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2018-10-20
Moody's declassa l'Italia. Come fare investimenti con questo spread
La parola spread è ormai sulla bocca degli italiani da qualche anno a questa parte, ma non sempre è chiaro di cosa si tratti. Quindi, cominciamo dicendo che per spread si intende il differenziale di rendimento fra due titoli: in questo caso, il differenziale di rendimento fra Btp e Bund, rispettivamente i titoli di Stato italiani e tedeschi. Il motivo per cui si prende a riferimento il decennale tedesco sta nel fatto che tale titolo viene considerato un esempio di strumento senza rischi. Pertanto, più il prezzo dei nostri titoli (di fatto un prestito che i risparmiatori fanno allo Stato) scenderà rispetto ai loro omologhi tedeschi e più basso sarà il loro valore sul mercato. Quindi, per invogliare i risparmiatori a comprare titoli che valgono meno (e dunque più rischiosi), lo Stato dovrà offrire maggiori rendimenti, indebitandosi ancora di più.
L'agenzia Moody's tha tagliato nella notte il rating dell'Italia a Baa3 da Baa2 con outlook stabile. La decisione è legata a un «cambio concreto della strategia di bilancio, con un deficit significativamente più elevato rispetto alle attese». Alla base della decisione c'è la mancanza di una coerente agenda di riforme per la crescita, e questo implica il prosieguo di una «crescita debole nel medio termine'». Lo afferma la stessa agenzia nella nota, sottolineando che i piani del governo non rappresentano un ''coerente programma di riforme'che può spingere «a mediocre performance della crescita su base sostenuta».
Per tutti questi motivi lo spread oscilla. Il motivo per cui si assiste all'innalzamento di questo indicatore è legato dunque al rischio creditizio del Paese, ossia al timore che gli investitori hanno di non veder ripagato il proprio investimento nel debito pubblico italiano.
«Negli ultimi giorni lo spread ha risentito del braccio di ferro tra Italia ed Europa e la volatilità potrebbe avere oscillazioni ancora maggiori di quelle fin qui registrate», spiega alla Verità Francesco Pilotti, responsabile ufficio studi di Soldiexpert scf, società di consulenza indipendente.
La domanda che si pongono tutti appare dunque chiara: è possibile investire nelle care vecchie obbligazioni senza incorrere nelle oscillazioni dello spread italo-tedesco? «La maggior parte degli operatori fugge dal rischio e cerca di liquidare le posizioni che tendono a far oscillare maggiormente il valore del loro portafoglio», spiega Pilotti. Ma in realtà il modo esiste, eccome.
La soluzione è «operare sempre sull'obbligazionario ma con titoli che non risentono delle oscillazioni dello spread: si tratta di titoli che hanno sottostanti in dollari statunitensi, in franchi svizzeri e in yen giapponesi», dice. Attenzione, però. Ciò non significa che questi titoli siano esenti da rischi. «Un eventuale investimento in queste attività può comportare perdite dal punto di vista valutario. Inoltre è da considerare anche il rischio di un eventuale rialzo dei tassi di interesse, un tema piuttosto caldo soprattutto negli Stati Uniti dove, in queste settimane i rendimenti obbligazionari americani hanno superato anche il 3,2% proprio per il timore di un incremento dei tassi».
«In un contesto di elevata incertezza politica come quello che sta vivendo oggi l'Italia», dice alla Verità Gianluca D'Alessio, responsabile di Fia asset management, «sarebbe opportuno diversificare geograficamente il portafoglio obbligazionario, investendo nei titoli di Paesi politicamente più stabili esposti al rischio di default: fra questi, oltre ai soliti Germania e Stati Uniti, vi sono i Paesi del Nord Europa», sottolinea. «Dal momento che molte di queste strategie non sono facilmente accessibili al segmento retail (quello dei risparmiatori più comuni e che non riguarda gli investitori professionali, ndr), il consiglio rimane quello di affidarsi a gestori seri ed esperti, approfittando dei numerosi fondi ed Etf a disposizione dell'investitore medio, con bassi costi di gestione e di transazione».
Il punto, però, non è solo cosa comprare, ma anche l'approccio da seguire per continuare a dormire sonni tranquilli. «Per ridurre al massimo i rischi», dice D'Alessio, «è sconsigliabile adottare un approccio “buy and hold" (compra e attendi, ndr), soprattutto su titoli con scadenze lunghe, i quali sono maggiormente sensibili a un rialzo dello spread. Una soluzione potrebbe essere quella di prediligere titoli obbligazionari garantiti (almeno parzialmente) da un altro asset: in questo caso parliamo di asset backed securities», spiega. «Un altro espediente potrebbe essere quello di investire in titoli a tasso variabile, in modo da proteggere il titolo da variazioni nel rating creditizio dell'emittente».
Senza incorrere in eccessivi tecnicismi, basti dunque sapere che le obbligazioni governative italiane sono diventate molto volatili, quindi l'approccio da cassettista non può andare più bene. Del resto, non è un caso se sul mercato siano giunti molti prodotti tra fondi ed Etf che hanno proprio questo scopo: limitare il più possibile l'effetto ottovolante dello spread Btp Bund. Ci sono i fondi di Amundi, Ishares, Lyxor oppure, per chi non riesce a dire di no al reddito fisso governativo, le obbligazioni danesi e svedesi. Certo, nulla a che vedere con i rendimenti azionari. Ma si tratta in tutti i casi di prodotti stabili e che nella peggiore delle ipotesi cedono qualche punto percentuale.
Gianluca Baldini
INFOGRAFICA
I bond delle aziende sono più stabili ma garantiscono rendimenti minori
Cosa succederebbe ai Bond corporate italiani se lo spread - il differenziale di rendimento tra Btp decennali e Bund tedeschi - dovesse continuare a salire, arrivando a toccare quota 400? Per tracciare un quadro, spiega Attilio Capella, operatore esperto del mercato obbligazionario di Cfo sim, «l'analisi storica non ci è di grande aiuto, questo in considerazione principalmente degli interventi straordinari e in particolar modo del programma Cspp (Corporate sector purchase program), parte del quantitative easing attuato dalla Bce. Quindi», prosegue Capella, «è preferibile prendere in considerazione questi ultimi pochi mesi, che hanno visto l'acuirsi del rischio Italia a partire da maggio con l'insediamento dell'attuale governo».
