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2021-11-17
Stop di Taipei alle iniezioni per i ragazzi
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I bambini italiani tra i 5 e gli 11 anni potrebbero cominciare ad essere vaccinati contro il Covid già entro Natale. Ad annunciarlo qualche giorno fa era stato il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, mentre ieri l'Ema ha spiegato che darà il suo parere definitivo su questa procedura entro il 29 novembre. La sensazione è che sarà positivo, per seguire forse anche il comportamento di altri enti regolatori, come la Food and drug administration, che ha approvato il vaccino Pfizer per i piccoli a fine ottobre. Dopo il loro benestare, il governo Biden ha avviato la sua campagna e l'obiettivo è quello di immunizzare 28 milioni di giovani americani, cui verrà dato un terzo della dose somministrata agli adulti. Un progetto condiviso anche dall'Australia, che sta valutando la proposta di Pfizer e potrebbe a breve dedicarsi a raggiungere i circa due milioni e 300.000 piccoli che hanno meno di 11 anni.
Considerate queste prese di posizione, il sentiero potrebbe apparire segnato, ma in realtà la prospettiva di vaccinare anche i più piccoli continua a suscitare contrasti e disaccordi nei principali Paesi del mondo. Ci sono infatti nazioni che si stanno opponendo alla campagna sui bambini e pensano di rimandarla, mentre altre hanno addirittura deciso di sospendere temporaneamente anche quella rivolta ai ragazzi più grandi. Segno che la prudenza è d'obbligo e che la corsa al vaccino a tutti i costi potrebbe trasformarsi in un boomerang.
L'ultimo governo a ribellarsi a questa tendenza è stato quello di Taiwan, dove il Central epidemic command center ha deciso di aspettare a distribuire la seconda dose di vaccino Pfizer ai bambini tra 12 e 17 anni, nel timore che ci possano essere problemi di effetti collaterali. A spaventare sono stati in particolare i sintomi di miocardite e pericardite, gravi infiammazioni del cuore, che sono comparsi in 16 ragazzini di Taiwan, dopo che era stata somministrata loro la seconda dose del vaccino. Secondo una ricerca americana, del resto, il pericolo di una reazione negativa che porti a queste patologie è dieci volte superiore con la seconda dose di vaccino. Quindi perché somministrarla, si sono chiesti gli esperti di Taiwan, che hanno preso due settimane di tempo, per esaminare meglio gli ultimi casi e stabilire se ci sia davvero una relazione causa-effetto.
È molto probabile che gli scienziati nella loro valutazione metteranno diversi elementi sul piatto della bilancia. Anzitutto il fatto che la seconda dose può generare - anche se in casi rari - scompensi a livello cardiaco destinati anche a durare; secondariamente che i ragazzini forse non ne hanno neppure bisogno, dal momento che, anche se contagiati, di rado si ammalano in modo serio e poi non risulta che diventino portatori del virus più di quanto non lo siano le persone vaccinate. Infine, ci sarebbe il timore che somministrando il vaccino si impedisca ai ragazzini di sviluppare in modo autonomo gli anticorpi e quindi di arrivare all'immunità di gregge che viene guardata come l'unica vera possibilità per uscire dalla pandemia.
Perplessità che probabilmente frullano anche nella mente dei governanti di altri Paesi che stanno mettendo il freno alla campagna vaccinale sui minorenni. Ad esempio, Hong Kong, che ha stabilito la sua politica e ha deciso di somministrare solo una dose a coloro che hanno tra 12 e 17 anni, oppure il Regno Unito, che ha preso una decisione analoga. Anche nei paesi scandinavi prevale la contrarietà, perché Svezia e Danimarca sono convinte che il vaccino non vada offerto ai piccoli, in ragione della minore incidenza di malattia grave in comparazione agli eventi di reazione avversa. Il mondo scientifico e politico si trovano su due fronti opposti, ma anche i cittadini non sono così rilassati. Secondo un sondaggio recente, solo un quarto dei genitori americani spera che i loro piccoli vengano immunizzati in fretta. Gli altri hanno riserve o paure, soprattutto per il rischio di effetti collaterali, dalle miocarditi fino alle conseguenze sulla fertilità e lo sviluppo in età puberale. L'Accademia americana di pediatria ha persino realizzato un video per tranquillizzarli, ma l'esitazione resta la norma per la maggior parte delle famiglie.
