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2022-01-10
La piaga italiana delle bambine costrette al matrimonio islamico
Il primo caso giudiziario su una sposa bambina di cui si trova traccia sulla stampa risale al 1993: a Treviso una bimba di 14 anni nel mercato del popolo zingaro all’epoca valeva 50 milioni di lire. E per quel prezzo fu venduta dalla famiglia a un uomo che non aveva mai visto prima. La storia però ha un lieto fine, perché, raccontano le cronache dell’epoca, la bimba riuscì a fuggire e a far arrestare gli zii. Poi, ogni anno, qualche caso isolato, che resta impigliato nella cronaca locale, ricorda che il fenomeno resiste ancora in Italia.
Negli ultimi mesi una bambina kosovara di origine rom di 12 anni è fuggita dalla sua abitazione di Palermo, perché le volevano far sposare un parente in Francia; una marocchina appena diciottenne che viveva a Ferrara è riuscita a tornare in Italia dopo essere stata costretta dal padre a sposare il cugino in Marocco e ha denunciato i parenti; l’1 giugno 2021 una pattuglia di polizia di Reggio Emilia ha salvato una minorenne facendo irruzione a casa di una donna indiana nella quale sarebbe dovuto arrivare il fratello che l’avrebbe portata via contro la sua volontà, perché in India l’aspettava il futuro sposo che non aveva ancora conosciuto.
L’elenco è lungo. A Brescia il 10 giugno salta fuori che due genitori pakistani minacciano la figlia, che non vuole sposare l’uomo scelto per lei dai familiari, di fare «la fine di Sana», la ragazza uccisa in Pakistan dai parenti per essersi opposta alle nozze. Ma nel 99 per cento dei casi storie come queste restano sommerse. Una statistica ufficiale non esiste ancora. Le associazioni Non c’è pace senza giustizia e The circle Italia onlus, però, il 10 dicembre, data che coincide con la ricorrenza della Giornata mondiale dei diritti umani, in cui fu proclamata da parte dell’assemblea generale dell’Onu la Dichiarazione universale dei diritti umani (era il 10 dicembre 1948), hanno presentato in Senato una ricerca sui matrimoni minorili in Italia.
Pandemia e lockdown, è emerso durante l’incontro, avrebbero «esposto maggiormente le ragazze più vulnerabili al rischio di matrimonio precoce». Le unioni non verrebbero registrate e quando sono celebrate all’estero non giunge nessuna comunicazione alle autorità italiane. Stando ai dati presentati in Senato, il 41 per cento delle vittime di matrimonio forzato ha cittadinanza italiana; il 59 per cento, invece, è straniero. Ma tutto è demandato a un monitoraggio dei volontari. L’unico studio di natura quantitativa e qualitativa esistente sarebbe una ricerca dell’Associazione 21 luglio condotta nelle baraccopoli di Roma, dalla quale risulta una grande prevalenza di matrimoni precoci nelle comunità rom residenti in Italia, che ammonta al 77 per cento.
In realtà, la Direzione centrale della polizia criminale, che fa capo al Dipartimento di pubblica sicurezza, un dossier l’ha prodotto, proprio all’indomani dell’approvazione della legge numero 69 del 2019, il cosiddetto Codice rosso, che ha introdotto uno specifico reato nel codice penale con lo scopo di contrastare proprio il fenomeno dei matrimoni forzati e delle spose bambine. E, così, ora l’articolo 558 bis del codice penale sanziona con pene da 1 a 5 anni «chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile, e, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile».
I dati classificati dal servizio di analisi criminale (struttura interforze nella quale opera personale della polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza e della polizia penitenziaria) riguardano l’arco temporale compreso tra l’entrata in vigore del Codice rosso (9 agosto 2019) e il 31 maggio 2021. E si contano 24 casi, l’85 per cento dei quali commessi in danno di persone di sesso femminile. Un terzo, poi, sono minorenni (il 9 per cento entro i 14 anni e il 27 per cento tra i 14 e i 17 anni). Il 59 per cento delle vittime sono straniere, in maggioranza pakistane, seguite dalle albanesi. Nel 73 per cento dei casi gli autori del reato sono uomini, anche in questo caso di nazionalità prevalentemente pakistana, seguiti da albanesi, bengalesi e bosniaci.
