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2018-10-20
Moody's declassa l'Italia. Come fare investimenti con questo spread
La parola spread è ormai sulla bocca degli italiani da qualche anno a questa parte, ma non sempre è chiaro di cosa si tratti. Quindi, cominciamo dicendo che per spread si intende il differenziale di rendimento fra due titoli: in questo caso, il differenziale di rendimento fra Btp e Bund, rispettivamente i titoli di Stato italiani e tedeschi. Il motivo per cui si prende a riferimento il decennale tedesco sta nel fatto che tale titolo viene considerato un esempio di strumento senza rischi. Pertanto, più il prezzo dei nostri titoli (di fatto un prestito che i risparmiatori fanno allo Stato) scenderà rispetto ai loro omologhi tedeschi e più basso sarà il loro valore sul mercato. Quindi, per invogliare i risparmiatori a comprare titoli che valgono meno (e dunque più rischiosi), lo Stato dovrà offrire maggiori rendimenti, indebitandosi ancora di più.
L'agenzia Moody's tha tagliato nella notte il rating dell'Italia a Baa3 da Baa2 con outlook stabile. La decisione è legata a un «cambio concreto della strategia di bilancio, con un deficit significativamente più elevato rispetto alle attese». Alla base della decisione c'è la mancanza di una coerente agenda di riforme per la crescita, e questo implica il prosieguo di una «crescita debole nel medio termine'». Lo afferma la stessa agenzia nella nota, sottolineando che i piani del governo non rappresentano un ''coerente programma di riforme'che può spingere «a mediocre performance della crescita su base sostenuta».
Per tutti questi motivi lo spread oscilla. Il motivo per cui si assiste all'innalzamento di questo indicatore è legato dunque al rischio creditizio del Paese, ossia al timore che gli investitori hanno di non veder ripagato il proprio investimento nel debito pubblico italiano.
«Negli ultimi giorni lo spread ha risentito del braccio di ferro tra Italia ed Europa e la volatilità potrebbe avere oscillazioni ancora maggiori di quelle fin qui registrate», spiega alla Verità Francesco Pilotti, responsabile ufficio studi di Soldiexpert scf, società di consulenza indipendente.
La domanda che si pongono tutti appare dunque chiara: è possibile investire nelle care vecchie obbligazioni senza incorrere nelle oscillazioni dello spread italo-tedesco? «La maggior parte degli operatori fugge dal rischio e cerca di liquidare le posizioni che tendono a far oscillare maggiormente il valore del loro portafoglio», spiega Pilotti. Ma in realtà il modo esiste, eccome.
La soluzione è «operare sempre sull'obbligazionario ma con titoli che non risentono delle oscillazioni dello spread: si tratta di titoli che hanno sottostanti in dollari statunitensi, in franchi svizzeri e in yen giapponesi», dice. Attenzione, però. Ciò non significa che questi titoli siano esenti da rischi. «Un eventuale investimento in queste attività può comportare perdite dal punto di vista valutario. Inoltre è da considerare anche il rischio di un eventuale rialzo dei tassi di interesse, un tema piuttosto caldo soprattutto negli Stati Uniti dove, in queste settimane i rendimenti obbligazionari americani hanno superato anche il 3,2% proprio per il timore di un incremento dei tassi».
«In un contesto di elevata incertezza politica come quello che sta vivendo oggi l'Italia», dice alla Verità Gianluca D'Alessio, responsabile di Fia asset management, «sarebbe opportuno diversificare geograficamente il portafoglio obbligazionario, investendo nei titoli di Paesi politicamente più stabili esposti al rischio di default: fra questi, oltre ai soliti Germania e Stati Uniti, vi sono i Paesi del Nord Europa», sottolinea. «Dal momento che molte di queste strategie non sono facilmente accessibili al segmento retail (quello dei risparmiatori più comuni e che non riguarda gli investitori professionali, ndr), il consiglio rimane quello di affidarsi a gestori seri ed esperti, approfittando dei numerosi fondi ed Etf a disposizione dell'investitore medio, con bassi costi di gestione e di transazione».
Il punto, però, non è solo cosa comprare, ma anche l'approccio da seguire per continuare a dormire sonni tranquilli. «Per ridurre al massimo i rischi», dice D'Alessio, «è sconsigliabile adottare un approccio “buy and hold" (compra e attendi, ndr), soprattutto su titoli con scadenze lunghe, i quali sono maggiormente sensibili a un rialzo dello spread. Una soluzione potrebbe essere quella di prediligere titoli obbligazionari garantiti (almeno parzialmente) da un altro asset: in questo caso parliamo di asset backed securities», spiega. «Un altro espediente potrebbe essere quello di investire in titoli a tasso variabile, in modo da proteggere il titolo da variazioni nel rating creditizio dell'emittente».
Senza incorrere in eccessivi tecnicismi, basti dunque sapere che le obbligazioni governative italiane sono diventate molto volatili, quindi l'approccio da cassettista non può andare più bene. Del resto, non è un caso se sul mercato siano giunti molti prodotti tra fondi ed Etf che hanno proprio questo scopo: limitare il più possibile l'effetto ottovolante dello spread Btp Bund. Ci sono i fondi di Amundi, Ishares, Lyxor oppure, per chi non riesce a dire di no al reddito fisso governativo, le obbligazioni danesi e svedesi. Certo, nulla a che vedere con i rendimenti azionari. Ma si tratta in tutti i casi di prodotti stabili e che nella peggiore delle ipotesi cedono qualche punto percentuale.
Gianluca Baldini
INFOGRAFICA
I bond delle aziende sono più stabili ma garantiscono rendimenti minori
Cosa succederebbe ai Bond corporate italiani se lo spread - il differenziale di rendimento tra Btp decennali e Bund tedeschi - dovesse continuare a salire, arrivando a toccare quota 400? Per tracciare un quadro, spiega Attilio Capella, operatore esperto del mercato obbligazionario di Cfo sim, «l'analisi storica non ci è di grande aiuto, questo in considerazione principalmente degli interventi straordinari e in particolar modo del programma Cspp (Corporate sector purchase program), parte del quantitative easing attuato dalla Bce. Quindi», prosegue Capella, «è preferibile prendere in considerazione questi ultimi pochi mesi, che hanno visto l'acuirsi del rischio Italia a partire da maggio con l'insediamento dell'attuale governo».
