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2019-07-14
Bambina strappata ai genitori e data in affido prima di nascere
iStock
.Gli assistenti sociali l'hanno sequestrata al momento del parto e resa adottabile Lo scandalo della legge che consente loro di intervenire senza passare dal giudice. Ancora prima di venire al mondo, il suo destino era già segnato. La sorte di H, che oggi ha appena 2 anni, era scritta in una mail inviata dai servizi sociali di Bologna all'ospedale in cui era previsto che la piccina nascesse. Una ventina di giorni prima che H fosse partorita, infatti, un'assistente sociale del Servizio sociale ospedaliero bolognese scrisse agli operatori della struttura sanitaria segnalando la «grave situazione sociale» di sua madre. Nel testo della mail si può leggere: «A fronte della delicata situazione e in accordo con il servizio sociale tutela dei minori [...] nel caso in cui la signora dovesse partorire è necessario trasferire il neonato in neonatologia al fine di verificare le capacità genitoriali della signora e del compagno».
Viene da chiedersi come sia possibile verificare le capacità genitoriali di due persone se a queste viene tolto il figlio. Ma questo è soltanto uno dei tanti paradossi della vicenda che stiamo per raccontare, emblematica del modo in cui funziona il sistema di gestione dei minori nel nostro Paese. Per capire bene che cosa sia successo dobbiamo cominciare dalla storia della signora D, la mamma della piccola H.
È una dottoressa, laureata in medicina, a sua volta figlia di un dottore. La sua famiglia è abbastanza benestante. Il problema è che D ha avuto seri problemi psichiatrici. Per questo è sempre stata seguita, e sempre per questo motivo è finita sotto lo sguardo attento dei servizi sociali. Qualche tempo prima di rimanere incinta, D ha conosciuto un uomo su un social network, come oggi fanno in tanti. Lui è turco, è arrivato in Italia munito di documenti e ha ottenuto il permesso di soggiorno. I due si sono sposati, e un bel giorno D è rimasta incinta.
Come dicevamo, diversi giorni prima del compimento della gravidanza, i servizi sociali hanno informato l'ospedale bolognese che D avrebbe potuto partorire.
Ora fate attenzione, perché la scansione temporale dei fatti è fondamentale per comprendere che cosa sia avvenuto.
La piccola H è nata il 25 luglio 2017, ma già il 4 luglio l'assistente sociale aveva messo in allerta l'ospedale.
Il 2 agosto del 2017, il pm di Bologna presenta un ricorso in cui chiede sostanzialmente che sia verificata la capacità genitoriale di D e di suo marito. Inoltre, lo stesso pm chiede di controllare quali siano le condizioni della bambina, cioè se sia o meno in stato di abbandono.
Fino a qui, è tutto più o meno comprensibile. C'è una persona che ha problemi psichiatrici e che ha messo al mondo una bambina. È normale che le istituzioni vigilino, e che controllino se la signora è in grado oppure no di prendersi cura della piccola. I servizi sociali dovrebbero il più possibile stare vicino alla coppia, coinvolgere i nonni, tenere sotto controllo la situazione per evitare guai di ogni tipo.
Invece, a quanto risulta, succede un'altra cosa. Il 4 agosto del 2017, i servizi sociali prelevano la piccina facendo ricorso all'articolo 403 del Codice civile. Il testo di legge recita: «Quando il minore si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell'infanzia, lo colloca in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione». In pratica, questo articolo consente ai servizi sociali di togliere i figli ai genitori senza prima passare per l'approvazione di un giudice. La misura dovrebbe essere applicata in casi estremi, ma nel corso degli anni ne è stato fatto largo abuso.
Nel caso della piccola H, non si capisce bene che cosa abbia motivato la sottrazione ai genitori. «Il pm aveva già fatto ricorso, chiedendo di fare verifiche», spiega l'avvocato Francesco Miraglia, che sta seguendo il caso di H. «Non si comprendono allora le ragioni di urgenza che avrebbero determinato l'applicazione del 403. Che, con tutta evidenza, è stata illegittima». Forse, prima di togliere la bimba ai suoi genitori, avrebbero potuto aspettare qualche tempo, verificare se effettivamente la coppia potesse prendersene cura. Comunque sia, la bimba è stata presa e affidata a una casa famiglia.
Ma aspettate, perché non è finita. Eravamo rimasti al 4 agosto, il giorno in cui la bimba viene tolta alla famiglia. Pochissimi giorni dopo, il 10 agosto del 2017, il Tribunale di Bologna apre il procedimento di adottabilità della piccola H.
Riepilogando: dal 25 luglio al 10 di agosto del 2017, H viene al mondo, viene tolta ai genitori, viene portata in una casa famiglia e dichiarata adottabile.
Per altro, c'è una piccola curiosità, forse non irrilevante. Il provvedimento con cui il Tribunale per i minorenni di Bologna fa partire l'adottabilità della bimba porta la data del 10 luglio 2017. Secondo il giudice si tratta di un «errore materiale». Ma secondo l'avvocato Miraglia le cose non stanno così: «Sono convinto che avessero già deciso tutto prima che la bambina nascesse, come testimoniano anche le mail inviate dai servizi sociali all'ospedale. Per altro, tra l'applicazione dell'articolo 403 e il provvedimento del Tribunale non passa nemmeno una settimana: non c'erano i tempi tecnici. Quindi significa che tutto era già pronto prima».
Da quando è nata a oggi, la piccola H non è mai stata con i genitori. Un decreto del Tribunale di Bologna del 21 giugno 2018 spiega che «la collocazione etero-familiare si configura per la piccola H come la misura più idonea a garantire la tutela e la prosecuzione del suo percorso di crescita in condizioni di sicurezza e benessere psicofisico, e ciò alla luce di specificate carenze genitoriali della madre, neutralizzate dalla sua attuale condizione che vede il padre una risorsa affettiva sufficientemente valida ma con elementi di fragilità individuati in un deficitario processo di integrazione nel tessuto socio ambientale e di una ridotta consapevolezza del problematico assetto mentale della moglie».
Il fatto, però, è che secondo le relazioni dello psichiatra che la segue, la madre di H oggi è - come si dice in gergo tecnico - «compensata». Ovvero sta meglio, si rende conto del suo problema ed è seguita con attenzione. Ora la coppia di genitori ha una casa propria, e i nonni sono comunque presenti per fornire sostegno. Non solo: la mamma di H lavora. Scrive articoli scientifici per riviste anche importanti e piuttosto note. E il padre? Beh, il caso del padre è davvero singolare.
Nei fatti, il tribunale gli rimprovera di non conoscere bene l'italiano e di non essere abbastanza integrato. L'uomo si trova in Italia da ormai due anni, quindi con la lingua comincia ad avere dimestichezza. Ma se si dovessero togliere i figli a tutti gli stranieri non integrati, beh, i servizi sociali avrebbero un bel po' di lavoro da fare...
Sia come sia, sembra che H con i suoi genitori non ci possa proprio tornare. Il Tribunale scrive che «secondo le linee guida per la valutazione clinica e l'attivazione del recupero della genitorialità nel percorso psicosociale di tutela dei minori del Cismai», D e suo marito non sono idonei a fare i genitori.
