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2021-11-17
Stop di Taipei alle iniezioni per i ragazzi
iStock
I bambini italiani tra i 5 e gli 11 anni potrebbero cominciare ad essere vaccinati contro il Covid già entro Natale. Ad annunciarlo qualche giorno fa era stato il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, mentre ieri l'Ema ha spiegato che darà il suo parere definitivo su questa procedura entro il 29 novembre. La sensazione è che sarà positivo, per seguire forse anche il comportamento di altri enti regolatori, come la Food and drug administration, che ha approvato il vaccino Pfizer per i piccoli a fine ottobre. Dopo il loro benestare, il governo Biden ha avviato la sua campagna e l'obiettivo è quello di immunizzare 28 milioni di giovani americani, cui verrà dato un terzo della dose somministrata agli adulti. Un progetto condiviso anche dall'Australia, che sta valutando la proposta di Pfizer e potrebbe a breve dedicarsi a raggiungere i circa due milioni e 300.000 piccoli che hanno meno di 11 anni.
Considerate queste prese di posizione, il sentiero potrebbe apparire segnato, ma in realtà la prospettiva di vaccinare anche i più piccoli continua a suscitare contrasti e disaccordi nei principali Paesi del mondo. Ci sono infatti nazioni che si stanno opponendo alla campagna sui bambini e pensano di rimandarla, mentre altre hanno addirittura deciso di sospendere temporaneamente anche quella rivolta ai ragazzi più grandi. Segno che la prudenza è d'obbligo e che la corsa al vaccino a tutti i costi potrebbe trasformarsi in un boomerang.
L'ultimo governo a ribellarsi a questa tendenza è stato quello di Taiwan, dove il Central epidemic command center ha deciso di aspettare a distribuire la seconda dose di vaccino Pfizer ai bambini tra 12 e 17 anni, nel timore che ci possano essere problemi di effetti collaterali. A spaventare sono stati in particolare i sintomi di miocardite e pericardite, gravi infiammazioni del cuore, che sono comparsi in 16 ragazzini di Taiwan, dopo che era stata somministrata loro la seconda dose del vaccino. Secondo una ricerca americana, del resto, il pericolo di una reazione negativa che porti a queste patologie è dieci volte superiore con la seconda dose di vaccino. Quindi perché somministrarla, si sono chiesti gli esperti di Taiwan, che hanno preso due settimane di tempo, per esaminare meglio gli ultimi casi e stabilire se ci sia davvero una relazione causa-effetto.
È molto probabile che gli scienziati nella loro valutazione metteranno diversi elementi sul piatto della bilancia. Anzitutto il fatto che la seconda dose può generare - anche se in casi rari - scompensi a livello cardiaco destinati anche a durare; secondariamente che i ragazzini forse non ne hanno neppure bisogno, dal momento che, anche se contagiati, di rado si ammalano in modo serio e poi non risulta che diventino portatori del virus più di quanto non lo siano le persone vaccinate. Infine, ci sarebbe il timore che somministrando il vaccino si impedisca ai ragazzini di sviluppare in modo autonomo gli anticorpi e quindi di arrivare all'immunità di gregge che viene guardata come l'unica vera possibilità per uscire dalla pandemia.
Perplessità che probabilmente frullano anche nella mente dei governanti di altri Paesi che stanno mettendo il freno alla campagna vaccinale sui minorenni. Ad esempio, Hong Kong, che ha stabilito la sua politica e ha deciso di somministrare solo una dose a coloro che hanno tra 12 e 17 anni, oppure il Regno Unito, che ha preso una decisione analoga. Anche nei paesi scandinavi prevale la contrarietà, perché Svezia e Danimarca sono convinte che il vaccino non vada offerto ai piccoli, in ragione della minore incidenza di malattia grave in comparazione agli eventi di reazione avversa. Il mondo scientifico e politico si trovano su due fronti opposti, ma anche i cittadini non sono così rilassati. Secondo un sondaggio recente, solo un quarto dei genitori americani spera che i loro piccoli vengano immunizzati in fretta. Gli altri hanno riserve o paure, soprattutto per il rischio di effetti collaterali, dalle miocarditi fino alle conseguenze sulla fertilità e lo sviluppo in età puberale. L'Accademia americana di pediatria ha persino realizzato un video per tranquillizzarli, ma l'esitazione resta la norma per la maggior parte delle famiglie.