Nello studio realizzato per La Verità, Capella ha preso in esame l'andamento dei rendimenti di alcuni tra i più importanti corporate bond italiani - Telecom Italia, Eni, Enel, Atlantia ed Esselunga - in relazione all'andamento dello spread, a partire dall'insediamento del nuovo governo e passando dal giorno in cui è stata annunciata dalla maggioranza l'intenzione di portare il rapporto deficit Pil al 2,4%, fino a tracciare un quadro ipotetico dei rendimenti nel caso in cui lo spread toccasse quota 400. Come spiega Capella «i corporate bond da noi analizzati subirebbero in negativo lo spread Btp/Bund a quota 400 punti base, seppur in maniera diversificata. È da considerare che il rischio Paese deve venire associato a quello del singolo emittente, questo tenendo conto del settore di appartenenza e di quanto incide il business della società emittente nel contesto italiano. Ulteriori considerazioni tengono conto delle diverse situazioni, dalle aste 5G per Telecom Italia alla gestione del crollo del ponte Morandi di Genova per Atlantia, incidendo sulla crescita del margine di interesse da riconoscere e che si andrà a sommare all'allargamento visto in questi ultimi mesi per effetto del rischio Italia, mentre emittenti appartenenti a settori ritenuti più difensivi, vedi Esselunga, o di qualità come Eni hanno assorbito l'allargamento dello spread verificatosi sui titoli governativi».
Ciò premesso, per gli investitori obbligazionari «il terreno è pieno di insidie e mine, perché ad agitare i mari non ci sono solo la situazione italiana e lo spread in salita, ma anche un rialzo quasi generalizzato dei tassi d'interesse. E questo significa un calo dei prezzi», sottolinea Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf. «In questo momento storico le imprese vengono considerate più affidabili degli Stati; per fare un esempio, da maggio, mentre il Btp con scadenza 2023 ha perso quasi il 9% il bond emesso da Esselunga con la stessa scadenza è rimasto invariato. Il titolo di Stato oggi rende il 2,51% annuo mentre l'obbligazione Esselunga di uguale scadenza lo 0,64%. I titoli obbligazionari meno toccati dallo spread sono ora quindi quelli sui quali lo Stato italiano ha meno influenza diretta e che operano in settori non troppo a rischio contagio finanziario. E sono anche quelli più resilienti in caso di recessione. Inutile dire che il rendimento offerto da questi “rifugi sicuri" può essere però negativo, come per esempio accade con le obbligazioni della Nestlé che pagano di fatto un rendimento negativo. E questo senza contare l'effetto inflazione».
In ogni caso, come nota Fabrizio Fiorini, responsabile investimenti e vicedirettore generale di Ubi Pramerica, «l'eventuale allargamento dello spread rappresenta un problema soprattutto per i titoli di banche e assicurazioni: le banche sono poi i canali di trasmissione sull'economia reale, quindi ci troviamo in una situazione in cui la tensione sugli istituti produce meno credito per il consumo e un credito più costoso per quanto riguarda le aziende. In questo contesto queste ultime, se decidono di sbarcare sul mercato secondario con un'emissione obbligazionaria, sono costrette a ragionare sullo spread: il rischio creditizio va aggiunto a quello della nazione. Quindi lo spread che si allarga non ha vincitori, ma solo perdenti: tra questi le banche sono chiaramente quelle più in difficoltà, seguite dalle assicurazioni».
Per Fiorini, «se l'allargamento dello spread si ferma il problema resta confinato all'Italia, ma se il differenziale continua a crescere i problemi si diffonderanno anche altrove. La Spagna e alcuni altri Paesi hanno resistito finora perché il mercato ha percepito questa dinamica come locale, ma se dovesse peggiorare si creerebbe una situazione di sofferenza anche per gli altri titoli di debito corporate: tra questi gli high yield soffrirebbero più di tutti gli altri, perché a quel punto verrebbero percepiti come asset rischiosi nel comparto obbligazionario. Se lo spread dovesse salire l'effetto sarebbe quello di un sasso gettato in un lago che crea cerchi concentrici nell'acqua: il problema più grosso è nel punto dove cade il sasso, ma via via che ci si allontana un impatto, anche se minore, si verifica comunque. E se si continuano a gettare sassi sempre più grossi, le onde aumentano e finiscono non solo per arrivare più lontano, ma anche per impattare maggiormente su ciò che è vicino».
Chiara Merico
Alberto Borgia: «Niente effetto sui mutui, attenzione ai fidi»
Lo spread ha sfondato la soglia dei 300 punti. Ora si attendono le mosse della Commissione europea contro la legge di bilancio. La Verità ne ha parlato con Alberto Borgia, presidente di Aiaf, l'Associazione italiana per l'analisi finanziaria.
Lo spread salirà ancora oppure scenderà?
«Ritengo che lo spread rimarrà stabile fino alla discussione della manovra sul tavolo europeo (e potrebbe esserlo fino alle elezioni europee). Lo spread in seguito potrà subire degli scossoni se il totale delle spese (come ad esempio quelle relative agli investimenti, al reddito di cittadinanza, alle pensioni, eccetera) non avrà una controparte nelle entrate e nella garanzia che il debito venga successivamente ripagato. Il livello potrà subire delle oscillazioni dovute anche ai tassi a cui gli investitori, privati e i grandi fondi, saranno disposti a comprare il debito pubblico in futuro».
Quali gli effetti per l'Italia come Paese e come mercato?
«Mi aspetterei che dopo tanti anni ci sia una politica per l'industria che consenta il ripristino di nuove realtà produttive basate in Italia. Oltre alla certezza del diritto o degli incassi, è necessario che le realtà produttive possano poter pagare il denaro con gli stessi tassi applicati ai loro concorrenti. Se lo spread restasse a livelli elevati, le realtà italiane indebitate pagherebbero rispetto ai concorrenti circa 2 punti in più, subendo quindi una penalizzazione nella concorrenza. Lo spread quindi è una variabile importante nel momento in cui si decide un investimento a debito: questo, oltre a incidere sulla permanenza di imprese italiane sul nostro territorio, può scoraggiare investitori stranieri dall'operare in Italia. Una vera politica industriale in Italia manca purtroppo da parecchi decenni».
Fino a oggi quali sono stati gli effetti per i risparmiatori?