Come vedete, l'approccio del Cismai ricompare anche in questa vicenda.
Il risultato è che la piccola H è stata tolta alla sua famiglia. Non è mai stata maltrattata, picchiata, molestata o altro. Ma l'hanno strappata ai genitori. Ci sono parenti (i nonni e altri) che volentieri se ne farebbero carico, ma nemmeno loro vanno bene. I famigliari hanno potuto vedere la piccina per un'ora al mese nell'ultimo paio d'anni. «Siamo sicuri che la Corte d'appello di Bologna saprà valutare i fatti e alla piccola restituirà i suoi genitori e la sua famiglia», dice l'avvocato Miraglia.
E spera che il destino di H non sia davvero già scritto una volta e per sempre.
Francesco Borgonovo
Il Pd di Bibbiano schiera gli avvocati per far causa a chi critica il Comune
Il Tribunale dei minorenni di Bologna, qualche giorno fa, ha deciso di rivedere alcuni casi di affidi di bambini coinvolti nell'inchiesta «Angeli e demoni». Si tratta dei piccoli tolti alle famiglie e mandati in casa famiglia o dati a coppie affidatarie su indicazione dei servizi sociali della Val d'Enza, quelli per cui lavorava Federica Anghinolfi, che ora si trova agli arresti.
Viene da chiedersi se non si potesse valutare meglio prima di separare i minori dai genitori naturali, in ogni caso si spera che ora tutte le situazioni vengano valutate in maniera approfondita. Sarebbe opportuno, date le condizioni, che le istituzioni fossero totalmente schierate dalla parte di questi bambini e pure dalla parte dei loro padri e delle loro madri, specie quelli a cui i piccoli sono stati sottratti ingiustamente.
Ci si aspetterebbe, insomma, che chi ha sbagliato tentasse almeno in parte di rimediare all'errore, magari fornendo adeguata assistenza legale alle famiglie.
Ecco perché la notizia che la giunta comunale di Bibbiano - il paese in provincia di Reggio Emilia considerato l'epicentro dello scandalo - avesse deciso di rivolgersi agli avvocati, almeno sulle prime, sembrava positiva. Chissà, magari vogliono davvero aiutare chi ha subito un torto. E invece le cose stanno in maniera un po' diversa.
Come noto, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti del Partito democratico, è finito agli arresti domiciliari ed è indagato per abuso d'ufficio e falso ideologico. Nei giorni scorsi, il prefetto reggiano ha deciso di sospenderlo dalle funzioni e lo stesso Carletti si è autosospeso dal Pd (benché i vertici lo avessero sempre difeso). Le funzioni di primo cittadino sono state assunte da Paola Tognoni, anche lei del Partito democratico, già vicesindaco.
Per un po', la giunta nella nuova formazione è rimasta in silenzio. Poi, un paio di giorni fa, ha finalmente deciso di parlare.
E qual è stata la preoccupazione dell'amministrazione comunale bibbianese? Quella di difendere il proprio ex sindaco. «Occorre ricordare», si legge nel comunicato della giunta, «che i capi di imputazione in capo ad Andrea Carletti sono quelli di abuso d'ufficio e falso ideologico. Si tratta quindi di reati di tipo amministrativo da non confondersi, come spesso è stato fatto, con le accuse delle presunte violenze sui minori. Riteniamo necessario ribadire, come abbiamo fatto sin da subito, la nostra vicinanza ad Andrea Carletti, che è stato ingiustamente buttato in pasto ai media come se fosse l'artefice di questi presunti e gravissimi atti».
Secondo il giudice, Carletti forniva copertura politica agli indagati che si occupavano direttamente di minori, ma ormai è chiaro quale sia la linea del Pd in proposito: cercare di sminuire la questione e di scaricare il barile.
Ma c'è di più. Proprio come ha fatto il Pd nazionale per decisione di Nicola Zingaretti, anche i dem di Bibbiano hanno scelto di ricorrere agli avvocati. E non per aiutare le vittime di «Angeli e demoni», ma per difendere sé stessi. «Riteniamo una volgare e meschina speculazione il fatto che personalità politiche e personaggi dal dubbio profilo continuino a fare passerelle mediatiche davanti al nostro municipio o ai luoghi simbolo del nostro paese», dicono dalla giunta. «Così come riteniamo ingiusto che programmi televisivi continuino a speculare, in modo grossolano se non addirittura grottesco, su vicende così delicate al solo fine di fare audience».
Ed ecco la conclusione: il Comune si sta dotando di supporto legale «a tutela del buon nome del Comune e delle realtà produttive che hanno subito un danno d'immagine. Se il demonio esiste, non è nel municipio di Bibbiano». Già: il problema non sono psicologi e assistenti sociali che hanno fatto i propri comodi con la copertura politica dei progressisti. Il problema è chi parla male di Bibbiano...
Francesco Borgonovo
Così levano i figli alle famiglie senza passare da un giudice
Un bimbo cade in classe e si procura una ferita sulla fronte. Poi non va a scuola per qualche giorno per una gastroenterite. La pediatra lo visita e gli fa un certificato di riammissione. Il piccolo torna a scuola e le maestre inviano alla dirigente scolastica una segnalazione. Il livido che aveva in viso, dalla fronte, era sceso sotto agli occhi (in gergo medico si dice «occhi da procione»). L'interpretazione è questa: segni di maltrattamento. La preside manda tutto ai servizi sociali e nella lettera d'accompagnamento i cerchi attorno agli occhi diventano ematomi sul volto. Spiega anche che, però, siccome il piccolo è entrato a scuola apparentemente tranquillo, spera che sia un eccesso di zelo delle insegnanti.
Nel frattempo anche la mamma si becca la gastroenterite ed è costretta a casa. Alla convocazione dei servizi sociali si presenta il papà. E a una domanda si fa scappare che a casa c'è un po'' di trambusto perché la coppia sta pensando di separarsi. Risultato? «In Questura viene detto ai genitori che il piccolo è stato portato via». È solo uno dei tanti casi di cui è venuta a conoscenza Cristina Franceschini, avvocato e presidente della Onlus Finalmente liberi, che da tempo denuncia gli errori nell'affidamento minorile. Tutta colpa di un articolo di legge tanto fumoso quanto abusato. «Quando il minore si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell'infanzia, lo colloca in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione».
Anche un profano riesce a intuire che l'articolo 403 del codice civile è generico. È la bestia nera dei giuristi esperti di diritto di famiglia, che lo definiscono un contenitore che, in via amministrativa, permette a chi lo emette qualsiasi cosa. E senza che la controparte possa far valere i propri diritti. «Questa formulazione sommaria», spiega l'avvocato Franceschini, «richiama situazioni di abbandono morali e materiali dei bambini, ma manca qualcosa che si riferisca in modo preciso a un evidente pregiudizio alla salute psicofisica, e allora è possibile che la pubblica autorità allontani nell'immediato prima ancora di ottenere un provvedimento del giudice».
