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2018-10-20
Moody's declassa l'Italia. Come fare investimenti con questo spread
La parola spread è ormai sulla bocca degli italiani da qualche anno a questa parte, ma non sempre è chiaro di cosa si tratti. Quindi, cominciamo dicendo che per spread si intende il differenziale di rendimento fra due titoli: in questo caso, il differenziale di rendimento fra Btp e Bund, rispettivamente i titoli di Stato italiani e tedeschi. Il motivo per cui si prende a riferimento il decennale tedesco sta nel fatto che tale titolo viene considerato un esempio di strumento senza rischi. Pertanto, più il prezzo dei nostri titoli (di fatto un prestito che i risparmiatori fanno allo Stato) scenderà rispetto ai loro omologhi tedeschi e più basso sarà il loro valore sul mercato. Quindi, per invogliare i risparmiatori a comprare titoli che valgono meno (e dunque più rischiosi), lo Stato dovrà offrire maggiori rendimenti, indebitandosi ancora di più.
L'agenzia Moody's tha tagliato nella notte il rating dell'Italia a Baa3 da Baa2 con outlook stabile. La decisione è legata a un «cambio concreto della strategia di bilancio, con un deficit significativamente più elevato rispetto alle attese». Alla base della decisione c'è la mancanza di una coerente agenda di riforme per la crescita, e questo implica il prosieguo di una «crescita debole nel medio termine'». Lo afferma la stessa agenzia nella nota, sottolineando che i piani del governo non rappresentano un ''coerente programma di riforme'che può spingere «a mediocre performance della crescita su base sostenuta».
Per tutti questi motivi lo spread oscilla. Il motivo per cui si assiste all'innalzamento di questo indicatore è legato dunque al rischio creditizio del Paese, ossia al timore che gli investitori hanno di non veder ripagato il proprio investimento nel debito pubblico italiano.
«Negli ultimi giorni lo spread ha risentito del braccio di ferro tra Italia ed Europa e la volatilità potrebbe avere oscillazioni ancora maggiori di quelle fin qui registrate», spiega alla Verità Francesco Pilotti, responsabile ufficio studi di Soldiexpert scf, società di consulenza indipendente.
La domanda che si pongono tutti appare dunque chiara: è possibile investire nelle care vecchie obbligazioni senza incorrere nelle oscillazioni dello spread italo-tedesco? «La maggior parte degli operatori fugge dal rischio e cerca di liquidare le posizioni che tendono a far oscillare maggiormente il valore del loro portafoglio», spiega Pilotti. Ma in realtà il modo esiste, eccome.
La soluzione è «operare sempre sull'obbligazionario ma con titoli che non risentono delle oscillazioni dello spread: si tratta di titoli che hanno sottostanti in dollari statunitensi, in franchi svizzeri e in yen giapponesi», dice. Attenzione, però. Ciò non significa che questi titoli siano esenti da rischi. «Un eventuale investimento in queste attività può comportare perdite dal punto di vista valutario. Inoltre è da considerare anche il rischio di un eventuale rialzo dei tassi di interesse, un tema piuttosto caldo soprattutto negli Stati Uniti dove, in queste settimane i rendimenti obbligazionari americani hanno superato anche il 3,2% proprio per il timore di un incremento dei tassi».
«In un contesto di elevata incertezza politica come quello che sta vivendo oggi l'Italia», dice alla Verità Gianluca D'Alessio, responsabile di Fia asset management, «sarebbe opportuno diversificare geograficamente il portafoglio obbligazionario, investendo nei titoli di Paesi politicamente più stabili esposti al rischio di default: fra questi, oltre ai soliti Germania e Stati Uniti, vi sono i Paesi del Nord Europa», sottolinea. «Dal momento che molte di queste strategie non sono facilmente accessibili al segmento retail (quello dei risparmiatori più comuni e che non riguarda gli investitori professionali, ndr), il consiglio rimane quello di affidarsi a gestori seri ed esperti, approfittando dei numerosi fondi ed Etf a disposizione dell'investitore medio, con bassi costi di gestione e di transazione».
Il punto, però, non è solo cosa comprare, ma anche l'approccio da seguire per continuare a dormire sonni tranquilli. «Per ridurre al massimo i rischi», dice D'Alessio, «è sconsigliabile adottare un approccio “buy and hold" (compra e attendi, ndr), soprattutto su titoli con scadenze lunghe, i quali sono maggiormente sensibili a un rialzo dello spread. Una soluzione potrebbe essere quella di prediligere titoli obbligazionari garantiti (almeno parzialmente) da un altro asset: in questo caso parliamo di asset backed securities», spiega. «Un altro espediente potrebbe essere quello di investire in titoli a tasso variabile, in modo da proteggere il titolo da variazioni nel rating creditizio dell'emittente».
