True
2022-03-16
La svolta di Zelensky: «Per noi niente Nato»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo»: le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pronunciate ieri sono tutt’altro che banali. Nel giorno in cui i tre primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa, raggiungono Kiev in treno per incontrare Zelensky, il presidente ucraino torna a chiedere la no fly zone e critica la Nato per non aver accolto fino ad ora la sua richiesta: «È l’alleanza più forte del mondo», ha detto Zelensky, «ma alcuni membri di questa alleanza sono ipnotizzati dall’aggressione della Russia. Sentiamo molti discorsi sulla terza guerra mondiale che dovrebbe iniziare se la Nato chiudesse i cieli ucraini ai missili e aerei russi e quindi una no fly zone umanitaria non è stata ancora istituita, questo permette all’esercito russo di bombardare città pacifiche e far saltare in aria edifici civili, ospedali e scuole». Le armi che gli alleati occidentali forniscono all’Ucraina, ha aggiunto Zelensky, «in una settimana ci durano per 20 ore e per questo siamo costretti a riutilizzare gli equipaggiamenti sottratti ai russi. Aiutandoci, aiuterete voi stessi. Sapete di quali armamenti abbiamo bisogno, lo sanno tutti».
Giornata molto densa quella di ieri sul fronte diplomatico, con un nuovo round di negoziati online tra Ucraina e Russia. «La conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante», ha commentato Zelensky, «come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta. La nostra delegazione lavora a questo anche negoziando con la parte russa. Va abbastanza bene, mi è stato detto. Ma vedremo, i negoziati continueranno domani (oggi, ndr)».
Entra più nel dettaglio il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Ihor Zhovkva: «I negoziati Russia-Ucraina sono diventati più costruttivi», ha detto Zhovkva alla tv ucraina N24, «la posizione ucraina è stata ascoltata. Stiamo parlando di un accordo futuro, di certe garanzie per l’Ucraina dopo la fine della guerra. Siamo moderatamente ottimisti, ma comprendiamo che un grande passo avanti in questi negoziati sarà raggiunto con la partecipazione dei capi di Stato». L’Ucraina punta dunque a un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ma come è facilmente comprensibile questo summit si svolgerà solo quando l’accordo dovrà solo essere ratificato, se accordo ci sarà. Putin, riferisce il Cremlino citato da Bloomberg, ha detto al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, che «l’Ucraina non è seria nel voler trovare una soluzione mutualmente accettabile. La leadership dell’Ue ha ignorato l’azione criminale e disumana dell’esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk», ha aggiunto Putin.
Per il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, riporta l’agenzia Nova, i negoziati tr Russia-Ucraina hanno il fine di garantire lo status militare neutrale di Kiev, nel contesto delle garanzie di sicurezza per tutti i partecipanti a questo processo. Per Lavrov, è importante che l’Ucraina venga smilitarizzata e che nessuna minaccia alla Russia possa provenire dal suo territorio e vi è inoltre la «necessità di abolire tutte le restrizioni discriminatorie che sono state imposte alla lingua, all’istruzione, alla cultura e ai media russi».
Tornando alla missione dei tre premier europei a Kiev, va sottolineato il coraggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa: i leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno raggiunto la Capitale ucraina in pieno coprifuoco, con la seria possibilità di un pesante attacco russo. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ricordiamolo, aveva detto no a una missione di parlamentari italiani in Ucraina: «Dobbiamo fermare questa tragedia al più presto», ha detto Morawiecki, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa polacca Pap, «questa guerra è il risultato delle azioni di un tiranno crudele che attacca i civili, bombarda le città e gli ospedali in Ucraina». Il premier polacco aveva fatto capire che la visita era stata concordata con la Ue e che l’iniziativa era in rappresentanza dell’Unione, ma in realtà il Consiglio è stato informato dell’iniziativa e i tre premier non hanno ricevuto alcun mandato in questo senso.
Il presidente americano Joe Biden il prossimo 24 e 25 marzo parteciperà al vertice straordinario della Nato a Bruxelles e «si unirà al Consiglio europeo per discutere le nostre preoccupazioni condivise sull’Ucraina, compresi gli sforzi transatlantici per imporre costi economici alla Russia, fornire supporto umanitario alle persone e affrontare altre sfide legate al conflitto», ha detto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki citata dalla Cnn, che ha sottolineato che Biden «deve guardare alle decisioni che riguardano i nostri interessi di sicurezza nazionale e globale, e continua a credere che una no fly zone potrebbe provocare una guerra con la Russia». Nessun commento della Casa Bianca sull’ipotesi di un incontro Biden-Zelensky in Polonia.