«Il report», spiegano gli autori, «aiuta ad analizzare il fenomeno, che ha radici storiche, culturali e talvolta religiose, e, individuando i contesti di riferimento, ha l’obiettivo di migliorare le strategie di contrasto». Ma ammettono: «I dati, inevitabilmente, fotografano una situazione sottodimensionata rispetto a quella reale. L’emersione di questo reato, infatti, non è facile perché spesso si consuma tra le mura domestiche e le vittime sono quasi sempre ragazze giovani, nate in famiglie connotate da forte cultura patriarcale, costrette ad abbandonare la scuola, talvolta obbligate a rimanere chiuse in casa nell’impossibilità di denunciare, anche per paura di ritorsioni».
Si è scoperto che, stranamente, i casi sono più diffusi tra Lombardia ed Emilia Romagna. Mentre al Sud, tolte Calabria e Sicilia (che contano meno di 5 casi complessivamente), il fenomeno non è presente. Al rifiuto del matrimonio, inoltre, spesso consegue lo sfregio del volto per chi si ribella: i casi nell’anno appena trascorso sono stati 65. Alcuni procedimenti penali hanno già prodotto delle condanne. Anche se non tutte, per la verità, riportano quanto introdotto dal Codice rosso. A Torino, per esempio, una donna egiziana è stata condannata in primo grado a 1 anno e 4 mesi di carcere perché aveva promesso la figlia di 15 anni in sposa a un uomo molto più grande di lei e l’aveva segregata in casa fino a quando non avesse accettato il matrimonio.
A Firenze, invece, la mano dei giudici è stata molto più pesante: un capofamiglia serbo di etnia rom è stato condannato a 13 anni di carcere con l’accusa di aver ridotto in schiavitù una delle sue figlie. Al serbo è stata anche tolta la responsabilità genitoriale. La ragazza sarebbe stata promessa in sposa dal padre all’età di 13 anni a un giovane rom serbo residente in Francia al prezzo di 15.000 euro. E, secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, ad alcune condizioni poste dalla famiglia del promesso sposo, pena la rottura dell’accordo: doveva arrivare vergine al matrimonio, doveva dimagrire, curare la pelle del viso e imparare a dovere i lavori domestici. La segregazione sarebbe durata quattro anni.
A Milano, invece, un padre del Bangladesh è stato condannato a 3 anni e 9 mesi per aver combinato il matrimonio della figlia di 9 anni nel Paese d’origine con un cugino di 22 anni. La madre della piccola, però, per impedirlo, aveva distrutto il suo passaporto e quello della bimba, scongiurando così la partenza per Dakka. Poi ha denunciato il marito. E, infine, ci sono le ragazze che non ce l’hanno fatta. Come Saman Abbas, scomparsa da Novellara, in provincia di Reggio Emilia, la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021 e, probabilmente, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, uccisa e fatta a pezzi da uno zio con la complicità dei genitori.
Tiziana Dal Pra, attivista dei diritti delle donne e fondatrice di Trama di Terre, associazione che ha gestito il primo rifugio in Italia per le ragazze fuggite da nozze forzate, in un’intervista al Quotidiano nazionale ha stimato «un migliaio di casi all’anno». E ha ricordato: «È un problema di patriarcato che avevamo anche noi anni fa». Finché la storia di Franca Viola, la prima donna italiana a rifiutare un matrimonio forzato nel 1966, non avviò un cambio di passo culturale in Italia. Dove, però, a distanza di oltre 50 anni il fenomeno, in contesti di particolare arretratezza culturale legati all’immigrazione, persiste. E di fronte al quale, al di là di qualche vuoto slogan sbandierato dall’ultrasinistra, si continua a chiudere gli occhi.
«A sinistra ripetono ancora che bisogna rispettare la cultura dei loro genitori»

Souad Sbai (Ansa)
«Le femministe di una certa sinistra radical chic continuano a ripetere che è la loro cultura, che bisogna rispettare le loro tradizioni. Ma quali tradizioni? Alcune comunità di immigrati non permettono alle figlie di andare a scuola, di emanciparsi, e quello è il primo passo verso un matrimonio forzato». Souad Sbai, origini marocchine, già deputata di centrodestra, presidente di Acmid-Donna onlus, associazione che tutela i diritti delle musulmane in Italia, e responsabile del Dipartimento integrazione e rapporti con le comunità straniere presenti in Italia, promosso dalla Lega, ha le idee chiare sulle spose bambine.
