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2021-11-17
Stop di Taipei alle iniezioni per i ragazzi
iStock
I bambini italiani tra i 5 e gli 11 anni potrebbero cominciare ad essere vaccinati contro il Covid già entro Natale. Ad annunciarlo qualche giorno fa era stato il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, mentre ieri l'Ema ha spiegato che darà il suo parere definitivo su questa procedura entro il 29 novembre. La sensazione è che sarà positivo, per seguire forse anche il comportamento di altri enti regolatori, come la Food and drug administration, che ha approvato il vaccino Pfizer per i piccoli a fine ottobre. Dopo il loro benestare, il governo Biden ha avviato la sua campagna e l'obiettivo è quello di immunizzare 28 milioni di giovani americani, cui verrà dato un terzo della dose somministrata agli adulti. Un progetto condiviso anche dall'Australia, che sta valutando la proposta di Pfizer e potrebbe a breve dedicarsi a raggiungere i circa due milioni e 300.000 piccoli che hanno meno di 11 anni.
Considerate queste prese di posizione, il sentiero potrebbe apparire segnato, ma in realtà la prospettiva di vaccinare anche i più piccoli continua a suscitare contrasti e disaccordi nei principali Paesi del mondo. Ci sono infatti nazioni che si stanno opponendo alla campagna sui bambini e pensano di rimandarla, mentre altre hanno addirittura deciso di sospendere temporaneamente anche quella rivolta ai ragazzi più grandi. Segno che la prudenza è d'obbligo e che la corsa al vaccino a tutti i costi potrebbe trasformarsi in un boomerang.
L'ultimo governo a ribellarsi a questa tendenza è stato quello di Taiwan, dove il Central epidemic command center ha deciso di aspettare a distribuire la seconda dose di vaccino Pfizer ai bambini tra 12 e 17 anni, nel timore che ci possano essere problemi di effetti collaterali. A spaventare sono stati in particolare i sintomi di miocardite e pericardite, gravi infiammazioni del cuore, che sono comparsi in 16 ragazzini di Taiwan, dopo che era stata somministrata loro la seconda dose del vaccino. Secondo una ricerca americana, del resto, il pericolo di una reazione negativa che porti a queste patologie è dieci volte superiore con la seconda dose di vaccino. Quindi perché somministrarla, si sono chiesti gli esperti di Taiwan, che hanno preso due settimane di tempo, per esaminare meglio gli ultimi casi e stabilire se ci sia davvero una relazione causa-effetto.
È molto probabile che gli scienziati nella loro valutazione metteranno diversi elementi sul piatto della bilancia. Anzitutto il fatto che la seconda dose può generare - anche se in casi rari - scompensi a livello cardiaco destinati anche a durare; secondariamente che i ragazzini forse non ne hanno neppure bisogno, dal momento che, anche se contagiati, di rado si ammalano in modo serio e poi non risulta che diventino portatori del virus più di quanto non lo siano le persone vaccinate. Infine, ci sarebbe il timore che somministrando il vaccino si impedisca ai ragazzini di sviluppare in modo autonomo gli anticorpi e quindi di arrivare all'immunità di gregge che viene guardata come l'unica vera possibilità per uscire dalla pandemia.
Perplessità che probabilmente frullano anche nella mente dei governanti di altri Paesi che stanno mettendo il freno alla campagna vaccinale sui minorenni. Ad esempio, Hong Kong, che ha stabilito la sua politica e ha deciso di somministrare solo una dose a coloro che hanno tra 12 e 17 anni, oppure il Regno Unito, che ha preso una decisione analoga. Anche nei paesi scandinavi prevale la contrarietà, perché Svezia e Danimarca sono convinte che il vaccino non vada offerto ai piccoli, in ragione della minore incidenza di malattia grave in comparazione agli eventi di reazione avversa. Il mondo scientifico e politico si trovano su due fronti opposti, ma anche i cittadini non sono così rilassati. Secondo un sondaggio recente, solo un quarto dei genitori americani spera che i loro piccoli vengano immunizzati in fretta. Gli altri hanno riserve o paure, soprattutto per il rischio di effetti collaterali, dalle miocarditi fino alle conseguenze sulla fertilità e lo sviluppo in età puberale. L'Accademia americana di pediatria ha persino realizzato un video per tranquillizzarli, ma l'esitazione resta la norma per la maggior parte delle famiglie.