Di fronte a Paesi che nicchiano, fanno marcia indietro, chiedono ulteriori conferme, però, ci sono nazioni che non vogliono perdere tempo. In Austria, ad esempio, le prenotazioni per i più piccoli sono cominciate da qualche giorno, mentre la Slovacchia ha già avviato da inizio settembre la vaccinazione dei bambini tra 5 e 11 anni, come ha fatto del resto Cuba. In Cina, il vaccino Sinovac viene offerto ai piccoli che siano fragili o vulnerabili ormai da settimane. Da settembre, poi, anche il Cile e la Cambogia hanno iniziato la campagna di immunizzazione sui piccoli dai sei anni in su, mentre da agosto gli Emirati Arabi usano per i loro bambini tra i 3 e i 17 anni il vaccino Sinopharm. Un altro Paese che da due settimana ha avviato l'immunizzazione sui piccoli è l'India, che coinvolge la fascia di età tra i 2 e i 18 anni e usa il vaccino locale Bharat Biotech's Covaxin. La nazione che ha abbracciato senza alcuna remora la campagna di immunizzazione per i minorenni è infine il Costarica, che è anche il primo Paese al mondo ad aver reso obbligatorio il vaccino contro il Covid proprio come quello contro la poliomielite o il morbillo. Il governo ha siglato un accordo con Pfizer per acquisire 3,5 milioni di dosi: un milione e mezzo saranno riservate ai cittadini tra cinque e undici anni, con una campagna a tappeto che inizierà a marzo.
In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi
Non ci sono solo miocarditi e pericarditi nei piccoli. Gli effetti collaterali del vaccino contro il Covid sono altri e hanno spesso un impatto pesante. Come sa bene il governo australiano, che rischia di trovarsi costretto a pagare risarcimenti per almeno 33 milioni di euro, nel tentativo di compensare i cittadini che hanno avuto conseguenze negative dopo la vaccinazione. A settembre, la Australia's therapeutic goods administration, che si occupa della sanità, aveva lanciato uno schema di rimborsi per i cittadini danneggiati dal progetto di immunizzazione. Si aspettava numeri significativi, ma non certo la mole di richieste che è arrivata. Fino ad oggi sono state registrate oltre diecimila richieste, per somme che partono da almeno 5.000 dollari australiani (3.228 euro).
Un bel numero di casi da rivedere, ma in fondo nemmeno troppi, se si considera che nel Paese sono state effettuate oltre 36,8 milioni di dosi di vaccini tra Pfizer, Astrazeneca, Janssen-Cilag e Moderna e che si sono registrati 79.000 casi di persone che hanno avuto effetti collaterali di qualche tipo. I disagi più frequenti sono stati il dolore al braccio dove è stata fatta la vaccinazione, la febbre, i brividi. Ma tanti cittadini sono stati anche peggio e sono finiti in ospedale, dopo la puntura proposta dal piano di immunizzazione. L'aver trascorso almeno una notte in corsia dopo la somministrazione, è infatti una delle caratteristiche necessarie per poter accedere al rimborso da parte del governo, che nel bando promosso in settembre ha messo bene in evidenza anche alcune altre caratteristiche. Potevano fare richiesta di risarcimento i cittadini che oltre ad essere finiti in ospedale hanno avuto sintomi come un principio di trombosi associato all'uso del vaccino Astrazeneca o miocardite e pericarditi legate alla somministrazione del vaccino Pfizer. Per provare i problemi subiti, questi pazienti dovevano avere la documentazione medica che specificasse la diagnosi e il collegamento con il vaccino; presentare tutti i dati del ricovero e indicare le perdite economiche subite sul fronte lavorativo per colpa di questi effetti collaterali e poi i costi di tipo medico che erano stati sostenuti. Numeri che sono stati inseriti con precisioni nelle domande compilate e che verranno sottoposti ad una commissione speciale, che valuterà le 10.000 richieste pervenute e deciderà chi ha diritto al rimborso e in quale misura, prima di invitare il governo a sborsare il dovuto. Per questi casi si parla di un rimborso di 5.000 dollari australiani, circa 3.328 euro, mentre per ottenere somme superiori, dai 13.000 euro in su, occorre che il paziente sia morto o abbia conseguito una forma di invalidità permanente, che finirà per danneggiare la sua vita e la renderà decisamente più complicata.