Quanto è esteso il fenomeno?
«È impressionante, soprattutto nelle comunità di Bangladesh e Pakistan. Negli ultimi tempi è meno diffuso tra chi proviene dai Paesi dell’Africa del Nord, fatta eccezione per le aree rurali. Il disinteresse e un certo buonismo esasperato di sinistra, che continua a giustificare alcuni atteggiamenti di quelle comunità di immigrati, non ne favorisce l’emersione. Con questo atteggiamento ci stiamo giocando la possibilità di inclusione delle seconde generazioni».
Da più parti si afferma che non ci sono dati.
«Non si è voluto fare nulla per questa problematica. Quando Laura Boldrini era presidente della Camera e chiedevamo di essere ascoltati per far conoscere cosa accadeva, non nei Paesi d’origine di questi cittadini ma in Italia, non siamo neppure stati ricevuti».
Cosa avreste voluto rappresentare alle istituzioni?
«Che i matrimoni forzati sono all’ordine del giorno e che ci sono ambienti in cui, purtroppo, è ancora una prassi. E non si tratta soltanto di bambine che vivono in Italia e che vengono affidate come mogli a parenti o amici. Molte vittime fanno il percorso inverso: partono dal Pakistan o dal Bangladesh e vengono a sposarsi in Italia. L’età è sempre molto bassa, parliamo di ragazzine».
Ma questi matrimoni vengono registrati in Italia? Sono ufficiali?
«Di queste ragazze non si sa più nulla. Finiscono chiuse in casa a fare da sguattere ai loro mariti, coperte dal velo. E solo in poche riescono a ribellarsi. Impedendo loro di andare a scuola, le famiglie patriarcali riescono a ottenere il risultato del matrimonio forzato più facilmente. Parliamo di 60 bambine musulmane su 100, costrette dai genitori ad abbandonare la scuola dell’obbligo tra la quinta elementare e la prima media. E non è stata la pandemia. Un aumento del 300 per cento si è verificato già tra il 2016 e il 2017. Chi lo permette, però, poi pontifica sull’integrazione».
Sembra che per questi temi alcuni ambienti abbiano l’esclusiva.
«Ci sono salotti in cui la chiamano accoglienza. Ma non basta dare una casa e il reddito di cittadinanza a una famiglia di immigrati per usare questa parola. Bisogna intervenire sull’integrazione, con la cultura. Cosa si fa per una donna musulmana che rifiuta un matrimonio forzato o che è vittima di violenza? Nulla. Non le si offre neppure un posto in cui stare per difenderla dalla famiglia o dal marito. Se ha dei figli, poi, il tutto diventa ancora più difficile. E spesso sono proprio le istituzioni a fregarsene. La recente richiesta di archiviazione di una denuncia per maltrattamenti presentata da una ragazza marocchina nei confronti del marito che la costringeva a indossare il velo integrale ne è la prova».
Anche il velo integrale viene giustificato con il rispetto delle tradizioni?
«Questo ha scritto il giudice di Perugia, sostenendo che la condotta di costringerla a tenere il velo integrale rientra nel quadro culturale dei soggetti interessati. Ma sono parole che offendono. E offendono anche la nostra cultura di origine».
Perché?
«Sono una minoranza i musulmani che indossano il velo integrale. Con questo atteggiamento arriveremo a giustificare anche la lapidazione. La realtà è che mentre una certa cultura buonista è concentrata su come far passare per tradizione i matrimoni forzati, la segregazione, le mutilazioni genitali, la poligamia, ci sono ragazze delle seconde generazioni che, abbandonata la scuola, sprofondano in un buco nero».
Che intende?
«Tempo fa avevo diffuso uno studio che dimostrava come l’Italia era seconda in Europa, dopo la Grecia, tra le nazioni con le percentuali più alte di popolazione immigrata con livello minimo di studio. Rispetto all’abbandono scolastico, invece, aveva il primato negativo, con il 35 per cento di abbandono tra i giovani stranieri».