Senza incorrere in eccessivi tecnicismi, basti dunque sapere che le obbligazioni governative italiane sono diventate molto volatili, quindi l'approccio da cassettista non può andare più bene. Del resto, non è un caso se sul mercato siano giunti molti prodotti tra fondi ed Etf che hanno proprio questo scopo: limitare il più possibile l'effetto ottovolante dello spread Btp Bund. Ci sono i fondi di Amundi, Ishares, Lyxor oppure, per chi non riesce a dire di no al reddito fisso governativo, le obbligazioni danesi e svedesi. Certo, nulla a che vedere con i rendimenti azionari. Ma si tratta in tutti i casi di prodotti stabili e che nella peggiore delle ipotesi cedono qualche punto percentuale.
Gianluca Baldini
INFOGRAFICA
I bond delle aziende sono più stabili ma garantiscono rendimenti minori
Cosa succederebbe ai Bond corporate italiani se lo spread - il differenziale di rendimento tra Btp decennali e Bund tedeschi - dovesse continuare a salire, arrivando a toccare quota 400? Per tracciare un quadro, spiega Attilio Capella, operatore esperto del mercato obbligazionario di Cfo sim, «l'analisi storica non ci è di grande aiuto, questo in considerazione principalmente degli interventi straordinari e in particolar modo del programma Cspp (Corporate sector purchase program), parte del quantitative easing attuato dalla Bce. Quindi», prosegue Capella, «è preferibile prendere in considerazione questi ultimi pochi mesi, che hanno visto l'acuirsi del rischio Italia a partire da maggio con l'insediamento dell'attuale governo».
Nello studio realizzato per La Verità, Capella ha preso in esame l'andamento dei rendimenti di alcuni tra i più importanti corporate bond italiani - Telecom Italia, Eni, Enel, Atlantia ed Esselunga - in relazione all'andamento dello spread, a partire dall'insediamento del nuovo governo e passando dal giorno in cui è stata annunciata dalla maggioranza l'intenzione di portare il rapporto deficit Pil al 2,4%, fino a tracciare un quadro ipotetico dei rendimenti nel caso in cui lo spread toccasse quota 400. Come spiega Capella «i corporate bond da noi analizzati subirebbero in negativo lo spread Btp/Bund a quota 400 punti base, seppur in maniera diversificata. È da considerare che il rischio Paese deve venire associato a quello del singolo emittente, questo tenendo conto del settore di appartenenza e di quanto incide il business della società emittente nel contesto italiano. Ulteriori considerazioni tengono conto delle diverse situazioni, dalle aste 5G per Telecom Italia alla gestione del crollo del ponte Morandi di Genova per Atlantia, incidendo sulla crescita del margine di interesse da riconoscere e che si andrà a sommare all'allargamento visto in questi ultimi mesi per effetto del rischio Italia, mentre emittenti appartenenti a settori ritenuti più difensivi, vedi Esselunga, o di qualità come Eni hanno assorbito l'allargamento dello spread verificatosi sui titoli governativi».
Ciò premesso, per gli investitori obbligazionari «il terreno è pieno di insidie e mine, perché ad agitare i mari non ci sono solo la situazione italiana e lo spread in salita, ma anche un rialzo quasi generalizzato dei tassi d'interesse. E questo significa un calo dei prezzi», sottolinea Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf. «In questo momento storico le imprese vengono considerate più affidabili degli Stati; per fare un esempio, da maggio, mentre il Btp con scadenza 2023 ha perso quasi il 9% il bond emesso da Esselunga con la stessa scadenza è rimasto invariato. Il titolo di Stato oggi rende il 2,51% annuo mentre l'obbligazione Esselunga di uguale scadenza lo 0,64%. I titoli obbligazionari meno toccati dallo spread sono ora quindi quelli sui quali lo Stato italiano ha meno influenza diretta e che operano in settori non troppo a rischio contagio finanziario. E sono anche quelli più resilienti in caso di recessione. Inutile dire che il rendimento offerto da questi “rifugi sicuri" può essere però negativo, come per esempio accade con le obbligazioni della Nestlé che pagano di fatto un rendimento negativo. E questo senza contare l'effetto inflazione».