Di fronte a Paesi che nicchiano, fanno marcia indietro, chiedono ulteriori conferme, però, ci sono nazioni che non vogliono perdere tempo. In Austria, ad esempio, le prenotazioni per i più piccoli sono cominciate da qualche giorno, mentre la Slovacchia ha già avviato da inizio settembre la vaccinazione dei bambini tra 5 e 11 anni, come ha fatto del resto Cuba. In Cina, il vaccino Sinovac viene offerto ai piccoli che siano fragili o vulnerabili ormai da settimane. Da settembre, poi, anche il Cile e la Cambogia hanno iniziato la campagna di immunizzazione sui piccoli dai sei anni in su, mentre da agosto gli Emirati Arabi usano per i loro bambini tra i 3 e i 17 anni il vaccino Sinopharm. Un altro Paese che da due settimana ha avviato l'immunizzazione sui piccoli è l'India, che coinvolge la fascia di età tra i 2 e i 18 anni e usa il vaccino locale Bharat Biotech's Covaxin. La nazione che ha abbracciato senza alcuna remora la campagna di immunizzazione per i minorenni è infine il Costarica, che è anche il primo Paese al mondo ad aver reso obbligatorio il vaccino contro il Covid proprio come quello contro la poliomielite o il morbillo. Il governo ha siglato un accordo con Pfizer per acquisire 3,5 milioni di dosi: un milione e mezzo saranno riservate ai cittadini tra cinque e undici anni, con una campagna a tappeto che inizierà a marzo.
In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi
Non ci sono solo miocarditi e pericarditi nei piccoli. Gli effetti collaterali del vaccino contro il Covid sono altri e hanno spesso un impatto pesante. Come sa bene il governo australiano, che rischia di trovarsi costretto a pagare risarcimenti per almeno 33 milioni di euro, nel tentativo di compensare i cittadini che hanno avuto conseguenze negative dopo la vaccinazione. A settembre, la Australia's therapeutic goods administration, che si occupa della sanità, aveva lanciato uno schema di rimborsi per i cittadini danneggiati dal progetto di immunizzazione. Si aspettava numeri significativi, ma non certo la mole di richieste che è arrivata. Fino ad oggi sono state registrate oltre diecimila richieste, per somme che partono da almeno 5.000 dollari australiani (3.228 euro).
Un bel numero di casi da rivedere, ma in fondo nemmeno troppi, se si considera che nel Paese sono state effettuate oltre 36,8 milioni di dosi di vaccini tra Pfizer, Astrazeneca, Janssen-Cilag e Moderna e che si sono registrati 79.000 casi di persone che hanno avuto effetti collaterali di qualche tipo. I disagi più frequenti sono stati il dolore al braccio dove è stata fatta la vaccinazione, la febbre, i brividi. Ma tanti cittadini sono stati anche peggio e sono finiti in ospedale, dopo la puntura proposta dal piano di immunizzazione. L'aver trascorso almeno una notte in corsia dopo la somministrazione, è infatti una delle caratteristiche necessarie per poter accedere al rimborso da parte del governo, che nel bando promosso in settembre ha messo bene in evidenza anche alcune altre caratteristiche. Potevano fare richiesta di risarcimento i cittadini che oltre ad essere finiti in ospedale hanno avuto sintomi come un principio di trombosi associato all'uso del vaccino Astrazeneca o miocardite e pericarditi legate alla somministrazione del vaccino Pfizer. Per provare i problemi subiti, questi pazienti dovevano avere la documentazione medica che specificasse la diagnosi e il collegamento con il vaccino; presentare tutti i dati del ricovero e indicare le perdite economiche subite sul fronte lavorativo per colpa di questi effetti collaterali e poi i costi di tipo medico che erano stati sostenuti. Numeri che sono stati inseriti con precisioni nelle domande compilate e che verranno sottoposti ad una commissione speciale, che valuterà le 10.000 richieste pervenute e deciderà chi ha diritto al rimborso e in quale misura, prima di invitare il governo a sborsare il dovuto. Per questi casi si parla di un rimborso di 5.000 dollari australiani, circa 3.328 euro, mentre per ottenere somme superiori, dai 13.000 euro in su, occorre che il paziente sia morto o abbia conseguito una forma di invalidità permanente, che finirà per danneggiare la sua vita e la renderà decisamente più complicata.
Una compensazione che secondo alcuni esperti è irrisoria, ad esempio a fronte dei danni subiti da coloro che per un infarto dovuto al vaccino si sono ritrovati con un danno cerebrale o cardiaco permanente. Ma almeno si tratta di un primo passo, cui gli australiani che hanno subito danni gravi potrebbero anche aggiungere una causa legale nei confronti del datore di lavoro, qualora siano stati costretti a sottoporsi al vaccino per mantenere il loro incarico.