Ma c'è un secondo aspetto inquietante: «L'assenza di un termine perentorio per un provvedimento del giudice rende il tempo della sua applicazione indefinito», spiega l'avvocato. «Accade quindi che i servizi sociali, magari su segnalazione dei vicini, anche anonima, intervengano e allontanino il minore. Solo successivamente il giudice apre un procedimento per fare delle indagini, che possono durare anni». Il risultato è una catastrofe. «Perché», spiega l'esperta, «anche tre o quattro giorni di allontanamento fanno paura e possono creare danni irreparabili».
I minori portati via ai genitori senza uno straccio di prova possono restare in una casa famiglia o in un istituto per un periodo non prevedibile e assolutamente incerto. E nel limbo cosa accade? «Intanto», sottolinea Franceschini, «accade che i genitori restino all'oscuro di tutto, perché gli atti non sono conoscibili finché il giudice non fissa un'udienza. Solo a quel punto si capisce come ci si può difendere».
I servizi sociali, però, una volta allertati, producono le loro valutazioni sulle condizioni del minore e anche sulla personalità dei genitori. «Spesso», aggiunge Franceschini, «ci si trova davanti ad allontanamenti sul presupposto di un possibile danno futuro del tutto indefinito, causando però sin dal primo istante un danno certo».
E siccome non ci si può opporre a un atto di allontanamento basato sul 403, «c'è un abuso di questo strumento», tuona Franceschini, «che andrebbe disciplinato, stabilendo almeno un tempo massimo entro il quale l'allontanamento può essere convalidato oppure no, proprio come accade nel penale, nei casi di privazione della libertà personale».
Quando c'è un arresto, infatti, il pubblico ministero e il gip hanno un termine perentorio entro il quale chiedere la convalida. Il 403, invece, non lo prevede. Alcuni casi possono diventare addirittura paradossali. L'avvocato Franceschini ne ricorda uno del quale è venuta a conoscenza. Ricorda di una ragazza, adolescente, che per fare un dispetto ai genitori si è presentata ai servizi sociali raccontando di essere stata maltrattata.
Cosa è accaduto? «Che è stato aperto subito un procedimento, che i servizi sociali hanno avviato dei controlli sui fratelli, che il Tribunale ha disposto un monitoraggio su ciò che accadeva a casa con tanto di valutazioni psicologiche e quant'altro, per poi scoprire, durante l'incidente probatorio, che, per sua stessa ammissione, si era inventata tutto per dare una lezione ai genitori e far sì che al suo ritorno a casa potesse fare ciò che voleva».
Nel frattempo era stata in una comunità. E nella casa famiglia, in piena libertà, la ragazza aveva fatto finanche uso di marijuana o almeno durante le uscite libere pomeridiane. «Quel procedimento», conclude Franceschini, «ricordo si sia chiuso con un non luogo a procedere, ma la ragazza è tornata a casa con ben altri problemi».
Fabio Amendolara
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La dolorosa storia di H che ad appena 2 anni non è mai stata con mamma e papà. L'ospedale in cui doveva venire al mondo fu preallertato dagli assistenti sociali. E in poco più di 15 giorni la piccola fu tolta ai suoi e resa adottabile.Dopo l'arresto e la sospensione del sindaco, la nuova giunta decide di ricorrere ai legali per tutelare il proprio «buon nome». E zittire politici e media che fanno soltanto «volgari speculazioni».L'articolo 403 del codice civile autorizza i servizi a intervenire velocemente e da soli per prendere i bimbi. Una norma di cui si fa un largo abuso e che deve essere cambiata.Lo speciale contiene tre articoli.Gli assistenti sociali l'hanno sequestrata al momento del parto e resa adottabile Lo scandalo della legge che consente loro di intervenire senza passare dal giudice. Ancora prima di venire al mondo, il suo destino era già segnato. La sorte di H, che oggi ha appena 2 anni, era scritta in una mail inviata dai servizi sociali di Bologna all'ospedale in cui era previsto che la piccina nascesse. Una ventina di giorni prima che H fosse partorita, infatti, un'assistente sociale del Servizio sociale ospedaliero bolognese scrisse agli operatori della struttura sanitaria segnalando la «grave situazione sociale» di sua madre. Nel testo della mail si può leggere: «A fronte della delicata situazione e in accordo con il servizio sociale tutela dei minori [...] nel caso in cui la signora dovesse partorire è necessario trasferire il neonato in neonatologia al fine di verificare le capacità genitoriali della signora e del compagno». Viene da chiedersi come sia possibile verificare le capacità genitoriali di due persone se a queste viene tolto il figlio. Ma questo è soltanto uno dei tanti paradossi della vicenda che stiamo per raccontare, emblematica del modo in cui funziona il sistema di gestione dei minori nel nostro Paese. Per capire bene che cosa sia successo dobbiamo cominciare dalla storia della signora D, la mamma della piccola H. È una dottoressa, laureata in medicina, a sua volta figlia di un dottore. La sua famiglia è abbastanza benestante. Il problema è che D ha avuto seri problemi psichiatrici. Per questo è sempre stata seguita, e sempre per questo motivo è finita sotto lo sguardo attento dei servizi sociali. Qualche tempo prima di rimanere incinta, D ha conosciuto un uomo su un social network, come oggi fanno in tanti. Lui è turco, è arrivato in Italia munito di documenti e ha ottenuto il permesso di soggiorno. I due si sono sposati, e un bel giorno D è rimasta incinta. Come dicevamo, diversi giorni prima del compimento della gravidanza, i servizi sociali hanno informato l'ospedale bolognese che D avrebbe potuto partorire. Ora fate attenzione, perché la scansione temporale dei fatti è fondamentale per comprendere che cosa sia avvenuto. La piccola H è nata il 25 luglio 2017, ma già il 4 luglio l'assistente sociale aveva messo in allerta l'ospedale. Il 2 agosto del 2017, il pm di Bologna presenta un ricorso in cui chiede sostanzialmente che sia verificata la capacità genitoriale di D e di suo marito. Inoltre, lo stesso pm chiede di controllare quali siano le condizioni della bambina, cioè se sia o meno in stato di abbandono. Fino a qui, è tutto più o meno comprensibile. C'è una persona che ha problemi psichiatrici e che ha messo al mondo una bambina. È normale che le istituzioni vigilino, e che controllino se la signora è in grado oppure no di prendersi cura della piccola. I servizi sociali dovrebbero il più possibile stare vicino alla coppia, coinvolgere i nonni, tenere sotto controllo la situazione per evitare guai di ogni tipo. Invece, a quanto risulta, succede un'altra cosa. Il 4 agosto del 2017, i servizi sociali prelevano la piccina facendo ricorso all'articolo 403 del Codice civile. Il testo di legge recita: «Quando il minore si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell'infanzia, lo colloca in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione». In pratica, questo articolo consente ai servizi sociali di togliere i figli ai genitori senza prima passare per l'approvazione di un giudice. La misura dovrebbe essere applicata in casi estremi, ma nel corso degli anni ne è stato fatto largo abuso. Nel caso della piccola H, non si capisce bene che cosa abbia motivato la sottrazione ai genitori. «Il pm aveva già fatto ricorso, chiedendo di fare verifiche», spiega l'avvocato Francesco Miraglia, che sta seguendo il caso di H. «Non si comprendono allora le ragioni