In ogni caso, come nota Fabrizio Fiorini, responsabile investimenti e vicedirettore generale di Ubi Pramerica, «l'eventuale allargamento dello spread rappresenta un problema soprattutto per i titoli di banche e assicurazioni: le banche sono poi i canali di trasmissione sull'economia reale, quindi ci troviamo in una situazione in cui la tensione sugli istituti produce meno credito per il consumo e un credito più costoso per quanto riguarda le aziende. In questo contesto queste ultime, se decidono di sbarcare sul mercato secondario con un'emissione obbligazionaria, sono costrette a ragionare sullo spread: il rischio creditizio va aggiunto a quello della nazione. Quindi lo spread che si allarga non ha vincitori, ma solo perdenti: tra questi le banche sono chiaramente quelle più in difficoltà, seguite dalle assicurazioni».
Per Fiorini, «se l'allargamento dello spread si ferma il problema resta confinato all'Italia, ma se il differenziale continua a crescere i problemi si diffonderanno anche altrove. La Spagna e alcuni altri Paesi hanno resistito finora perché il mercato ha percepito questa dinamica come locale, ma se dovesse peggiorare si creerebbe una situazione di sofferenza anche per gli altri titoli di debito corporate: tra questi gli high yield soffrirebbero più di tutti gli altri, perché a quel punto verrebbero percepiti come asset rischiosi nel comparto obbligazionario. Se lo spread dovesse salire l'effetto sarebbe quello di un sasso gettato in un lago che crea cerchi concentrici nell'acqua: il problema più grosso è nel punto dove cade il sasso, ma via via che ci si allontana un impatto, anche se minore, si verifica comunque. E se si continuano a gettare sassi sempre più grossi, le onde aumentano e finiscono non solo per arrivare più lontano, ma anche per impattare maggiormente su ciò che è vicino».
Chiara Merico
Alberto Borgia: «Niente effetto sui mutui, attenzione ai fidi»
Lo spread ha sfondato la soglia dei 300 punti. Ora si attendono le mosse della Commissione europea contro la legge di bilancio. La Verità ne ha parlato con Alberto Borgia, presidente di Aiaf, l'Associazione italiana per l'analisi finanziaria.
Lo spread salirà ancora oppure scenderà?
«Ritengo che lo spread rimarrà stabile fino alla discussione della manovra sul tavolo europeo (e potrebbe esserlo fino alle elezioni europee). Lo spread in seguito potrà subire degli scossoni se il totale delle spese (come ad esempio quelle relative agli investimenti, al reddito di cittadinanza, alle pensioni, eccetera) non avrà una controparte nelle entrate e nella garanzia che il debito venga successivamente ripagato. Il livello potrà subire delle oscillazioni dovute anche ai tassi a cui gli investitori, privati e i grandi fondi, saranno disposti a comprare il debito pubblico in futuro».
Quali gli effetti per l'Italia come Paese e come mercato?
«Mi aspetterei che dopo tanti anni ci sia una politica per l'industria che consenta il ripristino di nuove realtà produttive basate in Italia. Oltre alla certezza del diritto o degli incassi, è necessario che le realtà produttive possano poter pagare il denaro con gli stessi tassi applicati ai loro concorrenti. Se lo spread restasse a livelli elevati, le realtà italiane indebitate pagherebbero rispetto ai concorrenti circa 2 punti in più, subendo quindi una penalizzazione nella concorrenza. Lo spread quindi è una variabile importante nel momento in cui si decide un investimento a debito: questo, oltre a incidere sulla permanenza di imprese italiane sul nostro territorio, può scoraggiare investitori stranieri dall'operare in Italia. Una vera politica industriale in Italia manca purtroppo da parecchi decenni».
Fino a oggi quali sono stati gli effetti per i risparmiatori?
«Se si parla di risparmiatori che si sono affidati a gestioni o a prodotti professionali, gli effetti sono stati assorbiti, sapendo che in queste situazioni “cash is the king", ossia che la liquidità in queste situazioni premia. Vi sono stati però recenti fatti isolati - come la questione degli aumenti di capitale iper diluitivi delle banche o la questione relativa alle concessionarie infrastrutturali - che hanno obiettivamente determinato per il risparmiatore situazioni di forte disagio e perdita. Per quanto riguarda il risparmiatore comune che si muove in autonomia sui mercati, è paradossalmente difficile capire quali sono stati gli effetti, tenendo presente che chi si è affidato a prodotti strutturati di risparmio gestito ha probabilmente optato per strumenti con un'esposizione diversificata sui mercati esteri e non per il debito pubblico italiano. Il debito pubblico italiano, infatti, al 30 maggio 2018 era detenuto per il 32% da stranieri, per il 27% dalle banche, per il 16% dalla Banca d'Italia, per il 19% da fondi e assicurazioni e solamente per il 6% da italiani privati».
