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2024-02-23
Stellantis scippa all’Italia i furgoni elettrici
Imagoeconomica
A guardare oggi a Stellantis verrebbe da pensare che il colosso franco-italiano guidato dall’ad Carlos Tavares stia facendo la questua nei vari Paesi europea nella speranza di trovare i migliori sussidi.
È il caso, ad esempio, di quanto avvenuto in Inghilterra, nello stabilimento di Luton, non lontano da Londra. Vauxhall, marchio di Stellantis che in Italia è conosciuto come Opel, inizierà a produrre la sua gamma di furgoni elettrici di medie dimensioni nel Regno Unito per la prima volta a partire dal prossimo anno, nell’ultimo esempio di «reshoring» della produzione (cioè di riportare la produzione in casa) delle case automobilistiche britanniche.
Vauxhall ha infatti annunciato ieri che avvierà la produzione di una serie «limitata» di veicoli a batteria destinati prevalentemente al mercato nazionale presso il suo stabilimento di Luton. In dettaglio, inizialmente Stellantis investirà circa 10 milioni di sterline per aggiornare l’attuale linea di produzione di veicoli alimentati a diesel, ma la conversione completa della fabbrica verso i veicoli elettrici dipenderà dall’esito dei colloqui con i ministri sul sostegno statale per finanziare la transizione.
«Se da un lato questa decisione dimostra la fiducia di Stellantis nello stabilimento, dall’altro questo primo passo nella sua riqualificazione verso un futuro completamente elettrico richiede che il governo britannico stimoli una maggiore domanda nel mercato dei veicoli elettrici e sostenga i produttori che investono nel Regno Unito per una transizione sostenibile», ha dichiarato Maria Grazia Davino, responsabile di Stellantis nel Regno Unito. Insomma, ancora una volta, il gruppo frutto del matrimonio tra l’ex Fca e Psa chiede aiuto a un governo per stimolare l’acquisto dei suoi prodotti. Nusrat Ghani, ministro dell’Industria e della Sicurezza economica, ha accolto con favore l’annuncio: «Questo è un ulteriore voto di fiducia verso l’economia britannica e una notizia entusiasmante che dimostra che il nostro piano per l’industria automobilistica sta funzionando».
D’altronde, Stellantis ha ottenuto circa 30 milioni di sterline di sostegno statale nel 2021 come parte di un investimento di 100 milioni di sterline per trasformare l’altro stabilimento britannico di Ellesmere Port in un impianto per la produzione di veicoli elettrici. L’impianto nel nord-ovest dell’Inghilterra produce furgoni elettrici di piccole dimensioni. A casa di Sua Maestà, del resto, i ministri hanno promesso centinaia di milioni di sterline di sostegno statale alle case automobilistiche internazionali per una serie di progetti, tra cui una gigafabbrica di batterie per il gruppo Jaguar Land Rover e nuovi modelli elettrici di Nissan e Bmw. Per intenderci, lo stabilimento di Luton, che impiega circa 1.500 persone, l’anno scorso ha prodotto poco più di 90.000 furgoni con motore a combustione. I nuovi modelli elettrici - Vauxhall/Opel Vivaro Electric, Peugeot E-Expert, Citroën ë-Dispatch e Fiat Professional E-Scudo - dovrebbero rappresentare inizialmente circa un decimo della produzione del sito. Inoltre, va ricordato che l’azienda è il più grande produttore di furgoni d’Europa e rappresenta circa la metà del mercato britannico dei furgoni elettrici. Attualmente, però, importa dalla Francia tutti i furgoni elettrici di medie dimensioni destinati al mercato britannico. Stellantis, proprietaria di diversi marchi automobilistici tra cui Opel, Peugeot, Citroën e Fiat, dal canto suo aveva già detto che avrebbe cercato di localizzare la produzione britannica se la Brexit avesse portato a tariffe doganali tra la Gran Bretagna e l’Ue. Così è stato.
In base a un accordo siglato l’anno scorso, a partire dal 2027 saranno applicate tariffe alle esportazioni di veicoli elettrici tra il Regno Unito e l’Ue, a meno che non contengano alti livelli di componenti di provenienza nazionale. Inoltre, l’azienda sta pianificando di passare a una linea di auto completamente elettriche entro il 2030 in Europa, seguita da furgoni a un certo punto nel decennio che partirà dal 2030. L’annuncio di Stellantis è l’ultima spinta all’industria automobilistica britannica, dopo che l’anno scorso le aziende, tra cui Bmw e Jaguar Land Rover, hanno promesso 24 miliardi di sterline di nuovi investimenti, più del totale complessivo dei sette anni precedenti.