Di fronte a Paesi che nicchiano, fanno marcia indietro, chiedono ulteriori conferme, però, ci sono nazioni che non vogliono perdere tempo. In Austria, ad esempio, le prenotazioni per i più piccoli sono cominciate da qualche giorno, mentre la Slovacchia ha già avviato da inizio settembre la vaccinazione dei bambini tra 5 e 11 anni, come ha fatto del resto Cuba. In Cina, il vaccino Sinovac viene offerto ai piccoli che siano fragili o vulnerabili ormai da settimane. Da settembre, poi, anche il Cile e la Cambogia hanno iniziato la campagna di immunizzazione sui piccoli dai sei anni in su, mentre da agosto gli Emirati Arabi usano per i loro bambini tra i 3 e i 17 anni il vaccino Sinopharm. Un altro Paese che da due settimana ha avviato l'immunizzazione sui piccoli è l'India, che coinvolge la fascia di età tra i 2 e i 18 anni e usa il vaccino locale Bharat Biotech's Covaxin. La nazione che ha abbracciato senza alcuna remora la campagna di immunizzazione per i minorenni è infine il Costarica, che è anche il primo Paese al mondo ad aver reso obbligatorio il vaccino contro il Covid proprio come quello contro la poliomielite o il morbillo. Il governo ha siglato un accordo con Pfizer per acquisire 3,5 milioni di dosi: un milione e mezzo saranno riservate ai cittadini tra cinque e undici anni, con una campagna a tappeto che inizierà a marzo.
In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi
Non ci sono solo miocarditi e pericarditi nei piccoli. Gli effetti collaterali del vaccino contro il Covid sono altri e hanno spesso un impatto pesante. Come sa bene il governo australiano, che rischia di trovarsi costretto a pagare risarcimenti per almeno 33 milioni di euro, nel tentativo di compensare i cittadini che hanno avuto conseguenze negative dopo la vaccinazione. A settembre, la Australia's therapeutic goods administration, che si occupa della sanità, aveva lanciato uno schema di rimborsi per i cittadini danneggiati dal progetto di immunizzazione. Si aspettava numeri significativi, ma non certo la mole di richieste che è arrivata. Fino ad oggi sono state registrate oltre diecimila richieste, per somme che partono da almeno 5.000 dollari australiani (3.228 euro).
Un bel numero di casi da rivedere, ma in fondo nemmeno troppi, se si considera che nel Paese sono state effettuate oltre 36,8 milioni di dosi di vaccini tra Pfizer, Astrazeneca, Janssen-Cilag e Moderna e che si sono registrati 79.000 casi di persone che hanno avuto effetti collaterali di qualche tipo. I disagi più frequenti sono stati il dolore al braccio dove è stata fatta la vaccinazione, la febbre, i brividi. Ma tanti cittadini sono stati anche peggio e sono finiti in ospedale, dopo la puntura proposta dal piano di immunizzazione. L'aver trascorso almeno una notte in corsia dopo la somministrazione, è infatti una delle caratteristiche necessarie per poter accedere al rimborso da parte del governo, che nel bando promosso in settembre ha messo bene in evidenza anche alcune altre caratteristiche. Potevano fare richiesta di risarcimento i cittadini che oltre ad essere finiti in ospedale hanno avuto sintomi come un principio di trombosi associato all'uso del vaccino Astrazeneca o miocardite e pericarditi legate alla somministrazione del vaccino Pfizer. Per provare i problemi subiti, questi pazienti dovevano avere la documentazione medica che specificasse la diagnosi e il collegamento con il vaccino; presentare tutti i dati del ricovero e indicare le perdite economiche subite sul fronte lavorativo per colpa di questi effetti collaterali e poi i costi di tipo medico che erano stati sostenuti. Numeri che sono stati inseriti con precisioni nelle domande compilate e che verranno sottoposti ad una commissione speciale, che valuterà le 10.000 richieste pervenute e deciderà chi ha diritto al rimborso e in quale misura, prima di invitare il governo a sborsare il dovuto. Per questi casi si parla di un rimborso di 5.000 dollari australiani, circa 3.328 euro, mentre per ottenere somme superiori, dai 13.000 euro in su, occorre che il paziente sia morto o abbia conseguito una forma di invalidità permanente, che finirà per danneggiare la sua vita e la renderà decisamente più complicata.