di urgenza che avrebbero determinato l'applicazione del 403. Che, con tutta evidenza, è stata illegittima». Forse, prima di togliere la bimba ai suoi genitori, avrebbero potuto aspettare qualche tempo, verificare se effettivamente la coppia potesse prendersene cura. Comunque sia, la bimba è stata presa e affidata a una casa famiglia. Ma aspettate, perché non è finita. Eravamo rimasti al 4 agosto, il giorno in cui la bimba viene tolta alla famiglia. Pochissimi giorni dopo, il 10 agosto del 2017, il Tribunale di Bologna apre il procedimento di adottabilità della piccola H. Riepilogando: dal 25 luglio al 10 di agosto del 2017, H viene al mondo, viene tolta ai genitori, viene portata in una casa famiglia e dichiarata adottabile. Per altro, c'è una piccola curiosità, forse non irrilevante. Il provvedimento con cui il Tribunale per i minorenni di Bologna fa partire l'adottabilità della bimba porta la data del 10 luglio 2017. Secondo il giudice si tratta di un «errore materiale». Ma secondo l'avvocato Miraglia le cose non stanno così: «Sono convinto che avessero già deciso tutto prima che la bambina nascesse, come testimoniano anche le mail inviate dai servizi sociali all'ospedale. Per altro, tra l'applicazione dell'articolo 403 e il provvedimento del Tribunale non passa nemmeno una settimana: non c'erano i tempi tecnici. Quindi significa che tutto era già pronto prima». Da quando è nata a oggi, la piccola H non è mai stata con i genitori. Un decreto del Tribunale di Bologna del 21 giugno 2018 spiega che «la collocazione etero-familiare si configura per la piccola H come la misura più idonea a garantire la tutela e la prosecuzione del suo percorso di crescita in condizioni di sicurezza e benessere psicofisico, e ciò alla luce di specificate carenze genitoriali della madre, neutralizzate dalla sua attuale condizione che vede il padre una risorsa affettiva sufficientemente valida ma con elementi di fragilità individuati in un deficitario processo di integrazione nel tessuto socio ambientale e di una ridotta consapevolezza del problematico assetto mentale della moglie». Il fatto, però, è che secondo le relazioni dello psichiatra che la segue, la madre di H oggi è - come si dice in gergo tecnico - «compensata». Ovvero sta meglio, si rende conto del suo problema ed è seguita con attenzione. Ora la coppia di genitori ha una casa propria, e i nonni sono comunque presenti per fornire sostegno. Non solo: la mamma di H lavora. Scrive articoli scientifici per riviste anche importanti e piuttosto note. E il padre? Beh, il caso del padre è davvero singolare. Nei fatti, il tribunale gli rimprovera di non conoscere bene l'italiano e di non essere abbastanza integrato. L'uomo si trova in Italia da ormai due anni, quindi con la lingua comincia ad avere dimestichezza. Ma se si dovessero togliere i figli a tutti gli stranieri non integrati, beh, i servizi sociali avrebbero un bel po' di lavoro da fare... Sia come sia, sembra che H con i suoi genitori non ci possa proprio tornare. Il Tribunale scrive che «secondo le linee guida per la valutazione clinica e l'attivazione del recupero della genitorialità nel percorso psicosociale di tutela dei minori del Cismai», D e suo marito non sono idonei a fare i genitori. Come vedete, l'approccio del Cismai ricompare anche in questa vicenda. Il risultato è che la piccola H è stata tolta alla sua famiglia. Non è mai stata maltrattata, picchiata, molestata o altro. Ma l'hanno strappata ai genitori. Ci sono parenti (i nonni e altri) che volentieri se ne farebbero carico, ma nemmeno loro vanno bene. I famigliari hanno potuto vedere la piccina per un'ora al mese nell'ultimo paio d'anni. «Siamo sicuri che la Corte d'appello di Bologna saprà valutare i fatti e alla piccola restituirà i suoi genitori e la sua famiglia», dice l'avvocato Miraglia. E spera che il destino di H non sia davvero già scritto una volta e per sempre. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/strappata-ai-genitori-prima-di-nascere-2639185421.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-di-bibbiano-schiera-gli-avvocati-per-far-causa-a-chi-critica-il-comune" data-post-id="2639185421" data-published-at="1778997363" data-use-pagination="False"> Il Pd di Bibbiano schiera gli avvocati per far causa a chi critica il Comune Il Tribunale dei minorenni di Bologna, qualche giorno fa, ha deciso di rivedere alcuni casi di affidi di bambini coinvolti nell'inchiesta «Angeli e demoni». Si tratta dei piccoli tolti alle famiglie e mandati in casa famiglia o dati a coppie affidatarie su indicazione dei servizi sociali della Val d'Enza, quelli per cui lavorava Federica Anghinolfi, che ora si trova agli arresti. Viene da chiedersi se non si potesse valutare meglio prima di separare i minori dai genitori naturali, in ogni caso si spera che ora tutte le situazioni vengano valutate in maniera approfondita. Sarebbe opportuno, date le condizioni, che le istituzioni fossero totalmente schierate dalla parte di questi bambini e pure dalla parte dei loro padri e delle loro madri, specie quelli a cui i piccoli sono stati sottratti ingiustamente. Ci si aspetterebbe, insomma, che chi ha sbagliato tentasse almeno in parte di rimediare all'errore, magari fornendo adeguata assistenza legale alle famiglie. Ecco perché la notizia che la giunta comunale di Bibbiano - il paese in provincia di Reggio Emilia considerato l'epicentro dello scandalo - avesse deciso di rivolgersi agli avvocati, almeno sulle prime, sembrava positiva. Chissà, magari vogliono davvero aiutare chi ha subito un torto. E invece le cose stanno in maniera un po' diversa. Come noto, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti del Partito democratico, è finito agli arresti domiciliari ed è indagato per abuso d'ufficio e falso ideologico. Nei giorni scorsi, il prefetto reggiano ha deciso di sospenderlo dalle funzioni e lo stesso Carletti si è autosospeso dal Pd (benché i vertici lo avessero sempre difeso). Le funzioni di primo cittadino sono state assunte da Paola Tognoni, anche lei del Partito democratico, già vicesindaco. Per un po', la giunta nella nuova formazione è rimasta in silenzio. Poi, un paio di giorni fa, ha finalmente deciso di parlare. E qual è stata la preoccupazione dell'amministrazione comunale bibbianese? Quella di difendere il proprio ex sindaco. «Occorre ricordare», si legge nel comunicato della giunta, «che i capi di imputazione in capo ad Andrea Carletti sono quelli di abuso d'ufficio e falso ideologico. Si tratta quindi di reati di tipo amministrativo da non confondersi, come spesso è stato fatto, con le accuse delle presunte violenze sui minori. Riteniamo necessario ribadire, come abbiamo fatto sin da subito, la nostra vicinanza ad Andrea Carletti, che è stato ingiustamente buttato in pasto ai media come se fosse l'artefice di questi presunti e gravissimi atti». Secondo il giudice, Carletti forniva copertura politica agli indagati che si occupavano direttamente di minori, ma ormai è chiaro quale sia la linea del Pd in proposito: cercare di sminuire la questione e di scaricare il barile. Ma c'è di più. Proprio come ha fatto il Pd nazionale per decisione di Nicola Zingaretti, anche i dem di Bibbiano hanno scelto di ricorrere agli avvocati. E non per aiutare le vittime di «Angeli e demoni», ma per difendere sé stessi. «Riteniamo una volgare e meschina speculazione il fatto che personalità politiche e personaggi dal dubbio profilo continuino a fare passerelle mediatiche davanti al nostro municipio o ai luoghi simbolo del nostro paese», dicono dalla giunta. «Così come riteniamo ingiusto che programmi televisivi continuino a speculare, in modo grossolano se non addirittura grottesco, su vicende così delicate al solo fine di fare audience». Ed ecco la conclusione: il Comune si sta dotando di supporto legale «a tutela del buon nome del Comune e delle realtà produttive che hanno subito un danno d'immagine. Se il demonio esiste, non è nel municipio di Bibbiano». Già: il problema non sono psicologi e assistenti sociali che hanno fatto i propri comodi con la copertura politica dei progressisti. Il problema è chi parla male di Bibbiano... Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/strappata-ai-genitori-prima-di-nascere-2639185421.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-levano-i-figli-alle-famiglie-senza-passare-da-un-giudice" data-post-id="2639185421" data-published-at="1778997363" data-use-pagination="False"> Così levano i figli alle famiglie senza passare da un giudice Un bimbo cade in classe e si procura una ferita sulla fronte. Poi non va a scuola per qualche giorno per una gastroenterite. La pediatra lo visita e gli fa un certificato di riammissione. Il piccolo torna a scuola e le maestre inviano alla dirigente scolastica una segnalazione. Il livido che aveva in viso, dalla fronte, era sceso sotto agli occhi (in gergo medico si dice «occhi da procione»). L'interpretazione è questa: segni di maltrattamento. La preside manda tutto ai servizi sociali e nella lettera d'accompagnamento i cerchi attorno agli occhi diventano ematomi sul volto. Spiega anche che, però, siccome il piccolo è entrato a scuola apparentemente tranquillo, spera che sia un eccesso di zelo delle insegnanti. Nel frattempo anche la mamma si becca la gastroenterite ed è costretta a casa. Alla convocazione dei servizi sociali si presenta il papà. E a una domanda si fa scappare che a casa c'è un po'' di trambusto perché la coppia sta pensando di separarsi. Risultato? «In Questura viene detto ai genitori che il piccolo è stato portato via». È solo uno dei tanti casi di cui è venuta a conoscenza Cristina Franceschini, avvocato e presidente della Onlus Finalmente liberi, che da tempo denuncia gli errori nell'affidamento minorile. Tutta colpa di un articolo di legge tanto fumoso quanto abusato. «Quando il minore si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell'infanzia, lo colloca in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione». Anche un profano riesce a intuire che l'articolo 403 del codice civile è generico. È la bestia nera dei giuristi esperti di diritto di famiglia, che lo definiscono un contenitore che, in via amministrativa, permette a chi lo emette qualsiasi cosa. E senza che la controparte possa far valere i propri diritti. «Questa formulazione sommaria», spiega l'avvocato Franceschini, «richiama situazioni di abbandono morali e materiali dei bambini, ma manca qualcosa che si riferisca in modo preciso a un evidente pregiudizio alla salute psicofisica, e allora è possibile che la pubblica autorità allontani nell'immediato prima ancora di ottenere un provvedimento del giudice». Ma c'è un secondo aspetto inquietante: «L'assenza di un termine perentorio per un provvedimento del giudice rende il tempo della sua applicazione indefinito», spiega l'avvocato. «Accade quindi che i servizi sociali, magari su segnalazione dei vicini, anche anonima, intervengano e allontanino il minore. Solo successivamente il giudice apre un procedimento per fare delle indagini, che possono durare anni». Il risultato è una catastrofe. «Perché», spiega l'esperta, «anche tre o quattro giorni di allontanamento fanno paura e possono creare danni irreparabili». I minori portati via ai genitori senza uno straccio di prova possono restare in una casa famiglia o in un istituto per un periodo non prevedibile e assolutamente incerto. E nel limbo cosa accade? «Intanto», sottolinea Franceschini, «accade che i genitori restino all'oscuro di tutto, perché gli atti non sono conoscibili finché il giudice non fissa un'udienza. Solo a quel punto si capisce come ci si può difendere». I servizi sociali, però, una volta allertati, producono le loro valutazioni sulle condizioni del minore e anche sulla personalità dei genitori. «Spesso», aggiunge Franceschini, «ci si trova davanti ad allontanamenti sul presupposto di un possibile danno futuro del tutto indefinito, causando però sin dal primo istante un danno certo». E siccome non ci si può opporre a un atto di allontanamento basato sul 403, «c'è un abuso di questo strumento», tuona Franceschini, «che andrebbe disciplinato, stabilendo almeno un tempo massimo entro il quale l'allontanamento può essere convalidato oppure no, proprio come accade nel penale, nei casi di privazione della libertà personale». Quando c'è un arresto, infatti, il pubblico ministero e il gip hanno un termine perentorio entro il quale chiedere la convalida. Il 403, invece, non lo prevede. Alcuni casi possono diventare addirittura paradossali. L'avvocato Franceschini ne ricorda uno del quale è venuta a conoscenza. Ricorda di una ragazza, adolescente, che per fare un dispetto ai genitori si è presentata ai servizi sociali raccontando di essere stata maltrattata. Cosa è accaduto? «Che è stato aperto subito un procedimento, che i servizi sociali hanno avviato dei controlli sui fratelli, che il Tribunale ha disposto un monitoraggio su ciò che accadeva a casa con tanto di valutazioni psicologiche e quant'altro, per poi scoprire, durante l'incidente probatorio, che, per sua stessa ammissione, si era inventata tutto per dare una lezione ai genitori e far sì che al suo ritorno a casa potesse fare ciò che voleva». Nel frattempo era stata in una comunità. E nella casa famiglia, in piena libertà, la ragazza aveva fatto finanche uso di marijuana o almeno durante le uscite libere pomeridiane. «Quel procedimento», conclude Franceschini, «ricordo si sia chiuso con un non luogo a procedere, ma la ragazza è tornata a casa con ben altri problemi». Fabio Amendolara
Quanti sono gli attentatori che in Spagna, in Francia, in Belgio o in Gran Bretagna avevano la cittadinanza del Paese che hanno colpito a morte? Alcuni degli autori della strage di Barcellona del 2017 erano nati in Catalogna, figli di immigrati di origine marocchina, come l’autore della tentata carneficina di ieri, ma questo non ha impedito loro di uccidere 16 persone e ferirne altre 130, travolgendole con un pulmino sulla rambla. Un anno prima, a Nizza, un nordafricano con passaporto francese aveva guidato il camion in mezzo alla folla sulla Promenade des Anglais , uccidendo 86 persone e ferendone altre 458. A Bruxelles, nel 2016 alcuni dei componenti della cellula criminale che uccise 32 persone e ne ferì 340 erano belgi, nati da famiglie immigrate marocchine. E che dire dell’attentatore di Manchester, in Gran Bretagna, che nel 2017 si fece esplodere in mezzo ai fan della cantante americana Ariana Grande, una strage che fece 22 morti e 250 feriti? Era nato nel Regno Unito, figlio di immigrati libici, accolti in Inghilterra come rifugiati politici in fuga dal regime di Muhammar Gheddafi. Anche lui, come l’autore dell’«incidente stradale» di Modena, aveva studiato economia all’università ma poi, invece di occuparsi di profitti e perdite, aveva imboccato la via del terrorismo, anzi, dello Stato islamico.