Nello studio realizzato per La Verità, Capella ha preso in esame l'andamento dei rendimenti di alcuni tra i più importanti corporate bond italiani - Telecom Italia, Eni, Enel, Atlantia ed Esselunga - in relazione all'andamento dello spread, a partire dall'insediamento del nuovo governo e passando dal giorno in cui è stata annunciata dalla maggioranza l'intenzione di portare il rapporto deficit Pil al 2,4%, fino a tracciare un quadro ipotetico dei rendimenti nel caso in cui lo spread toccasse quota 400. Come spiega Capella «i corporate bond da noi analizzati subirebbero in negativo lo spread Btp/Bund a quota 400 punti base, seppur in maniera diversificata. È da considerare che il rischio Paese deve venire associato a quello del singolo emittente, questo tenendo conto del settore di appartenenza e di quanto incide il business della società emittente nel contesto italiano. Ulteriori considerazioni tengono conto delle diverse situazioni, dalle aste 5G per Telecom Italia alla gestione del crollo del ponte Morandi di Genova per Atlantia, incidendo sulla crescita del margine di interesse da riconoscere e che si andrà a sommare all'allargamento visto in questi ultimi mesi per effetto del rischio Italia, mentre emittenti appartenenti a settori ritenuti più difensivi, vedi Esselunga, o di qualità come Eni hanno assorbito l'allargamento dello spread verificatosi sui titoli governativi».
Ciò premesso, per gli investitori obbligazionari «il terreno è pieno di insidie e mine, perché ad agitare i mari non ci sono solo la situazione italiana e lo spread in salita, ma anche un rialzo quasi generalizzato dei tassi d'interesse. E questo significa un calo dei prezzi», sottolinea Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf. «In questo momento storico le imprese vengono considerate più affidabili degli Stati; per fare un esempio, da maggio, mentre il Btp con scadenza 2023 ha perso quasi il 9% il bond emesso da Esselunga con la stessa scadenza è rimasto invariato. Il titolo di Stato oggi rende il 2,51% annuo mentre l'obbligazione Esselunga di uguale scadenza lo 0,64%. I titoli obbligazionari meno toccati dallo spread sono ora quindi quelli sui quali lo Stato italiano ha meno influenza diretta e che operano in settori non troppo a rischio contagio finanziario. E sono anche quelli più resilienti in caso di recessione. Inutile dire che il rendimento offerto da questi “rifugi sicuri" può essere però negativo, come per esempio accade con le obbligazioni della Nestlé che pagano di fatto un rendimento negativo. E questo senza contare l'effetto inflazione».
In ogni caso, come nota Fabrizio Fiorini, responsabile investimenti e vicedirettore generale di Ubi Pramerica, «l'eventuale allargamento dello spread rappresenta un problema soprattutto per i titoli di banche e assicurazioni: le banche sono poi i canali di trasmissione sull'economia reale, quindi ci troviamo in una situazione in cui la tensione sugli istituti produce meno credito per il consumo e un credito più costoso per quanto riguarda le aziende. In questo contesto queste ultime, se decidono di sbarcare sul mercato secondario con un'emissione obbligazionaria, sono costrette a ragionare sullo spread: il rischio creditizio va aggiunto a quello della nazione. Quindi lo spread che si allarga non ha vincitori, ma solo perdenti: tra questi le banche sono chiaramente quelle più in difficoltà, seguite dalle assicurazioni».
Per Fiorini, «se l'allargamento dello spread si ferma il problema resta confinato all'Italia, ma se il differenziale continua a crescere i problemi si diffonderanno anche altrove. La Spagna e alcuni altri Paesi hanno resistito finora perché il mercato ha percepito questa dinamica come locale, ma se dovesse peggiorare si creerebbe una situazione di sofferenza anche per gli altri titoli di debito corporate: tra questi gli high yield soffrirebbero più di tutti gli altri, perché a quel punto verrebbero percepiti come asset rischiosi nel comparto obbligazionario. Se lo spread dovesse salire l'effetto sarebbe quello di un sasso gettato in un lago che crea cerchi concentrici nell'acqua: il problema più grosso è nel punto dove cade il sasso, ma via via che ci si allontana un impatto, anche se minore, si verifica comunque. E se si continuano a gettare sassi sempre più grossi, le onde aumentano e finiscono non solo per arrivare più lontano, ma anche per impattare maggiormente su ciò che è vicino».
Chiara Merico
Alberto Borgia: «Niente effetto sui mutui, attenzione ai fidi»
Lo spread ha sfondato la soglia dei 300 punti. Ora si attendono le mosse della Commissione europea contro la legge di bilancio. La Verità ne ha parlato con Alberto Borgia, presidente di Aiaf, l'Associazione italiana per l'analisi finanziaria.
Lo spread salirà ancora oppure scenderà?
«Ritengo che lo spread rimarrà stabile fino alla discussione della manovra sul tavolo europeo (e potrebbe esserlo fino alle elezioni europee). Lo spread in seguito potrà subire degli scossoni se il totale delle spese (come ad esempio quelle relative agli investimenti, al reddito di cittadinanza, alle pensioni, eccetera) non avrà una controparte nelle entrate e nella garanzia che il debito venga successivamente ripagato. Il livello potrà subire delle oscillazioni dovute anche ai tassi a cui gli investitori, privati e i grandi fondi, saranno disposti a comprare il debito pubblico in futuro».
Quali gli effetti per l'Italia come Paese e come mercato?
«Mi aspetterei che dopo tanti anni ci sia una politica per l'industria che consenta il ripristino di nuove realtà produttive basate in Italia. Oltre alla certezza del diritto o degli incassi, è necessario che le realtà produttive possano poter pagare il denaro con gli stessi tassi applicati ai loro concorrenti. Se lo spread restasse a livelli elevati, le realtà italiane indebitate pagherebbero rispetto ai concorrenti circa 2 punti in più, subendo quindi una penalizzazione nella concorrenza. Lo spread quindi è una variabile importante nel momento in cui si decide un investimento a debito: questo, oltre a incidere sulla permanenza di imprese italiane sul nostro territorio, può scoraggiare investitori stranieri dall'operare in Italia. Una vera politica industriale in Italia manca purtroppo da parecchi decenni».
Fino a oggi quali sono stati gli effetti per i risparmiatori?
«Se si parla di risparmiatori che si sono affidati a gestioni o a prodotti professionali, gli effetti sono stati assorbiti, sapendo che in queste situazioni “cash is the king", ossia che la liquidità in queste situazioni premia. Vi sono stati però recenti fatti isolati - come la questione degli aumenti di capitale iper diluitivi delle banche o la questione relativa alle concessionarie infrastrutturali - che hanno obiettivamente determinato per il risparmiatore situazioni di forte disagio e perdita. Per quanto riguarda il risparmiatore comune che si muove in autonomia sui mercati, è paradossalmente difficile capire quali sono stati gli effetti, tenendo presente che chi si è affidato a prodotti strutturati di risparmio gestito ha probabilmente optato per strumenti con un'esposizione diversificata sui mercati esteri e non per il debito pubblico italiano. Il debito pubblico italiano, infatti, al 30 maggio 2018 era detenuto per il 32% da stranieri, per il 27% dalle banche, per il 16% dalla Banca d'Italia, per il 19% da fondi e assicurazioni e solamente per il 6% da italiani privati».