Una compensazione che secondo alcuni esperti è irrisoria, ad esempio a fronte dei danni subiti da coloro che per un infarto dovuto al vaccino si sono ritrovati con un danno cerebrale o cardiaco permanente. Ma almeno si tratta di un primo passo, cui gli australiani che hanno subito danni gravi potrebbero anche aggiungere una causa legale nei confronti del datore di lavoro, qualora siano stati costretti a sottoporsi al vaccino per mantenere il loro incarico.
Secondo il Tga per ora i casi di pazienti che hanno avuto infiammazioni cardiache per via del vaccino sono 288, mentre se ne sono registrati 160 di persone vittime di una trombosi, dopo la somministrazione della seconda dose. Le vittime accertate della campagna di immunizzazione, infine, al momento sono 9: tutti pazienti ultra sessantacinquenni.
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Taiwan sospende la somministrazione della seconda dose di Pfizer nella fascia tra 12 e 17 anni dopo i casi di miocarditi e pericarditi. Cautela anche a Hong Kong, nel Regno Unito, in Svezia e in Danimarca. Da noi, invece, è vietato avere dubbi.In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi. Le cause dovute ai sieri potrebbero costare allo Stato fino a 33 milioni di euro. Lo speciale comprende due articoli. I bambini italiani tra i 5 e gli 11 anni potrebbero cominciare ad essere vaccinati contro il Covid già entro Natale. Ad annunciarlo qualche giorno fa era stato il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, mentre ieri l'Ema ha spiegato che darà il suo parere definitivo su questa procedura entro il 29 novembre. La sensazione è che sarà positivo, per seguire forse anche il comportamento di altri enti regolatori, come la Food and drug administration, che ha approvato il vaccino Pfizer per i piccoli a fine ottobre. Dopo il loro benestare, il governo Biden ha avviato la sua campagna e l'obiettivo è quello di immunizzare 28 milioni di giovani americani, cui verrà dato un terzo della dose somministrata agli adulti. Un progetto condiviso anche dall'Australia, che sta valutando la proposta di Pfizer e potrebbe a breve dedicarsi a raggiungere i circa due milioni e 300.000 piccoli che hanno meno di 11 anni. Considerate queste prese di posizione, il sentiero potrebbe apparire segnato, ma in realtà la prospettiva di vaccinare anche i più piccoli continua a suscitare contrasti e disaccordi nei principali Paesi del mondo. Ci sono infatti nazioni che si stanno opponendo alla campagna sui bambini e pensano di rimandarla, mentre altre hanno addirittura deciso di sospendere temporaneamente anche quella rivolta ai ragazzi più grandi. Segno che la prudenza è d'obbligo e che la corsa al vaccino a tutti i costi potrebbe trasformarsi in un boomerang. L'ultimo governo a ribellarsi a questa tendenza è stato quello di Taiwan, dove il Central epidemic command center ha deciso di aspettare a distribuire la seconda dose di vaccino Pfizer ai bambini tra 12 e 17 anni, nel timore che ci possano essere problemi di effetti collaterali. A spaventare sono stati in particolare i sintomi di miocardite e pericardite, gravi infiammazioni del cuore, che sono comparsi in 16 ragazzini di Taiwan, dopo che era stata somministrata loro la seconda dose del vaccino. Secondo una ricerca americana, del resto, il pericolo di una reazione negativa che porti a queste patologie è dieci volte superiore con la seconda dose di vaccino. Quindi perché somministrarla, si sono chiesti gli esperti di Taiwan, che hanno preso due settimane di tempo, per esaminare meglio gli ultimi casi e stabilire se ci sia davvero una relazione causa-effetto. È molto probabile che gli