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2021-11-17
Stop di Taipei alle iniezioni per i ragazzi
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I bambini italiani tra i 5 e gli 11 anni potrebbero cominciare ad essere vaccinati contro il Covid già entro Natale. Ad annunciarlo qualche giorno fa era stato il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, mentre ieri l'Ema ha spiegato che darà il suo parere definitivo su questa procedura entro il 29 novembre. La sensazione è che sarà positivo, per seguire forse anche il comportamento di altri enti regolatori, come la Food and drug administration, che ha approvato il vaccino Pfizer per i piccoli a fine ottobre. Dopo il loro benestare, il governo Biden ha avviato la sua campagna e l'obiettivo è quello di immunizzare 28 milioni di giovani americani, cui verrà dato un terzo della dose somministrata agli adulti. Un progetto condiviso anche dall'Australia, che sta valutando la proposta di Pfizer e potrebbe a breve dedicarsi a raggiungere i circa due milioni e 300.000 piccoli che hanno meno di 11 anni.
Considerate queste prese di posizione, il sentiero potrebbe apparire segnato, ma in realtà la prospettiva di vaccinare anche i più piccoli continua a suscitare contrasti e disaccordi nei principali Paesi del mondo. Ci sono infatti nazioni che si stanno opponendo alla campagna sui bambini e pensano di rimandarla, mentre altre hanno addirittura deciso di sospendere temporaneamente anche quella rivolta ai ragazzi più grandi. Segno che la prudenza è d'obbligo e che la corsa al vaccino a tutti i costi potrebbe trasformarsi in un boomerang.
L'ultimo governo a ribellarsi a questa tendenza è stato quello di Taiwan, dove il Central epidemic command center ha deciso di aspettare a distribuire la seconda dose di vaccino Pfizer ai bambini tra 12 e 17 anni, nel timore che ci possano essere problemi di effetti collaterali. A spaventare sono stati in particolare i sintomi di miocardite e pericardite, gravi infiammazioni del cuore, che sono comparsi in 16 ragazzini di Taiwan, dopo che era stata somministrata loro la seconda dose del vaccino. Secondo una ricerca americana, del resto, il pericolo di una reazione negativa che porti a queste patologie è dieci volte superiore con la seconda dose di vaccino. Quindi perché somministrarla, si sono chiesti gli esperti di Taiwan, che hanno preso due settimane di tempo, per esaminare meglio gli ultimi casi e stabilire se ci sia davvero una relazione causa-effetto.
È molto probabile che gli scienziati nella loro valutazione metteranno diversi elementi sul piatto della bilancia. Anzitutto il fatto che la seconda dose può generare - anche se in casi rari - scompensi a livello cardiaco destinati anche a durare; secondariamente che i ragazzini forse non ne hanno neppure bisogno, dal momento che, anche se contagiati, di rado si ammalano in modo serio e poi non risulta che diventino portatori del virus più di quanto non lo siano le persone vaccinate. Infine, ci sarebbe il timore che somministrando il vaccino si impedisca ai ragazzini di sviluppare in modo autonomo gli anticorpi e quindi di arrivare all'immunità di gregge che viene guardata come l'unica vera possibilità per uscire dalla pandemia.
Perplessità che probabilmente frullano anche nella mente dei governanti di altri Paesi che stanno mettendo il freno alla campagna vaccinale sui minorenni. Ad esempio, Hong Kong, che ha stabilito la sua politica e ha deciso di somministrare solo una dose a coloro che hanno tra 12 e 17 anni, oppure il Regno Unito, che ha preso una decisione analoga. Anche nei paesi scandinavi prevale la contrarietà, perché Svezia e Danimarca sono convinte che il vaccino non vada offerto ai piccoli, in ragione della minore incidenza di malattia grave in comparazione agli eventi di reazione avversa. Il mondo scientifico e politico si trovano su due fronti opposti, ma anche i cittadini non sono così rilassati. Secondo un sondaggio recente, solo un quarto dei genitori americani spera che i loro piccoli vengano immunizzati in fretta. Gli altri hanno riserve o paure, soprattutto per il rischio di effetti collaterali, dalle miocarditi fino alle conseguenze sulla fertilità e lo sviluppo in età puberale. L'Accademia americana di pediatria ha persino realizzato un video per tranquillizzarli, ma l'esitazione resta la norma per la maggior parte delle famiglie.