Insomma, meno istruita è la fanciulla, più facile sarà imporle il marito?
«Le bambine vengono allontanate dai banchi prima dell’inizio dell’adolescenza, al massimo a 12 anni, perché le famiglie ritengono che una volta introdotte ulteriormente negli studi saranno più portate a ribellarsi. Chi denuncia e si oppone alle scelte della famiglia, infatti, di solito è anche ben inserito in società e ha un buon livello di istruzione».
Invece, quando sarebbe il caso di intervenire?
«A mio avviso, intervenire nel momento in cui le piccole lasciano la scuola potrebbe invertire la rotta. Una maggiore consapevolezza produrrebbe subito il rifiuto della terribile pratica dei matrimoni combinati e, automaticamente, l’emersione del fenomeno».
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In meno di due anni scoperti dalla polizia 24 casi di minorenni costrette a dire «sì» a un matrimonio combinato. Le vittime sono musulmane straniere, soprattutto pakistane, bangladesi e rom. Ma è la punta di un iceberg di cui nessuno parla mai.L’ex parlamentare italo-marocchina Souad Sbai: «A molte ragazzine è impedito di andare a scuola, primo passo verso la sottomissione. Ma la Boldrini non volle riceverci».Lo speciale contiene due articoliIl primo caso giudiziario su una sposa bambina di cui si trova traccia sulla stampa risale al 1993: a Treviso una bimba di 14 anni nel mercato del popolo zingaro all’epoca valeva 50 milioni di lire. E per quel prezzo fu venduta dalla famiglia a un uomo che non aveva mai visto prima. La storia però ha un lieto fine, perché, raccontano le cronache dell’epoca, la bimba riuscì a fuggire e a far arrestare gli zii. Poi, ogni anno, qualche caso isolato, che resta impigliato nella cronaca locale, ricorda che il fenomeno resiste ancora in Italia.Negli ultimi mesi una bambina kosovara di origine rom di 12 anni è fuggita dalla sua abitazione di Palermo, perché le volevano far sposare un parente in Francia; una marocchina appena diciottenne che viveva a Ferrara è riuscita a tornare in Italia dopo essere stata costretta dal padre a sposare il cugino in Marocco e ha denunciato i parenti; l’1 giugno 2021 una pattuglia di polizia di Reggio Emilia ha salvato una minorenne facendo irruzione a casa di una donna indiana nella quale sarebbe dovuto arrivare il fratello che l’avrebbe portata via contro la sua volontà, perché in India l’aspettava il futuro sposo che non aveva ancora conosciuto.L’elenco è lungo. A Brescia il 10 giugno salta fuori che due genitori pakistani minacciano la figlia, che non vuole sposare l’uomo scelto per lei dai familiari, di fare «la fine di Sana», la ragazza uccisa in Pakistan dai parenti per essersi opposta alle nozze. Ma nel 99 per cento dei casi storie come queste restano sommerse. Una statistica ufficiale non esiste ancora. Le associazioni Non c’è pace senza giustizia e The circle Italia onlus, però, il 10 dicembre, data che coincide con la ricorrenza della Giornata mondiale dei diritti umani, in cui fu proclamata da parte dell’assemblea generale dell’Onu la Dichiarazione universale dei diritti umani (era il 10 dicembre 1948), hanno presentato in Senato una ricerca sui matrimoni minorili in Italia. Pandemia e lockdown, è emerso durante l’incontro, avrebbero «esposto maggiormente le ragazze più vulnerabili al rischio di matrimonio precoce». Le unioni non verrebbero registrate e quando sono celebrate all’estero non giunge nessuna comunicazione alle autorità italiane. Stando ai dati presentati in Senato, il 41 per cento delle vittime di matrimonio forzato ha cittadinanza italiana; il 59 per cento, invece, è straniero. Ma tutto è demandato a un monitoraggio dei volontari. L’unico studio di natura quantitativa e qualitativa esistente sarebbe una ricerca dell’Associazione 21 luglio condotta nelle baraccopoli di Roma, dalla quale risulta una grande prevalenza di matrimoni precoci nelle comunità rom residenti in Italia, che ammonta al 77 per cento. In realtà, la Direzione centrale della polizia criminale, che fa capo al Dipartimento di pubblica sicurezza, un dossier l’ha prodotto, proprio all’indomani dell’approvazione della legge numero 69 del 2019, il cosiddetto Codice rosso, che ha introdotto uno