scienziati nella loro valutazione metteranno diversi elementi sul piatto della bilancia. Anzitutto il fatto che la seconda dose può generare - anche se in casi rari - scompensi a livello cardiaco destinati anche a durare; secondariamente che i ragazzini forse non ne hanno neppure bisogno, dal momento che, anche se contagiati, di rado si ammalano in modo serio e poi non risulta che diventino portatori del virus più di quanto non lo siano le persone vaccinate. Infine, ci sarebbe il timore che somministrando il vaccino si impedisca ai ragazzini di sviluppare in modo autonomo gli anticorpi e quindi di arrivare all'immunità di gregge che viene guardata come l'unica vera possibilità per uscire dalla pandemia.Perplessità che probabilmente frullano anche nella mente dei governanti di altri Paesi che stanno mettendo il freno alla campagna vaccinale sui minorenni. Ad esempio, Hong Kong, che ha stabilito la sua politica e ha deciso di somministrare solo una dose a coloro che hanno tra 12 e 17 anni, oppure il Regno Unito, che ha preso una decisione analoga. Anche nei paesi scandinavi prevale la contrarietà, perché Svezia e Danimarca sono convinte che il vaccino non vada offerto ai piccoli, in ragione della minore incidenza di malattia grave in comparazione agli eventi di reazione avversa. Il mondo scientifico e politico si trovano su due fronti opposti, ma anche i cittadini non sono così rilassati. Secondo un sondaggio recente, solo un quarto dei genitori americani spera che i loro piccoli vengano immunizzati in fretta. Gli altri hanno riserve o paure, soprattutto per il rischio di effetti collaterali, dalle miocarditi fino alle conseguenze sulla fertilità e lo sviluppo in età puberale. L'Accademia americana di pediatria ha persino realizzato un video per tranquillizzarli, ma l'esitazione resta la norma per la maggior parte delle famiglie. Di fronte a Paesi che nicchiano, fanno marcia indietro, chiedono ulteriori conferme, però, ci sono nazioni che non vogliono perdere tempo. In Austria, ad esempio, le prenotazioni per i più piccoli sono cominciate da qualche giorno, mentre la Slovacchia ha già avviato da inizio settembre la vaccinazione dei bambini tra 5 e 11 anni, come ha fatto del resto Cuba. In Cina, il vaccino Sinovac viene offerto ai piccoli che siano fragili o vulnerabili ormai da settimane. Da settembre, poi, anche il Cile e la Cambogia hanno iniziato la campagna di immunizzazione sui piccoli dai sei anni in su, mentre da agosto gli Emirati Arabi usano per i loro bambini tra i 3 e i 17 anni il vaccino Sinopharm. Un altro Paese che da due settimana ha avviato l'immunizzazione sui piccoli è l'India, che coinvolge la fascia di età tra i 2 e i 18 anni e usa il vaccino locale Bharat Biotech's Covaxin. La nazione che ha abbracciato senza alcuna remora la campagna di immunizzazione per i minorenni è infine il Costarica, che è anche il primo Paese al mondo ad aver reso obbligatorio il vaccino contro il Covid proprio come quello contro la poliomielite o il morbillo. Il governo ha siglato un accordo con Pfizer per acquisire 3,5 milioni di dosi: un milione e mezzo saranno riservate ai cittadini tra cinque e undici anni, con una campagna a tappeto che inizierà a marzo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stop-di-taipei-alle-iniezioni-per-i-ragazzi-2655748200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-australia-ci-sono-10-000-richieste-di-risarcimento-per-effetti-avversi" data-post-id="2655748200" data-published-at="1637104618" data-use-pagination="False"> In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi Non ci sono solo miocarditi e pericarditi nei piccoli. Gli