C'è davvero stato un aumento del costo dei mutui?
«Per quanto riguarda i mutui a tasso fisso, ovviamente no. In linea generale comunque la variazione dei tassi avviene su base trimestrale, quindi è probabile che la ricaduta della situazione attuale si avrà a partire tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019. A parte la questione dei mutui, ci sembra che la manovra, non toccando la tassazione sulla prima casa, possa consentire uno sviluppo del mercato immobiliare nel prossimo futuro».
Gianluca Baldini
In Borsa spunta il listino per chi scommette contro le azioni tricolori
L'aumento dello spread ha creato allarme: tuttavia non mancano le occasioni per trovare rendimenti, specie per gli operatori più esperti. Come spiega Michele Morra, portfolio manager di Moneyfarm, «la manovra del governo è sicuramente un'operazione rischiosa dal punto di vista finanziario. Gli investitori, tuttavia, dovrebbero affrontare la questione con un'ottica di lungo termine, perché il problema del debito pubblico italiano non è certo una novità». Secondo Morra, «l'attuale situazione, con la volatilità che ne è derivata sia sul comparto obbligazionario, sia sul Ftse mib, ricorda quanto sia sconsigliabile concentrare eccessivamente gli investimenti su strumenti finanziari italiani. I portafogli costruiti in ottica di diversificazione globale hanno dimostrato di reagire piuttosto bene rispetto a quelli con eccessiva concentrazione sull'Italia, quando sia Piazza Affari sia il comparto obbligazionario sono stati soggetti a turbolenze». Inoltre, sottolinea il gestore, «non aiuta certo il fatto che in Italia ci sia la tendenza a utilizzare la leva fiscale per orientare il risparmio verso investimenti locali. Ci aveva pensato lo scorso governo con i Pir e ora sembra volerci provare anche il nuovo esecutivo con i Cir. Crediamo sia un approccio sbagliato: i cittadini contribuiscono già con le tasse a ripagare il debito. Orientare il risparmio verso una concentrazione sul rischio Italia non sembra giustificato e la volatilità conferma questa visione».
Secondo Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf, «come società di consulenza finanziaria indipendente preferiamo giocare in difesa nei momenti di tensione e già nelle scorse settimane avevamo consigliato ai nostri clienti di alleggerire soprattutto l'azionario Italia, come di essere sottoinvestiti su azioni e obbligazioni anche extra Italia. E riguardo ai titoli di Stato italiani, i rendimenti offerti per il rischio incorporato ci sono sempre sembrati troppo bassi; l'anomalia non sono i rendimenti attuali offerti oggi, ma quelli schiacciati per effetto delle misure della Bce degli scorsi anni, che erano assurdi».
Tuttavia, a Piazza Affari non mancano strumenti per sfruttare l'ascesa dello spread. Come sottolinea il sito Finanza Operativa, per quanti ritengono che il differenziale possa salire ancora il listino Etfplus di Borsa Italiana «mette a disposizione una serie di Etf che puntano su un ribasso del Btp (e di riflesso su un rialzo del suo rendimento): ad esempio il Lyxor Btp daily short ucits etf - Acc, il Boost Btp 10y 3x short daily, e il Boost Btp 10y 5x short daily etp, questi ultimi due addirittura rispettivamente a leva tripla e quintupla». Alla segnalazione segue comunque un invito a «fare attenzione», poiché «si tratta di prodotti da utilizzare prevalentemente per operazioni limitate all'intraday e dedicati a trader e investitori con un profilo di rischio non basso».
Chiara Merico
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Nella notte l'agenzia di rating abbassa il livello di affidabilità del nostro debito pubblico a Baa3: l'ultimo gradino prima del livello non investment. Spread verso 400? Al riparo con yen, dollari oppure titoli a scadenza breve. Gli esperti: «Ok a prodotti esteri, ma bilanciati per evitare i rischi del cambio». Sì a obbligazioni italiane, però a durata ravvicinata.I bond delle aziende sono più stabili ma garantiscono rendimenti minori. I privati subiscono meno scossoni: vale per Esselunga e per chi opera in settori lontani dallo Stato. Esposte, invece, le banche e le assicurazioni. In caso di differenziale a 400 le rendite di Tim, Enel ed Eni in impennata.Alberto Borgia, presidente di Aiaf: «Niente effetto sui mutui, attenzione ai fidi. Prestiti più cari alle imprese allontanano gli investitori internazionali e spingono a delocalizzare».In Borsa spunta il listino per chi scommette contro le azioni tricolori. Etfplus propone strumenti speculativi dedicati a trader esperti che fanno guadagnare grazie alle difficoltà del Belpaese. Lo speciale comprende quattro articoli.La parola spread è ormai sulla bocca degli italiani da qualche anno a questa parte, ma non sempre è chiaro di cosa si tratti. Quindi, cominciamo dicendo che per spread si intende il differenziale di rendimento fra due titoli: in questo caso, il differenziale di rendimento fra Btp e Bund, rispettivamente i titoli di Stato italiani e tedeschi. Il motivo per cui si prende a riferimento il decennale tedesco sta nel fatto che tale titolo viene considerato un esempio di strumento senza rischi. Pertanto, più il prezzo dei nostri titoli (di fatto un prestito che i risparmiatori fanno allo Stato) scenderà rispetto ai loro omologhi tedeschi e più basso sarà il loro valore sul mercato. Quindi, per invogliare i risparmiatori a comprare titoli che valgono meno (e dunque più rischiosi), lo Stato dovrà offrire maggiori rendimenti, indebitandosi ancora di più. L'agenzia Moody's tha tagliato nella notte il rating dell'Italia a Baa3 da Baa2 con outlook stabile. La decisione è legata a un «cambio concreto della strategia di bilancio, con un deficit significativamente più elevato rispetto alle attese». Alla base della decisione c'è la mancanza di una coerente agenda di riforme per la crescita, e questo implica il prosieguo di una «crescita debole nel medio termine'». Lo afferma la stessa agenzia nella nota, sottolineando che i piani del governo non rappresentano un ''coerente programma di riforme'che può spingere «a mediocre performance della crescita su base sostenuta».Per tutti questi motivi lo spread oscilla. Il motivo per cui si assiste all'innalzamento di questo indicatore è legato dunque al rischio creditizio del Paese, ossia al timore che gli investitori hanno di non veder ripagato il proprio investimento nel debito pubblico italiano. «Negli ultimi giorni lo spread ha risentito del braccio di ferro tra Italia ed Europa e la volatilità potrebbe avere oscillazioni ancora maggiori di quelle fin qui registrate», spiega alla Verità Francesco Pilotti, responsabile ufficio studi di Soldiexpert scf, società di consulenza indipendente. La domanda che si pongono tutti appare dunque chiara: è possibile investire nelle care vecchie obbligazioni senza incorrere nelle oscillazioni dello spread italo-tedesco? «La maggior parte degli operatori fugge dal rischio e cerca di liquidare le posizioni che tendono a far oscillare maggiormente il valore del loro portafoglio», spiega Pilotti. Ma in realtà il modo esiste, eccome. La soluzione è «operare sempre sull'obbligazionario ma con titoli che non risentono delle oscillazioni dello spread: si tratta di titoli che hanno sottostanti in dollari statunitensi, in franchi svizzeri e in yen giapponesi», dice. Attenzione, però. Ciò non significa che questi titoli siano esenti da rischi. «Un eventuale investimento in queste attività può comportare perdite dal punto di vista valutario. Inoltre è da considerare anche il rischio di un eventuale rialzo dei tassi di interesse, un tema piuttosto caldo soprattutto negli Stati Uniti dove, in queste settimane i rendimenti obbligazionari americani hanno superato anche il 3,2% proprio per il timore di un incremento dei tassi».