Dopo il summit romano Usa-Cina a Draghi restano gli onori di casa
No, la notizia non è che il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, trovandosi a Roma, abbia anche rapidamente e garbatamente salutato il presidente del Consiglio, Mario Draghi. La notizia - clamorosa, a quel punto - sarebbe stata se non ci fosse stato nemmeno questo minimo gesto di cortesia, e se Sullivan fosse andato via senza neanche stringere la mano al premier italiano.
La verità è che, nonostante lo sforzo (di Palazzo Chigi e dei media più organici) di accreditare il vertice romano del giorno prima tra lo stesso Sullivan e il peso massimo della diplomazia cinese, Yang Jiechi, come un segno di ritrovata centralità dell’Italia, le cose - malinconicamente per noi - non stanno così.
Pechino e Washington hanno fatto tutto da sé, e la scelta è caduta su Roma un po’ per ragioni di agenda dei due protagonisti, e un po’ perché la principale alternativa che era stata in un primo momento presa in considerazione, e cioè Budapest, era considerata troppo sbilanciata in senso sinofilo. Morale, le due parti hanno optato per Roma, ma tenendo fuori ogni sede istituzionale italiana, né avendo bisogno di particolare assistenza dal nostro governo.
Dopo di che, ieri, e cioè il giorno successivo al summit, Sullivan ha incontrato il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Luigi Mattiolo, e, in aggiunta, recitano le note di agenzia, «ha avuto anche un breve colloquio con il presidente Draghi». Il fatto stesso che il colloquio sia stato definito «breve» lo derubrica - grosso modo - a un saluto.
Quanto all’incontro tra Sullivan e Mattiolo, è durato poco meno di un’ora: nella logica diplomatica, va detto, ci si incontra di regola tra pari grado, e, per quanto la posizione di Sullivan nell’architettura istituzionale Usa sia incomparabilmente più importante di quella di Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi è in fondo la figura italiana teoricamente meno lontana - nel senso del ruolo occupato - dal National security advisor Usa.
A proposito del breve colloquio tra Draghi e Sullivan, Palazzo Chigi ha fatto sapere in un comunicato che i due «hanno condiviso la ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca. Draghi e Sullivan si sono inoltre detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti i livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico».
In questo senso, c’è da ipotizzare che nelle prossime ore e giorni, eventualmente anche attraverso una telefonata tra Draghi e Joe Biden, venga confermata e calendarizzata (si parla dell’11 maggio) una visita del primo ministro italiano a Washington. Ma anche qui, essendosi Draghi insediato a febbraio del 2021, che il primo incontro bilaterale in America avvenga a maggio del 2022 non dà esattamente una sensazione di urgenza. Forse comunque, prima di allora, Biden passerà a Bruxelles, e già lì vedrà alcuni leader europei, Draghi incluso.
La realtà è che, come si dice brutalmente in questi casi, finora Roma è stata abbastanza «cut off», cioè tagliata fuori, dalla tessitura diplomatica relativa alla crisi russo-ucraina. Prima l’esclusione dalla cena dei leader europei a Parigi (e a quel punto, evocando questioni tecniche, Draghi non si è adattato a farsi collegare da remoto); poi l’esclusione da una riunione in collegamento tra Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Olaf Scholz; e infine l’esclusione dalla videocall tra il cancelliere tedesco, il presidente francese e il leader cinese, Xi Jinping.
Insomma, addio ambizioni di influenza mondiale: è come se le circostanze avessero determinato una sorta di silenzioso «downgrading» di Draghi, transitato dalla gloriosa condizione di «Super Mario» a quella - puramente e semplicemente - di primo ministro italiano. Non più di questo, per il momento.