Nel caso di Modena, il sindaco della città emiliana, Massimo Mezzetti, si è affrettato a definire il marocchino che ha investito deliberatamente otto persone, alcune delle quali fino a ieri sera lottavano fra la vita e la morte, un «pazzo criminale», aggiungendo che l’uomo «non avrebbe tutte le rotelle a posto». In serata in effetti si è appreso che era stato in cura psichiatrica. Ma è un commento che gira al largo dalla questione principale, e che evita di usare termini come attentato, ma parla solo di atto scellerato o sciagurato. E cosa può essere se non un attentato la decisione di invadere ad alta velocità un marciapiede nel centro città, accelerando la corsa della vettura e dirigendola direttamente contro la folla? Come può essere definita la scelta di investire decine di passanti se non un attentato? Altro che pazzo, che automobilista a cui manca qualche rotella. A prescindere dalla motivazione, cioè che si tratti un attentato di matrice religiosa, culturale o ambientale (ho sentito che l’autore della tentata strage si giustificherebbe dicendo di essere bullizzato), è evidente che quanto è successo a Modena non è altro che terrorismo. Lo so, adesso ci diranno che, nonostante avesse la carta d’identità italiana, nonostante avesse studiato a Bergamo e fosse laureato in economia, il killer della città emiliana si sentiva emarginato. Colpa insomma della mancata integrazione e dunque, anche se aveva le carte in regola per trovare un lavoro e costruirsi un futuro in Italia, rispettandone le leggi, alla fine ci spiegheranno che la responsabilità è nostra, perché dobbiamo fare di più per far sentire queste persone a casa propria, altrimenti vivranno da estranei e matureranno un rancore contro di noi. Insomma, averli accolti non basta, lasciare che spesso la facciano da padroni a casa nostra neppure. Dobbiamo anche comprenderli e coccolarli, perché altrimenti rischiamo che salgano a bordo di una vettura e sfoghino la loro frustrazione contro di noi. Se questo è il modo di ragionare, tanto vale arrenderci. Tanto vale stabilire che hanno vinto loro. Le vittime non siamo noi, ma loro. È il ribaltamento della realtà, ma soprattutto del buon senso. Ed è la nostra fine.
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Le Forze dell'ordine durante la perquisizione della casa di Salim el Koudri (Ansa)
Dopo aver fatto piombare l’Italia nell’incubo del terrorismo islamico, Salim El Koudri, 31 anni, origini marocchine ma cittadinanza italiana, ha dato una versione confusa agli investigatori che lo hanno arrestato: non ha giustificato con il fanatismo ideologico il suo terribile gesto. Ma avrebbe parlato di emarginazione, forse anche di bullismo. In pratica, se ha preso l’auto e l’ha lanciata a 100 all’ora nel centro di Modena, falciando otto persone (e amputando due gambe a una donna), la colpa è della società italiana.
Sembrerebbe questa la prima giustificazione che avrebbe offerto il ragazzo al momento dell’arresto. Su di lui il nostro Antiterrorismo non aveva alcuna segnalazione. Non era entrato in nessun database di radicalizzati. Così come la sua famiglia. «Non ci sono elementi per poter qualificare come gesto terroristico quello di El Koudri, inteso come ideologicamente o religiosamente orientato, ma siamo di fronte a un grave disagio», ci spiega un investigatore. Il padre, Mohamed, era in attesa di ottenere la cittadinanza italiana. Un iter che era in dirittura d’arrivo. Non è difficile immaginare che cosa avrà pensato ieri il genitore quando ha avuto la notizia che tutto quello che aveva costruito nel nostro Paese era andato in frantumi.
Il figlio, quando è stato fermato, dopo avere travolto i passanti e ferito con un coltello un uomo che aveva provato a bloccarlo, secondo alcune testimonianze, non ha pronunciato frasi rituali come Allah Akbar, ma è apparso subito in stato confusionale, anche se i test per verificare l’assunzione di droga e alcol hanno dato esito negativo. Quindi El Koudri avrebbe preso la decisione di lanciarsi sui passanti senza essere obnubilato da alcuna sostanza. Ma solo da un profondo disagio interiore. Il ragazzo, negli anni passati, sarebbe stato in cura almeno sino all’anno scorso presso un centro di salute mentale di Modena. Il trentunenne, nato a Seriate (Bergamo), è residente a Ravarino, un paese di poco più di 6.000 abitanti a cavallo delle province di Modena e Bologna. Il sindaco Maurizia Rebecchi, contattata dalla Verità, ci ha detto: «Il primissimo pensiero va alle vittime, ai gravissimi feriti di questo atto. Mi lasci esprimere la vicinanza. So che l’attentatore è un cittadino italiano nato a Bergamo. La sua famiglia non ci era nota, perché non si è mai rivolta ai nostri servizi sociali. Questo nucleo aveva la propria autonomia e la propria vita come tante altre famiglie del nostro territorio».
Le notizie ieri sera erano ancora frammentarie. Quello che siamo riusciti a sapere, grazie a Internet, è che Salim, dopo aver frequentato le scuole superiori a Modena (il liceo scientifico Tassoni), ha conseguito una laurea triennale in Economia. Il giovane aveva un profilo Instagram, che però, quando lo abbiamo cercato, risultava bloccato e i suoi contenuti rimossi. Restavano solo le tracce di scatti e reel da fotografo non professionista.
La sua attività social è stata rapidamente setacciata dagli specialisti dell’Antiterrorismo guidati da Lucio Pifferi, ma, nell’immediatezza, non ha offerto elementi d’interesse. Salim attualmente sarebbe disoccupato, anche se in passato è stato un lavoratore interinale. Da qui, forse, la sensazione di trovarsi in una condizione di emarginazione. Salim ha anche una sorella, Carmen, 33 anni, anche lei laureata. Su Internet appare come una ragazza dallo stile occidentale. In una foto compare con un tailleur e un top. In un’altra durante un viaggio all’estero. Indossa jeans occidentali e nessun velo islamico. Papà Mohammed ha 63 anni, la madre, Fatima, 57. Nessuno dei due compare nell’archivio della Camera di commercio per un qualche tipo di attività imprenditoriale svolta nel nostro Paese.