«Se si parla di risparmiatori che si sono affidati a gestioni o a prodotti professionali, gli effetti sono stati assorbiti, sapendo che in queste situazioni “cash is the king", ossia che la liquidità in queste situazioni premia. Vi sono stati però recenti fatti isolati - come la questione degli aumenti di capitale iper diluitivi delle banche o la questione relativa alle concessionarie infrastrutturali - che hanno obiettivamente determinato per il risparmiatore situazioni di forte disagio e perdita. Per quanto riguarda il risparmiatore comune che si muove in autonomia sui mercati, è paradossalmente difficile capire quali sono stati gli effetti, tenendo presente che chi si è affidato a prodotti strutturati di risparmio gestito ha probabilmente optato per strumenti con un'esposizione diversificata sui mercati esteri e non per il debito pubblico italiano. Il debito pubblico italiano, infatti, al 30 maggio 2018 era detenuto per il 32% da stranieri, per il 27% dalle banche, per il 16% dalla Banca d'Italia, per il 19% da fondi e assicurazioni e solamente per il 6% da italiani privati».
C'è davvero stato un aumento del costo dei mutui?
«Per quanto riguarda i mutui a tasso fisso, ovviamente no. In linea generale comunque la variazione dei tassi avviene su base trimestrale, quindi è probabile che la ricaduta della situazione attuale si avrà a partire tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019. A parte la questione dei mutui, ci sembra che la manovra, non toccando la tassazione sulla prima casa, possa consentire uno sviluppo del mercato immobiliare nel prossimo futuro».
Gianluca Baldini
In Borsa spunta il listino per chi scommette contro le azioni tricolori
L'aumento dello spread ha creato allarme: tuttavia non mancano le occasioni per trovare rendimenti, specie per gli operatori più esperti. Come spiega Michele Morra, portfolio manager di Moneyfarm, «la manovra del governo è sicuramente un'operazione rischiosa dal punto di vista finanziario. Gli investitori, tuttavia, dovrebbero affrontare la questione con un'ottica di lungo termine, perché il problema del debito pubblico italiano non è certo una novità». Secondo Morra, «l'attuale situazione, con la volatilità che ne è derivata sia sul comparto obbligazionario, sia sul Ftse mib, ricorda quanto sia sconsigliabile concentrare eccessivamente gli investimenti su strumenti finanziari italiani. I portafogli costruiti in ottica di diversificazione globale hanno dimostrato di reagire piuttosto bene rispetto a quelli con eccessiva concentrazione sull'Italia, quando sia Piazza Affari sia il comparto obbligazionario sono stati soggetti a turbolenze». Inoltre, sottolinea il gestore, «non aiuta certo il fatto che in Italia ci sia la tendenza a utilizzare la leva fiscale per orientare il risparmio verso investimenti locali. Ci aveva pensato lo scorso governo con i Pir e ora sembra volerci provare anche il nuovo esecutivo con i Cir. Crediamo sia un approccio sbagliato: i cittadini contribuiscono già con le tasse a ripagare il debito. Orientare il risparmio verso una concentrazione sul rischio Italia non sembra giustificato e la volatilità conferma questa visione».
Secondo Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf, «come società di consulenza finanziaria indipendente preferiamo giocare in difesa nei momenti di tensione e già nelle scorse settimane avevamo consigliato ai nostri clienti di alleggerire soprattutto l'azionario Italia, come di essere sottoinvestiti su azioni e obbligazioni anche extra Italia. E riguardo ai titoli di Stato italiani, i rendimenti offerti per il rischio incorporato ci sono sempre sembrati troppo bassi; l'anomalia non sono i rendimenti attuali offerti oggi, ma quelli schiacciati per effetto delle misure della Bce degli scorsi anni, che erano assurdi».
Tuttavia, a Piazza Affari non mancano strumenti per sfruttare l'ascesa dello spread. Come sottolinea il sito Finanza Operativa, per quanti ritengono che il differenziale possa salire ancora il listino Etfplus di Borsa Italiana «mette a disposizione una serie di Etf che puntano su un ribasso del Btp (e di riflesso su un rialzo del suo rendimento): ad esempio il Lyxor Btp daily short ucits etf - Acc, il Boost Btp 10y 3x short daily, e il Boost Btp 10y 5x short daily etp, questi ultimi due addirittura rispettivamente a leva tripla e quintupla». Alla segnalazione segue comunque un invito a «fare attenzione», poiché «si tratta di prodotti da utilizzare prevalentemente per operazioni limitate all'intraday e dedicati a trader e investitori con un profilo di rischio non basso».
Chiara Merico
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Nella notte l'agenzia di rating abbassa il livello di affidabilità del nostro debito pubblico a Baa3: l'ultimo gradino prima del livello non investment. Spread verso 400? Al riparo con yen, dollari oppure titoli a scadenza breve. Gli esperti: «Ok a prodotti esteri, ma bilanciati per evitare i rischi del cambio». Sì a obbligazioni italiane, però a durata ravvicinata.I bond delle aziende sono più stabili ma garantiscono rendimenti minori. I privati subiscono meno scossoni: vale per Esselunga e per chi opera in settori lontani dallo Stato. Esposte, invece, le banche e le assicurazioni. In caso di differenziale a 400 le rendite di Tim, Enel ed Eni in impennata.Alberto Borgia, presidente di Aiaf: «Niente effetto sui mutui, attenzione ai fidi. Prestiti più cari alle imprese allontanano gli investitori internazionali e spingono a delocalizzare».In Borsa spunta il listino per chi scommette contro le azioni tricolori. Etfplus propone strumenti speculativi dedicati a trader esperti che fanno guadagnare grazie alle difficoltà del Belpaese. Lo speciale comprende quattro articoli.La parola spread è ormai sulla bocca degli italiani da qualche anno a questa parte, ma non sempre è chiaro di cosa si tratti. Quindi, cominciamo dicendo che per spread si intende il differenziale di rendimento fra due titoli: in questo caso, il differenziale di rendimento fra Btp e Bund, rispettivamente i titoli di Stato italiani e tedeschi. Il motivo per cui si prende a riferimento il decennale tedesco sta nel fatto che tale titolo viene considerato un esempio di strumento senza rischi. Pertanto, più il prezzo dei nostri titoli (di fatto un prestito che i risparmiatori fanno allo Stato) scenderà rispetto ai loro omologhi tedeschi e più basso sarà il loro valore sul mercato. Quindi, per invogliare i risparmiatori a comprare titoli che valgono meno (e dunque più rischiosi), lo Stato dovrà offrire maggiori rendimenti, indebitandosi ancora di più. L'agenzia Moody's tha