Di fronte a Paesi che nicchiano, fanno marcia indietro, chiedono ulteriori conferme, però, ci sono nazioni che non vogliono perdere tempo. In Austria, ad esempio, le prenotazioni per i più piccoli sono cominciate da qualche giorno, mentre la Slovacchia ha già avviato da inizio settembre la vaccinazione dei bambini tra 5 e 11 anni, come ha fatto del resto Cuba. In Cina, il vaccino Sinovac viene offerto ai piccoli che siano fragili o vulnerabili ormai da settimane. Da settembre, poi, anche il Cile e la Cambogia hanno iniziato la campagna di immunizzazione sui piccoli dai sei anni in su, mentre da agosto gli Emirati Arabi usano per i loro bambini tra i 3 e i 17 anni il vaccino Sinopharm. Un altro Paese che da due settimana ha avviato l'immunizzazione sui piccoli è l'India, che coinvolge la fascia di età tra i 2 e i 18 anni e usa il vaccino locale Bharat Biotech's Covaxin. La nazione che ha abbracciato senza alcuna remora la campagna di immunizzazione per i minorenni è infine il Costarica, che è anche il primo Paese al mondo ad aver reso obbligatorio il vaccino contro il Covid proprio come quello contro la poliomielite o il morbillo. Il governo ha siglato un accordo con Pfizer per acquisire 3,5 milioni di dosi: un milione e mezzo saranno riservate ai cittadini tra cinque e undici anni, con una campagna a tappeto che inizierà a marzo.
In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi
Non ci sono solo miocarditi e pericarditi nei piccoli. Gli effetti collaterali del vaccino contro il Covid sono altri e hanno spesso un impatto pesante. Come sa bene il governo australiano, che rischia di trovarsi costretto a pagare risarcimenti per almeno 33 milioni di euro, nel tentativo di compensare i cittadini che hanno avuto conseguenze negative dopo la vaccinazione. A settembre, la Australia's therapeutic goods administration, che si occupa della sanità, aveva lanciato uno schema di rimborsi per i cittadini danneggiati dal progetto di immunizzazione. Si aspettava numeri significativi, ma non certo la mole di richieste che è arrivata. Fino ad oggi sono state registrate oltre diecimila richieste, per somme che partono da almeno 5.000 dollari australiani (3.228 euro).
Un bel numero di casi da rivedere, ma in fondo nemmeno troppi, se si considera che nel Paese sono state effettuate oltre 36,8 milioni di dosi di vaccini tra Pfizer, Astrazeneca, Janssen-Cilag e Moderna e che si sono registrati 79.000 casi di persone che hanno avuto effetti collaterali di qualche tipo. I disagi più frequenti sono stati il dolore al braccio dove è stata fatta la vaccinazione, la febbre, i brividi. Ma tanti cittadini sono stati anche peggio e sono finiti in ospedale, dopo la puntura proposta dal piano di immunizzazione. L'aver trascorso almeno una notte in corsia dopo la somministrazione, è infatti una delle caratteristiche necessarie per poter accedere al rimborso da parte del governo, che nel bando promosso in settembre ha messo bene in evidenza anche alcune altre caratteristiche. Potevano fare richiesta di risarcimento i cittadini che oltre ad essere finiti in ospedale hanno avuto sintomi come un principio di trombosi associato all'uso del vaccino Astrazeneca o miocardite e pericarditi legate alla somministrazione del vaccino Pfizer. Per provare i problemi subiti, questi pazienti dovevano avere la documentazione medica che specificasse la diagnosi e il collegamento con il vaccino; presentare tutti i dati del ricovero e indicare le perdite economiche subite sul fronte lavorativo per colpa di questi effetti collaterali e poi i costi di tipo medico che erano stati sostenuti. Numeri che sono stati inseriti con precisioni nelle domande compilate e che verranno sottoposti ad una commissione speciale, che valuterà le 10.000 richieste pervenute e deciderà chi ha diritto al rimborso e in quale misura, prima di invitare il governo a sborsare il dovuto. Per questi casi si parla di un rimborso di 5.000 dollari australiani, circa 3.328 euro, mentre per ottenere somme superiori, dai 13.000 euro in su, occorre che il paziente sia morto o abbia conseguito una forma di invalidità permanente, che finirà per danneggiare la sua vita e la renderà decisamente più complicata.
