collegare da remoto); poi l’esclusione da una riunione in collegamento tra Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Olaf Scholz; e infine l’esclusione dalla videocall tra il cancelliere tedesco, il presidente francese e il leader cinese, Xi Jinping. Insomma, addio ambizioni di influenza mondiale: è come se le circostanze avessero determinato una sorta di silenzioso «downgrading» di Draghi, transitato dalla gloriosa condizione di «Super Mario» a quella - puramente e semplicemente - di primo ministro italiano. Non più di questo, per il momento.
Friedrich Merz (Ansa)
La transizione ora entra nel vivo. Il primo grande gruppo, oltre 500 miliardi di euro, ha dodici mesi per sistemare i portafogli. Gli analisti prevedono che si parta dallo smontaggio delle coperture sui tassi - gli swap, per gli amici - e da una riduzione dell’esposizione sulle scadenze lunghissime. La banca centrale olandese stima un taglio da 100-150 miliardi tra bond di Stato e derivati ultra-lunghi. Numeri che, messi insieme, fanno tremare la parte lunga delle curve dei rendimenti.
Non a caso la Germania già sente il colpo. Il premio pagato sui titoli a lunga scadenza rispetto a quelli medi è ai massimi da sei anni. I mercati hanno fiutato la mossa: meno compratori «naturali» di Bund proprio mentre Berlino prepara nuovo debito per finanziare gli stimoli fiscali. Risultato? La Germania pensa di emettere per la prima volta un bond a 20 anni. Segno dei tempi: se i fondi scappano dai trentennali, bisogna accorciare il passo.
E qui arriva il paradosso. Mentre il Nord stringe la cintura e rivede le strategie, il Sud potrebbe sorridere. Italia e Spagna, debiti più rischiosi ma rendimenti più generosi, diventano improvvisamente più interessanti. Se i fondi olandesi compreranno meno Bund, qualcuno dovrà pur comprare altro. E i Btp, spesso trattati come cugini poveri, potrebbero trovare nuovi estimatori ad Amsterdam. Certo, non sarà una passeggiata. Alcuni fondi hanno già rinviato il passaggio, altri potrebbero farlo: la complessità è enorme e la volatilità di inizio anno, con liquidità ridotta, è dietro l’angolo. Anche Wall Street intanto balla – Dow, S&P e Nasdaq in calo – a ricordare che il mercato non ama le rivoluzioni improvvise.
Ma il messaggio è chiaro: l’Olanda ha acceso la miccia. Ha deciso che la sicurezza assoluta è un’illusione e che, per pagare le pensioni del futuro, bisogna accettare un po’ di rischio oggi. Una scelta che cambia il volto dei mercati europei e che, ironia della sorte, potrebbe regalare un assist proprio ai Paesi più indebitati. Insomma, quando i fondi pensione olandesi smettono di comprare Bund, a Roma qualcuno potrebbe stappare una bottiglia. Anche se, per scaramanzia, meglio tenerla in fresco: i mercati, come le pensioni di nuova generazione, non promettono più nulla.
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Beppe Grillo (Ansa)
Il post di Grillo è, in un certo senso, assai nietzschiano, quanto meno nichilista, politicamente una fotografia della politica attuale, con un accenno di grande sofferenza per la condanna del figlio Ciro e la constatazione amara che la sua creatura, quel M5s che nacque per scardinare il sistema della partitocrazia, si è fatto a sua volta sistema, ne ha assunto tutte le caratteristiche più odiose, dai privilegi della casta alla spartizione delle poltrone. «In questo momento dell’anno», scrive Beppe Grillo, «tutti fanno finta di tirare una riga, una riga immaginaria come quelle che si tracciano sulla sabbia con un dito, sapendo benissimo che basta un’onda per cancellarla. Io questa riga non la vedo, vedo invece un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi. Vedo un Paese che si è abituato a tutto, all’ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio».
Beppe ricorda con malinconia i tempi in cui, insieme a Gianroberto Casaleggio, si ritrovò l’Italia in pugno con i suoi «vaffa» e il famoso «uno vale uno»: «Ho parlato tanto», continua Grillo, «ho urlato, riso e insistito. Ho detto cose scomode quando era sconveniente dirle e cose impopolari quando forse conveniva starsene zitti, ma poi sono rimasto in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore. Mi sento in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite. La mia immagine si rispecchia e posso vederla senza sapere dove ho gli occhi. Sembra un sogno ma dare ai sogni il loro giusto posto sarà la sfida degli anni a venire. Questo è stato un anno di sottrazione», aggiunge, «che ha tolto più di quanto abbia dato. Ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare; non c’è più neanche il senso del pudore, che una volta almeno ti costringeva ad abbassare gli occhi, oggi si guarda dritto in camera e si mente senza battere ciglio. E poi c’è la giustizia, quella parola «solenne» agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava».
E la politica? «E la politica», sottolinea ancora Grillo, «continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi». Una stoccata, l’ennesima, alla generazione di politici che all’ombra di Grillo si sono assicurati il loro posto al sole, e che poi hanno tradito, accoltellato politicamente alla schiena chi li aveva creati, pur di starsene comodi sulle poltrone vellutate delle istituzioni.
«Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo. Resto qui, a guardare e a pensare. In silenzio», conclude Grillo, “perché è la forma più elevata di presenza».
In quelle stesse ore Roberto Fico, che di Beppe Grillo era uno dei fedelissimi, forse il prediletto, varava la giunta regionale della Campania, Regione della quale è diventato presidente contraddicendo tutti, ma proprio tutti, i principi sui quali si era fondato il M5s, movimento grazie al quale era diventato presidente della Camera. Il 3 dicembre 2024, in un video, Grillo aveva amaramente preso in giro proprio Fico, chiamandolo «Robertino c’aggia fa»: «Io ti appoggio il candidato Pd in Liguria e in Emilia-Romagna e tu mi appoggi il caggia fa con l’autobus e la scorta in Campania», aveva profetizzato Grillo, anticipando tra l’altro di un anno l’argomento principe della campagna elettorale (fallimentare) del centrodestra in Campania, tutta basata sulla barca e sulla scorta del successore di Vincenzo De Luca e sulla contraddizione con quella foto di Fico mentre andava in autobus a presiedere la Camera dei deputati.
Una giunta, quella varata l’ultimo giorno dell’anno da Fico, nella quale hanno trovato posto tra gli altri i signori delle tessere del Pd (il vice di Fico è Mario Casillo, vero e proprio principe della preferenza organizzata), insieme al vice di De Luca, Fulvio Buonavitacola, agli assessori indicati da Clemente Mastella e Matteo Renzi. Una giunta frutto della più rigorosa logica spartitoria, l’esatto contrario di quella che fu la mentalità del M5s prima che Giuseppe Conte trasformasse il movimento in un vero e proprio partito e estromettesse il fondatore.
C’è chi dice che per avere Fico dalla sua parte, al momento della rottura definitiva, Conte gli promise la presidenza della Campania. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, stavolta quasi certamente.
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Il grande pianista jazz presenta il suo primo album senza compagni di viaggio, che arriva dopo 45 anni di carriera. Svela alcuni segreti al pianoforte e racconta il progetto Eklektik, protagonista dell’ultima edizione di Umbria Jazz Winter a Orvieto.