Stupro di gruppo, stranieri assolti. Al di là delle leggi il pallino ce l’ha la toga

Onestamente diventa difficile, anzi sempre più difficile, riuscire a commentare certe cose. In tv ti ritrovi un sostituto procuratore presso la Corte d’Appello di Milano che, con gusto macabro noir, tira fuori la peggior battuta possibile mentre si parla del coltello con cui è stata uccisa Federica Torzullo per mano del marito da cui si stava separando: «Anch’io ce l’ho in casa. Perché? Per uccidere mia moglie». Gelo in studio.
Poi, passando dagli studi televisivi alle aule dei tribunali, ti imbatti nell’assoluzione di due giovani dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza ubriaca: «Era cosciente di quel che stava accadendo», hanno dichiarato all’unisono il giudice di primo grado, quello di Appello e pure la Cassazione. Noi non abbiamo elementi per sostenere se sia la decisione giusta o sbagliata (forse lo è visto il filotto di assoluzioni), ma non riusciamo a capire come sia possibile che fatti pressoché uguali abbiano esiti giudiziari così diversi a seconda che tu stia a Ravenna (dove era accaduto il fatto in questione) o a Tempio Pausania, in Sardegna, dove i giudici di primo grado hanno condannato il figlio di Beppe Grillo con i suoi tre amici. Davvero bastano sfumature nei fatti per far scattare una condanna o una assoluzione, una violenza o un rapporto consensuale?
Lo ripeto non vogliamo entrare nei tecnicismi, ma tutto il clamore generato da tali fatti di cronaca, dai processi per violenze e stupri, e dalle bagarre in Parlamento per una formulazione legislativa piuttosto che un’altra, alimentano discussioni su dinamiche sociali non di poco conto. Alle ragazze, alle donne, diciamo di raccontare, di denunciare, di fidarsi delle istituzioni; poi una volta superato questo scoglio, ti fai il segno della croce nella speranza che il giudice capisca la tua decisione travagliata. Perché alla fine resta solo lui, il giudice, a sancire se vi è stata violenza oppure no, stupro oppure no. Forse ci sarebbe bisogno di una univocità di comportamento da parte dei giudici più che di nuove norme.
Torniamo allora a Ravenna. Ci sono una ragazza (diciottenne all’epoca dei fatti) e due ragazzi poco più che trentenni, che si incontrano in un locale. Fanno serata. I due la portano a spalla in un appartamento del centro, le fanno fare una doccia e le offrono un caffè. Qui, nell’appartamento, la giovane ha un rapporto sessuale con uno dei due, mentre l’altro la riprende col cellulare. I due imputati, entrambi stranieri, sono abbastanza noti perché uno giocava nel Ravenna calcio, l’altro era un commerciante d’auto usate.
Ebbene, la Cassazione ha chiuso la questione dichiarando inammissibile il ricorso dell’accusa e rendendo così definitiva l’assoluzione dei due imputati perché «il fatto non costituisce reato»: la giovane, anche se aveva bevuto, era consenziente la notte nella quale fu filmata da uno dei due ragazzi mentre faceva sesso con l’amico. Lo ripeto, non vogliamo entrare nelle dinamiche processuali e nei tecnicismi, perché sicuramente ci saranno delle differenze importanti tra questo caso e - lo dico a mo’ di esempio assai noto - la condanna del figlio di Grillo, ma non è strampalato domandarsi come si faccia ad avere delle sentenze così diverse rispetto a fatti descritti allo stesso modo?
Secondo l’accusa ravennate, la ragazza era stata stuprata e filmata; filmati che avrebbero dimostrato - sempre a detta del pm - uno «stato di inconfutabile incoscienza» di una ragazza «completamente indifesa» e in balia del «comportamento denigratorio dei presenti». Tra l’altro nessun giudice di quelli interessati ha contestato il fatto che la ragazza avesse bevuto molto, tanto da dover essere portata in spalla. Allora è normale domandarsi se una ragazza che non si regga in piedi, quindi in evidente stato di alterazione, possa essere consenziente a un rapporto con tanto di «filmino». Qui la politica non c’entra. C’entrano i giudici, i quali con lo stesso codice e con le stesse leggi, condannano o assolvono.
Non vorrei che di fronte a tante differenziazioni nei tribunali, alla fine saranno proprio le vittime a non fidarsi più e a desistere dal denunciare.