In tutto questo l’Italia dove si colloca? I due grandi stabilimenti di Pomigliano d’Arco e Mirafiori continuano a boccheggiare andando avanti a singhiozzo con lo stabilimento del lusso di Grugliasco voluto da Sergio Marchionne venduto come fosse un monolocale in periferia.
Ancora di recente la Fiom, attraverso le voci di Michele De Palma e Samuele Lodi chiedono a Tavares azioni concrete come investimenti in ricerca progettazione e produzione con le missioni produttive per tutti gli stabilimenti in tempi chiari. Ma l’unica verità è che non c’è nulla di certo e che, in assenza di sussidi statali, le fabbriche italiane del gruppo sono a rischio.
Tragedia nel centro di Pratola Serra. Operaio stritolato dal macchinario
Aveva da poco ripreso a lavorare alla manutenzione di un impianto nel reparto Basamento motori dopo il turno serale di mercoledì quando, alle 7.50 di ieri mattina, quel macchinario che conosceva come le sue tasche ha cominciato a stringere la sua morsa attorno al suo corpo, schiacciandolo. E nessuno ha visto nulla.
È morto così, nello stabilimento Fma Stellantis di Pratola Serra, in provincia di Avellino, dove si producono i motori Fiat, Domenico Fatigati, 52 anni di Acerra, dipendente da 30 anni di una ditta esterna, la Ms automazioni di Foggia. La sua qualifica da tecnico manutentore meccatronico esperto e, a dire dei colleghi di lavoro, anche molto prudente, sembra confliggere con l’accaduto. È morto mentre i soccorritori del 118 provavano inutilmente a salvarlo. Lascia tre figli.
Poco dopo le 8 i carabinieri erano già nello stabilimento, insieme agli ispettori del lavoro e ai funzionari dell’Asl che dovranno ricostruire la dinamica dell’incidente. La Procura di Avellino ha aperto un fascicolo. Le indagini, coordinate dal procuratore Domenico Airoma, sono state affidate al pm di turno Luigi Iglio. Il macchinario e l’area dell’incidente sono stati sequestrati. Le organizzazioni sindacali hanno subito deciso di incrociare le braccia, proclamando uno sciopero dei lavoratori per tutta la giornata di ieri. Coincidenza, proprio ieri, ad Avellino, il sindacato aveva organizzato un presidio per manifestare contro le morti bianche e, in particolare, per ricordare Isidoro Di Lorenzo, che ha perso la vita solo pochi giorni fa cadendo da una scaffalatura in un deposito farmaceutico di Monteforte Irpino. Per le organizzazioni di categoria, quello di Pratola Serra è «l’ennesimo morto legato alla catena degli appalti e dei subappalti». E ovviamente uno degli aspetti che le indagini giudiziarie dovranno chiarire è proprio questo.
La società foggiana lavorava da tempo per Fca ed è stata riconfermata da Stellantis. Ma il dettaglio che ha colpito in modo particolare chi indaga è un altro: gli investigatori hanno subito sentito chi era al lavoro nelle vicinanze del punto in cui si è verificato l’incidente e nessuno di loro è stato in grado di riferire elementi utili alla ricostruzione dell’accaduto. Il loro racconto comincia dall’allarme e dai soccorsi. È stato uno degli operai dello stabilimento, infatti, ad accorgersi dell’incidente e a urlare di fermare il macchinario. La prima ipotesi investigativa, per ora, è questa: un ostacolo avrebbe impedito lo scorrimento della catena di montaggio dell’area Basamento motori, il meccatronico avrebbe individuato l’incaglio ma, mentre cercava di eliminarlo, il macchinario sarebbe ripartito cogliendolo di sorpresa. Un trauma all’addome potrebbe aver quindi compromesso organi vitali, uccidendo Fatigati. Ma sarà l’autopsia a stabilire le cause della morte. Di certo c’è che Fatigati dopo il turno di ieri sera era tornato a casa ad Acerra, affrontando tre quarti d’ora di viaggio. E lo stesso ha fatto ieri mattina per tornare nello stabilimento. Chi lo conosceva lo descrive come un padre di famiglia con la testa sulle spalle e anche come molto rigoroso e attento sul lavoro. Qualcosa, insomma, deve non aver funzionato. Anche perché, fanno notare gli attivisti sindacali interni allo stabilimento, le catene di montaggio hanno dei sistemi di sicurezza che dovrebbero impedire incidenti gravi. Fatigati, però, è rimasto stritolato. Il pm Iglio ha effettuato subito un sopralluogo nello stabilimento. Le prime audizioni dei testimoni, coordinate proprio dal magistrato, sono avvenute sul posto. E non si esclude il ricorso a dei consulenti tecnici.