C'è davvero stato un aumento del costo dei mutui?
«Per quanto riguarda i mutui a tasso fisso, ovviamente no. In linea generale comunque la variazione dei tassi avviene su base trimestrale, quindi è probabile che la ricaduta della situazione attuale si avrà a partire tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019. A parte la questione dei mutui, ci sembra che la manovra, non toccando la tassazione sulla prima casa, possa consentire uno sviluppo del mercato immobiliare nel prossimo futuro».
Gianluca Baldini
In Borsa spunta il listino per chi scommette contro le azioni tricolori
L'aumento dello spread ha creato allarme: tuttavia non mancano le occasioni per trovare rendimenti, specie per gli operatori più esperti. Come spiega Michele Morra, portfolio manager di Moneyfarm, «la manovra del governo è sicuramente un'operazione rischiosa dal punto di vista finanziario. Gli investitori, tuttavia, dovrebbero affrontare la questione con un'ottica di lungo termine, perché il problema del debito pubblico italiano non è certo una novità». Secondo Morra, «l'attuale situazione, con la volatilità che ne è derivata sia sul comparto obbligazionario, sia sul Ftse mib, ricorda quanto sia sconsigliabile concentrare eccessivamente gli investimenti su strumenti finanziari italiani. I portafogli costruiti in ottica di diversificazione globale hanno dimostrato di reagire piuttosto bene rispetto a quelli con eccessiva concentrazione sull'Italia, quando sia Piazza Affari sia il comparto obbligazionario sono stati soggetti a turbolenze». Inoltre, sottolinea il gestore, «non aiuta certo il fatto che in Italia ci sia la tendenza a utilizzare la leva fiscale per orientare il risparmio verso investimenti locali. Ci aveva pensato lo scorso governo con i Pir e ora sembra volerci provare anche il nuovo esecutivo con i Cir. Crediamo sia un approccio sbagliato: i cittadini contribuiscono già con le tasse a ripagare il debito. Orientare il risparmio verso una concentrazione sul rischio Italia non sembra giustificato e la volatilità conferma questa visione».
Secondo Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf, «come società di consulenza finanziaria indipendente preferiamo giocare in difesa nei momenti di tensione e già nelle scorse settimane avevamo consigliato ai nostri clienti di alleggerire soprattutto l'azionario Italia, come di essere sottoinvestiti su azioni e obbligazioni anche extra Italia. E riguardo ai titoli di Stato italiani, i rendimenti offerti per il rischio incorporato ci sono sempre sembrati troppo bassi; l'anomalia non sono i rendimenti attuali offerti oggi, ma quelli schiacciati per effetto delle misure della Bce degli scorsi anni, che erano assurdi».
Tuttavia, a Piazza Affari non mancano strumenti per sfruttare l'ascesa dello spread. Come sottolinea il sito Finanza Operativa, per quanti ritengono che il differenziale possa salire ancora il listino Etfplus di Borsa Italiana «mette a disposizione una serie di Etf che puntano su un ribasso del Btp (e di riflesso su un rialzo del suo rendimento): ad esempio il Lyxor Btp daily short ucits etf - Acc, il Boost Btp 10y 3x short daily, e il Boost Btp 10y 5x short daily etp, questi ultimi due addirittura rispettivamente a leva tripla e quintupla». Alla segnalazione segue comunque un invito a «fare attenzione», poiché «si tratta di prodotti da utilizzare prevalentemente per operazioni limitate all'intraday e dedicati a trader e investitori con un profilo di rischio non basso».