specifico reato nel codice penale con lo scopo di contrastare proprio il fenomeno dei matrimoni forzati e delle spose bambine. E, così, ora l’articolo 558 bis del codice penale sanziona con pene da 1 a 5 anni «chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile, e, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile».I dati classificati dal servizio di analisi criminale (struttura interforze nella quale opera personale della polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza e della polizia penitenziaria) riguardano l’arco temporale compreso tra l’entrata in vigore del Codice rosso (9 agosto 2019) e il 31 maggio 2021. E si contano 24 casi, l’85 per cento dei quali commessi in danno di persone di sesso femminile. Un terzo, poi, sono minorenni (il 9 per cento entro i 14 anni e il 27 per cento tra i 14 e i 17 anni). Il 59 per cento delle vittime sono straniere, in maggioranza pakistane, seguite dalle albanesi. Nel 73 per cento dei casi gli autori del reato sono uomini, anche in questo caso di nazionalità prevalentemente pakistana, seguiti da albanesi, bengalesi e bosniaci. «Il report», spiegano gli autori, «aiuta ad analizzare il fenomeno, che ha radici storiche, culturali e talvolta religiose, e, individuando i contesti di riferimento, ha l’obiettivo di migliorare le strategie di contrasto». Ma ammettono: «I dati, inevitabilmente, fotografano una situazione sottodimensionata rispetto a quella reale. L’emersione di questo reato, infatti, non è facile perché spesso si consuma tra le mura domestiche e le vittime sono quasi sempre ragazze giovani, nate in famiglie connotate da forte cultura patriarcale, costrette ad abbandonare la scuola, talvolta obbligate a rimanere chiuse in casa nell’impossibilità di denunciare, anche per paura di ritorsioni».Si è scoperto che, stranamente, i casi sono più diffusi tra Lombardia ed Emilia Romagna. Mentre al Sud, tolte Calabria e Sicilia (che contano meno di 5 casi complessivamente), il fenomeno non è presente. Al rifiuto del matrimonio, inoltre, spesso consegue lo sfregio del volto per chi si ribella: i casi nell’anno appena trascorso sono stati 65. Alcuni procedimenti penali hanno già prodotto delle condanne. Anche se non tutte, per la verità, riportano quanto introdotto dal Codice rosso. A Torino, per esempio, una donna egiziana è stata condannata in primo grado a 1 anno e 4 mesi di carcere perché aveva promesso la figlia di 15 anni in sposa a un uomo molto più grande di lei e l’aveva segregata in casa fino a quando non avesse accettato il matrimonio. A Firenze, invece, la mano dei giudici è stata molto più pesante: un capofamiglia serbo di etnia rom è stato condannato a 13 anni di carcere con l’accusa di aver ridotto in schiavitù una delle sue figlie. Al serbo è stata anche tolta la responsabilità genitoriale. La ragazza sarebbe stata promessa in sposa dal padre all’età di 13 anni a un giovane rom serbo residente in Francia al prezzo di 15.000 euro. E, secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, ad alcune condizioni poste dalla famiglia del promesso sposo, pena la rottura dell’accordo: doveva arrivare vergine al matrimonio, doveva dimagrire, curare la pelle del viso e imparare a dovere i lavori domestici. La segregazione sarebbe durata quattro anni.A Milano, invece, un padre del Bangladesh è stato condannato a 3 anni e 9 mesi per aver combinato il matrimonio della figlia di 9 anni nel Paese d’origine con un cugino di 22 anni. La madre della piccola, però, per impedirlo, aveva distrutto il suo passaporto e quello della bimba, scongiurando così la partenza per Dakka. Poi ha denunciato il marito. E, infine, ci sono le ragazze che non ce l’hanno fatta. Come Saman Abbas, scomparsa da Novellara, in provincia di Reggio Emilia, la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021 e, probabilmente, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, uccisa e fatta a pezzi da uno zio con la complicità dei genitori. Tiziana Dal Pra, attivista dei diritti delle donne e fondatrice di Trama di Terre, associazione che ha gestito il primo rifugio in Italia per le ragazze fuggite da nozze forzate, in un’intervista al Quotidiano nazionale ha stimato «un migliaio di casi all’anno». E ha ricordato: «È un problema di patriarcato che avevamo anche noi anni fa». Finché la storia di Franca Viola, la prima donna italiana a rifiutare un matrimonio forzato nel 1966, non avviò un cambio di passo culturale in Italia. Dove, però, a distanza di oltre 50 anni il fenomeno, in contesti di particolare arretratezza culturale legati all’immigrazione, persiste. 