Una compensazione che secondo alcuni esperti è irrisoria, ad esempio a fronte dei danni subiti da coloro che per un infarto dovuto al vaccino si sono ritrovati con un danno cerebrale o cardiaco permanente. Ma almeno si tratta di un primo passo, cui gli australiani che hanno subito danni gravi potrebbero anche aggiungere una causa legale nei confronti del datore di lavoro, qualora siano stati costretti a sottoporsi al vaccino per mantenere il loro incarico.
Secondo il Tga per ora i casi di pazienti che hanno avuto infiammazioni cardiache per via del vaccino sono 288, mentre se ne sono registrati 160 di persone vittime di una trombosi, dopo la somministrazione della seconda dose. Le vittime accertate della campagna di immunizzazione, infine, al momento sono 9: tutti pazienti ultra sessantacinquenni.
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Taiwan sospende la somministrazione della seconda dose di Pfizer nella fascia tra 12 e 17 anni dopo i casi di miocarditi e pericarditi. Cautela anche a Hong Kong, nel Regno Unito, in Svezia e in Danimarca. Da noi, invece, è vietato avere dubbi.In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi. Le cause dovute ai sieri potrebbero costare allo Stato fino a 33 milioni di euro. Lo speciale comprende due articoli. I bambini italiani tra i 5 e gli 11 anni potrebbero cominciare ad essere vaccinati contro il Covid già entro Natale. Ad annunciarlo qualche giorno fa era stato il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, mentre ieri l'Ema ha spiegato che darà il suo parere definitivo su questa procedura entro il 29 novembre. La sensazione è che sarà positivo, per seguire forse anche il comportamento di altri enti regolatori, come la Food and drug administration, che ha approvato il vaccino Pfizer per i piccoli a fine ottobre. Dopo il loro benestare, il governo Biden ha avviato la sua campagna e l'obiettivo è quello di immunizzare 28 milioni di giovani americani, cui verrà dato un terzo della dose somministrata agli adulti. Un progetto condiviso anche dall'Australia, che sta valutando la proposta di Pfizer e potrebbe a breve dedicarsi a raggiungere i circa due milioni e 300.000 piccoli che hanno meno di 11 anni. Considerate queste prese di posizione, il sentiero potrebbe apparire segnato, ma in realtà la prospettiva di vaccinare anche i più piccoli continua a suscitare contrasti e disaccordi nei principali Paesi del mondo. Ci sono infatti nazioni che si stanno opponendo alla campagna sui bambini e pensano di rimandarla, mentre altre hanno addirittura deciso di sospendere temporaneamente anche quella rivolta ai ragazzi più grandi. Segno che la prudenza è d'obbligo e che la corsa al vaccino a tutti i costi potrebbe trasformarsi in un boomerang. L'ultimo governo a ribellarsi a questa tendenza è stato quello di Taiwan, dove il Central epidemic command center ha deciso di aspettare a distribuire la seconda dose di vaccino Pfizer ai bambini tra 12 e 17 anni, nel timore che ci possano essere problemi di effetti collaterali. A spaventare sono stati in particolare i sintomi di miocardite e pericardite, gravi infiammazioni del cuore, che sono comparsi in 16 ragazzini di Taiwan, dopo che era stata somministrata loro la seconda dose del vaccino. Secondo una ricerca americana, del resto, il pericolo di una reazione negativa che porti a queste patologie è dieci volte superiore con la seconda dose di vaccino. Quindi perché somministrarla, si sono chiesti gli esperti di Taiwan, che hanno preso due settimane di tempo, per esaminare meglio gli ultimi casi e stabilire se ci sia davvero una relazione causa-effetto. È molto probabile che gli