Con lo Stato che ha soppresso Noelia siamo all’era del tragico meccanico

La vicenda di Noelia Castillo Ramos fa distogliere per intensità lo sguardo dal significato simbolico dell’orrore che mostra. Il mondo ha conosciuto troppo tardi la vicenda di questa ragazza ma tutti sanno che il caso, per quanto singolare, non può essere ritenuto isolato; tutti sanno che questa cosa non solo è già successa, e non solo in Spagna, ma che il mondo per come è stato costruito non potrà che condurre ad altri casi simili.
I contorni della vicenda sono complessi e, seppure siano già stati compiutamente tratteggiati da Francesco Borgonovo, è giusto siano ripetuti: Noelia fu tolta dalla Municipalità catalana e dallo Stato spagnolo ai genitori; la famiglia si oppose all’allontanamento che fu quindi eseguito attraverso l’irruzione di numerosi agenti di polizia (c’è un filmato); Noelia fu messa in una struttura di Stato per minori e sottoposta a cure psichiatriche; la struttura ospitava anche «ragazzi problematici», con problemi molto diversi da quelli di Noelia; Noelia subì vari episodi di violenza sessuale in circostanze non chiare; secondo alcune testimonianze di famigliari e amici, nessun assistente sociale sporse denuncia in quanto possibile motivo di «discriminazione razziale»; dopo qualche tempo Noelia tentò il suicidio gettandosi dal quinto piano risultando paraplegica; nel frattempo la famiglia iniziò una battaglia legale denunciando gli stupri e le negligenze delle strutture di cura, perdendo sempre nei tribunali; in seguito Noelia fu sottoposta a trattamento psichiatrico ancora più pesante visto il tentato suicidio; le fu proposta l’eutanasia che Noelia accettò; la famiglia fece ricorso contro l’eutanasia; i ricorsi furono tutti respinti e Noelia, giudicata «lucida ed in grado di decidere», il 26 marzo è stata soppressa dallo Stato spagnolo a venticinque anni. Dopo 601 giorni di contenzioso legale lo Stato spagnolo ha così «risolto» la questione in maniera definitiva ponendosi sempre, in ogni sua articolazione, con ogni sua normativa e in ogni circostanza, come controparte ostile della famiglia e delle associazioni che chiedevano cure diverse e trattamenti diversi per la ragazza, sino a indicare nella morte l’esito «migliore» per una persona di 25 anni la cui vita è stata segnata da eventi tragici ma che non era affetta da alcuna malattia terminale.
Sta qui il cuore oscuro della questione, nel paradigma del Leviatano secolarizzato che, perduta ogni trascendenza, diventa puro meccanismo di gestione della sofferenza tramite eliminazione: l’onnipotenza statale che decide che per qualcuno la morte sia preferibile alla vita e quindi costruisce un itinerario procedurale obbligato che conduce inesorabilmente alla morte. Il potere statale cessa dunque di essere oppressivo come in Dostoevskij o insensato come in Kafka, ma diviene «attivamente neutrale» nel sancire la morte sia come inevitabile sia come somministrata. Alla stessa persona alla quale i Servizi sociali prescrivevano farmaci per inibire gli istinti suicidari è stata imposta l’eutanasia come «esito migliore» per la sua condizione. Se Noelia avesse tentato il suicidio per la seconda volta, e se qualche amico o famigliare l’avesse aiutata, ci troveremmo oggi di fronte a una tragedia dell’umano, ma di fronte a uno Stato che sorveglia, isola e sottopone a terapia coatta una persona per poi somministrarle l’eutanasia definendola «in grado di intendere e di volere», e ciò contro la volontà della famiglia, allora siamo di fronte a qualcosa di nuovo, di una nuova forma di tragedia: il tragico meccanico.
Quando lo Stato, cioè il potere massimo e inesorabile, si pone, nella vita di una persona debole, costantemente dalla parte del suo male, allora possiamo scorgere in esso quel connotato anticristico di cui giustamente si sta recentemente parlando. Un connotato che si sostanzia non nell’assenza ma nell’onnipresenza, nel controllo assoluto della vita che diventa calcolo per la morte, nella sordità nei confronti dell’umano che solo una macchina può avere. Lo Stato, nel suo rifiuto di arginare il Male, lo definisce legalmente sancendo la sofferenza come «diritto alla morte» e la vulnerabilità come «diritto alla soppressione», altri due «nuovi diritti». Il debole diviene così capro espiatorio delle impossibilità dello Stato nichilista, diviene momento di spegnimento di una macchina che, non riuscendo a risolvere la vita, arriva inevitabilmente alla morte come procedura.
Fino a che punto ha senso temere gli esiti distopici di una Intelligenza artificiale che «prende il controllo» quando lo Stato è già giunto alla meccanizzazione della sofferenza e alla relativa concezione della vita come accensione o spegnimento? Siamo qui di fronte alla degenerazione dello schema biopolitico per giungere a un potere che fa pagare i propri fallimenti ai deboli, non accettando di ritirarsi dai processi che ha ormai iniziato, istituendo così una nuova forma di ostilità irriducibile. In tutto il mondo, il giorno prima dell’uccisione di Noelia, si stavano organizzando viaggi per giungere in Spagna a esprimere semplice vicinanza. Un atto inutile e tardivo ma così umano; un tentativo che avrebbe mostrato che l’unica salvezza dallo Stato-macchina si può avere solo ricadendone fuori. Tra quel dentro e quel fuori si combatte la più dura delle battaglie.