Una compensazione che secondo alcuni esperti è irrisoria, ad esempio a fronte dei danni subiti da coloro che per un infarto dovuto al vaccino si sono ritrovati con un danno cerebrale o cardiaco permanente. Ma almeno si tratta di un primo passo, cui gli australiani che hanno subito danni gravi potrebbero anche aggiungere una causa legale nei confronti del datore di lavoro, qualora siano stati costretti a sottoporsi al vaccino per mantenere il loro incarico.
Secondo il Tga per ora i casi di pazienti che hanno avuto infiammazioni cardiache per via del vaccino sono 288, mentre se ne sono registrati 160 di persone vittime di una trombosi, dopo la somministrazione della seconda dose. Le vittime accertate della campagna di immunizzazione, infine, al momento sono 9: tutti pazienti ultra sessantacinquenni.
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Taiwan sospende la somministrazione della seconda dose di Pfizer nella fascia tra 12 e 17 anni dopo i casi di miocarditi e pericarditi. Cautela anche a Hong Kong, nel Regno Unito, in Svezia e in Danimarca. Da noi, invece, è vietato avere dubbi.In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi. Le cause dovute ai sieri potrebbero costare allo Stato fino a 33 milioni di euro. Lo speciale comprende due articoli. I bambini italiani tra i 5 e gli 11 anni potrebbero cominciare ad essere vaccinati contro il Covid già entro Natale. Ad annunciarlo qualche giorno fa era stato il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, mentre ieri l'Ema ha spiegato che darà il suo parere definitivo su questa procedura entro il 29 novembre. La sensazione è che sarà positivo, per seguire forse anche il comportamento di altri enti regolatori, come la Food and drug administration, che ha approvato il vaccino Pfizer per i piccoli a fine ottobre. Dopo il loro benestare, il governo Biden ha avviato la sua campagna e l'obiettivo è quello di immunizzare 28 milioni di giovani americani, cui verrà dato un terzo della dose somministrata agli adulti. Un progetto condiviso anche dall'Australia, che sta valutando la proposta di Pfizer e potrebbe a breve dedicarsi a raggiungere i circa due milioni e 300.000 piccoli che hanno meno di 11 anni. Considerate queste prese di posizione, il sentiero potrebbe apparire segnato, ma in realtà la prospettiva di vaccinare anche i più piccoli continua a suscitare contrasti e disaccordi nei principali Paesi del mondo. Ci sono infatti nazioni che si stanno opponendo alla campagna sui bambini e pensano di rimandarla, mentre altre hanno addirittura deciso di sospendere temporaneamente anche quella rivolta ai ragazzi più grandi. Segno che la prudenza è d'obbligo e che la corsa al vaccino a tutti i costi potrebbe trasformarsi in un boomerang. L'ultimo governo a ribellarsi a questa tendenza è stato quello di Taiwan, dove il Central epidemic command center ha deciso di aspettare a distribuire la seconda dose di vaccino Pfizer ai bambini tra 12 e 17 anni, nel timore che ci possano essere problemi di effetti collaterali. A spaventare sono stati in particolare i sintomi di miocardite e pericardite, gravi infiammazioni del cuore, che sono comparsi in 16 ragazzini di Taiwan, dopo che era stata somministrata loro la seconda dose del vaccino. Secondo una ricerca americana, del resto, il pericolo di una reazione negativa che porti a queste patologie è dieci volte superiore con la seconda dose di vaccino. Quindi perché somministrarla, si sono chiesti gli esperti di Taiwan, che hanno preso due settimane di tempo, per esaminare meglio gli ultimi casi e stabilire se ci sia davvero una relazione causa-effetto. È molto probabile che gli