Continua a leggereRiduci
Vladimir Putin accusa l’Ucraina: «Non è seria nei negoziati». Ma il leader apre uno spiraglio («È impossibile entrare nel Patto atlantico») e riceverà i primi ministri di Polonia, Slovenia e Repubblica Ceca. Joe Biden atteso il 24 marzo a Bruxelles: vertice Nato e Consiglio Ue.Visita di cortesia del consigliere americano Jake Sullivan al premier italiano e a Luigi Mattiolo.Lo speciale contiene due articoli.«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo»: le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pronunciate ieri sono tutt’altro che banali. Nel giorno in cui i tre primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa, raggiungono Kiev in treno per incontrare Zelensky, il presidente ucraino torna a chiedere la no fly zone e critica la Nato per non aver accolto fino ad ora la sua richiesta: «È l’alleanza più forte del mondo», ha detto Zelensky, «ma alcuni membri di questa alleanza sono ipnotizzati dall’aggressione della Russia. Sentiamo molti discorsi sulla terza guerra mondiale che dovrebbe iniziare se la Nato chiudesse i cieli ucraini ai missili e aerei russi e quindi una no fly zone umanitaria non è stata ancora istituita, questo permette all’esercito russo di bombardare città pacifiche e far saltare in aria edifici civili, ospedali e scuole». Le armi che gli alleati occidentali forniscono all’Ucraina, ha aggiunto Zelensky, «in una settimana ci durano per 20 ore e per questo siamo costretti a riutilizzare gli equipaggiamenti sottratti ai russi. Aiutandoci, aiuterete voi stessi. Sapete di quali armamenti abbiamo bisogno, lo sanno tutti». Giornata molto densa quella di ieri sul fronte diplomatico, con un nuovo round di negoziati online tra Ucraina e Russia. «La conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante», ha commentato Zelensky, «come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta. La nostra delegazione lavora a questo anche negoziando con la parte russa. Va abbastanza bene, mi è stato detto. Ma vedremo, i negoziati continueranno domani (oggi, ndr)». Entra più nel dettaglio il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Ihor Zhovkva: «I negoziati Russia-Ucraina sono diventati più costruttivi», ha detto Zhovkva alla tv ucraina N24, «la posizione ucraina è stata ascoltata. Stiamo parlando di un accordo futuro, di certe garanzie per l’Ucraina dopo la fine della guerra. Siamo moderatamente ottimisti, ma comprendiamo che un grande passo avanti in questi negoziati sarà raggiunto con la partecipazione dei capi di Stato». L’Ucraina punta dunque a un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ma come è facilmente comprensibile questo summit si svolgerà solo quando l’accordo dovrà solo essere ratificato, se accordo ci sarà. Putin, riferisce il Cremlino citato da Bloomberg, ha detto al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, che «l’Ucraina non è seria nel voler trovare una soluzione mutualmente accettabile. La leadership dell’Ue ha ignorato l’azione criminale e disumana dell’esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk», ha aggiunto Putin. Per il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, riporta l’agenzia Nova, i negoziati tr Russia-Ucraina hanno il fine di garantire lo status militare neutrale di Kiev, nel contesto delle garanzie di sicurezza per tutti i partecipanti a questo processo. Per Lavrov, è importante che l’Ucraina venga smilitarizzata e che nessuna minaccia alla Russia possa provenire dal suo territorio e vi è inoltre la «necessità di abolire tutte le restrizioni discriminatorie che sono state imposte alla lingua, all’istruzione, alla cultura e ai media russi». Tornando alla missione dei tre premier europei a Kiev, va sottolineato il coraggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa: i leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno raggiunto la Capitale ucraina in pieno coprifuoco, con la seria possibilità di un pesante attacco russo. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ricordiamolo, aveva detto no a una missione di parlamentari italiani in Ucraina: «Dobbiamo fermare questa tragedia al più presto», ha detto Morawiecki, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa polacca Pap, «questa guerra è il risultato delle azioni di un tiranno crudele che attacca i civili, bombarda le città e gli ospedali in Ucraina». Il premier polacco aveva fatto capire che la visita era stata concordata con la Ue e che l’iniziativa era in rappresentanza dell’Unione, ma in realtà il Consiglio è stato informato dell’iniziativa e i tre premier non hanno ricevuto alcun mandato in questo senso. Il presidente americano Joe Biden il prossimo 24 e 25 marzo parteciperà al vertice straordinario della Nato a Bruxelles e «si unirà al Consiglio europeo per discutere le nostre preoccupazioni condivise sull’Ucraina, compresi