Chiara Merico
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Nella notte l'agenzia di rating abbassa il livello di affidabilità del nostro debito pubblico a Baa3: l'ultimo gradino prima del livello non investment. Spread verso 400? Al riparo con yen, dollari oppure titoli a scadenza breve. Gli esperti: «Ok a prodotti esteri, ma bilanciati per evitare i rischi del cambio». Sì a obbligazioni italiane, però a durata ravvicinata.I bond delle aziende sono più stabili ma garantiscono rendimenti minori. I privati subiscono meno scossoni: vale per Esselunga e per chi opera in settori lontani dallo Stato. Esposte, invece, le banche e le assicurazioni. In caso di differenziale a 400 le rendite di Tim, Enel ed Eni in impennata.Alberto Borgia, presidente di Aiaf: «Niente effetto sui mutui, attenzione ai fidi. Prestiti più cari alle imprese allontanano gli investitori internazionali e spingono a delocalizzare».In Borsa spunta il listino per chi scommette contro le azioni tricolori. Etfplus propone strumenti speculativi dedicati a trader esperti che fanno guadagnare grazie alle difficoltà del Belpaese. Lo speciale comprende quattro articoli.La parola spread è ormai sulla bocca degli italiani da qualche anno a questa parte, ma non sempre è chiaro di cosa si tratti. Quindi, cominciamo dicendo che per spread si intende il differenziale di rendimento fra due titoli: in questo caso, il differenziale di rendimento fra Btp e Bund, rispettivamente i titoli di Stato italiani e tedeschi. Il motivo per cui si prende a riferimento il decennale tedesco sta nel fatto che tale titolo viene considerato un esempio di strumento senza rischi. Pertanto, più il prezzo dei nostri titoli (di fatto un prestito che i risparmiatori fanno allo Stato) scenderà rispetto ai loro omologhi tedeschi e più basso sarà il loro valore sul mercato. Quindi, per invogliare i risparmiatori a comprare titoli che valgono meno (e dunque più rischiosi), lo Stato dovrà offrire maggiori rendimenti, indebitandosi ancora di più. L'agenzia Moody's tha tagliato nella notte il rating dell'Italia a Baa3 da Baa2 con outlook stabile. La decisione è legata a un «cambio concreto della strategia di bilancio, con un deficit significativamente più elevato rispetto alle attese». Alla base della decisione c'è la mancanza di una coerente agenda di riforme per la crescita, e questo implica il prosieguo di una «crescita debole nel medio termine'». Lo afferma la stessa agenzia nella nota, sottolineando che i piani del governo non rappresentano un ''coerente programma di riforme'che può spingere «a mediocre performance della crescita su base sostenuta».Per tutti questi motivi lo spread oscilla. Il motivo per cui si assiste all'innalzamento di questo indicatore è legato dunque al rischio creditizio del Paese, ossia al timore che gli investitori hanno di non veder ripagato il proprio investimento nel debito pubblico italiano. «Negli ultimi giorni lo spread ha risentito del braccio di ferro tra Italia ed Europa e la volatilità potrebbe avere oscillazioni ancora maggiori di quelle fin qui registrate», spiega alla Verità Francesco Pilotti, responsabile ufficio studi di Soldiexpert scf, società di consulenza indipendente. La domanda che si pongono tutti appare dunque chiara: è possibile investire nelle care vecchie obbligazioni senza incorrere nelle oscillazioni dello spread italo-tedesco? «La maggior parte degli operatori fugge dal rischio e cerca di liquidare le posizioni che tendono a far oscillare maggiormente il valore del loro portafoglio», spiega Pilotti. Ma in realtà il modo esiste, eccome. La soluzione è «operare sempre sull'obbligazionario ma con titoli che non risentono delle oscillazioni dello spread: si tratta di titoli che hanno sottostanti in dollari statunitensi, in franchi svizzeri e in yen giapponesi», dice. Attenzione, però. Ciò non significa che questi titoli siano esenti da rischi. «Un eventuale investimento in queste attività può comportare perdite dal punto di vista valutario. Inoltre è da considerare anche il rischio di un eventuale rialzo dei tassi di interesse, un tema piuttosto caldo soprattutto negli Stati Uniti dove, in queste settimane i rendimenti obbligazionari americani hanno superato anche il 3,2% proprio per il timore di un incremento dei tassi».