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2022-03-16
La svolta di Zelensky: «Per noi niente Nato»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo»: le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pronunciate ieri sono tutt’altro che banali. Nel giorno in cui i tre primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa, raggiungono Kiev in treno per incontrare Zelensky, il presidente ucraino torna a chiedere la no fly zone e critica la Nato per non aver accolto fino ad ora la sua richiesta: «È l’alleanza più forte del mondo», ha detto Zelensky, «ma alcuni membri di questa alleanza sono ipnotizzati dall’aggressione della Russia. Sentiamo molti discorsi sulla terza guerra mondiale che dovrebbe iniziare se la Nato chiudesse i cieli ucraini ai missili e aerei russi e quindi una no fly zone umanitaria non è stata ancora istituita, questo permette all’esercito russo di bombardare città pacifiche e far saltare in aria edifici civili, ospedali e scuole». Le armi che gli alleati occidentali forniscono all’Ucraina, ha aggiunto Zelensky, «in una settimana ci durano per 20 ore e per questo siamo costretti a riutilizzare gli equipaggiamenti sottratti ai russi. Aiutandoci, aiuterete voi stessi. Sapete di quali armamenti abbiamo bisogno, lo sanno tutti».
Giornata molto densa quella di ieri sul fronte diplomatico, con un nuovo round di negoziati online tra Ucraina e Russia. «La conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante», ha commentato Zelensky, «come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta. La nostra delegazione lavora a questo anche negoziando con la parte russa. Va abbastanza bene, mi è stato detto. Ma vedremo, i negoziati continueranno domani (oggi, ndr)».
Entra più nel dettaglio il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Ihor Zhovkva: «I negoziati Russia-Ucraina sono diventati più costruttivi», ha detto Zhovkva alla tv ucraina N24, «la posizione ucraina è stata ascoltata. Stiamo parlando di un accordo futuro, di certe garanzie per l’Ucraina dopo la fine della guerra. Siamo moderatamente ottimisti, ma comprendiamo che un grande passo avanti in questi negoziati sarà raggiunto con la partecipazione dei capi di Stato». L’Ucraina punta dunque a un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ma come è facilmente comprensibile questo summit si svolgerà solo quando l’accordo dovrà solo essere ratificato, se accordo ci sarà. Putin, riferisce il Cremlino citato da Bloomberg, ha detto al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, che «l’Ucraina non è seria nel voler trovare una soluzione mutualmente accettabile. La leadership dell’Ue ha ignorato l’azione criminale e disumana dell’esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk», ha aggiunto Putin.
Per il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, riporta l’agenzia Nova, i negoziati tr Russia-Ucraina hanno il fine di garantire lo status militare neutrale di Kiev, nel contesto delle garanzie di sicurezza per tutti i partecipanti a questo processo. Per Lavrov, è importante che l’Ucraina venga smilitarizzata e che nessuna minaccia alla Russia possa provenire dal suo territorio e vi è inoltre la «necessità di abolire tutte le restrizioni discriminatorie che sono state imposte alla lingua, all’istruzione, alla cultura e ai media russi».
Tornando alla missione dei tre premier europei a Kiev, va sottolineato il coraggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa: i leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno raggiunto la Capitale ucraina in pieno coprifuoco, con la seria possibilità di un pesante attacco russo. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ricordiamolo, aveva detto no a una missione di parlamentari italiani in Ucraina: «Dobbiamo fermare questa tragedia al più presto», ha detto Morawiecki, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa polacca Pap, «questa guerra è il risultato delle azioni di un tiranno crudele che attacca i civili, bombarda le città e gli ospedali in Ucraina». Il premier polacco aveva fatto capire che la visita era stata concordata con la Ue e che l’iniziativa era in rappresentanza dell’Unione, ma in realtà il Consiglio è stato informato dell’iniziativa e i tre premier non hanno ricevuto alcun mandato in questo senso.
Il presidente americano Joe Biden il prossimo 24 e 25 marzo parteciperà al vertice straordinario della Nato a Bruxelles e «si unirà al Consiglio europeo per discutere le nostre preoccupazioni condivise sull’Ucraina, compresi gli sforzi transatlantici per imporre costi economici alla Russia, fornire supporto umanitario alle persone e affrontare altre sfide legate al conflitto», ha detto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki citata dalla Cnn, che ha sottolineato che Biden «deve guardare alle decisioni che riguardano i nostri interessi di sicurezza nazionale e globale, e continua a credere che una no fly zone potrebbe provocare una guerra con la Russia». Nessun commento della Casa Bianca sull’ipotesi di un incontro Biden-Zelensky in Polonia.