scienziati nella loro valutazione metteranno diversi elementi sul piatto della bilancia. Anzitutto il fatto che la seconda dose può generare - anche se in casi rari - scompensi a livello cardiaco destinati anche a durare; secondariamente che i ragazzini forse non ne hanno neppure bisogno, dal momento che, anche se contagiati, di rado si ammalano in modo serio e poi non risulta che diventino portatori del virus più di quanto non lo siano le persone vaccinate. Infine, ci sarebbe il timore che somministrando il vaccino si impedisca ai ragazzini di sviluppare in modo autonomo gli anticorpi e quindi di arrivare all'immunità di gregge che viene guardata come l'unica vera possibilità per uscire dalla pandemia.Perplessità che probabilmente frullano anche nella mente dei governanti di altri Paesi che stanno mettendo il freno alla campagna vaccinale sui minorenni. Ad esempio, Hong Kong, che ha stabilito la sua politica e ha deciso di somministrare solo una dose a coloro che hanno tra 12 e 17 anni, oppure il Regno Unito, che ha preso una decisione analoga. Anche nei paesi scandinavi prevale la contrarietà, perché Svezia e Danimarca sono convinte che il vaccino non vada offerto ai piccoli, in ragione della minore incidenza di malattia grave in comparazione agli eventi di reazione avversa. Il mondo scientifico e politico si trovano su due fronti opposti, ma anche i cittadini non sono così rilassati. Secondo un sondaggio recente, solo un quarto dei genitori americani spera che i loro piccoli vengano immunizzati in fretta. Gli altri hanno riserve o paure, soprattutto per il rischio di effetti collaterali, dalle miocarditi fino alle conseguenze sulla fertilità e lo sviluppo in età puberale. L'Accademia americana di pediatria ha persino realizzato un video per tranquillizzarli, ma l'esitazione resta la norma per la maggior parte delle famiglie. Di fronte a Paesi che nicchiano, fanno marcia indietro, chiedono ulteriori conferme, però, ci sono nazioni che non vogliono perdere tempo. In Austria, ad esempio, le prenotazioni per i più piccoli sono cominciate da qualche giorno, mentre la Slovacchia ha già avviato da inizio settembre la vaccinazione dei bambini tra 5 e 11 anni, come ha fatto del resto Cuba. In Cina, il vaccino Sinovac viene offerto ai piccoli che siano fragili o vulnerabili ormai da settimane. Da settembre, poi, anche il Cile e la Cambogia hanno iniziato la campagna di immunizzazione sui piccoli dai sei anni in su, mentre da agosto gli Emirati Arabi usano per i loro bambini tra i 3 e i 17 anni il vaccino Sinopharm. Un altro Paese che da due settimana ha avviato l'immunizzazione sui piccoli è l'India, che coinvolge la fascia di età tra i 2 e i 18 anni e usa il vaccino locale Bharat Biotech's Covaxin. La nazione che ha abbracciato senza alcuna remora la campagna di immunizzazione per i minorenni è infine il Costarica, che è anche il primo Paese al mondo ad aver reso obbligatorio il vaccino contro il Covid proprio come quello contro la poliomielite o il morbillo. Il governo ha siglato un accordo con Pfizer per acquisire 3,5 milioni di dosi: un milione e mezzo saranno riservate ai cittadini tra cinque e undici anni, con una campagna a tappeto che inizierà a marzo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stop-di-taipei-alle-iniezioni-per-i-ragazzi-2655748200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-australia-ci-sono-10-000-richieste-di-risarcimento-per-effetti-avversi" data-post-id="2655748200" data-published-at="1637104618" data-use-pagination="False"> In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi Non ci sono solo miocarditi e pericarditi nei piccoli. Gli