Secondo il Tga per ora i casi di pazienti che hanno avuto infiammazioni cardiache per via del vaccino sono 288, mentre se ne sono registrati 160 di persone vittime di una trombosi, dopo la somministrazione della seconda dose. Le vittime accertate della campagna di immunizzazione, infine, al momento sono 9: tutti pazienti ultra sessantacinquenni.
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Taiwan sospende la somministrazione della seconda dose di Pfizer nella fascia tra 12 e 17 anni dopo i casi di miocarditi e pericarditi. Cautela anche a Hong Kong, nel Regno Unito, in Svezia e in Danimarca. Da noi, invece, è vietato avere dubbi.In Australia ci sono 10.000 richieste di risarcimento per effetti avversi. Le cause dovute ai sieri potrebbero costare allo Stato fino a 33 milioni di euro. Lo speciale comprende due articoli. I bambini italiani tra i 5 e gli 11 anni potrebbero cominciare ad essere vaccinati contro il Covid già entro Natale. Ad annunciarlo qualche giorno fa era stato il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, mentre ieri l'Ema ha spiegato che darà il suo parere definitivo su questa procedura entro il 29 novembre. La sensazione è che sarà positivo, per seguire forse anche il comportamento di altri enti regolatori, come la Food and drug administration, che ha approvato il vaccino Pfizer per i piccoli a fine ottobre. Dopo il loro benestare, il governo Biden ha avviato la sua campagna e l'obiettivo è quello di immunizzare 28 milioni di giovani americani, cui verrà dato un terzo della dose somministrata agli adulti. Un progetto condiviso anche dall'Australia, che sta valutando la proposta di Pfizer e potrebbe a breve dedicarsi a raggiungere i circa due milioni e 300.000 piccoli che hanno meno di 11 anni. Considerate queste prese di posizione, il sentiero potrebbe apparire segnato, ma in realtà la prospettiva di vaccinare anche i più piccoli continua a suscitare contrasti e disaccordi nei principali Paesi del mondo. Ci sono infatti nazioni che si stanno opponendo alla campagna sui bambini e pensano di rimandarla, mentre altre hanno addirittura deciso di sospendere temporaneamente anche quella rivolta ai ragazzi più grandi. Segno che la prudenza è d'obbligo e che la corsa al vaccino a tutti i costi potrebbe trasformarsi in un boomerang. L'ultimo governo a ribellarsi a questa tendenza è stato quello di Taiwan, dove il Central epidemic command center ha deciso di aspettare a distribuire la seconda dose di vaccino Pfizer ai bambini tra 12 e 17 anni, nel timore che ci possano essere problemi di effetti collaterali. A spaventare sono stati in particolare i sintomi di miocardite e pericardite, gravi infiammazioni del cuore, che sono comparsi in 16 ragazzini di Taiwan, dopo che era stata somministrata loro la seconda dose del vaccino. Secondo una ricerca americana, del resto, il pericolo di una reazione negativa che porti a queste patologie è dieci volte superiore con la seconda dose di vaccino. Quindi perché somministrarla, si sono chiesti gli esperti di Taiwan, che hanno preso due settimane di tempo, per esaminare meglio gli ultimi casi e stabilire se ci sia davvero una relazione causa-effetto. È molto probabile che gli scienziati nella loro valutazione metteranno diversi elementi sul piatto della bilancia. Anzitutto il fatto che la seconda dose può generare - anche se in casi rari - scompensi a livello cardiaco destinati anche a durare; secondariamente che i ragazzini forse non ne hanno neppure bisogno, dal momento che, anche se contagiati, di rado si ammalano in modo serio e poi non risulta che diventino portatori del virus più di quanto non lo siano le persone vaccinate. Infine, ci sarebbe il timore che somministrando il vaccino si impedisca ai ragazzini di sviluppare in modo autonomo gli anticorpi e quindi di arrivare all'immunità di gregge che viene guardata come l'unica vera possibilità per uscire dalla pandemia.Perplessità che probabilmente frullano anche nella mente dei governanti di altri Paesi che stanno mettendo il freno alla campagna vaccinale sui minorenni. Ad esempio, Hong Kong, che ha stabilito la sua politica e ha deciso di somministrare solo una dose a coloro che hanno tra 12 e 17 anni, oppure il Regno Unito, che ha preso una decisione analoga. Anche nei paesi scandinavi prevale la contrarietà, perché Svezia e Danimarca sono convinte che il vaccino non vada offerto ai piccoli, in ragione della