I vertici del gruppo Stellantis, tramite un portavoce, hanno espresso «profondo cordoglio e vicinanza ai familiari» di Fatigati, ribadendo che, per quanto di competenza, l’azienda sta «collaborando attivamente» con l’autorità giudiziaria e con le forze dell’ordine che stanno effettuando le indagini.
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Il colosso ex Fiat ha deciso di produrre i nuovi mezzi nello stabilimento inglese di Luton grazie ai cospicui finanziamenti statali stanziati da Londra. È la prova che il diktat dell’azienda al nostro Paese è ormai iniziato: senza soldi pubblici, addio fabbriche.Tragedia nel centro di Pratola Serra, operaio ucciso mentre provava a riavviare l’impianto. Aperta un’inchiesta.Lo speciale contiene due articoli.A guardare oggi a Stellantis verrebbe da pensare che il colosso franco-italiano guidato dall’ad Carlos Tavares stia facendo la questua nei vari Paesi europea nella speranza di trovare i migliori sussidi.È il caso, ad esempio, di quanto avvenuto in Inghilterra, nello stabilimento di Luton, non lontano da Londra. Vauxhall, marchio di Stellantis che in Italia è conosciuto come Opel, inizierà a produrre la sua gamma di furgoni elettrici di medie dimensioni nel Regno Unito per la prima volta a partire dal prossimo anno, nell’ultimo esempio di «reshoring» della produzione (cioè di riportare la produzione in casa) delle case automobilistiche britanniche.Vauxhall ha infatti annunciato ieri che avvierà la produzione di una serie «limitata» di veicoli a batteria destinati prevalentemente al mercato nazionale presso il suo stabilimento di Luton. In dettaglio, inizialmente Stellantis investirà circa 10 milioni di sterline per aggiornare l’attuale linea di produzione di veicoli alimentati a diesel, ma la conversione completa della fabbrica verso i veicoli elettrici dipenderà dall’esito dei colloqui con i ministri sul sostegno statale per finanziare la transizione.«Se da un lato questa decisione dimostra la fiducia di Stellantis nello stabilimento, dall’altro questo primo passo nella sua riqualificazione verso un futuro completamente elettrico richiede che il governo britannico stimoli una maggiore domanda nel mercato dei veicoli elettrici e sostenga i produttori che investono nel Regno Unito per una transizione sostenibile», ha dichiarato Maria Grazia Davino, responsabile di Stellantis nel Regno Unito. Insomma, ancora una volta, il gruppo frutto del matrimonio tra l’ex Fca e Psa chiede aiuto a un governo per stimolare l’acquisto dei suoi prodotti. Nusrat Ghani, ministro dell’Industria e della Sicurezza economica, ha accolto con favore l’annuncio: «Questo è un ulteriore voto di fiducia verso l’economia britannica e una notizia entusiasmante che dimostra che il nostro piano per l’industria automobilistica sta funzionando».D’altronde, Stellantis ha ottenuto circa 30 milioni di sterline di sostegno statale nel 2021 come parte di un investimento di 100 milioni di sterline per trasformare l’altro stabilimento britannico di Ellesmere Port in un impianto per la produzione di veicoli elettrici. L’impianto nel nord-ovest dell’Inghilterra produce furgoni elettrici di piccole dimensioni. A casa di Sua Maestà, del resto, i ministri hanno promesso centinaia di milioni di sterline di sostegno statale alle case automobilistiche internazionali per una serie di progetti, tra cui una gigafabbrica di batterie per il gruppo Jaguar Land Rover e nuovi modelli elettrici di Nissan e Bmw. Per intenderci, lo stabilimento di Luton, che impiega circa 1.500 persone, l’anno scorso ha prodotto poco più di 90.000 furgoni con motore a combustione. I nuovi modelli elettrici - Vauxhall/Opel Vivaro Electric, Peugeot E-Expert, Citroën ë-Dispatch e Fiat