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Souad Sbai, origini marocchine, già deputata di centrodestra, presidente di Acmid-Donna onlus, associazione che tutela i diritti delle musulmane in Italia, e responsabile del Dipartimento integrazione e rapporti con le comunità straniere presenti in Italia, promosso dalla Lega, ha le idee chiare sulle spose bambine. Quanto è esteso il fenomeno? «È impressionante, soprattutto nelle comunità di Bangladesh e Pakistan. Negli ultimi tempi è meno diffuso tra chi proviene dai Paesi dell’Africa del Nord, fatta eccezione per le aree rurali. Il disinteresse e un certo buonismo esasperato di sinistra, che continua a giustificare alcuni atteggiamenti di quelle comunità di immigrati, non ne favorisce l’emersione. Con questo atteggiamento ci stiamo giocando la possibilità di inclusione delle seconde generazioni». Da più parti si afferma che non ci sono dati. «Non si è voluto fare nulla per questa problematica. Quando Laura Boldrini era presidente della Camera e chiedevamo di essere ascoltati per far conoscere cosa accadeva, non nei Paesi d’origine di questi cittadini ma in Italia, non siamo neppure stati ricevuti». Cosa avreste voluto rappresentare alle istituzioni? «Che i matrimoni forzati sono all’ordine del giorno e che ci sono ambienti in cui, purtroppo, è ancora una prassi. E non si tratta soltanto di bambine che vivono in Italia e che vengono affidate come mogli a parenti o amici. Molte vittime fanno il percorso inverso: partono dal Pakistan o dal Bangladesh e vengono a sposarsi in Italia. L’età è sempre molto bassa, parliamo di ragazzine». Ma questi matrimoni vengono registrati in Italia? Sono ufficiali? «Di queste ragazze non si sa più nulla. Finiscono chiuse in casa a fare da sguattere ai loro mariti, coperte dal velo. E solo in poche riescono a ribellarsi. Impedendo loro di andare a scuola, le famiglie patriarcali riescono a ottenere il risultato del matrimonio forzato più facilmente. Parliamo di 60 bambine musulmane su 100, costrette dai genitori ad abbandonare la scuola dell’obbligo tra la quinta elementare e la prima media. E non è stata la pandemia. Un aumento del 300 per cento si è verificato già tra il 2016 e il 2017. Chi lo permette, però, poi pontifica sull’integrazione». Sembra che per questi temi alcuni ambienti abbiano l’esclusiva. «Ci sono salotti in cui la chiamano accoglienza. Ma non basta dare una casa e il reddito di cittadinanza a una famiglia di immigrati per usare questa parola. Bisogna intervenire sull’integrazione, con la cultura. Cosa si fa per una donna musulmana che rifiuta un matrimonio forzato o che è vittima di violenza? Nulla. Non le si offre neppure un posto in cui stare per difenderla dalla famiglia o dal marito. Se ha dei figli, poi, il tutto diventa ancora più difficile. E spesso sono proprio le istituzioni a fregarsene. La recente richiesta di archiviazione di una denuncia per maltrattamenti presentata da una ragazza marocchina nei confronti del marito che la costringeva a indossare il velo integrale ne è la prova». Anche il velo integrale viene giustificato con il rispetto delle tradizioni? «Questo ha scritto il giudice di Perugia, sostenendo che la condotta di costringerla a tenere il velo integrale rientra nel quadro culturale dei soggetti interessati. Ma sono parole che offendono. E offendono anche la nostra cultura di origine». Perché? «Sono una minoranza i musulmani che indossano il velo integrale. Con questo atteggiamento arriveremo a giustificare anche la lapidazione. La realtà è che mentre una certa cultura buonista è concentrata su come far passare per tradizione i matrimoni forzati, la segregazione, le mutilazioni genitali, la poligamia, ci sono ragazze delle seconde generazioni che, abbandonata la scuola, sprofondano in un buco nero». Che