tagliato nella notte il rating dell'Italia a Baa3 da Baa2 con outlook stabile. La decisione è legata a un «cambio concreto della strategia di bilancio, con un deficit significativamente più elevato rispetto alle attese». Alla base della decisione c'è la mancanza di una coerente agenda di riforme per la crescita, e questo implica il prosieguo di una «crescita debole nel medio termine'». Lo afferma la stessa agenzia nella nota, sottolineando che i piani del governo non rappresentano un ''coerente programma di riforme'che può spingere «a mediocre performance della crescita su base sostenuta».Per tutti questi motivi lo spread oscilla. Il motivo per cui si assiste all'innalzamento di questo indicatore è legato dunque al rischio creditizio del Paese, ossia al timore che gli investitori hanno di non veder ripagato il proprio investimento nel debito pubblico italiano. «Negli ultimi giorni lo spread ha risentito del braccio di ferro tra Italia ed Europa e la volatilità potrebbe avere oscillazioni ancora maggiori di quelle fin qui registrate», spiega alla Verità Francesco Pilotti, responsabile ufficio studi di Soldiexpert scf, società di consulenza indipendente. La domanda che si pongono tutti appare dunque chiara: è possibile investire nelle care vecchie obbligazioni senza incorrere nelle oscillazioni dello spread italo-tedesco? «La maggior parte degli operatori fugge dal rischio e cerca di liquidare le posizioni che tendono a far oscillare maggiormente il valore del loro portafoglio», spiega Pilotti. Ma in realtà il modo esiste, eccome. La soluzione è «operare sempre sull'obbligazionario ma con titoli che non risentono delle oscillazioni dello spread: si tratta di titoli che hanno sottostanti in dollari statunitensi, in franchi svizzeri e in yen giapponesi», dice. Attenzione, però. Ciò non significa che questi titoli siano esenti da rischi. «Un eventuale investimento in queste attività può comportare perdite dal punto di vista valutario. Inoltre è da considerare anche il rischio di un eventuale rialzo dei tassi di interesse, un tema piuttosto caldo soprattutto negli Stati Uniti dove, in queste settimane i rendimenti obbligazionari americani hanno superato anche il 3,2% proprio per il timore di un incremento dei tassi».«In un contesto di elevata incertezza politica come quello che sta vivendo oggi l'Italia», dice alla Verità Gianluca D'Alessio, responsabile di Fia asset management, «sarebbe opportuno diversificare geograficamente il portafoglio obbligazionario, investendo nei titoli di Paesi politicamente più stabili esposti al rischio di default: fra questi, oltre ai soliti Germania e Stati Uniti, vi sono i Paesi del Nord Europa», sottolinea. «Dal momento che molte di queste strategie non sono facilmente accessibili al segmento retail (quello dei risparmiatori più comuni e che non riguarda gli investitori professionali, ndr), il consiglio rimane quello di affidarsi a gestori seri ed esperti, approfittando dei numerosi fondi ed Etf a disposizione dell'investitore medio, con bassi costi di gestione e di transazione».Il punto, però, non è solo cosa comprare, ma anche l'approccio da seguire per continuare a dormire sonni tranquilli. «Per ridurre al massimo i rischi», dice D'Alessio, «è sconsigliabile adottare un approccio “buy and hold" (compra e attendi, ndr), soprattutto su titoli con scadenze lunghe, i quali sono maggiormente sensibili a un rialzo dello spread. Una soluzione potrebbe essere quella di prediligere titoli obbligazionari garantiti (almeno parzialmente) da un altro asset: in questo caso parliamo di asset backed securities», spiega. «Un altro espediente potrebbe essere quello di investire in titoli a tasso variabile, in modo da proteggere il titolo da variazioni nel rating creditizio dell'emittente».Senza incorrere in eccessivi tecnicismi, basti dunque sapere che le obbligazioni governative italiane sono diventate molto volatili, quindi l'approccio da cassettista non può andare più bene. Del resto, non è un caso se sul mercato siano giunti molti prodotti tra fondi ed Etf che hanno proprio questo scopo: limitare il più possibile l'effetto ottovolante dello spread Btp Bund. Ci sono i fondi di Amundi, Ishares, Lyxor oppure, per chi non riesce a dire di no al reddito fisso governativo, le obbligazioni danesi e svedesi. Certo, nulla a che vedere con i rendimenti azionari. 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Per tracciare un quadro, spiega Attilio Capella, operatore esperto del mercato obbligazionario di Cfo sim, «l'analisi storica non ci è di grande aiuto, questo in considerazione principalmente degli interventi straordinari e in particolar modo del programma Cspp (Corporate sector purchase program), parte del quantitative easing attuato dalla Bce. Quindi», prosegue Capella, «è preferibile prendere in considerazione questi ultimi pochi mesi, che hanno visto l'acuirsi del rischio Italia a partire da maggio con l'insediamento dell'attuale governo». Nello studio realizzato per La Verità, Capella ha preso in esame l'andamento dei rendimenti di alcuni tra i più importanti corporate bond italiani - Telecom Italia, Eni, Enel, Atlantia ed Esselunga - in relazione all'andamento dello spread, a partire dall'insediamento del nuovo governo e passando dal giorno in cui è stata annunciata dalla maggioranza l'intenzione di portare il rapporto deficit Pil al 2,4%, fino a tracciare un quadro ipotetico dei rendimenti nel caso in cui lo spread toccasse quota 400. Come spiega Capella «i corporate bond da noi analizzati subirebbero in negativo lo spread Btp/Bund a quota 400 punti base, seppur in maniera diversificata. È da considerare che il rischio Paese deve venire associato a quello del singolo emittente, questo tenendo conto del settore di appartenenza e di quanto incide il business della società emittente nel contesto italiano. Ulteriori considerazioni tengono conto delle diverse situazioni, dalle aste 5G per Telecom Italia alla gestione del crollo del ponte Morandi di Genova per Atlantia, incidendo sulla crescita del margine di interesse da riconoscere e che si andrà a sommare all'allargamento visto in questi ultimi mesi per effetto del rischio Italia, mentre emittenti appartenenti a settori ritenuti più difensivi, vedi Esselunga, o di qualità come Eni hanno assorbito l'allargamento dello spread verificatosi sui titoli governativi». Ciò premesso, per gli investitori obbligazionari «il terreno è pieno di insidie e mine, perché ad agitare i mari non ci sono solo la situazione italiana e lo spread in salita, ma anche un rialzo quasi generalizzato dei tassi d'interesse. E questo significa