Professional E-Scudo - dovrebbero rappresentare inizialmente circa un decimo della produzione del sito. Inoltre, va ricordato che l’azienda è il più grande produttore di furgoni d’Europa e rappresenta circa la metà del mercato britannico dei furgoni elettrici. Attualmente, però, importa dalla Francia tutti i furgoni elettrici di medie dimensioni destinati al mercato britannico. Stellantis, proprietaria di diversi marchi automobilistici tra cui Opel, Peugeot, Citroën e Fiat, dal canto suo aveva già detto che avrebbe cercato di localizzare la produzione britannica se la Brexit avesse portato a tariffe doganali tra la Gran Bretagna e l’Ue. Così è stato. In base a un accordo siglato l’anno scorso, a partire dal 2027 saranno applicate tariffe alle esportazioni di veicoli elettrici tra il Regno Unito e l’Ue, a meno che non contengano alti livelli di componenti di provenienza nazionale. Inoltre, l’azienda sta pianificando di passare a una linea di auto completamente elettriche entro il 2030 in Europa, seguita da furgoni a un certo punto nel decennio che partirà dal 2030. L’annuncio di Stellantis è l’ultima spinta all’industria automobilistica britannica, dopo che l’anno scorso le aziende, tra cui Bmw e Jaguar Land Rover, hanno promesso 24 miliardi di sterline di nuovi investimenti, più del totale complessivo dei sette anni precedenti.In tutto questo l’Italia dove si colloca? I due grandi stabilimenti di Pomigliano d’Arco e Mirafiori continuano a boccheggiare andando avanti a singhiozzo con lo stabilimento del lusso di Grugliasco voluto da Sergio Marchionne venduto come fosse un monolocale in periferia.Ancora di recente la Fiom, attraverso le voci di Michele De Palma e Samuele Lodi chiedono a Tavares azioni concrete come investimenti in ricerca progettazione e produzione con le missioni produttive per tutti gli stabilimenti in tempi chiari. Ma l’unica verità è che non c’è nulla di certo e che, in assenza di sussidi statali, le fabbriche italiane del gruppo sono a rischio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stellantis-scippa-italia-furgoni-elettrici-2667347318.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tragedia-nel-centro-di-pratola-serra-operaio-stritolato-dal-macchinario" data-post-id="2667347318" data-published-at="1708672764" data-use-pagination="False"> Tragedia nel centro di Pratola Serra. Operaio stritolato dal macchinario Aveva da poco ripreso a lavorare alla manutenzione di un impianto nel reparto Basamento motori dopo il turno serale di mercoledì quando, alle 7.50 di ieri mattina, quel macchinario che conosceva come le sue tasche ha cominciato a stringere la sua morsa attorno al suo corpo, schiacciandolo. E nessuno ha visto nulla. È morto così, nello stabilimento Fma Stellantis di Pratola Serra, in provincia di Avellino, dove si producono i motori Fiat, Domenico Fatigati, 52 anni di Acerra, dipendente da 30 anni di una ditta esterna, la Ms automazioni di Foggia. La sua qualifica da tecnico manutentore meccatronico esperto e, a dire dei colleghi di lavoro, anche molto prudente, sembra confliggere con l’accaduto. È morto mentre i soccorritori del 118 provavano inutilmente a salvarlo. Lascia tre figli. Poco dopo le 8 i carabinieri erano già nello stabilimento, insieme agli ispettori del lavoro e ai funzionari dell’Asl che dovranno ricostruire la dinamica dell’incidente. La Procura di Avellino ha aperto un fascicolo. Le indagini, coordinate dal procuratore Domenico Airoma, sono state affidate al pm di turno Luigi Iglio. Il macchinario e l’area dell’incidente sono stati sequestrati. Le organizzazioni sindacali hanno subito deciso di incrociare le braccia, proclamando uno sciopero dei lavoratori per tutta la giornata di