gli sforzi transatlantici per imporre costi economici alla Russia, fornire supporto umanitario alle persone e affrontare altre sfide legate al conflitto», ha detto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki citata dalla Cnn, che ha sottolineato che Biden «deve guardare alle decisioni che riguardano i nostri interessi di sicurezza nazionale e globale, e continua a credere che una no fly zone potrebbe provocare una guerra con la Russia». Nessun commento della Casa Bianca sull’ipotesi di un incontro Biden-Zelensky in Polonia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/svolta-zelensky-niente-nato-2656965694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-il-summit-romano-usa-cina-a-draghi-restano-gli-onori-di-casa" data-post-id="2656965694" data-published-at="1647391588" data-use-pagination="False"> Dopo il summit romano Usa-Cina a Draghi restano gli onori di casa No, la notizia non è che il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, trovandosi a Roma, abbia anche rapidamente e garbatamente salutato il presidente del Consiglio, Mario Draghi. La notizia - clamorosa, a quel punto - sarebbe stata se non ci fosse stato nemmeno questo minimo gesto di cortesia, e se Sullivan fosse andato via senza neanche stringere la mano al premier italiano. La verità è che, nonostante lo sforzo (di Palazzo Chigi e dei media più organici) di accreditare il vertice romano del giorno prima tra lo stesso Sullivan e il peso massimo della diplomazia cinese, Yang Jiechi, come un segno di ritrovata centralità dell’Italia, le cose - malinconicamente per noi - non stanno così. Pechino e Washington hanno fatto tutto da sé, e la scelta è caduta su Roma un po’ per ragioni di agenda dei due protagonisti, e un po’ perché la principale alternativa che era stata in un primo momento presa in considerazione, e cioè Budapest, era considerata troppo sbilanciata in senso sinofilo. Morale, le due parti hanno optato per Roma, ma tenendo fuori ogni sede istituzionale italiana, né avendo bisogno di particolare assistenza dal nostro governo. Dopo di che, ieri, e cioè il giorno successivo al summit, Sullivan ha incontrato il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Luigi Mattiolo, e, in aggiunta, recitano le note di agenzia, «ha avuto anche un breve colloquio con il presidente Draghi». Il fatto stesso che il colloquio sia stato definito «breve» lo derubrica - grosso modo - a un saluto. Quanto all’incontro tra Sullivan e Mattiolo, è durato poco meno di un’ora: nella logica diplomatica, va detto, ci si incontra di regola tra pari grado, e, per quanto la posizione di Sullivan nell’architettura istituzionale Usa sia incomparabilmente più importante di quella di Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi è in fondo la figura italiana teoricamente meno lontana - nel senso del ruolo occupato - dal National security advisor Usa. A proposito del breve colloquio tra Draghi e Sullivan, Palazzo Chigi ha fatto sapere in un comunicato che i due «hanno condiviso la ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca. Draghi e Sullivan si sono inoltre detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti i livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico». In questo senso, c’è da ipotizzare che nelle prossime ore e giorni, eventualmente anche attraverso una telefonata tra Draghi e Joe Biden, venga confermata e calendarizzata (si parla dell’11 maggio) una visita del primo ministro italiano a Washington. Ma anche qui, essendosi Draghi insediato a febbraio del 2021, che il primo incontro bilaterale in America avvenga a maggio del 2022 non dà esattamente una sensazione di urgenza. Forse comunque, prima di allora, Biden passerà a Bruxelles, e già lì vedrà alcuni leader europei, Draghi incluso. La realtà è che, come si dice brutalmente in questi casi, finora Roma è stata abbastanza «cut off», cioè tagliata fuori, dalla tessitura diplomatica relativa alla crisi russo-ucraina. Prima l’esclusione dalla cena dei leader europei a Parigi (e a quel punto, evocando questioni tecniche, Draghi non si è adattato a farsi collegare da remoto); poi l’esclusione da una riunione in collegamento tra Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Olaf Scholz; e infine l’esclusione dalla videocall tra il cancelliere tedesco, il presidente francese e il leader cinese, Xi Jinping. Insomma, addio ambizioni di influenza mondiale: è come se le circostanze avessero determinato una sorta di silenzioso «downgrading» di Draghi, transitato dalla gloriosa condizione di «Super Mario» a quella - puramente e semplicemente - di primo ministro italiano. Non più di questo, per il momento.
Guido Gallese (Ansa)
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
Continua a leggereRiduci
Ansa
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
Continua a leggereRiduci