Strage annunciata all’aeroporto. Attacco suicida con quasi 100 morti
  • Uccisi anche 12 militari americani ma il numero è destinato a salire. I feriti sarebbero almeno 150. Il primo indiziato è il gruppo Isis Khorasan, con legami in Pakistan. L’attentato era stato previsto dai servizi segreti.
  • I missionari cattolici erano rimasti anche sotto i bombardamenti del 2001. Ora hanno dovuto lasciare.

Lo speciale contiene due articoli.

Ci sarebbero anche 12 militari americani, fra cui quattro marines e un medico della Marina, tra le vittime dell’attentato terroristico contro l’aeroporto di Kabul. Mentre La Verità andava in stampa ieri sera, le cifre che circolavano sui media statunitensi erano di almeno 60 morti fra gli afghani e 150 feriti, che sarebbero stati trasferiti negli ospedali della capitale dell’Afghanistan, il 60% dei quali in condizioni gravi. Ma il numero è destinato a crescere. Nessun italiano sarebbe stato coinvolto, hanno riferito fonti dalla Difesa.

L’attentato è avvenuto in una zona molto affollata dell’aeroporto, dove dal 15 agosto migliaia di afgani si sono riversati nella speranza di essere imbarcati su voli occidentali per fuggire all’Emirato islamico dell’Afghanistan. Due le esplosioni a distanza di pochi minuti. Una davanti al Baron hotel. Un’altra nei pressi di uno dei cancelli dello scalo, l’Abbey gate, non lontano dal luogo della prima detonazione. Nella notte si sono diffuse voci di una terza esplosione. I sospetti virano tutti sullo Stato islamico del Khorasan.

La Germania ha ieri annunciato la conclusione delle evacuazioni. Cercheranno di continuare le procedure, invece, Francia (che per ragioni di sicurezza ieri ha ritirato l’ambasciatore) e Regno Unito. Ieri sera, in consiglio dei ministri, il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha spiegato che «nelle prossime ore si concluderanno le operazioni di evacuazione» invitando a «elaborare la fase 2 con una prospettiva di breve e medio periodo che dovrà avere natura ordinata, strutturata e strategica».

La tragedia si poteva evitare? Forse. Molti erano stati gli avvertimenti delle intelligence occidentali. Soltanto ieri mattina, James Heappey, sottosegretario alle Forze armate britannico, rispondeva con un semplice ma netto «sì» alla domanda del conduttore di Sky news che gli chiedeva se ci fosse il rischio di un attacco contro l’aeroporto di Kabul da lì alle ore successive.

Le uniche speranze per evitarlo, però, erano riposte nei talebani. E lo sono ancora, almeno fino alla scadenza del 31 agosto per il ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan. Sono gli «studenti coranici», infatti, a controllare il perimetro dell’aeroporto.

È in questo scenario che possono essere inquadrate le parole pronunciate ieri pomeriggio all’emittente Cnn da H. R. McMaster, generale statunitense già consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex presidente Donald Trump: «Non sarei sorpreso se» lo Stato islamico nel Khorasan «fosse stato utilizzato come cutout dai talebani in modo che possano umiliarci mentre ci ritiriamo». Cutout si prega a due traduzioni ed entrambe potrebbero essere coerenti in questo caso: intermediario e paravento.

D’altronde, lo Stato islamico nel Khorasan è nato da una costola dei Tehrik-i-Taliban Pakistan, noti anche come talebani pachistani, molti dei quali appartengono alla tribù pashtun orakzai in Pakistan. Secondo le intelligence statunitense e afghana, i militanti dall’Asia centrale in Afghanistan, che in precedenza erano legati ad Al Qaeda e ai talebani, si sono uniti alla causa dello Stato islamico nel 2014. Chi perché deluso dal Califfato di Abu Bakr Al Baghdadi, chi per ragioni meramente economiche, si sono stabiliti nell’Est del Paese facendo proseliti anche tra gli afghani. Oggi si presentano come i nemici giurati dei talebani. Come la loro generazione precedente, quella che fondò l’Emirato islamico dell’Afghanistan nel 1996 e lo governò fino all’intervento militare occidentale del 2001, definiscono «non islamici» la coltivazione e il traffico di oppio. Considerano la versione di islam dei talebani afghani troppo morbida e, a differenza di questi ultimi la cui attenzione rimane sull’Afghanistan, i militanti dello Stato islamico nel Khorasan hanno ripetutamente espresso la volontà di attaccare le Nazioni unite e le potenze occidentali.

Ma c’è un dettaglio che quantomeno aggrava le responsabilità dei talebani per l’attentato di ieri. La forza dello Stato islamico nel Khorasan è concentrata nelle province che confinano con il Pakistan ma le principali minacce di possibili attacchi non hanno riguardato quelle zone bensì (com’è accaduto ieri) la capitale Kabul, già presa di mira in passato con attentati suicidi. Intanto, proseguono le sconfessioni da parte dei talebani alle iniziali promesse di apertura e moderazioni.

Tre fatti di ieri. Il primo: gli «studenti coranici» hanno deciso di togliere armi e mezzi alla scorta Hamid Karzai, ex presidente coinvolto nelle trattative di governo, e ad Abdullah Abdullah, capo dell’Alto consiglio per la riconciliazione nazionale. In questo modo, i due sono di fatto agli arresti domiciliari, come ha ricostruito la Cnn. E pensare che proprio i talebani, sempre alla Cnn, avevano detto che era loro obiettivo trovare un’intesa per un governo inclusivo e a questo fine avevano iniziato a dialogare con Karzai e Abdullah. Il secondo: Ziar Yaad, giornalista dell’emittente afghana Tolo News, e Bayes Majidi, il suo cameraman, sono stati picchiati dai talebani a Kabul mentre stavano girando un reportage su disoccupati e lavoratori in una piazza della capitale. «Abbiamo mostrato il tesserino da giornalisti, ma ci hanno schiaffeggiati e colpiti con le loro armi», ha raccontato Yaad. Il terzo: Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani, ha dichiarato al New York Times che la musica, «proibita nell’islam», tornerà a essere vietata. Proprio come accadeva sotto il governo talebano negli anni Novanta quando musica, televisione e cinema erano severamente vietati e infrangere le regole significava seri guai.


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