un calo dei prezzi», sottolinea Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf. «In questo momento storico le imprese vengono considerate più affidabili degli Stati; per fare un esempio, da maggio, mentre il Btp con scadenza 2023 ha perso quasi il 9% il bond emesso da Esselunga con la stessa scadenza è rimasto invariato. Il titolo di Stato oggi rende il 2,51% annuo mentre l'obbligazione Esselunga di uguale scadenza lo 0,64%. I titoli obbligazionari meno toccati dallo spread sono ora quindi quelli sui quali lo Stato italiano ha meno influenza diretta e che operano in settori non troppo a rischio contagio finanziario. E sono anche quelli più resilienti in caso di recessione. Inutile dire che il rendimento offerto da questi “rifugi sicuri" può essere però negativo, come per esempio accade con le obbligazioni della Nestlé che pagano di fatto un rendimento negativo. E questo senza contare l'effetto inflazione». In ogni caso, come nota Fabrizio Fiorini, responsabile investimenti e vicedirettore generale di Ubi Pramerica, «l'eventuale allargamento dello spread rappresenta un problema soprattutto per i titoli di banche e assicurazioni: le banche sono poi i canali di trasmissione sull'economia reale, quindi ci troviamo in una situazione in cui la tensione sugli istituti produce meno credito per il consumo e un credito più costoso per quanto riguarda le aziende. In questo contesto queste ultime, se decidono di sbarcare sul mercato secondario con un'emissione obbligazionaria, sono costrette a ragionare sullo spread: il rischio creditizio va aggiunto a quello della nazione. Quindi lo spread che si allarga non ha vincitori, ma solo perdenti: tra questi le banche sono chiaramente quelle più in difficoltà, seguite dalle assicurazioni». Per Fiorini, «se l'allargamento dello spread si ferma il problema resta confinato all'Italia, ma se il differenziale continua a crescere i problemi si diffonderanno anche altrove. La Spagna e alcuni altri Paesi hanno resistito finora perché il mercato ha percepito questa dinamica come locale, ma se dovesse peggiorare si creerebbe una situazione di sofferenza anche per gli altri titoli di debito corporate: tra questi gli high yield soffrirebbero più di tutti gli altri, perché a quel punto verrebbero percepiti come asset rischiosi nel comparto obbligazionario. Se lo spread dovesse salire l'effetto sarebbe quello di un sasso gettato in un lago che crea cerchi concentrici nell'acqua: il problema più grosso è nel punto dove cade il sasso, ma via via che ci si allontana un impatto, anche se minore, si verifica comunque. E se si continuano a gettare sassi sempre più grossi, le onde aumentano e finiscono non solo per arrivare più lontano, ma anche per impattare maggiormente su ciò che è vicino». Chiara Merico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spread-verso-400-al-riparo-con-yen-dollari-oppure-titoli-a-scadenza-breve-2613630402.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="alberto-borgia-niente-effetto-sui-mutui-attenzione-ai-fidi" data-post-id="2613630402" data-published-at="1766297584" data-use-pagination="False"> Alberto Borgia: «Niente effetto sui mutui, attenzione ai fidi» Lo spread ha sfondato la soglia dei 300 punti. Ora si attendono le mosse della Commissione europea contro la legge di bilancio. La Verità ne ha parlato con Alberto Borgia, presidente di Aiaf, l'Associazione italiana per l'analisi finanziaria. Lo spread salirà ancora oppure scenderà? «Ritengo che lo spread rimarrà stabile fino alla discussione della manovra sul tavolo europeo (e potrebbe esserlo fino alle elezioni europee). Lo spread in seguito potrà subire degli scossoni se il totale delle spese (come ad esempio quelle relative agli investimenti, al reddito di cittadinanza, alle pensioni, eccetera) non avrà una controparte nelle entrate e nella garanzia che il debito venga successivamente ripagato. Il livello potrà subire delle oscillazioni dovute anche ai tassi a cui gli investitori, privati e i grandi fondi, saranno disposti a comprare il debito pubblico in futuro». Quali gli effetti per l'Italia come Paese e come mercato? «Mi aspetterei che dopo tanti anni ci sia una politica per l'industria che consenta il ripristino di nuove realtà produttive basate in Italia. Oltre alla certezza del diritto o degli incassi, è necessario che le realtà produttive possano poter pagare il denaro con gli stessi tassi applicati ai loro concorrenti. Se lo spread restasse a livelli elevati, le realtà italiane indebitate pagherebbero rispetto ai concorrenti circa 2 punti in più, subendo quindi una penalizzazione nella concorrenza. Lo spread quindi è una variabile importante nel momento in cui si decide un investimento a debito: questo, oltre a incidere sulla permanenza di imprese italiane sul nostro territorio, può scoraggiare investitori stranieri dall'operare in Italia. Una vera politica industriale in Italia manca purtroppo da parecchi decenni». Fino a oggi quali sono stati gli effetti per i risparmiatori? «Se si parla di risparmiatori che si sono affidati a gestioni o a prodotti professionali, gli effetti sono stati assorbiti, sapendo che in queste situazioni “cash is the king", ossia che la liquidità in queste situazioni premia. Vi sono stati però recenti fatti isolati - come la questione degli aumenti di capitale iper diluitivi delle banche o la questione relativa alle concessionarie infrastrutturali - che hanno obiettivamente determinato per il risparmiatore situazioni di forte disagio e perdita. Per quanto riguarda il risparmiatore comune che si muove in autonomia sui mercati, è paradossalmente difficile capire quali sono stati gli effetti, tenendo presente che chi si è affidato a prodotti strutturati di risparmio gestito ha probabilmente optato per strumenti con un'esposizione diversificata sui mercati esteri e non per il debito pubblico italiano. Il debito pubblico italiano, infatti, al 30 maggio 2018 era detenuto per il 32% da stranieri, per il 27% dalle banche, per il 16% dalla Banca d'Italia, per il 19% da fondi e assicurazioni e solamente per il 6% da italiani privati». C'è davvero stato un aumento del costo dei mutui? «Per quanto riguarda i mutui a tasso fisso, ovviamente no. In linea generale comunque la variazione dei tassi avviene su base trimestrale, quindi è probabile che la ricaduta della situazione attuale si avrà a partire tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019. A parte la questione dei mutui, ci sembra che la manovra, non toccando la tassazione sulla prima casa, possa consentire uno sviluppo del mercato immobiliare nel prossimo futuro». Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spread-verso-400-al-riparo-con-yen-dollari-oppure-titoli-a-scadenza-breve-2613630402.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-borsa-spunta-il-listino-per-chi-scommette-contro-le-azioni-tricolori" data-post-id="2613630402" data-published-at="1766297584" data-use-pagination="False"> In Borsa spunta il listino per chi scommette contro le azioni tricolori L'aumento dello spread ha creato allarme: tuttavia non mancano le occasioni per trovare rendimenti, specie per gli operatori più esperti. Come spiega Michele Morra, portfolio manager di Moneyfarm, «la manovra del governo è sicuramente un'operazione rischiosa dal punto di vista finanziario. Gli investitori, tuttavia, dovrebbero affrontare la questione con un'ottica di lungo termine, perché il problema del debito pubblico italiano non è certo una novità». Secondo Morra, «l'attuale situazione, con la volatilità che ne è derivata sia sul comparto obbligazionario, sia sul Ftse mib, ricorda quanto sia sconsigliabile concentrare eccessivamente gli investimenti su strumenti finanziari italiani. I portafogli costruiti in ottica di diversificazione globale hanno dimostrato di reagire piuttosto bene rispetto a quelli con eccessiva concentrazione sull'Italia, quando sia Piazza Affari sia il comparto obbligazionario sono stati soggetti a turbolenze». Inoltre, sottolinea il gestore, «non aiuta certo il fatto che in Italia ci sia la tendenza a utilizzare la leva fiscale per orientare il risparmio verso investimenti locali. Ci aveva pensato lo scorso governo con i Pir e ora sembra volerci provare anche il nuovo esecutivo con i Cir. Crediamo sia un approccio sbagliato: i cittadini contribuiscono già con le tasse a ripagare il debito. Orientare il risparmio verso una concentrazione sul rischio Italia non sembra giustificato e la volatilità conferma questa visione». Secondo Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf, «come società di consulenza finanziaria indipendente preferiamo giocare in difesa nei momenti di tensione e già nelle scorse settimane avevamo consigliato ai nostri clienti di alleggerire soprattutto l'azionario Italia, come di essere sottoinvestiti su azioni e obbligazioni anche extra Italia. E riguardo ai titoli di Stato italiani, i rendimenti offerti per il rischio incorporato ci sono sempre sembrati troppo bassi; l'anomalia non sono i rendimenti attuali offerti oggi, ma quelli schiacciati per effetto delle misure della Bce degli scorsi anni, che erano assurdi». Tuttavia, a Piazza Affari non mancano strumenti per sfruttare l'ascesa dello spread. Come sottolinea il sito Finanza Operativa, per quanti ritengono che il differenziale possa salire ancora il listino Etfplus di Borsa Italiana «mette a disposizione una serie di Etf che puntano su un ribasso del Btp (e di riflesso su un rialzo del suo rendimento): ad esempio il Lyxor Btp daily short ucits etf - Acc, il Boost Btp 10y 3x short daily, e il Boost Btp 10y 5x short daily etp, questi ultimi due addirittura rispettivamente a leva tripla e quintupla». Alla segnalazione segue comunque un invito a «fare attenzione», poiché «si tratta di prodotti da utilizzare prevalentemente per operazioni limitate all'intraday e dedicati a trader e investitori con un profilo di rischio non basso». Chiara Merico
Dinanzi a tale insipienza strategica, i popoli non rimangono impassibili. Già alla vigilia del vertice dei 27, Politico aveva pubblicato i risultati di un sondaggio, secondo il quale sia in Francia sia in Germania sono aumentati quelli che vorrebbero «ridurre significativamente» il sostegno monetario all’Ucraina. I tedeschi che chiedono tagli drastici sono il 32%, percentuale cui va sommato il 14% di quanti si accontenterebbero di una qualsiasi stretta. Totale: 46%. I transalpini stufi di sborsare, invece, sono il 37% del totale. Per la Bild, l’opinione pubblica di Berlino è ancora più netta sull’opportunità di continuare a inviare armi al fronte: il 58% risponde di no. Infine, una rilevazione di Rtl e Ntv ha appurato che il 75% dei cittadini boccia l’operato del cancelliere Friedrich Merz, principale fautore della poi scongiurata «rapina» dei fondi di Mosca. Non è un caso che, stando almeno alle ricostruzioni del Consiglio Ue proposte da Repubblica, Emmanuel Macron e Giorgia Meloni abbiano motivato le proprie riserve sul piano con la difficoltà di far digerire ai Parlamenti nazionali, quindi agli elettori, una mozza così azzardata. Lo scollamento permanente dalla realtà che caratterizza l’operato della Commissione, a quanto pare, risponde alla filosofia esposta da Sergio Mattarella a proposito del riarmo a tappe forzate: è impopolare, ma è necessario.
La disputa sulle sovvenzioni a Zelensky - e speriamo siano a Zelensky, ovvero al bilancio del Paese aggredito, anziché ai cessi d’oro dei suoi oligarchi corrotti - ha comunque generato pure un’altra forma di divaricazione: quella tra i fatti e le rappresentazioni mediatiche.
I fatti sono questi: Ursula von der Leyen, spalleggiata da Merz, ha subìto l’ennesimo smacco; l’Unione ha ripiegato all’unanimità sugli eurobond, sebbene Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca siano state esentate dagli obblighi contributivi, perché abbandonare i lavori senza alcun accordo, oppure con un accordo a maggioranza qualificata, sarebbe stato drammatico; alla fine, l’Europa si è condannata all’ennesimo salasso. E la rappresentazione?
La Stampa ieri è partita per Plutone: titolava sulla «svolta» del debito comune, descritta addirittura come un «compromesso storico». Il corrispondente da Bruxelles, Marco Bresolin, in verità ha usato toni più sobri, sottolineando la «grande delusione» di chi avrebbe voluto «punire la Russia» e riconoscendo il successo del premier belga, Bart De Wever, ostile all’impiego degli asset; mentre l’inviato, Francesco Malfetano, dava atto alla Meloni di aver pianificato «la sua mossa più efficace». Sul Corriere, il fiasco di Merz si è trasformato in una «vittoria a metà». Repubblica ha borbottato per la «trappola» tesa dal cancelliere e a Ursula. Ma Andrea Bonanni, in un editoriale, ha lodato l’esito «non scontato» del Consiglio. L’Europa, ha scritto, «era chiamata a sostituirsi a Washington per consentire a Kiev di continuare la resistenza contro l’attacco russo. Lo ha fatto. Doveva trovare i soldi. Li ha trovati ricorrendo ancora una volta a un prestito comune, come fece al tempo dell’emergenza Covid». Un trionfo. Le memorie del regimetto pandemico avranno giocato un ruolo, nel convincere le firme di largo Fochetti che, «stavolta», l’Ue abbia «battuto un colpo».