effetti collaterali del vaccino contro il Covid sono altri e hanno spesso un impatto pesante. Come sa bene il governo australiano, che rischia di trovarsi costretto a pagare risarcimenti per almeno 33 milioni di euro, nel tentativo di compensare i cittadini che hanno avuto conseguenze negative dopo la vaccinazione. A settembre, la Australia's therapeutic goods administration, che si occupa della sanità, aveva lanciato uno schema di rimborsi per i cittadini danneggiati dal progetto di immunizzazione. Si aspettava numeri significativi, ma non certo la mole di richieste che è arrivata. Fino ad oggi sono state registrate oltre diecimila richieste, per somme che partono da almeno 5.000 dollari australiani (3.228 euro). Un bel numero di casi da rivedere, ma in fondo nemmeno troppi, se si considera che nel Paese sono state effettuate oltre 36,8 milioni di dosi di vaccini tra Pfizer, Astrazeneca, Janssen-Cilag e Moderna e che si sono registrati 79.000 casi di persone che hanno avuto effetti collaterali di qualche tipo. I disagi più frequenti sono stati il dolore al braccio dove è stata fatta la vaccinazione, la febbre, i brividi. Ma tanti cittadini sono stati anche peggio e sono finiti in ospedale, dopo la puntura proposta dal piano di immunizzazione. L'aver trascorso almeno una notte in corsia dopo la somministrazione, è infatti una delle caratteristiche necessarie per poter accedere al rimborso da parte del governo, che nel bando promosso in settembre ha messo bene in evidenza anche alcune altre caratteristiche. Potevano fare richiesta di risarcimento i cittadini che oltre ad essere finiti in ospedale hanno avuto sintomi come un principio di trombosi associato all'uso del vaccino Astrazeneca o miocardite e pericarditi legate alla somministrazione del vaccino Pfizer. Per provare i problemi subiti, questi pazienti dovevano avere la documentazione medica che specificasse la diagnosi e il collegamento con il vaccino; presentare tutti i dati del ricovero e indicare le perdite economiche subite sul fronte lavorativo per colpa di questi effetti collaterali e poi i costi di tipo medico che erano stati sostenuti. Numeri che sono stati inseriti con precisioni nelle domande compilate e che verranno sottoposti ad una commissione speciale, che valuterà le 10.000 richieste pervenute e deciderà chi ha diritto al rimborso e in quale misura, prima di invitare il governo a sborsare il dovuto. Per questi casi si parla di un rimborso di 5.000 dollari australiani, circa 3.328 euro, mentre per ottenere somme superiori, dai 13.000 euro in su, occorre che il paziente sia morto o abbia conseguito una forma di invalidità permanente, che finirà per danneggiare la sua vita e la renderà decisamente più complicata. Una compensazione che secondo alcuni esperti è irrisoria, ad esempio a fronte dei danni subiti da coloro che per un infarto dovuto al vaccino si sono ritrovati con un danno cerebrale o cardiaco permanente. Ma almeno si tratta di un primo passo, cui gli australiani che hanno subito danni gravi potrebbero anche aggiungere una causa legale nei confronti del datore di lavoro, qualora siano stati costretti a sottoporsi al vaccino per mantenere il loro incarico. Secondo il Tga per ora i casi di pazienti che hanno avuto infiammazioni cardiache per via del vaccino sono 288, mentre se ne sono registrati 160 di persone vittime di una trombosi, dopo la somministrazione della seconda dose. Le vittime accertate della campagna di immunizzazione, infine, al momento sono 9: tutti pazienti ultra sessantacinquenni.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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