«In un contesto di elevata incertezza politica come quello che sta vivendo oggi l'Italia», dice alla Verità Gianluca D'Alessio, responsabile di Fia asset management, «sarebbe opportuno diversificare geograficamente il portafoglio obbligazionario, investendo nei titoli di Paesi politicamente più stabili esposti al rischio di default: fra questi, oltre ai soliti Germania e Stati Uniti, vi sono i Paesi del Nord Europa», sottolinea. «Dal momento che molte di queste strategie non sono facilmente accessibili al segmento retail (quello dei risparmiatori più comuni e che non riguarda gli investitori professionali, ndr), il consiglio rimane quello di affidarsi a gestori seri ed esperti, approfittando dei numerosi fondi ed Etf a disposizione dell'investitore medio, con bassi costi di gestione e di transazione».Il punto, però, non è solo cosa comprare, ma anche l'approccio da seguire per continuare a dormire sonni tranquilli. «Per ridurre al massimo i rischi», dice D'Alessio, «è sconsigliabile adottare un approccio “buy and hold" (compra e attendi, ndr), soprattutto su titoli con scadenze lunghe, i quali sono maggiormente sensibili a un rialzo dello spread. Una soluzione potrebbe essere quella di prediligere titoli obbligazionari garantiti (almeno parzialmente) da un altro asset: in questo caso parliamo di asset backed securities», spiega. «Un altro espediente potrebbe essere quello di investire in titoli a tasso variabile, in modo da proteggere il titolo da variazioni nel rating creditizio dell'emittente».Senza incorrere in eccessivi tecnicismi, basti dunque sapere che le obbligazioni governative italiane sono diventate molto volatili, quindi l'approccio da cassettista non può andare più bene. Del resto, non è un caso se sul mercato siano giunti molti prodotti tra fondi ed Etf che hanno proprio questo scopo: limitare il più possibile l'effetto ottovolante dello spread Btp Bund. Ci sono i fondi di Amundi, Ishares, Lyxor oppure, per chi non riesce a dire di no al reddito fisso governativo, le obbligazioni danesi e svedesi. Certo, nulla a che vedere con i rendimenti azionari. 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Per tracciare un quadro, spiega Attilio Capella, operatore esperto del mercato obbligazionario di Cfo sim, «l'analisi storica non ci è di grande aiuto, questo in considerazione principalmente degli interventi straordinari e in particolar modo del programma Cspp (Corporate sector purchase program), parte del quantitative easing attuato dalla Bce. Quindi», prosegue Capella, «è preferibile prendere in considerazione questi ultimi pochi mesi, che hanno visto l'acuirsi del rischio Italia a partire da maggio con l'insediamento dell'attuale governo». Nello studio realizzato per La Verità, Capella ha preso in esame l'andamento dei rendimenti di alcuni tra i più importanti corporate bond italiani - Telecom Italia, Eni, Enel, Atlantia ed Esselunga - in relazione all'andamento dello spread, a partire dall'insediamento del nuovo governo e passando dal giorno in cui è stata annunciata dalla maggioranza l'intenzione di portare il rapporto deficit Pil al 2,4%, fino a tracciare un quadro ipotetico dei rendimenti nel caso in cui lo spread toccasse quota 400. Come spiega Capella «i corporate bond da noi analizzati subirebbero in negativo lo spread Btp/Bund a quota 400 punti base, seppur in maniera diversificata. È da considerare che il rischio Paese deve venire associato a quello del singolo emittente, questo tenendo conto del settore di appartenenza e di quanto incide il business della società emittente nel contesto italiano. Ulteriori considerazioni tengono conto delle diverse situazioni, dalle aste 5G per Telecom Italia alla gestione del crollo del ponte Morandi di Genova per Atlantia, incidendo sulla crescita del margine di interesse da riconoscere e che si andrà a sommare all'allargamento visto in questi ultimi mesi per effetto del rischio Italia, mentre emittenti appartenenti a settori ritenuti più difensivi, vedi Esselunga, o di qualità come Eni hanno assorbito l'allargamento dello spread verificatosi sui titoli governativi». Ciò premesso, per gli investitori obbligazionari «il terreno è pieno di insidie e mine, perché ad agitare i mari non ci sono solo la situazione italiana e lo spread in salita, ma anche un rialzo quasi generalizzato dei tassi d'interesse. E questo significa un calo dei prezzi», sottolinea Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf. «In questo momento storico le imprese vengono considerate più affidabili degli Stati; per fare un esempio, da maggio, mentre il Btp con scadenza 2023 ha perso quasi il 9% il bond emesso da Esselunga con la stessa scadenza è rimasto invariato. Il titolo di Stato oggi rende il 2,51% annuo mentre l'obbligazione Esselunga di uguale scadenza lo 0,64%. I titoli obbligazionari meno toccati dallo spread sono ora quindi quelli sui quali lo Stato italiano ha meno influenza diretta e che operano in settori non troppo a rischio contagio finanziario. E sono anche quelli più resilienti in caso di recessione. Inutile dire che il rendimento offerto da questi “rifugi sicuri" può essere però negativo, come per esempio accade con le obbligazioni della Nestlé che pagano di fatto un rendimento negativo. E questo senza contare l'effetto inflazione». In ogni caso, come nota Fabrizio Fiorini, responsabile investimenti e vicedirettore generale di Ubi Pramerica, «l'eventuale allargamento dello spread rappresenta un problema soprattutto per i titoli di banche e assicurazioni: le banche sono poi i canali di trasmissione sull'economia reale, quindi ci troviamo in una situazione in cui la tensione sugli istituti produce meno credito per il consumo e un credito più costoso per quanto riguarda le aziende. In questo contesto queste ultime, se decidono di sbarcare sul mercato secondario con un'emissione obbligazionaria, sono costrette a ragionare sullo spread: il rischio creditizio va aggiunto a quello della nazione. Quindi lo spread che si allarga non ha vincitori, ma solo perdenti: tra questi le banche sono chiaramente quelle più in difficoltà, seguite dalle assicurazioni». Per Fiorini, «se l'allargamento dello spread si ferma il problema resta confinato all'Italia, ma se il differenziale continua a crescere i problemi si diffonderanno anche altrove. La Spagna e alcuni altri Paesi hanno resistito finora perché il mercato ha percepito questa dinamica come locale, ma se dovesse peggiorare si creerebbe una situazione di sofferenza anche per gli altri titoli di debito corporate: tra questi gli high yield soffrirebbero più di tutti gli altri, perché a quel punto verrebbero percepiti come asset rischiosi nel comparto obbligazionario. Se lo spread dovesse salire l'effetto sarebbe quello di un sasso gettato in un lago che crea cerchi concentrici nell'acqua: il problema più grosso è nel punto dove cade il sasso, ma via via che ci si allontana un impatto, anche se minore, si verifica comunque. E se si continuano a gettare sassi sempre più grossi, le onde aumentano e finiscono non solo per arrivare più lontano, ma anche per impattare maggiormente su ciò che è vicino». Chiara Merico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spread-verso-400-al-riparo-con-yen-dollari-oppure-titoli-a-scadenza-breve-2613630402.