Dopo il summit romano Usa-Cina a Draghi restano gli onori di casa
No, la notizia non è che il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, trovandosi a Roma, abbia anche rapidamente e garbatamente salutato il presidente del Consiglio, Mario Draghi. La notizia - clamorosa, a quel punto - sarebbe stata se non ci fosse stato nemmeno questo minimo gesto di cortesia, e se Sullivan fosse andato via senza neanche stringere la mano al premier italiano.
La verità è che, nonostante lo sforzo (di Palazzo Chigi e dei media più organici) di accreditare il vertice romano del giorno prima tra lo stesso Sullivan e il peso massimo della diplomazia cinese, Yang Jiechi, come un segno di ritrovata centralità dell’Italia, le cose - malinconicamente per noi - non stanno così.
Pechino e Washington hanno fatto tutto da sé, e la scelta è caduta su Roma un po’ per ragioni di agenda dei due protagonisti, e un po’ perché la principale alternativa che era stata in un primo momento presa in considerazione, e cioè Budapest, era considerata troppo sbilanciata in senso sinofilo. Morale, le due parti hanno optato per Roma, ma tenendo fuori ogni sede istituzionale italiana, né avendo bisogno di particolare assistenza dal nostro governo.
Dopo di che, ieri, e cioè il giorno successivo al summit, Sullivan ha incontrato il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Luigi Mattiolo, e, in aggiunta, recitano le note di agenzia, «ha avuto anche un breve colloquio con il presidente Draghi». Il fatto stesso che il colloquio sia stato definito «breve» lo derubrica - grosso modo - a un saluto.
Quanto all’incontro tra Sullivan e Mattiolo, è durato poco meno di un’ora: nella logica diplomatica, va detto, ci si incontra di regola tra pari grado, e, per quanto la posizione di Sullivan nell’architettura istituzionale Usa sia incomparabilmente più importante di quella di Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi è in fondo la figura italiana teoricamente meno lontana - nel senso del ruolo occupato - dal National security advisor Usa.
A proposito del breve colloquio tra Draghi e Sullivan, Palazzo Chigi ha fatto sapere in un comunicato che i due «hanno condiviso la ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca. Draghi e Sullivan si sono inoltre detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti i livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico».
In questo senso, c’è da ipotizzare che nelle prossime ore e giorni, eventualmente anche attraverso una telefonata tra Draghi e Joe Biden, venga confermata e calendarizzata (si parla dell’11 maggio) una visita del primo ministro italiano a Washington. Ma anche qui, essendosi Draghi insediato a febbraio del 2021, che il primo incontro bilaterale in America avvenga a maggio del 2022 non dà esattamente una sensazione di urgenza. Forse comunque, prima di allora, Biden passerà a Bruxelles, e già lì vedrà alcuni leader europei, Draghi incluso.
La realtà è che, come si dice brutalmente in questi casi, finora Roma è stata abbastanza «cut off», cioè tagliata fuori, dalla tessitura diplomatica relativa alla crisi russo-ucraina. Prima l’esclusione dalla cena dei leader europei a Parigi (e a quel punto, evocando questioni tecniche, Draghi non si è adattato a farsi collegare da remoto); poi l’esclusione da una riunione in collegamento tra Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Olaf Scholz; e infine l’esclusione dalla videocall tra il cancelliere tedesco, il presidente francese e il leader cinese, Xi Jinping.
Insomma, addio ambizioni di influenza mondiale: è come se le circostanze avessero determinato una sorta di silenzioso «downgrading» di Draghi, transitato dalla gloriosa condizione di «Super Mario» a quella - puramente e semplicemente - di primo ministro italiano. Non più di questo, per il momento.