Entrambi i figli compaiono in un elenco degli alunni ammessi alle borse di studio per l’anno scolastico 2010-2011. Insomma, si tratterebbe di una famiglia insospettabile. Quasi invisibile. Nessun precedente penale, nessun problema di radicalizzazione.
Eppure proprio in quell’humus di apparente assoluta normalità, Salim avrebbe iniziato a covare una rabbia sorda contro il mondo che lo circonda. Che, a suo giudizio, non lo avrebbe accolto nel modo giusto. E che dopo la laurea gli avrebbe voltato le spalle.
Di fronte a un quadro del genere non è facile immaginare delle contromisure o dare un giudizio. Di questo dovrà occuparsi la magistratura. Ma di certo è un segnale preoccupante che nella ricca Emilia, un giovane italo-marocchino, apparentemente più inserito di tanti altri suoi coetanei, abbia deciso di lanciarsi contro ignari passanti per fare una strage, rovinando anche la propria vita e quella dei famigliari. Ieri sera, quando il giornale è andato in stampa, erano ancora in corso le perquisizioni a casa dell’uomo. L’analisi di cellulare e computer sarà fatta con le garanzie previste dalla legge e, quindi, occorrerà qualche tempo per sapere se emergeranno elementi che potranno chiarire il senso di un gesto che al momento sembra non averne.
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Monica Montefalcone durante un'immersione. Nel riquadro, con la figlia Giorgia (Ansa)
Si trovavano a Vaavu, un piccolo atollo con meno di 2.200 abitanti. Desideravano vedere una grotta a oltre 50 metri di profondità, nonostante le norme locali proibiscano di oltrepassare i 30. «Bisogna essere sub esperti per arrivare a quelle profondità e loro lo erano», racconta un incursore di Marina alla Verità. «Quando muore un gruppo in questo modo si tratta molto spesso di un’intossicazione da monossido e forse in questo caso potrebbe esserci stata una miscela di gas sbagliata», prosegue. Ma non è l’unica possibilità. Perché nelle grotte capita di perdersi: «Si solleva del sedimento e non si trova più la via per uscire». La pista sulla dinamica dei decessi si potrà iniziare a intuire guardando il contenuto delle bombole: «Se sono ancora piene è perché sono morti per intossicazione da monossido o per una miscela sbagliata. Se invece sono finite è perché si sono persi».
Recuperare i corpi, e quindi anche le bombole, non è facile. Nella serata di ieri, infatti, è partito un team finlandese specializzato in recuperi subacquei. Poche ore prima, però, è morto il sub che si era messo alla ricerca delle salme. Si chiamava Mohammed Mahdi, era un uomo delle Forze nazionali di difesa maldiviane e quel mare lo conosceva come le sue tasche. Come i quattro turisti italiani, anche lui è sceso nella grotta. Ha cercato ovunque per trovare un segno del loro passaggio. Nel momento in cui è risalito in superficie ha iniziato ad accusare i sintomi della malattia da decompressione. L’azoto crea bolle nel sangue e nei tessuti. Il corpo inizia a pesare, le vertigini danno alla testa, fino a quando, nelle forme più gravi, arriva il crollo e quindi la morte. Un altro decesso. I giornali parlano di maledizione della grotta. Non è così. Non c’entra la scaramanzia, la buona o la cattiva sorte. La maledizione vera la porta addosso chi è rimasto. Carlo Sommacal è due volte vittima. Ha perso sua moglie, Monica Montefalcone, e la loro figlia, Giorgia. Entrambe inghiottite dalla grotta: «Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto cinquemila immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà». Usa il presente. Non riesce a spingersi all’imperfetto o, peggio ancora, al passato remoto. «Mi hanno detto che il corpo ritrovato non è quello di mia moglie». Il corpo di madre e figlia è ancora lì. Nessuno sa dove. «Di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo», prosegue.
Carlo, anche se non vuole, deve cercare di farsi forza: «Lo devo a mio figlio Matteo. Ho perso tre persone in pochi mesi: prima mio fratello, adesso mia moglie e mia figlia. Io provo a resistere ma lui non so come reagirà». Continua, mentre parla, a pensare alla moglie: «È una “tedesca”: alle 11 si va a messa, alle 19.30 si cena. E guai a farla ritardare di un solo minuto. E anche su quelle cose lì delle immersioni. Sarà stato il destino, tutte le precauzioni possibili loro ce le hanno».
Eppure non è bastato. La morte arriva, prende e scappa, portando con sé amori, sogni e aspirazioni. Come quelli di Giorgia, che si doveva laureare tra un mese in ingegneria biomedica. Non potrà più farlo. E nemmeno suo fratello, Matteo, potrà festeggiare il compleanno con sua mamma e sua sorella. Racconta infatti Carlo: «Mio figlio fa il compleanno il 22 maggio. E intanto le stava preparando la festa di laurea di nascosto». Come è normale che sia, padre e figlio non hanno dormito. Il marito di Monica ha passato tutta la notte sul balcone. Pensieri, sigarette. E la carta che diventa rossa e poi fumo che corre verso il cielo: «Sul poggiolo», racconta Carlo, «abbiamo dei vasi di fiori e non ho mai visto un bocciolo. Oggi c’erano. È un segno per me, sono Monica e Giorgia che mi stanno parlando, che mi dicono di stare tranquillo». Ma farlo non è facile. «Non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui. Loro si erano trasferiti da Milano quando sono nati i miei figli. Giorgia stava sempre con loro. Li andava a trovare, giocava a carte con loro».
Di fronte alla morte si torna bambini. Ci si continua a chiedere: perché? Perché è successo? Perché proprio a loro? Perché è capitato mentre facevano una cosa che amavano? Un po’ come Cristo sulla Croce: «Padre, perché mi hai abbandonato?». Lo stesso fa Carlo: «Vorrei tanto incontrare Dio un giorno e chiedergli perché si è accanito con noi. Monica era sempre sorridente, sempre solare. Onesta e soprattutto scrupolosa». Perché? Orietta Stella, la legale del tour operator verbanese Albatros Top Boat che ha venduto il pacchetto per la crociera subacquea nella quale hanno perso la vita cinque italiani, è partita per le Maldive. «Voglio capire cosa è accaduto a queste povere persone», dice all’Ansa mentre entra in aeroporto, «e voglio seguire il recupero dei loro corpi». È il perché umano, quelle delle cause materiali e degli errori umani. Ma resta il perché più alto. Quello che Carlo chiede a Dio.
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Ora la sfida è duplice, ovvero non solo salvaguardia della memoria ma anche trasmissione delle proprie radici alle nuove generazioni, dove il rischio di omologazione legato a una globalizzazione passiva rischia di far perdere la propria identità, il tutto non inteso come sciovinismo sovranista, ma come scambio reciproco con altre culture, qual è poi la realtà stessa della cucina italiana, laddove alcuni suoi piatti identitari, come ad esempio la pasta al pomodoro, hanno le singole radici nate altrove. Il pomodoro dalle Americhe e la pasta essiccata è tradizione araba a sua volta di origine persiana. Tra le varie sezioni dei patrimoni Unesco vi è anche quello di Città creative per la gastronomia.