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="alberto-borgia-niente-effetto-sui-mutui-attenzione-ai-fidi" data-post-id="2613630402" data-published-at="1769526126" data-use-pagination="False"> Alberto Borgia: «Niente effetto sui mutui, attenzione ai fidi» Lo spread ha sfondato la soglia dei 300 punti. Ora si attendono le mosse della Commissione europea contro la legge di bilancio. La Verità ne ha parlato con Alberto Borgia, presidente di Aiaf, l'Associazione italiana per l'analisi finanziaria. Lo spread salirà ancora oppure scenderà? «Ritengo che lo spread rimarrà stabile fino alla discussione della manovra sul tavolo europeo (e potrebbe esserlo fino alle elezioni europee). Lo spread in seguito potrà subire degli scossoni se il totale delle spese (come ad esempio quelle relative agli investimenti, al reddito di cittadinanza, alle pensioni, eccetera) non avrà una controparte nelle entrate e nella garanzia che il debito venga successivamente ripagato. Il livello potrà subire delle oscillazioni dovute anche ai tassi a cui gli investitori, privati e i grandi fondi, saranno disposti a comprare il debito pubblico in futuro». Quali gli effetti per l'Italia come Paese e come mercato? «Mi aspetterei che dopo tanti anni ci sia una politica per l'industria che consenta il ripristino di nuove realtà produttive basate in Italia. Oltre alla certezza del diritto o degli incassi, è necessario che le realtà produttive possano poter pagare il denaro con gli stessi tassi applicati ai loro concorrenti. Se lo spread restasse a livelli elevati, le realtà italiane indebitate pagherebbero rispetto ai concorrenti circa 2 punti in più, subendo quindi una penalizzazione nella concorrenza. Lo spread quindi è una variabile importante nel momento in cui si decide un investimento a debito: questo, oltre a incidere sulla permanenza di imprese italiane sul nostro territorio, può scoraggiare investitori stranieri dall'operare in Italia. Una vera politica industriale in Italia manca purtroppo da parecchi decenni». Fino a oggi quali sono stati gli effetti per i risparmiatori? «Se si parla di risparmiatori che si sono affidati a gestioni o a prodotti professionali, gli effetti sono stati assorbiti, sapendo che in queste situazioni “cash is the king", ossia che la liquidità in queste situazioni premia. Vi sono stati però recenti fatti isolati - come la questione degli aumenti di capitale iper diluitivi delle banche o la questione relativa alle concessionarie infrastrutturali - che hanno obiettivamente determinato per il risparmiatore situazioni di forte disagio e perdita. Per quanto riguarda il risparmiatore comune che si muove in autonomia sui mercati, è paradossalmente difficile capire quali sono stati gli effetti, tenendo presente che chi si è affidato a prodotti strutturati di risparmio gestito ha probabilmente optato per strumenti con un'esposizione diversificata sui mercati esteri e non per il debito pubblico italiano. Il debito pubblico italiano, infatti, al 30 maggio 2018 era detenuto per il 32% da stranieri, per il 27% dalle banche, per il 16% dalla Banca d'Italia, per il 19% da fondi e assicurazioni e solamente per il 6% da italiani privati». C'è davvero stato un aumento del costo dei mutui? «Per quanto riguarda i mutui a tasso fisso, ovviamente no. In linea generale comunque la variazione dei tassi avviene su base trimestrale, quindi è probabile che la ricaduta della situazione attuale si avrà a partire tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019. A parte la questione dei mutui, ci sembra che la manovra, non toccando la tassazione sulla prima casa, possa consentire uno sviluppo del mercato immobiliare nel prossimo futuro». Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spread-verso-400-al-riparo-con-yen-dollari-oppure-titoli-a-scadenza-breve-2613630402.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-borsa-spunta-il-listino-per-chi-scommette-contro-le-azioni-tricolori" data-post-id="2613630402" data-published-at="1769526126" data-use-pagination="False"> In Borsa spunta il listino per chi scommette contro le azioni tricolori L'aumento dello spread ha creato allarme: tuttavia non mancano le occasioni per trovare rendimenti, specie per gli operatori più esperti. Come spiega Michele Morra, portfolio manager di Moneyfarm, «la manovra del governo è sicuramente un'operazione rischiosa dal punto di vista finanziario. Gli investitori, tuttavia, dovrebbero affrontare la questione con un'ottica di lungo termine, perché il problema del debito pubblico italiano non è certo una novità». Secondo Morra, «l'attuale situazione, con la volatilità che ne è derivata sia sul comparto obbligazionario, sia sul Ftse mib, ricorda quanto sia sconsigliabile concentrare eccessivamente gli investimenti su strumenti finanziari italiani. I portafogli costruiti in ottica di diversificazione globale hanno dimostrato di reagire piuttosto bene rispetto a quelli con eccessiva concentrazione sull'Italia, quando sia Piazza Affari sia il comparto obbligazionario sono stati soggetti a turbolenze». Inoltre, sottolinea il gestore, «non aiuta certo il fatto che in Italia ci sia la tendenza a utilizzare la leva fiscale per orientare il risparmio verso investimenti locali. Ci aveva pensato lo scorso governo con i Pir e ora sembra volerci provare anche il nuovo esecutivo con i Cir. Crediamo sia un approccio sbagliato: i cittadini contribuiscono già con le tasse a ripagare il debito. Orientare il risparmio verso una concentrazione sul rischio Italia non sembra giustificato e la volatilità conferma questa visione». Secondo Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf, «come società di consulenza finanziaria indipendente preferiamo giocare in difesa nei momenti di tensione e già nelle scorse settimane avevamo consigliato ai nostri clienti di alleggerire soprattutto l'azionario Italia, come di essere sottoinvestiti su azioni e obbligazioni anche extra Italia. E riguardo ai titoli di Stato italiani, i rendimenti offerti per il rischio incorporato ci sono sempre sembrati troppo bassi; l'anomalia non sono i rendimenti attuali offerti oggi, ma quelli schiacciati per effetto delle misure della Bce degli scorsi anni, che erano assurdi». Tuttavia, a Piazza Affari non mancano strumenti per sfruttare l'ascesa dello spread. Come sottolinea il sito Finanza Operativa, per quanti ritengono che il differenziale possa salire ancora il listino Etfplus di Borsa Italiana «mette a disposizione una serie di Etf che puntano su un ribasso del Btp (e di riflesso su un rialzo del suo rendimento): ad esempio il Lyxor Btp daily short ucits etf - Acc, il Boost Btp 10y 3x short daily, e il Boost Btp 10y 5x short daily etp, questi ultimi due addirittura rispettivamente a leva tripla e quintupla». Alla segnalazione segue comunque un invito a «fare attenzione», poiché «si tratta di prodotti da utilizzare prevalentemente per operazioni limitate all'intraday e dedicati a trader e investitori con un profilo di rischio non basso». Chiara Merico
(IStock)
Dopo la tempesta Goretti di un paio di settimane fa, che ha provocato un’alta richiesta di energia, da qualche giorno su Canada, Stati Uniti, una parte dell’Asia e sull’Europa nord-orientale insiste una massa d’aria polare gelida che ha fatto abbassare le temperature a livelli glaciali. La domanda di energia, quindi, sia per riscaldamento sia per i processi industriali, è salita moltissimo e con essa sono saliti i prezzi. Cose che normalmente succedono d’inverno.