«In un contesto di elevata incertezza politica come quello che sta vivendo oggi l'Italia», dice alla Verità Gianluca D'Alessio, responsabile di Fia asset management, «sarebbe opportuno diversificare geograficamente il portafoglio obbligazionario, investendo nei titoli di Paesi politicamente più stabili esposti al rischio di default: fra questi, oltre ai soliti Germania e Stati Uniti, vi sono i Paesi del Nord Europa», sottolinea. «Dal momento che molte di queste strategie non sono facilmente accessibili al segmento retail (quello dei risparmiatori più comuni e che non riguarda gli investitori professionali, ndr), il consiglio rimane quello di affidarsi a gestori seri ed esperti, approfittando dei numerosi fondi ed Etf a disposizione dell'investitore medio, con bassi costi di gestione e di transazione».Il punto, però, non è solo cosa comprare, ma anche l'approccio da seguire per continuare a dormire sonni tranquilli. «Per ridurre al massimo i rischi», dice D'Alessio, «è sconsigliabile adottare un approccio “buy and hold" (compra e attendi, ndr), soprattutto su titoli con scadenze lunghe, i quali sono maggiormente sensibili a un rialzo dello spread. Una soluzione potrebbe essere quella di prediligere titoli obbligazionari garantiti (almeno parzialmente) da un altro asset: in questo caso parliamo di asset backed securities», spiega. «Un altro espediente potrebbe essere quello di investire in titoli a tasso variabile, in modo da proteggere il titolo da variazioni nel rating creditizio dell'emittente».Senza incorrere in eccessivi tecnicismi, basti dunque sapere che le obbligazioni governative italiane sono diventate molto volatili, quindi l'approccio da cassettista non può andare più bene. Del resto, non è un caso se sul mercato siano giunti molti prodotti tra fondi ed Etf che hanno proprio questo scopo: limitare il più possibile l'effetto ottovolante dello spread Btp Bund. Ci sono i fondi di Amundi, Ishares, Lyxor oppure, per chi non riesce a dire di no al reddito fisso governativo, le obbligazioni danesi e svedesi. Certo, nulla a che vedere con i rendimenti azionari. 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Per tracciare un quadro, spiega Attilio Capella, operatore esperto del mercato obbligazionario di Cfo sim, «l'analisi storica non ci è di grande aiuto, questo in considerazione principalmente degli interventi straordinari e in particolar modo del programma Cspp (Corporate sector purchase program), parte del quantitative easing attuato dalla Bce. Quindi», prosegue Capella, «è preferibile prendere in considerazione questi ultimi pochi mesi, che hanno visto l'acuirsi del rischio Italia a partire da maggio con l'insediamento dell'attuale governo». Nello studio realizzato per La Verità, Capella ha preso in esame l'andamento dei rendimenti di alcuni tra i più importanti corporate bond italiani - Telecom Italia, Eni, Enel, Atlantia ed Esselunga - in relazione all'andamento dello spread, a partire dall'insediamento del nuovo governo e passando dal giorno in cui è stata annunciata dalla maggioranza l'intenzione di portare il rapporto deficit Pil al 2,4%, fino a tracciare un quadro ipotetico dei rendimenti nel caso in cui lo spread toccasse quota 400. Come spiega Capella «i corporate bond da noi analizzati subirebbero in negativo lo spread Btp/Bund a quota 400 punti base, seppur in maniera diversificata. È da considerare che il rischio Paese deve venire associato a quello del singolo emittente, questo tenendo conto del settore di appartenenza e di quanto incide il business della società emittente nel contesto italiano. Ulteriori considerazioni tengono conto delle diverse situazioni, dalle aste 5G per Telecom Italia alla gestione del crollo del ponte Morandi di Genova per Atlantia, incidendo sulla crescita del margine di interesse da riconoscere e che si andrà a sommare all'allargamento visto in questi ultimi mesi per effetto del rischio Italia, mentre emittenti appartenenti a settori ritenuti più difensivi, vedi Esselunga, o di qualità come Eni hanno assorbito l'allargamento dello spread verificatosi sui titoli governativi». Ciò premesso, per gli investitori obbligazionari «il terreno è pieno di insidie e mine, perché ad agitare i mari non ci sono solo la situazione italiana e lo spread in salita, ma anche un rialzo quasi generalizzato dei tassi d'interesse. E questo significa un calo dei prezzi», sottolinea Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf. «In questo momento storico le imprese vengono considerate più affidabili degli Stati; per fare un esempio, da maggio, mentre il Btp con scadenza 2023 ha perso quasi il 9% il bond emesso da Esselunga con la stessa scadenza è rimasto invariato. Il titolo di Stato oggi rende il 2,51% annuo mentre l'obbligazione Esselunga di uguale scadenza lo 0,64%. I titoli obbligazionari meno toccati dallo spread sono ora quindi quelli sui quali lo Stato italiano ha meno influenza diretta e che operano in settori non troppo a rischio contagio finanziario. E sono anche quelli più resilienti in caso di recessione. Inutile