intende? «Tempo fa avevo diffuso uno studio che dimostrava come l’Italia era seconda in Europa, dopo la Grecia, tra le nazioni con le percentuali più alte di popolazione immigrata con livello minimo di studio. Rispetto all’abbandono scolastico, invece, aveva il primato negativo, con il 35 per cento di abbandono tra i giovani stranieri». Insomma, meno istruita è la fanciulla, più facile sarà imporle il marito? «Le bambine vengono allontanate dai banchi prima dell’inizio dell’adolescenza, al massimo a 12 anni, perché le famiglie ritengono che una volta introdotte ulteriormente negli studi saranno più portate a ribellarsi. Chi denuncia e si oppone alle scelte della famiglia, infatti, di solito è anche ben inserito in società e ha un buon livello di istruzione». Invece, quando sarebbe il caso di intervenire? «A mio avviso, intervenire nel momento in cui le piccole lasciano la scuola potrebbe invertire la rotta. Una maggiore consapevolezza produrrebbe subito il rifiuto della terribile pratica dei matrimoni combinati e, automaticamente, l’emersione del fenomeno».
Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa)
Una ritorsione, quella dell’Idf, che è avvenuta, nonostante alcune ore prima il presidente americano avesse cercato di dissuadere il premier israeliano dall’ordinarla. In particolare, Trump aveva detto che Netanyahu non avrebbe avuto altra scelta se non quella di accettare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. «Sono io che comando. Sono io che comando tutto. Lui non comanda», aveva affermato, parlando con il Financial Times. Eppure, come abbiamo visto, il premier israeliano ha alla fine deciso di attaccare l’Iran in quella che è stata la prima azione bellica di Gerusalemme contro il regime khomeinista dal cessate il fuoco dell’8 aprile. Un’azione bellica da cui gli Stati Uniti hanno preso le distanze: un funzionario americano ha infatti precisato ad Axios che Washington non è stata coinvolta nei nuovi attacchi dello Stato ebraico, definendo comunque questi ultimi «relativamente limitati».
Nel frattempo, ieri pomeriggio, Trump e Netanyahu hanno avuto una nuova telefonata. Poco dopo, un funzionario israeliano ha reso noto che Gerusalemme avrebbe interrotto gli attacchi contro la Repubblica islamica sulla base di quanto richiesto dal presidente statunitense. La stessa fonte ha tuttavia aggiunto che lo Stato ebraico proseguirà i raid sul Libano. Il che si configura potenzialmente come un problema: poco prima, l’Iran aveva infatti annunciato di aver sospeso i lanci missilistici contro Israele, ma aveva altresì precisato di essere pronto a nuovi atti militari, nel caso Gerusalemme avesse avuto intenzione di effettuare ulteriori bombardamenti sul Paese dei Cedri. In questo quadro, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha detto che Gerusalemme condurrà dei raid su Beirut, qualora Hezbollah dovesse colpire lo Stato ebraico.
«Ho avvertito Netanyahu che, se porterà la situazione a una guerra, si troverà da solo contro l’Iran», ha raccontato ieri sera Trump a Channel 12. Non solo. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare una soluzione diplomatica. «Entrambe le parti, Israele e Iran, puntano a un cessate il fuoco immediato! I negoziati finali sulla “pace” sono in corso, salvo che ignoranza o stupidità non si frappongano al loro cammino. Il blocco rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino al raggiungimento di un ’accordo definitivo’. Le cose dovrebbero procedere rapidamente», ha affermato su Truth. Nel frattempo, il New York Times ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero impedito un «massiccio» attacco che lo Stato ebraico aveva predisposto contro l’Iran. «Al momento, gli scontri su questo fronte si sono fermati, perché dopo essere stato colpito, il regime terroristico di Teheran ha smesso di attaccarci», ha affermato ieri sera, a denti stretti, il premier israeliano. «Se quel regime terroristico commetterà di nuovo l’errore di attaccarci, risponderemo con la forza», ha continuato. In questo clima, secondo Al Jazeera, l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, ha confermato che Trump e Netanyahu avrebbero «sfiorato la rissa sul Libano».