Il prezzo del gas dal 9 gennaio scorso in Europa è cresciuto del 38%, avendo il future mensile al TTF chiuso ieri le contrattazioni a 39,11 euro al megawattora, dopo aver toccato un massimo a 43,38 euro al megawattora. Un prezzo che non si vedeva da un anno. In Italia il prezzo al PSV per le consegne di ieri era a 44,73 euro al megawattora.
Il freddo polare del nord Europa influenza anche, di riflesso, i prezzi dell’elettricità in Germania, dove ieri il prezzo spot era di 141,31 euro al megawattora mentre le consegne per oggi hanno raggiunto i 130,61 euro al megawattora. A quanto pare dunque i 100.000 megawatt installati di capacità fotovoltaica non sono sufficienti a scongiurare un rincaro del prezzo dell’energia quando la domanda sale. In effetti, ieri alle 13, l’orario di punta per la produzione fotovoltaica, l’apporto di tale produzione era di soli 3.700 ME, ovvero il 3,6% della capacità installata. Meglio l’eolico, che alla stessa ora presentava una produzione di 20,4 gigawattora sui 73 possibili, pari al 28% circa. In quell’ora, il 35% del fabbisogno era coperto dalle due fonti rinnovabili. Ma è stato un attimo. Il fotovoltaico si è rapidamente azzerato e per tutte le 24 ore chi ha tenuto in piedi il sistema elettrico tedesco sono stati gas (13-15.000 megawatt), carbone (14-19.000 megawatt) e importazioni (circa 3 gigawatt costanti dalla Francia, altre quantità da Svizzera, Norvegia, Danimarca), oltre che i pompaggi idroelettrici al mattino presto e in serata. Il prezzo del gas è salito molto anche negli Usa, dove la produzione di gas rallenta a causa del freddo, facendo salire anche i prezzi del Gnl importato in Europa.
Ma i limiti evidenti delle fonti rinnovabili non frenano l’Europa. Ieri, al vertice del Mare del Nord Gran Bretagna, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Norvegia hanno firmato ad Amburgo un patto per installare altri 100 gigawatt di energia eolica offshore attraverso progetti congiunti su larga scala. L’annuncio non specifica l’ammontare dei sussidi pubblici necessari per installare questa enorme capacità, né a quanto ammonteranno i necessari investimenti nelle reti elettriche necessarie ad evacuare l’energia prodotta.
Per completare il suicidio energetico europeo, sempre ieri a Bruxelles il Consiglio Affari generali ha sancito l’addio definitivo al gas russo, approvando il relativo regolamento. Il divieto di importare gas dalla Russia, sia via gasdotto che Gnl, inizierà ad applicarsi sei settimane dopo l'entrata in vigore del regolamento, mentre per i contratti esistenti è previsto un periodo di transizione.
Il divieto totale per le importazioni di Gnl entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2027, mentre quello per le importazioni di gas da gasdotto entrerà in vigore a partire dal primo ottobre 2027.
Ungheria e Slovacchia hanno votato contro, la Bulgaria si è astenuta, tutti gli altri a favore. Subito dopo il voto, l’Ungheria ha annunciato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Ue contro il regolamento, perché esso «presenta una misura sanzionatoria come una decisione di politica commerciale per evitare l’unanimità. Ciò è in completa violazione delle norme dell’Ue. I Trattati sono chiari: le decisioni sul mix energetico sono di competenza nazionale». Così ha scritto su X il ministro degli Affari Esteri e del Commercio dell’Ungheria Péter Szijjártó.
Prima di autorizzare l’ingresso di importazioni di gas nell’Unione, inoltre, i Paesi dell’Ue verificheranno il Paese in cui il gas è stato prodotto, per evitare triangolazioni. Ma non solo: entro il 1° marzo prossimo gli Stati membri devono elaborare dei piani nazionali per diversificare l'approvvigionamento di gas e individuare i rischi e le difficoltà nella sostituzione del gas russo. Le imprese dovranno quindi notificare alle autorità e alla Commissione tutti i restanti contratti relativi al gas russo. Dunque, prima si vieta l’importazione di gas russo, poi si chiede a Stati e imprese come e dove intendono trovare le alternative. Forse la logica richiederebbe di invertire l’ordine dei fattori. Gustosa, poi, la postilla: «in casi di emergenza dichiarata e se la sicurezza dell’approvvigionamento di uno o più paesi dell’Ue è seriamente minacciata, la Commissione può sospendere il divieto di importazione per un massimo di quattro settimane», dice il comunicato stampa del Consiglio. Come se la Russia, a quel punto, non vedesse l’ora di salvare l’ex cliente europeo dall’emergenza. A nessuno, pare, viene un dubbio.