effetti collaterali del vaccino contro il Covid sono altri e hanno spesso un impatto pesante. Come sa bene il governo australiano, che rischia di trovarsi costretto a pagare risarcimenti per almeno 33 milioni di euro, nel tentativo di compensare i cittadini che hanno avuto conseguenze negative dopo la vaccinazione. A settembre, la Australia's therapeutic goods administration, che si occupa della sanità, aveva lanciato uno schema di rimborsi per i cittadini danneggiati dal progetto di immunizzazione. Si aspettava numeri significativi, ma non certo la mole di richieste che è arrivata. Fino ad oggi sono state registrate oltre diecimila richieste, per somme che partono da almeno 5.000 dollari australiani (3.228 euro). Un bel numero di casi da rivedere, ma in fondo nemmeno troppi, se si considera che nel Paese sono state effettuate oltre 36,8 milioni di dosi di vaccini tra Pfizer, Astrazeneca, Janssen-Cilag e Moderna e che si sono registrati 79.000 casi di persone che hanno avuto effetti collaterali di qualche tipo. I disagi più frequenti sono stati il dolore al braccio dove è stata fatta la vaccinazione, la febbre, i brividi. Ma tanti cittadini sono stati anche peggio e sono finiti in ospedale, dopo la puntura proposta dal piano di immunizzazione. L'aver trascorso almeno una notte in corsia dopo la somministrazione, è infatti una delle caratteristiche necessarie per poter accedere al rimborso da parte del governo, che nel bando promosso in settembre ha messo bene in evidenza anche alcune altre caratteristiche. Potevano fare richiesta di risarcimento i cittadini che oltre ad essere finiti in ospedale hanno avuto sintomi come un principio di trombosi associato all'uso del vaccino Astrazeneca o miocardite e pericarditi legate alla somministrazione del vaccino Pfizer. Per provare i problemi subiti, questi pazienti dovevano avere la documentazione medica che specificasse la diagnosi e il collegamento con il vaccino; presentare tutti i dati del ricovero e indicare le perdite economiche subite sul fronte lavorativo per colpa di questi effetti collaterali e poi i costi di tipo medico che erano stati sostenuti. Numeri che sono stati inseriti con precisioni nelle domande compilate e che verranno sottoposti ad una commissione speciale, che valuterà le 10.000 richieste pervenute e deciderà chi ha diritto al rimborso e in quale misura, prima di invitare il governo a sborsare il dovuto. Per questi casi si parla di un rimborso di 5.000 dollari australiani, circa 3.328 euro, mentre per ottenere somme superiori, dai 13.000 euro in su, occorre che il paziente sia morto o abbia conseguito una forma di invalidità permanente, che finirà per danneggiare la sua vita e la renderà decisamente più complicata. Una compensazione che secondo alcuni esperti è irrisoria, ad esempio a fronte dei danni subiti da coloro che per un infarto dovuto al vaccino si sono ritrovati con un danno cerebrale o cardiaco permanente. Ma almeno si tratta di un primo passo, cui gli australiani che hanno subito danni gravi potrebbero anche aggiungere una causa legale nei confronti del datore di lavoro, qualora siano stati costretti a sottoporsi al vaccino per mantenere il loro incarico. Secondo il Tga per ora i casi di pazienti che hanno avuto infiammazioni cardiache per via del vaccino sono 288, mentre se ne sono registrati 160 di persone vittime di una trombosi, dopo la somministrazione della seconda dose. Le vittime accertate della campagna di immunizzazione, infine, al momento sono 9: tutti pazienti ultra sessantacinquenni.
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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