dire che il rendimento offerto da questi “rifugi sicuri" può essere però negativo, come per esempio accade con le obbligazioni della Nestlé che pagano di fatto un rendimento negativo. E questo senza contare l'effetto inflazione». In ogni caso, come nota Fabrizio Fiorini, responsabile investimenti e vicedirettore generale di Ubi Pramerica, «l'eventuale allargamento dello spread rappresenta un problema soprattutto per i titoli di banche e assicurazioni: le banche sono poi i canali di trasmissione sull'economia reale, quindi ci troviamo in una situazione in cui la tensione sugli istituti produce meno credito per il consumo e un credito più costoso per quanto riguarda le aziende. In questo contesto queste ultime, se decidono di sbarcare sul mercato secondario con un'emissione obbligazionaria, sono costrette a ragionare sullo spread: il rischio creditizio va aggiunto a quello della nazione. Quindi lo spread che si allarga non ha vincitori, ma solo perdenti: tra questi le banche sono chiaramente quelle più in difficoltà, seguite dalle assicurazioni». Per Fiorini, «se l'allargamento dello spread si ferma il problema resta confinato all'Italia, ma se il differenziale continua a crescere i problemi si diffonderanno anche altrove. La Spagna e alcuni altri Paesi hanno resistito finora perché il mercato ha percepito questa dinamica come locale, ma se dovesse peggiorare si creerebbe una situazione di sofferenza anche per gli altri titoli di debito corporate: tra questi gli high yield soffrirebbero più di tutti gli altri, perché a quel punto verrebbero percepiti come asset rischiosi nel comparto obbligazionario. Se lo spread dovesse salire l'effetto sarebbe quello di un sasso gettato in un lago che crea cerchi concentrici nell'acqua: il problema più grosso è nel punto dove cade il sasso, ma via via che ci si allontana un impatto, anche se minore, si verifica comunque. E se si continuano a gettare sassi sempre più grossi, le onde aumentano e finiscono non solo per arrivare più lontano, ma anche per impattare maggiormente su ciò che è vicino». Chiara Merico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spread-verso-400-al-riparo-con-yen-dollari-oppure-titoli-a-scadenza-breve-2613630402.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="alberto-borgia-niente-effetto-sui-mutui-attenzione-ai-fidi" data-post-id="2613630402" data-published-at="1779826061" data-use-pagination="False"> Alberto Borgia: «Niente effetto sui mutui, attenzione ai fidi» Lo spread ha sfondato la soglia dei 300 punti. Ora si attendono le mosse della Commissione europea contro la legge di bilancio. La Verità ne ha parlato con Alberto Borgia, presidente di Aiaf, l'Associazione italiana per l'analisi finanziaria. Lo spread salirà ancora oppure scenderà? «Ritengo che lo spread rimarrà stabile fino alla discussione della manovra sul tavolo europeo (e potrebbe esserlo fino alle elezioni europee). Lo spread in seguito potrà subire degli scossoni se il totale delle spese (come ad esempio quelle relative agli investimenti, al reddito di cittadinanza, alle pensioni, eccetera) non avrà una controparte nelle entrate e nella garanzia che il debito venga successivamente ripagato. Il livello potrà subire delle oscillazioni dovute anche ai tassi a cui gli investitori, privati e i grandi fondi, saranno disposti a comprare il debito pubblico in futuro». Quali gli effetti per l'Italia come Paese e come mercato? «Mi aspetterei che dopo tanti anni ci sia una politica per l'industria che consenta il ripristino di nuove realtà produttive basate in Italia. Oltre alla certezza del diritto o degli incassi, è necessario che le realtà produttive possano poter pagare il denaro con gli stessi tassi applicati ai loro concorrenti. Se lo spread restasse a livelli elevati, le realtà italiane indebitate pagherebbero rispetto ai concorrenti circa 2 punti in più, subendo quindi una penalizzazione nella concorrenza. Lo spread quindi è una variabile importante nel momento in cui si decide un investimento a debito: questo, oltre a incidere sulla permanenza di imprese italiane sul nostro territorio, può scoraggiare investitori stranieri dall'operare in Italia. Una vera politica industriale in Italia manca purtroppo da parecchi decenni». Fino a oggi quali sono stati gli effetti per i risparmiatori? «Se si parla di risparmiatori che si sono affidati a gestioni o a prodotti professionali, gli effetti sono stati assorbiti, sapendo che in queste situazioni “cash is the king", ossia che la liquidità in queste situazioni premia. Vi sono stati però recenti fatti isolati - come la questione degli aumenti di capitale iper diluitivi delle banche o la questione relativa