Insomma, nulla cambia nella distorta percezione della realtà in quel di Bruxelles, che nonostante i disastri provocati pretende ancora di forgiare il mondo con i propri regolamenti.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il patto di libero scambio promette forti riduzioni tariffarie per vino e olio d’oliva, lasciando invariata la protezione su carne, pollame e zucchero. Un’intesa che «dovrebbe essere molto vantaggiosa per gli esportatori agricoli europei» hanno fatto trapelare da Bruxelles come a voler mettere le mani avanti e tranquillizzare il settore agricolo che ancora non ha digerito (soprattutto gli italiani) il Mercosur.
La firma con Delhi arriva dopo un iter lungo e complesso. I colloqui sono partiti nel 2007 e da allora, il tavolo delle trattative si è allargato ad un ampio pacchetto che comprende commercio di beni e servizi, investimenti e cooperazione normativa. Sia ben chiaro però che l’annuncio della ratifica non equivale all’operatività immediata, poiché l’intesa dovrà affrontare un iter complesso di ratifica soprattutto sul fronte dei Paesi Ue. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha detto che «saranno valutate se quanto è stato garantito, verrà davvero messo in campo».
Innanzitutto c’è subito un aspetto che non torna. Secondo uno studio di Bruxelles, il Pil europeo salirà nel migliore dei casi dello 0,2% e quello indiano dell’1%. Insomma poco o nulla per l’Europa. La riduzione dei dazi su vari settori non porterà quella sferzata all’economia che si attenderebbe da un negoziato di questa portata. Peraltro la Ue è già oggi il principale partner commerciale dell’India: gli scambi bilaterali di merci hanno raggiunto i 135 miliardi di dollari nel 2023-24, con un aumento di quasi il 90% nell’ultimo decennio. In questa trattativa Von der Leyen sarebbe andata avanti come un treno. Stando a una ricostruzione di Politico, l’Alta rappresentante della Ue, Kaja Kallas si sarebbe lamentata, in privato, dando alla presidente della «dittatrice» perché accentratrice e per la tendenza a decidere solo con i suoi (in particolare con il suo capo di gabinetto, Bjorn Seibert) mentre il resto della struttura sarebbe informata solo a cose fatte.
Ma vediamo chi ci guadagna e chi ci perde dall’accordo. Per l’automotive e i macchinari di sicuro a brindare sarà la Germania che non a caso ha sollecitato Bruxelles a stringere i tempi dell’accordo. Berlino ha bisogno di trovare nuovi mercati di sbocco per le sue imprese, specie quelle dell’auto, che boccheggiano. E quale migliore piazza dell’India, destinata a diventare la terza economia mondiale. I dazi sulle auto provenienti dall’Europa dovrebbero passare da un massimo di 110 a 40%. Ciò favorirebbe Volkswagen, Mercedes-Benz e BMW. Il governo Modi avrebbe accettato di ridurre immediatamente il dazio per un numero limitato di auto con un prezzo d’importazione superiore a 15.000 euro. Secondo una fonte, la riduzione si applicherebbe inizialmente a una quota di circa 200.000 veicoli a combustione all’anno. Nel tempo, il dazio dovrebbe scendere fino al 10%. I veicoli elettrici sarebbero esclusi dalle riduzioni per i primi cinque anni, per proteggere gli investimenti dei produttori locali. L'India è il terzo mercato automobilistico più grande al mondo dopo Stati Uniti e Cina. Attualmente i produttori europei detengono meno del 4% del mercato indiano, che conta circa 4,4 milioni di veicoli all’anno ma si prevede una crescita fino a 6 milioni di unità all’anno entro il 2030.
Per il tessile-abbigliamento, l’accordo si prospetta una mazzata per la Ue. L’India ha una forte tradizione nel tessile e un costo del lavoro molto basso. Due fattori che rappresentano un vantaggio competitivo. Un report di Bruxelles stima che le esportazioni dell’India in questo settore cresceranno in termini assoluti (8,4 miliardi rispetto agli 1,4 miliardi della Ue). Per la pelle situazione simile: export dell’India stimate in aumento di 5,3 miliardi rispetto ai 970 milioni della Ue. Per il lattiero-caseario e cereali gli aumenti delle esportazioni verso la Ue sarebbero superiori al 100%. Va sottolineato che il governo Modi ha voluto il mantenimento dello status quo sui settori più sensibili per la propria economia, carne bovina, pollame e zucchero per i quali le tariffe non subiranno cambiamenti.
Ciò che rende l’accordo squilibrato a favore dell’India è l’assenza nel Paese di regole stringenti sulle emissioni di carbonio che ha permesso una crescita industriale a basso costo. Questo le consente di produrre acciaio, alluminio e cemento utilizzando ancora il carbone, diventando un gigante delle esportazioni. L’India si è opposta al Carbon Adjustment Mechanism della Ue, considerandolo un ostacolo al libero commercio. Non è chiaro se e come questa posizione sarà gestita con il nuovo accordo.
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Germano Dottori (Imagoeconomica)
Germano Dottori analista e consigliere scientifico di Limes, la disputa sulla Groenlandia e il suo esito, in parte ancora da scrivere, cosa ci dice? Che, come al solito, Donald Trump fa marcia indietro? O che ha utilizzato la sua solita strategia negoziale? E in finale per ottenere che cosa che già non aveva?
«Ci dice soprattutto che in questo suo secondo mandato la politica di Trump sembra riflettere due cose: l’accettazione di un mondo strutturato su sfere d’influenza più o meno esclusive e la volontà di crearne una di natura “emisferica” per gli Stati Uniti, dalla quale escludere russi e, soprattutto, cinesi. Ha sorpreso la spregiudicatezza con la quale il tycoon ha aperto un contenzioso con un alleato atlantico, ma occorre sottolineare che per Trump anche la Nato può essere messa in discussione, se fonte di vincoli non compensati da vantaggi tangibili. È un nazionalista integrale».
E propone addirittura il Board of Peace: una struttura internazionale da lui personalmente gestita. Trump sta picconando le strutture sovranazionali di cui non si fida più? E se sì perché?
«Questa diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni internazionali non è un dato del tutto nuovo nella storia americana. Gli Stati Uniti non aderirono alla Società delle Nazioni, che pure nacque grazie all’impulso di un loro presidente, Woodrow Wilson. E prima di dar vita all’Onu ebbero cura di prevedere che al loro interno fosse creato un Consiglio di Sicurezza soggetto al loro diritto di veto. Ciò premesso, il Board sembra poggiare su premesse inedite, di natura privatistica, con tanto di tassa di partecipazione. Difficile formulare previsioni sulla sua efficacia, ma nel peggiore dei casi sarà soltanto un tentativo ulteriore andato a vuoto come altri in precedenza. Speriamo invece che funzioni, perché il suo obiettivo è la pacificazione, interesse collettivo. Trump si è riservato al suo interno un ruolo centrale, che peraltro difficilmente verrebbe accettato una volta cessato il suo mandato alla Casa Bianca».