ieri. Coincidenza, proprio ieri, ad Avellino, il sindacato aveva organizzato un presidio per manifestare contro le morti bianche e, in particolare, per ricordare Isidoro Di Lorenzo, che ha perso la vita solo pochi giorni fa cadendo da una scaffalatura in un deposito farmaceutico di Monteforte Irpino. Per le organizzazioni di categoria, quello di Pratola Serra è «l’ennesimo morto legato alla catena degli appalti e dei subappalti». E ovviamente uno degli aspetti che le indagini giudiziarie dovranno chiarire è proprio questo. La società foggiana lavorava da tempo per Fca ed è stata riconfermata da Stellantis. Ma il dettaglio che ha colpito in modo particolare chi indaga è un altro: gli investigatori hanno subito sentito chi era al lavoro nelle vicinanze del punto in cui si è verificato l’incidente e nessuno di loro è stato in grado di riferire elementi utili alla ricostruzione dell’accaduto. Il loro racconto comincia dall’allarme e dai soccorsi. È stato uno degli operai dello stabilimento, infatti, ad accorgersi dell’incidente e a urlare di fermare il macchinario. La prima ipotesi investigativa, per ora, è questa: un ostacolo avrebbe impedito lo scorrimento della catena di montaggio dell’area Basamento motori, il meccatronico avrebbe individuato l’incaglio ma, mentre cercava di eliminarlo, il macchinario sarebbe ripartito cogliendolo di sorpresa. Un trauma all’addome potrebbe aver quindi compromesso organi vitali, uccidendo Fatigati. Ma sarà l’autopsia a stabilire le cause della morte. Di certo c’è che Fatigati dopo il turno di ieri sera era tornato a casa ad Acerra, affrontando tre quarti d’ora di viaggio. E lo stesso ha fatto ieri mattina per tornare nello stabilimento. Chi lo conosceva lo descrive come un padre di famiglia con la testa sulle spalle e anche come molto rigoroso e attento sul lavoro. Qualcosa, insomma, deve non aver funzionato. Anche perché, fanno notare gli attivisti sindacali interni allo stabilimento, le catene di montaggio hanno dei sistemi di sicurezza che dovrebbero impedire incidenti gravi. Fatigati, però, è rimasto stritolato. Il pm Iglio ha effettuato subito un sopralluogo nello stabilimento. Le prime audizioni dei testimoni, coordinate proprio dal magistrato, sono avvenute sul posto. E non si esclude il ricorso a dei consulenti tecnici. I vertici del gruppo Stellantis, tramite un portavoce, hanno espresso «profondo cordoglio e vicinanza ai familiari» di Fatigati, ribadendo che, per quanto di competenza, l’azienda sta «collaborando attivamente» con l’autorità giudiziaria e con le forze dell’ordine che stanno effettuando le indagini.
Matteo Piantedosi (Ansa)
Dal punto di vista personale, diciamolo chiaro e tondo, ognuno nella sua vita privata ha il sacrosanto diritto di fare quello che gli pare, e Piantedosi non commenta per non alimentare gossip. A quanto apprende La Verità, il ministro è assolutamente sereno: la Conte non ha mai fatto parte di chat del ministero, non si è mai vista al Viminale, non c’erano per lei incarichi all’orizzonte, e del resto la professionista ha avuto modo di collaborare anche con amministrazioni di sinistra. Piantedosi, trapela dal Viminale, è «come sempre al lavoro», e la sua agenda resta confermata. Nei confronti di Claudia Conte si apprende ancora, «non ci sono mai stati favoritismi, incarichi, favori o interessamenti nei confronti di nessuno», e chi ha sostenuto o sostiene il contrario «ne risponderà nelle sedi competenti: il ministro ha già dato mandato a un legale per tutelare la propria persona». Sempre a quanto apprende La Verità, Piantedosi sfida chiunque a passare in rassegna tutti gli incarichi professionali della Conte trovando una sola pressione, sollecitazione o interessamento del ministro.