Un colpo dev’essere venuto ai leader continentali. Costoro, compiuto il giro di boa, forse si convinceranno a smetterla di sabotare le trattative. Prova ne sia la sveglia di Macron, che ha avvisato gli omologhi: se fallisce la mediazione Usa, tocca agli europei aprire un canale con Vladimir Putin. Tutto sommato, avere gli asset in ostaggio può servire a scongiurare l’incubo dell’Ue: sparire di scena.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
La soluzione del prestito dunque salva capra e cavoli, ovvero gli interessi di chi ritiene giusto dover alimentare con aiuti e armi la resistenza di Kiev e anche quelli di quanti temevano la reazione russa all’uso dei fondi. Una mediazione soddisfacente per tutti, dunque? Non esattamente, visto che la soluzione escogitata non è affatto gratis. Già: mentre i vertici della Ue si fanno i complimenti per aver raggiunto un’intesa, a non congratularsi dovrebbero essere i cittadini europei, perché l’accordo raggiunto non è gratis, ma graverà ancora una volta sulle tasche dei contribuenti. Lasciate perdere per un momento come e quando l’Ucraina sarà in grado di restituire il prestito che le verrà concesso. Se Kiev fosse un comune cittadino nessuna banca la finanzierebbe, perché agli occhi di qualsiasi istituto di credito non offrirebbe alcuna garanzia di restituzione del mutuo concesso. Per molti anni gli ucraini non saranno in grado di restituire ciò che ricevono. Dunque, i soldi che la Ue si prepara a erogare rischiano di essere a fondo perduto, cioè di non ritornare mai nelle tasche dei legittimi proprietari, cioè noi, perché il prestito non è garantito da Volodymyr Zelensky, in quanto il presidente ucraino non ha nulla da offrire in garanzia, ma dall’Europa, vale a dire da chi nel Vecchio continente paga le tasse.
Lasciate perdere che, con la corruzione che regna nel Paese, parte dei soldi che diamo a Kiev rischia di sparire nelle tasche di una serie di politici e burocrati avidi prima ancora di arrivare a destinazione. E cancelliamo pure dalla memoria le immagini dei cessi d’oro fatti installare dai collaboratori mano lesta del presidente ucraino: rubinetti, bidet, vasca e tutto il resto lo abbiamo pagato noi, con i nostri soldi. Il grande reset della realtà, per come si è fin qui palesata, tuttavia non può cancellare quello che ci aspetta.
Il prestito della Ue, come ogni finanziamento, non è gratis: quando voi fate il mutuo per la casa, oltre a rimborsare mese dopo mese parte del capitale, pagate gli interessi. Ma in questo caso il tasso non sarà a carico di chi riceve i soldi, come sempre capita, ma - udite, udite - di chi li garantisce, ovvero noi. Politico, sito indipendente, ha calcolato che ogni anno la Ue sarà costretta a sborsare circa 3 miliardi di interessi, non proprio noccioline. Chi pagherà? È ovvio: non sarà lo Spirito Santo, ma ancora noi. Dividendo la cifra per il numero di abitanti all’interno della Ue si capisce che ogni cittadino dovrà mettere mano al portafogli per 220 euro, neonati e minorenni inclusi. Se poi l’aliquota la si vuol applicare sopra una certa soglia di età, si arriva a 300.
Ecco, la pace sia con voi la pagheremo cara e probabilmente pagheremo cari anche i 90 miliardi concessi all’Ucraina, perché quasi certamente Kiev non li restituirà mai e toccherà a noi, intesi come Ue, farcene carico. Piccola noticina: com’è che, quando servivano soldi per rilanciare l’economia e i salari, Bruxelles era contraria e adesso, se c’è da far debito per sostenere l’Ucraina, invece è favorevole? Il mistero delle scelte Ue continua. Ma soprattutto, si capisce che alla base di ogni decisione, a differenza di ciò che ci hanno raccontato per anni, non ci sono motivazioni economiche, ma solo politiche.
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Kirill Budanov (Ansa)
Sicuramente nei potenziali colloqui è prevista la partecipazione americana, ma potrebbero aggiungersi anche gli europei, visto che si trovano sul suolo americano. Il presidente ucraino, nell’annunciare questa opportunità, ha dichiarato che Washington «ha proposto il seguente formato: Ucraina, America, Russia e, dato che ci sono rappresentanti dell’Europa, probabilmente anche l’Europa». E in tal caso a prendere parte sarebbero i consiglieri per la sicurezza nazionale. Pare però che la decisione finale spetti a Zelensky: sarà l’Ucraina a stabilire la configurazione della riunione in base all’esito dell’incontro di venerdì tra i negoziatori americani, la delegazione ucraina e quella europea. E per questo il presidente ucraino, che si mostra già scettico, ha comunicato che ne parlerà con Rustem Umerov. D’altronde, Zelensky ha spiegato che deve ancora essere aggiornato sui risultati raggiunti a Miami: «Il nostro team si metterà in contatto con me: mi comunicheranno l’esito del primo blocco di dialogo e poi capiremo cosa fare». Poco dopo ha riferito che la proposta americana potrebbe essere accettata qualora faciliti lo scambio di prigionieri e sia il preludio di un incontro «tra i leader». Ha poi avvertito che Washington deve chiarire «se c’è una via diplomatica», altrimenti, in caso contrario «ci sarà una pressione totale» su Mosca.
Ma prima dell’eventuale trilaterale o quadrilaterale, ieri l’inviato americano, Steve Witkoff, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, e il segretario di Stato americano, Marco Rubio, la cui presenza però, quando siamo andati in stampa, non era ancora confermata, si sono incontrati a Miami con la delegazione russa guidata da Kirill Dmitriev. L’inviato del presidente russo, Vladimir Putin, prima dei colloqui, ha condiviso su X un video girato durante la precedente missione in Florida, scrivendo: «In viaggio per Miami. Mentre i guerrafondai continuano a fare gli straordinari per indebolire il piano di pace degli Stati Uniti per l’Ucraina, mi sono ricordato di questo video della mia precedente visita. La luce che irrompe attraverso le nuvole temporalesche». Più tardi, mentre era in viaggio verso la Florida, ha aggiunto che la Russia è «pronta a collaborare con gli Stati Uniti nell’Artico».