Mentre negozia un possibile accordo in Ucraina, Trump sembra voler smontare pezzo per pezzo il cosiddetto Sud globale. Dal Venezuela all’Iran. Una strategia di pressione per costringere Vladimir Putin ad accettare un compromesso?
«Per Trump la politica internazionale dovrebbe privilegiare i rapporti bilaterali, nei quali gli Stati Uniti possono più agevolmente far valere il peso superiore della loro potenza politica, economica e militare. Le aggregazioni costituiscono invece un problema, sia quando legano le mani a Washington costringendola a decisioni collettive, che nelle circostanze in cui sono costituite senza, o contro, gli Stati Uniti per bilanciare la loro supremazia».
La Cina è una superpotenza economica. Ma sul piano militare sono ancora gli Stati Uniti a dettare legge. Avevamo dato per morta troppo presto l’America con la sua capacità di esercitare il cosiddetto hard power?
«La Repubblica Popolare Cinese è un’immensa fabbrica ma ha dei limiti importanti. Sul piano finanziario, gli Stati Uniti rimangono significativamente superiori: se vuoi fare soldi con i soldi, è ancora all’industria finanziaria americana che occorre rivolgersi. Accende spesso la fantasia il fatto che i cinesi detengano una parte significativa dei titoli del debito sovrano statunitense, ma a ben vedere, si sono legati le mani: infatti, non possono indebolire il loro debitore senza subire perdite molto alte. Probabilmente, Pechino pensa a un condominio sul mondo, non ad affossare gli Stati Uniti. Sul piano militare, poi, la geografia rappresenta un grosso problema per i cinesi. E non può essere modificata. L’America controlla le vie marittime da cui dipende la prosperità della Repubblica Popolare. Nessuno ha dato per morti gli Stati Uniti: non per caso, il Pianeta è sempre pieno di persone che dimostrano contro la loro permanente supremazia. Anche dalle nostre parti».
Il Venezuela è il giardino di casa. E l’esfiltrazione di Nicolás Maduro rientrava sicuramente nelle capacità degli Stati Uniti. L’Iran è invece lontano. E Trump non può permettersi un conflitto del tipo di quelli promossi in passato dai neocon e dai Democratici. Che scenario dobbiamo aspettarci in Iran una volta che questo regime sarà eventualmente caduto?
«A Caracas non è stato abbattuto un regime, ma soltanto rimosso il suo leader, permettendone la sostituzione con la sua vice, che pare abbia promesso di collaborare con gli Stati Uniti, ponendo fine all’influenza che esercitavano localmente cinesi e russi. La situazione iraniana è completamente differente. È in atto una rivolta interna, innescata da una crisi idrica ed alimentare che ha fatto esplodere l’inflazione, convincendo vasti strati della popolazione a chiedere la fine della Repubblica Islamica. In Iran capiscono perfettamente che le sanzioni non potranno essere abolite fintantoché gli islamisti resteranno al potere. Più in generale, la società civile iraniana, altamente istruita e sofisticata, non accetta più le restrizioni delle libertà che la soffocano dal 1979. Il regime ha risposto con enorme violenza, uccidendo molte migliaia di persone e macchiandosi di crimini odiosi, che interrogano la coscienza di tutto l’Occidente. I dimostranti chiedono aiuto. Pur essendo certamente impressionato dalle immagini che riceve anche lui, Trump però ha finora esitato, perché è stato sorpreso ed è consapevole che ci sono dei rischi. Ha chiesto opzioni e fatto convergere forze nell’area del Golfo. Nel frattempo, le autorità iraniane lo hanno insolentito, circostanza che potrebbe bastare a motivare dei raid punitivi nei loro confronti, come accadde con il generale Soleimani. La situazione è molto fluida».
Trump di fatto prende a schiaffi l’Ue perché sa che questa non ha alternative? E soprattutto che Europa vuole Trump?
«In campo commerciale, l’unico in cui l’Europa agisca davvero come soggetto sovranazionale, l’Ue è un attore con il quale anche gli Stati Uniti son costretti a fare i conti. Al contrario di quanto comunemente si crede, gli americani guardano da tempo con preoccupazione agli sviluppi del processo d’integrazione in atto nel nostro Continente, in parte anche per colpa nostra. Qualche errore di comunicazione lo abbiamo infatti commesso anche noi, enunciando ambizioni del tutto legittime, ma che hanno generato un senso d’allarme Oltreoceano».
Innegabile che Trump abbia decisamente cambiato rotta e velocità di marcia nella politica estera americana. Ritiene questi cambiamenti irreversibili indipendentemente da chi sarà il successore di Trump?
«Non sappiamo chi gli succederà. Trump accelera anche perché sa di avere a disposizione poco tempo. Tre anni, forse meno, se i risultati delle elezioni di medio termine lo trasformeranno in un’anatra zoppa».
È corretto immaginare che sarà una sfida a due fra Rubio e Vance nel provare a raccogliere l’eredità di Trump? Che differenza c’è fra i due?
«È molto prematuro. Se la presidenza Trump sarà considerata un successo, i suoi esponenti di maggior spicco se ne contenderanno l’eredità. Ma se si concluderà in un fallimento, i repubblicani cercheranno verosimilmente qualcuno che non abbia fatto parte della sua amministrazione».
Le elezioni di mezzo termine sono tradizionalmente sfavorevoli al presidente in carica. Sul piano interno Trump ha ancora carte da giocare per provare ad evitare una sconfitta quantomeno probabile? In Minnesota sembra di assistere a una guerra civile!
«Sta provando a farlo, anche per evitare l’impeachment, spingendo sull’economia e adesso anche sull’espansione territoriale, che peraltro non convince al momento gli elettori americani».
Keir Starmer in UK e Mark Carney in Canada sono i più acerrimi avversari di Trump. Non esiste più l’anglosfera?
«L’anglosfera non è una realtà superficiale che connette dei leader. È qualcosa di molto più concreto e profondo, non congiunturale, che investe le élite ma coinvolge al massimo la stampa, l’editoria e la cultura. La comunanza linguistica è un collante fortissimo, resistente alle fluttuazioni della politica».
L’intesa fra Giorgia Meloni e Friedrich Merz ci dice che la Francia ha perso il suo ruolo di leadership in Unione europea. È un decadimento strutturale o passeggero quello di Parigi?
«L’Unione europea senza la Francia semplicemente non esiste. E la Francia è un “sistema”, a differenza nostra, dotato di un’élite coesa dalla fortissima identità nazionale e capace di immaginare progetti a lunghissimo termine. Noi siamo diversi, guardiamo più al locale che al globale, all’oggi più che al domani. L’Italia fa benissimo a sperimentare ogni geometria che ne enfatizzi la flessibilità e creatività diplomatica, ma dobbiamo essere coscienti dei nostri limiti. In altre parole, occorre realismo per tutelare i nostri interessi al meglio, con pragmatismo, senza inseguire chimere».
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