minore incidenza di malattia grave in comparazione agli eventi di reazione avversa. Il mondo scientifico e politico si trovano su due fronti opposti, ma anche i cittadini non sono così rilassati. Secondo un sondaggio recente, solo un quarto dei genitori americani spera che i loro piccoli vengano immunizzati in fretta. Gli altri hanno riserve o paure, soprattutto per il rischio di effetti collaterali, dalle miocarditi fino alle conseguenze sulla fertilità e lo sviluppo in età puberale. L'Accademia americana di pediatria ha persino realizzato un video per tranquillizzarli, ma l'esitazione resta la norma per la maggior parte delle famiglie. Di fronte a Paesi che nicchiano, fanno marcia indietro, chiedono ulteriori conferme, però, ci sono nazioni che non vogliono perdere tempo. In Austria, ad esempio, le prenotazioni per i più piccoli sono cominciate da qualche giorno, mentre la Slovacchia ha già avviato da inizio settembre la vaccinazione dei bambini tra 5 e 11 anni, come ha fatto del resto Cuba. In Cina, il vaccino Sinovac viene offerto ai piccoli che siano fragili o vulnerabili ormai da settimane. Da settembre, poi, anche il Cile e la Cambogia hanno iniziato la campagna di immunizzazione sui piccoli dai sei anni in su, mentre da agosto gli Emirati Arabi usano per i loro bambini tra i 3 e i 17 anni il vaccino Sinopharm. Un altro Paese che da due settimana ha avviato l'immunizzazione sui piccoli è l'India, che coinvolge la fascia di età tra i 2 e i 18 anni e usa il vaccino locale Bharat Biotech's Covaxin. La nazione che ha abbracciato senza alcuna remora la campagna di immunizzazione per i minorenni è infine il Costarica, che è anche il primo Paese al mondo ad aver reso obbligatorio il vaccino contro il Covid proprio come quello contro la poliomielite o il morbillo. 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I disagi più frequenti sono stati il dolore al braccio dove è stata fatta la vaccinazione, la febbre, i brividi. Ma tanti cittadini sono stati anche peggio e sono finiti in ospedale, dopo la puntura proposta dal piano di immunizzazione. L'aver trascorso almeno una notte in corsia dopo la somministrazione, è infatti una delle caratteristiche necessarie per poter accedere al rimborso da parte del governo, che nel bando promosso in settembre ha messo bene in evidenza anche alcune altre caratteristiche. Potevano fare richiesta di risarcimento i cittadini che oltre ad essere finiti in ospedale hanno avuto sintomi come un principio di trombosi associato all'uso del vaccino Astrazeneca o miocardite e pericarditi legate alla somministrazione del vaccino Pfizer. Per provare i problemi subiti, questi pazienti dovevano avere la documentazione medica che specificasse la diagnosi e il collegamento con il vaccino; presentare tutti i dati del ricovero e indicare le perdite economiche subite sul fronte lavorativo per colpa di questi effetti collaterali e poi i costi di tipo medico che erano stati sostenuti. Numeri che sono stati inseriti con precisioni nelle domande compilate e che verranno sottoposti ad una commissione speciale, che valuterà le 10.000 richieste pervenute e deciderà chi ha diritto al rimborso e in quale misura, prima di invitare il governo a sborsare il dovuto. Per questi casi si parla di un rimborso di 5.000 dollari australiani, circa 3.328 euro, mentre per ottenere somme superiori, dai 13.000 euro in su, occorre che il paziente sia morto o abbia conseguito una forma di invalidità permanente, che finirà per danneggiare la sua vita e la renderà decisamente più complicata. Una compensazione che secondo alcuni esperti è irrisoria, ad esempio a fronte dei danni subiti da coloro che per un infarto dovuto al vaccino si sono ritrovati con un danno cerebrale o cardiaco permanente. Ma almeno si tratta di un primo passo, cui gli australiani che hanno subito danni gravi potrebbero anche aggiungere una causa legale nei confronti del datore di lavoro, qualora siano stati costretti a sottoporsi al vaccino per mantenere il loro incarico. Secondo il Tga per ora i casi di pazienti che hanno avuto infiammazioni cardiache per via del vaccino sono 288, mentre se ne sono registrati 160 di persone vittime di una trombosi, dopo la somministrazione della seconda dose. Le vittime accertate della campagna di immunizzazione, infine, al momento sono 9: tutti pazienti ultra sessantacinquenni.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».