Nel mondo sono oltre una sessantina, tre in Italia: Alba per il Piemonte, Parma per l’Emilia-Romagna, Bergamo per la Lombardia. Ognuna con le sue tentazioni golose, ulteriore volano di quel turismo esperienziale che vuol andare oltre la visione di paesaggi, arte e architetture. Nelle nostre narrazioni golose abbiamo già raccontato dei peccati di gola che si possono godere a Napoli, come a Roma, Venezia, Matera, a suo tempo Capitale europea della cultura, e molte altre. È tempo di andare a scoprire i tesori della Marca gioiosa e golosa, registrata nelle mappe geografiche come Treviso. Pochi sanno che quella che fu la sede protagonista del pruriginoso Signore e signori di Pietro Germi in realtà è un concentrato di eccellenze anche nel settore della cultura materiale, ovvero la gastronomia.
Stappiamo il primo posto sul podio con l’immancabile prosecco, il vino italiano più esportato al mondo. A fargli da spalla, e non solo per gioioso abbinamento di gola, il tiramisù, leader anch’esso nell’export, con buona pace del panetun lombardo. È una storia che parte da lontano, non prima di aver ricordato che un altro dei simboli della Marca trevigiana a meritare il podio è il suo radicchio rosso, primo ortaggio italiano ad aver ottenuto il riconoscimento europeo Igp (Indicazione geografica protetta) nel 1996. Nel 1959, per volontà dell’allora assessore alla Cultura Dino De Poli, poi divenuto deus ex machina di Fondazione Cassa Marca, e di Bepi Mazzotti (colui che riportò alla dignità che meritavano le ville venete), prende vita il Festival della cucina trevigiana, il primo dedicato a una cucina locale a livello nazionale.
Ecco allora che, alla vigilia di quel boom economico del dopoguerra che vide Treviso tra le protagoniste, i ristoratori propongono piatti a rischio di estinzione. Dalla sopa coada (una zuppa di pane e piccione) ai fasioi co le tirache (tagliatelle e fagioli irrobustite dalle cotiche di maiale), e che dire della fongadina, un goloso e intrigante frattagliame assortito che solo pochissimi oramai continuano a proporre, con capofila Da Procida, a San Biagio di Callata. Nel 1966 Mazzotti propone la Strada del vino bianco (zizzagando tra le colline del prosecco), la prima a livello nazionale dedicata a un vino, cui seguirà, poco dopo, quella del vino rosso, sulla sinistra Piave, con gli stappi di raboso a fare la differenza. Una buona cucina ha bisogno di degni ambasciatori e anche qui il dream team ai fornelli non manca di degni protagonisti. Ad esempio Gian Carlo Pasin, colui che forse meglio di tutti ha saputo declinare l’amato radicchio con degni ricettari pubblicati nel tempo. Ambasciatore della trevigianità nei cinque continenti, a lui il Rotary di Treviso ha dedicato il Premio «AlsaQuerci» destinato a giovani promesse della cucina locale. E poi Alfredo Beltrame, un trevigiano cittadino del mondo. Sua l’intuizione de «Il Toula», il primo brand di cucina italiana nel mondo, con sedi in 27 Paesi. Così come i fratelli Giuliano e Celeste Tonon, il loro locale alle falde del Montello. Per lustri scelti da Alitalia quali ambasciatori ai fornelli quando andava a inaugurare nuovi scali nel mondo.
L’Italia dello street food è ricca di eccellenze, la piadina una per tutte, ma a Treviso troverete degna accoglienza con la porchetta. La zampata d’autore l’hanno saputa dare i fratelli Beltrame, all’inizio del secolo scorso. Una porchetta «una e trina», come l’ha ben definita Bepo Zoppelli, storico editore e libraio, nonché delegato della locale Accademia italiana della cucina. Nel forno venivano contemporaneamente cotte tre porchette, rigorosamente di coscia di maiale (tradizionalmente si usano lombo o pancetta) e qui sta l’originalità della porchetta trevigiana. Una volta sgrassate, il lardo residuo veniva spedito al fornaio Casellato che così impastava ancor più succulenti panini. Le cotenne, nel frattempo, venivano sbriciolate e miste al sale che poi veniva sparso sul gustoso affettato, prima di essere servito al piatto con relativo panino. Il panorama della cucina trevigiana viaggia in tantissimi altri pianeti golosi, cui segue una breve citazione. Con lo spiedo c’è accesa rivalità con le terre bresciane, ognuna a rivendicarne la più autentica originalità.
Nella Marca golosa e gioiosa indiscussa capitale è Pieve di Soligo, dove esistono due confraternite dedicate. La tradizione parte da secoli lontani, quando lo spiedo era punto di unione per rendere il giusto onore alla cacciagione, così come agli animali da cortile. Addetti alla bisogna i menarosti, manovalanza dedicata al far girare lentamente per ore lo spiedo e alimentarlo con il fuoco, per rendere poi i prodotti prelibati al piatto. Menarosti ingiustamente entrati nella vulgata come tirapiedi molesti o poco più. In realtà la giusta redenzione arriva dal maestro dei maestri spiedatori, Ezio Antoniazzi. «Il rito dello spiedo va oltre il cucinare vero e proprio. Vi è una umanità assortita tra chi ci lavora, chi osserva curioso, perché la poesia dello spiedo sta proprio in una piacevole convivialità che inizia molto prima del sedersi a tavola».
È ora di andar per i campi, seguendo la stagione. Se il Veneto è un po’ la capitale italiana dell’asparago bianco con le sue diverse varietali, la Marca ne può vantare due, con origini diverse. Tutti sanno che pioniere è stato il vicentino asparago di Bassano, le cui proprietà furono scoperte casualmente dai coltivatori locali quando una devastante esondazione del Brenta dimostrò che l’asparago ancora bianco, prima di uscire alla luce del Sole, era molto più buono della consueta variante verde fino ad allora conosciuta. Il successo si consolidò, quasi per una sorta di redenzione celeste, poiché in quegli anni molti illustri prelati imboccavano la Valsugana per recarsi al Concilio di Trento. Sulle rive del Piave, più precisamente a Cimadolmo, raccolsero la sfida e, grazie anche alle acque del fiume che portavano a valle tutti i fermenti che giungevano dai boschi in altura, si sviluppò la coltivazione di un asparago di alta qualità. In degustazioni alla cieca svolte tra cultori del bianco turione, spesso quello di Cimadolmo risultò vincitore sul più blasonato bassanese. Poi vi è l’asparago di Badoere, sulle rive del Sile. Da sempre terreno dedito alla coltivazione del gelso, da cui la bachicoltura e quindi l’economia della seta. Tuttavia, a metà Ottocento, un’anteprima della sfida di quella globalizzazione che, oramai, ci riguarda ogni giorno. Iniziarono ad arrivare dalla Cina carichi di seta che spiazzarono mercati e coltivazioni storiche del territorio. Sulle rive del Sile non si persero d’animo e, memori anche delle coltivazioni tra Piave e Brenta, ne fecero tesoro e ora anche l’asparago di Badoere ha la sua nicchia di palati e cucine fidelizzate.
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