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Vladimir Putin accusa l’Ucraina: «Non è seria nei negoziati». Ma il leader apre uno spiraglio («È impossibile entrare nel Patto atlantico») e riceverà i primi ministri di Polonia, Slovenia e Repubblica Ceca. Joe Biden atteso il 24 marzo a Bruxelles: vertice Nato e Consiglio Ue.Visita di cortesia del consigliere americano Jake Sullivan al premier italiano e a Luigi Mattiolo.Lo speciale contiene due articoli.«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo»: le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pronunciate ieri sono tutt’altro che banali. Nel giorno in cui i tre primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa, raggiungono Kiev in treno per incontrare Zelensky, il presidente ucraino torna a chiedere la no fly zone e critica la Nato per non aver accolto fino ad ora la sua richiesta: «È l’alleanza più forte del mondo», ha detto Zelensky, «ma alcuni membri di questa alleanza sono ipnotizzati dall’aggressione della Russia. Sentiamo molti discorsi sulla terza guerra mondiale che dovrebbe iniziare se la Nato chiudesse i cieli ucraini ai missili e aerei russi e quindi una no fly zone umanitaria non è stata ancora istituita, questo permette all’esercito russo di bombardare città pacifiche e far saltare in aria edifici civili, ospedali e scuole». Le armi che gli alleati occidentali forniscono all’Ucraina, ha aggiunto Zelensky, «in una settimana ci durano per 20 ore e per questo siamo costretti a riutilizzare gli equipaggiamenti sottratti ai russi. Aiutandoci, aiuterete voi stessi. Sapete di quali armamenti abbiamo bisogno, lo sanno tutti». Giornata molto densa quella di ieri sul fronte diplomatico, con un nuovo round di negoziati online tra Ucraina e Russia. «La conversazione con il primo ministro israeliano Bennett è stata importante», ha commentato Zelensky, «come parte dello sforzo di negoziazione per porre fine a questa guerra con una pace giusta. La nostra delegazione lavora a questo anche negoziando con la parte russa. Va abbastanza bene, mi è stato detto. Ma vedremo, i negoziati continueranno domani (oggi, ndr)». Entra più nel dettaglio il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, Ihor Zhovkva: «I negoziati Russia-Ucraina sono diventati più costruttivi», ha detto Zhovkva alla tv ucraina N24, «la posizione ucraina è stata ascoltata. Stiamo parlando di un accordo futuro, di certe garanzie per l’Ucraina dopo la fine della guerra. Siamo moderatamente ottimisti, ma comprendiamo che un grande passo avanti in questi negoziati sarà raggiunto con la partecipazione dei capi di Stato». L’Ucraina punta dunque a un incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ma come è facilmente comprensibile questo summit si svolgerà solo quando l’accordo dovrà solo essere ratificato, se accordo ci sarà. Putin, riferisce il Cremlino citato da Bloomberg, ha detto al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, che «l’Ucraina non è seria nel voler trovare una soluzione mutualmente accettabile. La leadership dell’Ue ha ignorato l’azione criminale e disumana dell’esercito ucraino, un attacco missilistico contro una zona residenziale nel centro di Donetsk», ha aggiunto Putin. Per il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, riporta l’agenzia Nova, i negoziati tr Russia-Ucraina hanno il fine di garantire lo status militare neutrale di Kiev, nel contesto delle garanzie di sicurezza per tutti i partecipanti a questo processo. Per Lavrov, è importante che l’Ucraina venga smilitarizzata e che nessuna minaccia alla Russia possa provenire dal suo territorio e vi è inoltre la «necessità di abolire tutte le restrizioni discriminatorie che sono state imposte alla lingua, all’istruzione, alla cultura e ai media russi». Tornando alla missione dei tre premier europei a Kiev, va sottolineato il coraggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa: i leader di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno raggiunto la Capitale ucraina in pieno coprifuoco, con la seria possibilità di un pesante attacco russo. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ricordiamolo, aveva detto no a una missione di parlamentari italiani in Ucraina: «Dobbiamo fermare questa tragedia al più presto», ha detto Morawiecki, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa polacca Pap, «questa guerra è il risultato delle azioni di un tiranno crudele che attacca i civili, bombarda le città e gli ospedali in Ucraina». Il premier polacco aveva fatto capire che la visita era stata concordata con la Ue e che l’iniziativa era in rappresentanza dell’Unione, ma in realtà il Consiglio è stato informato dell’iniziativa e i tre premier non hanno ricevuto alcun mandato in questo senso. Il presidente americano Joe Biden il prossimo 24 e 25 marzo parteciperà al vertice straordinario della Nato a Bruxelles e «si unirà al Consiglio europeo per discutere le nostre preoccupazioni condivise