Su questo punto infatti insistono le opposizioni: «Ho presentato», annuncia il co-leader di Avs Angelo Bonelli, «un’interrogazione parlamentare alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Chiedo di sapere quanti siano gli incarichi, in varie forme, conferiti a Claudia Conte nella pubblica amministrazione e in Rai e sulla base di quali criteri e competenze siano stati assegnati. Domando inoltre quali competenze abbia Claudia Conte per svolgere una docenza presso l’Alta scuola di formazione della polizia di Stato e se i contratti in Rai vengano definiti attraverso incontri casuali, come riportato da alcuni quotidiani che citano dichiarazioni di Pionati, ex direttore del Gr1». I componenti del Pd nella commissione di Vigilanza Rai chiedono all’azienda «di fare piena chiarezza sui dettagli delle collaborazioni e dei contratti con la signora Conte. Riteniamo necessario», recita una nota, «escludere qualsiasi possibile collegamento tra le relazioni con un ministro in carica pro tempore e le scelte editoriali e contrattuali del servizio pubblico. Chiediamo risposte puntuali e presenteremo un’interrogazione parlamentare a riguardo». La deputata e responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, introduce un ulteriore elemento: «Non vorremmo», attacca la Serracchiani, «che questa situazione comprometta l’autonomia e la serenità necessaria all’esercizio della sua funzione o, peggio ancora, renda il ministro ricattabile». Ricattabile, e come? Qui occorre addentrarsi nel mondo degli spifferi di Palazzo, mai così gelidi come in questi giorni di ritardato inverno. Perché, si chiedono tutti, la Conte ha deciso di rivelare la liaison con Piantedosi, tra l’altro chiedendo esplicitamente all’intervistatore di farle quella precisa domanda?
Ipotesi uno: ha voluto, in sintonia col ministro, anticipare qualche scoop in arrivo. Possibile ma, visti i risultati, la genialata avrebbe sortito l’effetto opposto a quello desiderato. Seconda ipotesi: la donna potrebbe essere arrabbiata con Piantedosi per motivi personali e avrebbe così spiattellato la relazione. Questo secondo scenario apre un orizzonte infinito di suggestioni: c’è chi teme uno stillicidio di rivelazioni, di conversazioni in chat, addirittura di foto imbarazzanti. Incubi, probabilmente paranoie da sindrome di accerchiamento: la Conte del resto ha competenze professionali pubbliche e riconosciute, ha alle spalle una carriera decennale che si è snodata e si snoda attraverso una fitta rete di contatti assolutamente trasversali, appare più delusa che vendicativa nei confronti del ministro dell’Interno.
Fdi fa muro: «Fratelli d’Italia», dichiarano i capigruppo del partito alla Camera e al Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, «rinnova la piena fiducia al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per l’ottimo lavoro svolto in questi anni alla guida del ministero nel contrasto all’immigrazione clandestina di massa, alla criminalità e nel rafforzamento della sicurezza degli italiani». «A me non risulta», argomenta la deputata Sara Kelany, «che la signora abbia avuto degli incarichi retribuiti. È una giornalista che fa il suo lavoro, immagino che abbia la sua rete di rapporti, relazioni e contatti, indipendentemente dal fatto che abbiano esplicitato questa vicenda di carattere personale». Anche da Forza Italia arriva la vicinanza al ministro: «Rinnoviamo solidarietà e piena fiducia nel ministro Piantedosi», dichiara il deputato di Fi Alessandro Cattaneo a Rainews24, «Claudia Conte io l’ho vista in tante presentazioni con esponenti politici di ogni colore, poi se ci sono dei risvolti privati devono rimanere privati». «Io sono una grandissima tifosa del ministro Piantedosi», sottolinea Matilde Siracusano, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e deputata di Forza Italia, a Tagadà su La7, «uno dei più bravi ministri di questo governo, una persona perbene, con un grande senso delle istituzioni. E per questo mi sento di escludere sinceramente qualsiasi illazione legata a un fantomatico uso improprio di risorse pubbliche o a rapporti poco trasparenti».
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Ansa
In pratica le due condotte sono distinte (quella del militare per eccesso colposo) ma, secondo i pm, convergono nello stesso esito. Con Lenoci e Bouzidi altri sei militari rischiano il processo. Le accuse, a vario titolo, sono di favoreggiamento, depistaggio e falso. Ovvero il secondo livello dell’inchiesta condotta dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano (coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo), che non riguarda più la strada, ma ciò che è accaduto dopo con i verbali, le presunte omissioni e i video.