alle concessionarie infrastrutturali - che hanno obiettivamente determinato per il risparmiatore situazioni di forte disagio e perdita. Per quanto riguarda il risparmiatore comune che si muove in autonomia sui mercati, è paradossalmente difficile capire quali sono stati gli effetti, tenendo presente che chi si è affidato a prodotti strutturati di risparmio gestito ha probabilmente optato per strumenti con un'esposizione diversificata sui mercati esteri e non per il debito pubblico italiano. Il debito pubblico italiano, infatti, al 30 maggio 2018 era detenuto per il 32% da stranieri, per il 27% dalle banche, per il 16% dalla Banca d'Italia, per il 19% da fondi e assicurazioni e solamente per il 6% da italiani privati». C'è davvero stato un aumento del costo dei mutui? «Per quanto riguarda i mutui a tasso fisso, ovviamente no. In linea generale comunque la variazione dei tassi avviene su base trimestrale, quindi è probabile che la ricaduta della situazione attuale si avrà a partire tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019. A parte la questione dei mutui, ci sembra che la manovra, non toccando la tassazione sulla prima casa, possa consentire uno sviluppo del mercato immobiliare nel prossimo futuro». Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spread-verso-400-al-riparo-con-yen-dollari-oppure-titoli-a-scadenza-breve-2613630402.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-borsa-spunta-il-listino-per-chi-scommette-contro-le-azioni-tricolori" data-post-id="2613630402" data-published-at="1779826061" data-use-pagination="False"> In Borsa spunta il listino per chi scommette contro le azioni tricolori L'aumento dello spread ha creato allarme: tuttavia non mancano le occasioni per trovare rendimenti, specie per gli operatori più esperti. Come spiega Michele Morra, portfolio manager di Moneyfarm, «la manovra del governo è sicuramente un'operazione rischiosa dal punto di vista finanziario. Gli investitori, tuttavia, dovrebbero affrontare la questione con un'ottica di lungo termine, perché il problema del debito pubblico italiano non è certo una novità». Secondo Morra, «l'attuale situazione, con la volatilità che ne è derivata sia sul comparto obbligazionario, sia sul Ftse mib, ricorda quanto sia sconsigliabile concentrare eccessivamente gli investimenti su strumenti finanziari italiani. I portafogli costruiti in ottica di diversificazione globale hanno dimostrato di reagire piuttosto bene rispetto a quelli con eccessiva concentrazione sull'Italia, quando sia Piazza Affari sia il comparto obbligazionario sono stati soggetti a turbolenze». Inoltre, sottolinea il gestore, «non aiuta certo il fatto che in Italia ci sia la tendenza a utilizzare la leva fiscale per orientare il risparmio verso investimenti locali. Ci aveva pensato lo scorso governo con i Pir e ora sembra volerci provare anche il nuovo esecutivo con i Cir. Crediamo sia un approccio sbagliato: i cittadini contribuiscono già con le tasse a ripagare il debito. Orientare il risparmio verso una concentrazione sul rischio Italia non sembra giustificato e la volatilità conferma questa visione». Secondo Salvatore Gaziano, strategist di Soldiexpert scf, «come società di consulenza finanziaria indipendente preferiamo giocare in difesa nei momenti di tensione e già nelle scorse settimane avevamo consigliato ai nostri clienti di alleggerire soprattutto l'azionario Italia, come di essere sottoinvestiti su azioni e obbligazioni anche extra Italia. E riguardo ai titoli di Stato italiani, i rendimenti offerti per il rischio incorporato ci sono sempre sembrati troppo bassi; l'anomalia non sono i rendimenti attuali offerti oggi, ma quelli schiacciati per effetto delle misure della Bce degli scorsi anni, che erano assurdi». Tuttavia, a Piazza Affari non mancano strumenti per sfruttare l'ascesa dello spread. Come sottolinea il sito Finanza Operativa, per quanti ritengono che il differenziale possa salire ancora il listino Etfplus di Borsa Italiana «mette a disposizione una serie di Etf che puntano su un ribasso del Btp (e di riflesso su un rialzo del suo rendimento): ad esempio il Lyxor Btp daily short ucits etf - Acc, il Boost Btp 10y 3x short daily, e il Boost Btp 10y 5x short daily etp, questi ultimi due addirittura rispettivamente a leva tripla e quintupla». Alla segnalazione segue comunque un invito a «fare attenzione», poiché «si tratta di prodotti da utilizzare prevalentemente per operazioni limitate all'intraday e dedicati a trader e investitori con un profilo di rischio non basso». Chiara Merico
Dario Amodei
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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