sull’Ucraina, compresi gli sforzi transatlantici per imporre costi economici alla Russia, fornire supporto umanitario alle persone e affrontare altre sfide legate al conflitto», ha detto la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki citata dalla Cnn, che ha sottolineato che Biden «deve guardare alle decisioni che riguardano i nostri interessi di sicurezza nazionale e globale, e continua a credere che una no fly zone potrebbe provocare una guerra con la Russia». Nessun commento della Casa Bianca sull’ipotesi di un incontro Biden-Zelensky in Polonia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/svolta-zelensky-niente-nato-2656965694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-il-summit-romano-usa-cina-a-draghi-restano-gli-onori-di-casa" data-post-id="2656965694" data-published-at="1647391588" data-use-pagination="False"> Dopo il summit romano Usa-Cina a Draghi restano gli onori di casa No, la notizia non è che il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, trovandosi a Roma, abbia anche rapidamente e garbatamente salutato il presidente del Consiglio, Mario Draghi. La notizia - clamorosa, a quel punto - sarebbe stata se non ci fosse stato nemmeno questo minimo gesto di cortesia, e se Sullivan fosse andato via senza neanche stringere la mano al premier italiano. La verità è che, nonostante lo sforzo (di Palazzo Chigi e dei media più organici) di accreditare il vertice romano del giorno prima tra lo stesso Sullivan e il peso massimo della diplomazia cinese, Yang Jiechi, come un segno di ritrovata centralità dell’Italia, le cose - malinconicamente per noi - non stanno così. Pechino e Washington hanno fatto tutto da sé, e la scelta è caduta su Roma un po’ per ragioni di agenda dei due protagonisti, e un po’ perché la principale alternativa che era stata in un primo momento presa in considerazione, e cioè Budapest, era considerata troppo sbilanciata in senso sinofilo. Morale, le due parti hanno optato per Roma, ma tenendo fuori ogni sede istituzionale italiana, né avendo bisogno di particolare assistenza dal nostro governo. Dopo di che, ieri, e cioè il giorno successivo al summit, Sullivan ha incontrato il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Luigi Mattiolo, e, in aggiunta, recitano le note di agenzia, «ha avuto anche un breve colloquio con il presidente Draghi». Il fatto stesso che il colloquio sia stato definito «breve» lo derubrica - grosso modo - a un saluto. Quanto all’incontro tra Sullivan e Mattiolo, è durato poco meno di un’ora: nella logica diplomatica, va detto, ci si incontra di regola tra pari grado, e, per quanto la posizione di Sullivan nell’architettura istituzionale Usa sia incomparabilmente più importante di quella di Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi è in fondo la figura italiana teoricamente meno lontana - nel senso del ruolo occupato - dal National security advisor Usa. A proposito del breve colloquio tra Draghi e Sullivan, Palazzo Chigi ha fatto sapere in un comunicato che i due «hanno condiviso la ferma condanna per l’aggressione ingiustificata da parte della Russia e la necessità di continuare a perseguire una risposta decisa e unitaria nei confronti di Mosca. Draghi e Sullivan si sono inoltre detti d’accordo sull’importanza di intensificare ulteriormente i contatti tra Italia e Stati Uniti a tutti i livelli, alla luce degli eccellenti rapporti bilaterali e del legame transatlantico». In questo senso, c’è da ipotizzare che nelle prossime ore e giorni, eventualmente anche attraverso una telefonata tra Draghi e Joe Biden, venga confermata e calendarizzata (si parla dell’11 maggio) una visita del primo ministro italiano a Washington. Ma anche qui, essendosi Draghi insediato a febbraio del 2021, che il primo incontro bilaterale in America avvenga a maggio del 2022 non dà esattamente una sensazione di urgenza. Forse comunque, prima di allora, Biden passerà a Bruxelles, e già lì vedrà alcuni leader europei, Draghi incluso. La realtà è che, come si dice brutalmente in questi casi, finora Roma è stata abbastanza «cut off», cioè tagliata fuori, dalla tessitura diplomatica relativa alla crisi russo-ucraina. Prima l’esclusione dalla cena dei leader europei a Parigi (e a quel punto, evocando questioni tecniche, Draghi non si è adattato a farsi collegare da remoto); poi l’esclusione da una riunione in collegamento tra Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Olaf Scholz; e infine l’esclusione dalla videocall tra il cancelliere tedesco, il presidente francese e il leader cinese, Xi Jinping. Insomma, addio ambizioni di influenza mondiale: è come se le circostanze avessero determinato una sorta di silenzioso «downgrading» di Draghi, transitato dalla gloriosa condizione di «Super Mario» a quella - puramente e semplicemente - di primo ministro italiano. Non più di questo, per il momento.
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
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