scienziati nella loro valutazione metteranno diversi elementi sul piatto della bilancia. Anzitutto il fatto che la seconda dose può generare - anche se in casi rari - scompensi a livello cardiaco destinati anche a durare; secondariamente che i ragazzini forse non ne hanno neppure bisogno, dal momento che, anche se contagiati, di rado si ammalano in modo serio e poi non risulta che diventino portatori del virus più di quanto non lo siano le persone vaccinate. Infine, ci sarebbe il timore che somministrando il vaccino si impedisca ai ragazzini di sviluppare in modo autonomo gli anticorpi e quindi di arrivare all'immunità di gregge che viene guardata come l'unica vera possibilità per uscire dalla pandemia.Perplessità che probabilmente frullano anche nella mente dei governanti di altri Paesi che stanno mettendo il freno alla campagna vaccinale sui minorenni. Ad esempio, Hong Kong, che ha stabilito la sua politica e ha deciso di somministrare solo una dose a coloro che hanno tra 12 e 17 anni, oppure il Regno Unito, che ha preso una decisione analoga. Anche nei paesi scandinavi prevale la contrarietà, perché Svezia e Danimarca sono convinte che il vaccino non vada offerto ai piccoli, in ragione della minore incidenza di malattia grave in comparazione agli eventi di reazione avversa. Il mondo scientifico e politico si trovano su due fronti opposti, ma anche i cittadini non sono così rilassati. Secondo un sondaggio recente, solo un quarto dei genitori americani spera che i loro piccoli vengano immunizzati in fretta. Gli altri hanno riserve o paure, soprattutto per il rischio di effetti collaterali, dalle miocarditi fino alle conseguenze sulla fertilità e lo sviluppo in età puberale. L'Accademia americana di pediatria ha persino realizzato un video per tranquillizzarli, ma l'esitazione resta la norma per la maggior parte delle famiglie. Di fronte a Paesi che nicchiano, fanno marcia indietro, chiedono ulteriori conferme, però, ci sono nazioni che non vogliono perdere tempo. In Austria, ad esempio, le prenotazioni per i più piccoli sono cominciate da qualche giorno, mentre la Slovacchia ha già avviato da inizio settembre la vaccinazione dei bambini tra 5 e 11 anni, come ha fatto del resto Cuba. In Cina, il vaccino Sinovac viene offerto ai piccoli che siano fragili o vulnerabili ormai da settimane. Da settembre, poi, anche il Cile e la Cambogia hanno iniziato la campagna di immunizzazione sui piccoli dai sei anni in su, mentre da agosto gli Emirati Arabi usano per i loro bambini tra i 3 e i 17 anni il vaccino Sinopharm. Un altro Paese che da due settimana ha avviato l'immunizzazione sui piccoli è l'India, che coinvolge la fascia di età tra i 2 e i 18 anni e usa il vaccino locale Bharat Biotech's Covaxin. La nazione che ha abbracciato senza alcuna remora la campagna di immunizzazione per i minorenni è infine il Costarica, che è anche il primo Paese al mondo ad aver reso obbligatorio il vaccino contro il Covid proprio come quello contro la poliomielite o il morbillo. Il governo ha siglato un accordo con Pfizer per acquisire 3,5 milioni di dosi: un milione e mezzo saranno riservate ai cittadini tra cinque e undici anni, con una campagna a tappeto che inizierà a marzo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stop-di-taipei-alle-iniezioni-per-i-ragazzi-2655748200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-australia-ci-sono-10-000-richieste-di-risarcimento-per-effetti-avversi" data-post-id="2655748200" data-published-at="1637104618" data-use-pagination="False"> In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi Non ci sono solo miocarditi e pericarditi nei piccoli. Gli