La richiesta di rinvio a giudizio arriva dopo la chiusura delle indagini preliminari notificata lo scorso 16 febbraio. E ora dovrà essere valutata dal giudice dell’udienza preliminare. Secondo l’accusa, Lenoci (difeso dagli avvocati Roberto Borgogno e Arianna Dutto) avrebbe mantenuto «una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga», con una «manovra particolarmente avventata». Non viene messo in discussione il fatto che stesse agendo «nell’adempimento di un dovere». Per i pm, però, avrebbe «ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge», con una «condotta di guida sproporzionata» rispetto alla necessità di bloccare lo scooter, anche perché era già stata comunicata via radio la targa del TMax in fuga. A Lenoci vengono contestate anche le lesioni nei confronti di Bouzidi (condannato in primo grado per resistenza a 2 anni e 8 mesi e difeso dai legali Debora Piazza e Marco Romagnoli), sempre per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere». La linea difensiva, però, si muove su un crinale diverso: riconoscere l’inseguimento come atto dovuto, dentro un contesto operativo segnato dall’urgenza e dalla necessità di fermare una condotta pericolosa. La dinamica dello schianto, nonostante perizie e relazioni tecniche non sempre allineate, è fissata negli atti. Un passaggio che segnala già possibili margini di confronto tra consulenze e ricostruzioni. L’urto tra il lato posteriore destro del TMax e la «fascia anteriore del paraurti» della Giulietta. Poi lo schianto finale all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta. Ramy viene sbalzato contro il palo di un semaforo. E subito dopo schiacciato dalla macchina dei carabinieri. È la sequenza che, per l’accusa, legherebbe materialmente le due condotte all’esito fatale. Il nodo centrale del processo sarà stabilire se quella sequenza sia l’effetto inevitabile di una fuga pericolosa o il risultato di scelte operative ritenute sproporzionate.
Sul versante opposto, quello della fuga, i pm contestano a Bouzidi il concorso in omicidio stradale. Poi arriva il turno di quattro dei sette militari, ai quali vengono contestate le ipotesi di depistaggio e favoreggiamento, anche per aver costretto, secondo l’accusa, testimoni a cancellare video. Un altro filone riguarda i verbali d’arresto e le accuse di falso. Secondo i pm, quattro carabinieri avrebbero omesso «di menzionare l’urto», scrivendo «falsamente» che lo scooter «a causa del sovrasterzo scivolava». Una differenza che per gli inquirenti non sarebbe solo lessicale, ma sostanziale nella descrizione della dinamica. La versione sarebbe poi smentita dalla ricostruzione della Polizia locale, dalla consulenza dell’esperto dei pm e dalle immagini acquisite. In quattro, invece, sono accusati anche di aver omesso di riferire la presenza di un testimone oculare, di una dashcam e di una bodycam, «dispositivi che», riporta l’accusa, «riprendevano l’intera fase dell’inseguimento». La contestazione di false informazioni ai pm, che vede indagati due militari, è stata, invece, stralciata per motivi tecnico-procedurali e proseguirà in un ulteriore procedimento penale.
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La torre di via Stresa a Milano (Ansa)
Perché via Stresa, zona Maggiolina, non è solo un fascicolo penale. È una torre di 24 piani, alta 82,25 metri, piantata in un tessuto di quartiere che la relazione tecnica della Procura di Milano descrive come alterato nel «soleggiamento, nelle visuali, nel paesaggio urbano e negli standard urbanistici». E ieri, su quel caso, gli inquirenti hanno chiesto otto condanne, ammende complessive per 326.000 euro e la confisca del grattacielo in caso di condanna definitiva: per Giovanni Oggioni la richiesta è di 2 anni e 4 mesi; richieste analoghe sono arrivate anche per i costruttori Stefano e Carlo Rusconi, oltre che per altri imputati tra tecnici e funzionari.
Oggioni non è un imputato qualsiasi. La relazione tecnica dei pm ricostruisce che la pratica di via Stresa passa dalla determinazione dirigenziale numero 65 del 31 maggio 2018, firmata da Franco Zinna (ex direttore urbanistica) e controfirmata proprio da lui, allora direttore dello Sportello unico edilizia. È quel provvedimento a consentire il ricorso a una Scia con atto d’obbligo; poi arriva il parere favorevole della commissione per il Paesaggio del 14 giugno 2018, e così una torre che, per gli accertamenti della Procura, avrebbe dovuto essere trattata come nuova costruzione viene incanalata come una semplice ristrutturazione edilizia.