Ma oltre agli interessi già noti in quell’area, Mosca avrebbe altri obiettivi. In una versione che stride con la visione della Casa Bianca, sei fonti vicine all’intelligence americana hanno infatti rivelato a Reuters che la Russia mira a conquistare tutta l’Ucraina e i Paesi dell’ex Unione sovietica. Il membro democratico della Commissione intelligence della Camera, Mike Quigley, interpellato dall’agenzia britannica, ha dichiarato: «Le informazioni di intelligence hanno sempre indicato che Putin vuole di più. Gli europei ne sono convinti. I polacchi ne sono assolutamente convinti. I baltici pensano di essere i primi». Che tra i target russi ci siano gli Stati baltici ne è certo anche il capo del servizio segreto militare ucraino, Kirill Budanov. In un’intervista rilasciata a LB.ua. ha annunciato che «il piano originale» di Mosca prevedeva «di iniziare le operazioni» di conquista «nel 2030», ma «ora i piani sono stati modificati e rivisti per anticipare la tempistica al 2027».
Guardando invece al presente, l’apertura dello zar russo a un cessate il fuoco in Ucraina qualora si tenessero le elezioni non è stata apprezzata dal leader di Kiev. Zelensky ha detto che «non spetta a Putin decidere quando e in quale forma si terranno le elezioni in Ucraina». Tuttavia, ha già comunicato che il ministero degli Esteri è al lavoro per organizzare il voto all’estero. Immediata è stata la risposta del Cremlino, con il suo portavoce Dmitry Peskov che ha bollato Zelensky come «confuso» e «contradditorio» dato che ha già chiesto il sostegno americano proprio per garantire che le eventuali elezioni si svolgano in sicurezza.
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Ansa
Il terreno era stato preparato a colpi di retorica. Gli slogan degli attivisti: «Il governo Meloni cerca di piegare questa città, medaglia d’oro per la resistenza». Torino «è partigiana e si è sempre schierata». E ancora: «In piazza ci sono giovani, famiglie e persone che si riconoscono in un progetto collettivo». Parole. Poi arrivano i fatti. Quando il corteo imbocca corso Regina Margherita, qualcosa cambia. All’angolo con via Vanchiglia il corteo, con un passaggio secco, muta pelle. Spuntano i caschi, le sciarpe salgono sul volto. Il manuale della piazza antagonista, quello che dimostra che gli scontri non sono un incidente di percorso ma il percorso, viene applicato alla lettera. Nel corteo c’è anche la pasionaria No Tav Nicoletta Dosio. Rivendica una storia che parte dal 1999 e assicura che quella «resistenza» continuerà. Richiama la presenza dei «nuovi vecchi partigiani», citando Prosperina «Lisetta» Vallet, la cui gigantografia in bianco e nero posta sul furgone di apertura del corteo era stata rimossa dallo stabile di Askatasuna, «perché anche le immagini fanno paura ai fascismi». Gli organizzatori rivendicano al microfono 10.000 presenze (circa 3.000 sono quelle stimate dalla questura). Dagli altoparlanti parte un messaggio di solidarietà del fumettista Zerocalcare: «Non immagino Torino senza Askatasuna e spero che questo non accadrà mai». Ma ci sono anche volti istituzionali. Il segretario della Cgil Piemonte, Giorgio Airaudo, tra i garanti del patto saltato con il Comune sull’edificio di corso Regina Margherita 47, quello occupato da Askatasuna, dice di pensare «che il Comune deve riprendere quella strada, che è una strada di dialogo». Parla di «mediazione sociale». Pochi minuti dopo è il caos. Seguito dalle lacrime di coccodrillo. «Desideriamo condannare con fermezza gli episodi di violenza che si sono verificati durante il corteo di oggi, esprimendo solidarietà e vicinanza alle forze dell’ordine coinvolte nei disordini, chiamate ad operare in un contesto molto complesso e delicato, ai commercianti e a tutte le cittadine e i cittadini che hanno vissuto disagi, peraltro a pochi giorni dal Natale», dice il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (nella cui giunta c’è un assessore di Alleanza dei Verdi e Sinistra, Jacopo Rosatelli, che ha preso parte al corteo). Ormai viene bollato come un «infame» dai manifestanti ai quali nei mesi scorsi aveva strizzato l’occhio. Dopo gli scontri, quando è tornata la calma, un gruppetto di attivisti ha proiettato sui palazzo di piazza Vittorio Veneto le scritte «Sbirri di m.... Aska libero». Poi: «Meloni dimissioni». E infine: «Sindaco Lo Russo servo infame». A riportare la questione sul binario è il segretario del sindacato di polizia Coisp Domenico Pianese: «A Torino siamo di fronte alla pretesa di imporre l’illegalità come metodo politico e di dichiarare guerra allo Stato». Mentre la sinistra, quella che aveva tollerato il patto con gli attivisti del centro sociale, e i sindacati restano in silenzio. Dai vertici del centrodestra, invece, la condanna è dura. Matteo Salvini: «Da una parte donne e uomini in divisa, che difendono la legalità, dall’altra i soliti violenti, figli di papà frustrati e falliti, che hanno mandato sette (poi diventati nove, ndr) agenti all’ospedale. Lo sgombero di Askatasuna è solo l’inizio, ruspe sui centri sociali covi di delinquenti». Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, punta il dito: «La sinistra dovrebbe vergognarsi. Ha dimostrato ancora una volta di non avere senso delle istituzioni, sfilando al corteo con chi oltraggia ogni giorno lo Stato e i suoi rappresentanti». Per Antonio Tajani «è la dimostrazione» che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (che in serata ha telefonato al capo della polizia Vittorio Pisani per informarsi sulle condizioni degli agenti feriti a Torino) «ha fatto bene». Poi ha aggiunto: «Se il centro sociale diventa il luogo dove si organizzano gli attacchi alle forze dell’ordine è giusto che il governo abbia preso una decisione ferma, non c’è libertà senza legalità». Perfino il leader di Azione Carlo Calenda usa toni pesanti: «Askatasuna è un gruppo violento e intollerante che è stato per troppo tempo tollerato. Vanno sciolti e perseguiti se compiono reati».
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