effetti collaterali del vaccino contro il Covid sono altri e hanno spesso un impatto pesante. Come sa bene il governo australiano, che rischia di trovarsi costretto a pagare risarcimenti per almeno 33 milioni di euro, nel tentativo di compensare i cittadini che hanno avuto conseguenze negative dopo la vaccinazione. A settembre, la Australia's therapeutic goods administration, che si occupa della sanità, aveva lanciato uno schema di rimborsi per i cittadini danneggiati dal progetto di immunizzazione. Si aspettava numeri significativi, ma non certo la mole di richieste che è arrivata. Fino ad oggi sono state registrate oltre diecimila richieste, per somme che partono da almeno 5.000 dollari australiani (3.228 euro). Un bel numero di casi da rivedere, ma in fondo nemmeno troppi, se si considera che nel Paese sono state effettuate oltre 36,8 milioni di dosi di vaccini tra Pfizer, Astrazeneca, Janssen-Cilag e Moderna e che si sono registrati 79.000 casi di persone che hanno avuto effetti collaterali di qualche tipo. I disagi più frequenti sono stati il dolore al braccio dove è stata fatta la vaccinazione, la febbre, i brividi. Ma tanti cittadini sono stati anche peggio e sono finiti in ospedale, dopo la puntura proposta dal piano di immunizzazione. L'aver trascorso almeno una notte in corsia dopo la somministrazione, è infatti una delle caratteristiche necessarie per poter accedere al rimborso da parte del governo, che nel bando promosso in settembre ha messo bene in evidenza anche alcune altre caratteristiche. Potevano fare richiesta di risarcimento i cittadini che oltre ad essere finiti in ospedale hanno avuto sintomi come un principio di trombosi associato all'uso del vaccino Astrazeneca o miocardite e pericarditi legate alla somministrazione del vaccino Pfizer. Per provare i problemi subiti, questi pazienti dovevano avere la documentazione medica che specificasse la diagnosi e il collegamento con il vaccino; presentare tutti i dati del ricovero e indicare le perdite economiche subite sul fronte lavorativo per colpa di questi effetti collaterali e poi i costi di tipo medico che erano stati sostenuti. Numeri che sono stati inseriti con precisioni nelle domande compilate e che verranno sottoposti ad una commissione speciale, che valuterà le 10.000 richieste pervenute e deciderà chi ha diritto al rimborso e in quale misura, prima di invitare il governo a sborsare il dovuto. Per questi casi si parla di un rimborso di 5.000 dollari australiani, circa 3.328 euro, mentre per ottenere somme superiori, dai 13.000 euro in su, occorre che il paziente sia morto o abbia conseguito una forma di invalidità permanente, che finirà per danneggiare la sua vita e la renderà decisamente più complicata. Una compensazione che secondo alcuni esperti è irrisoria, ad esempio a fronte dei danni subiti da coloro che per un infarto dovuto al vaccino si sono ritrovati con un danno cerebrale o cardiaco permanente. Ma almeno si tratta di un primo passo, cui gli australiani che hanno subito danni gravi potrebbero anche aggiungere una causa legale nei confronti del datore di lavoro, qualora siano stati costretti a sottoporsi al vaccino per mantenere il loro incarico. Secondo il Tga per ora i casi di pazienti che hanno avuto infiammazioni cardiache per via del vaccino sono 288, mentre se ne sono registrati 160 di persone vittime di una trombosi, dopo la somministrazione della seconda dose. Le vittime accertate della campagna di immunizzazione, infine, al momento sono 9: tutti pazienti ultra sessantacinquenni.
L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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