Qui sta il nodo del caso. Per l’accusa non si tratta di un errore tecnico, ma del tentativo di trattare come ristrutturazione ciò che era in realtà una nuova edificazione ad altissimo impatto. La relazione richiama, infatti, il peggioramento del paesaggio urbano e il maggior carico urbanistico, già denunciati dai residenti con l’esposto del dicembre 2019 del comitato «Torre Insostenibile». Del resto, nelle carte non emerge l’errore isolato di un singolo funzionario, ma una filiera che tocca i vertici tecnici del Comune.
La memoria del pm aggiunge che quella determina sarebbe illegittima e ricorda che convenzioni di questo tipo avrebbero dovuto chiamare in causa direttamente la giunta di Beppe Sala. La requisitoria di ieri ha alzato ancora di più i toni. Il pm Marina Petruzzella ha parlato di imputati che hanno agito «in sintonia», con «strafottenza», «assoluta assenza di trasparenza» e «noncuranza dell’interesse pubblico», fino a realizzare un «abnorme» abuso attraverso «macroscopiche illegittimità» e una «diabolica Scia» usata in modo improprio.
Secondo l’accusa, qualificare come ristrutturazione la demolizione totale di due edifici e la loro sostituzione con una torre di quelle dimensioni ha consentito di ottenere vantaggi economici, urbanistici ed edilizi in deroga alla disciplina ordinaria, evitando quel piano urbanistico attuativo che sarebbe stato obbligatorio per altezze superiori ai 25 metri. E ancora più grave, nella lettura della Procura, è il contesto: dirigenti, funzionari e progettisti avrebbero «confidato nell’impunità», anche per la pressione esercitata dagli imprenditori sugli uffici del Comune e sull’organo chiamato a valutare l’impatto paesaggistico, che avrebbe autorizzato «volumi stratosferici» con un parere definito «del tutto anomalo». Il caso Oggioni mostra che quell’organismo non era un passaggio marginale, ma uno dei centri attraverso cui passavano le trasformazioni più controverse della città.
Ed è proprio lì, sulla commissione Paesaggio, con la riconferma alla presidenza di Giuseppe Marinoni, che oggi si concentra anche una parte dell’inchiesta su Sala. Resta poi un paradosso: se la confisca arrivasse dopo una condanna definitiva, la torre passerebbe al Comune e in teoria dovrebbe essere abbattuta, nonostante oggi ospiti 102 appartamenti e circa 160 residenti che hanno comprato sulla base di un titolo edilizio che Palazzo Marino continua a ritenere valido. È il nodo dell’«affidamento del terzo in buona fede», richiamato dalla difesa dei costruttori, mentre le Famiglie sospese - quelle con le case sotto sequestro - parlano di mutui pagati, risparmi investiti fidandosi delle istituzioni e di una politica rimasta muta. Intanto una residente, parte civile, ha chiesto 135.000 euro di risarcimento per la perdita di luce e vista. Così via Stresa non riguarda più solo gli imputati: riguarda il cortocircuito di un Comune che continua a difendere il titolo da cui, secondo la Procura, sarebbe nato l’abuso.
Ed è qui che la contraddizione della giunta milanese diventa più evidente. Ieri l’assessore Lamberto Bertolé ha rivendicato la scelta di valutare la costituzione di parte civile nei processi per reati a matrice omolesbobitransfobica, presentandola come un segnale morale della città. Ma è proprio questo a smascherare la linea sull’urbanistica: quando il terreno è quello dei principi, l’amministrazione si mette in scena come presidio istituzionale; quando invece il contenzioso tocca i quartieri, i residenti e atti maturati dentro i suoi stessi uffici, arretra e difende i titoli da cui tutto è partito. Più che coerenza, è un banale calcolo politico: inflessibili nei processi che parlano all’elettorato di una parte del centrosinistra, molto più guardinghi quando il processo porta dritto al cuore della macchina comunale.
Ieri Sala ha detto di non voler fare il passacarte su San Siro: oggi il processo su Torre Stresa gli ricorda che a Milano il punto non è mai stato solo chi firmasse per ultimo. Il punto è chi abbia lasciato passare certi atti, fino a farne pagare ai cittadini e ai proprietari di quelle case il prezzo più alto.
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