Alla base delle tensioni tra i due leader emergono elementi strutturali. Innanzitutto si registrano divergenze strategiche. Il premier israeliano punta o a un regime change a Teheran o a un Iran fortemente decentralizzato, se non addirittura «spezzettato» (è del resto un noto fautore della carta curda). Il presidente americano, dal canto suo, è favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Trump vuole infatti ridurre l’instabilità, evitare il pantano e collaborare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Netanyahu, di contro, considera la soluzione venezuelana incapace di garantire realmente la sicurezza di Israele.
Il secondo nodo è elettorale. Trump vuole arrivare a un accordo con Teheran per ridurre il costo dell’energia e far scendere i prezzi della benzina negli Usa: un obiettivo che gli è necessario per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu è invece sotto pressione da parte dell’opposizione per continuare il conflitto con Hezbollah in Libano: una pressione che aumenterà con l’approssimarsi delle elezioni per la Knesset previste a ottobre. Il punto è che, come abbiamo visto, l’Iran ha subordinato un’eventuale intesa con gli Usa alla conclusione delle operazioni militari israeliane nel Paese dei Cedri. Insomma, è questo intricato reticolo di interessi divergenti che sta mettendo a dura prova l’alleanza tra Usa e Israele. Una situazione che rischia di impattare sia sul processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran sia sull’eventuale rilancio degli Accordi di Abramo.
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Da sinistra, Friedrich Merz, Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e dietro Keir Starmer (Ansa)
E proprio nel giorno in cui sono iniziate le esercitazioni aeree Ramstein flag 2026, che fino al 19 giugno impegneranno 150 aerei da combattimento dell’Alleanza atlantica in Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca, in gran parte presso i confini della Russia. Tra l’altro il governo lettone è caduto neanche un mese fa a causa di un velivolo senza pilota ucraino che si era schiantato sul territorio.
Il drone non è stato definito per quello che era, cioè ucraino, ma, pudicamente, «straniero», dal comunicato del ministero della Difesa lettone. Si è comunque incolpata Mosca asserendo che la deviazione dalla sua rotta era dovuta a interferenze elettroniche, il classico «jamming», attuate dai russi, anziché da ipotetici errori del sistema di guida. Riga ha diramato: «Nello spazio aereo lettone, sulla regione della Latgallia, caccia della missione Nato Baltic air policing hanno abbattuto un veicolo aereo senza pilota straniero entrato in Lettonia a seguito di guerra elettromagnetica russa. I caccia erano stati fatti decollare in risposta alla minaccia nello spazio aereo lettone». L’allarme era accompagnato da un avviso specifico per gli abitanti dei comuni di Ludza, Balvi e Aluksne, ai confini orientali.
Ad abbattere il drone è stato un caccia francese Dassault Rafale del contingente alleato che, a rotazione, assicura la difesa aerea delle Repubbliche baltiche nell’ambito della Baltic air policing. Poiché i Paesi baltici non hanno caccia supersonici, le squadriglie di altre nazioni Nato s’avvicendano a turno sulle loro basi, pronte su allarme. Il Rafale era decollato dalla base di Siauliai, nella vicina Lituania, dove sono stanziati anche F-16 rumeni, mentre in Estonia ci sono F-16 portoghesi. In Estonia è terminata solo due mesi fa una missione dell’Aeronautica italiana, la Baltic eagle III, che ha visto schierati da agosto 2025 ad aprile 2026 caccia F-35 ed Eurofighter italiani, uno dei quali aveva intercettato lo scorso 18 marzo un caccia russo Su-30 sconfinato presso l’isola di Vaindloo.
Ieri un altro drone, pare ucraino, è finito fuori rotta entrando nello spazio aereo della Moldavia e schiantandosi in un campo senza fare danni né vittime. Tutto ciò mentre dal vertice fra il presidente ucraino Volodymir Zelensky, il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz si ribadiva la richiesta di un dialogo con la Russia, ma a condizione di «cessate il fuoco immediato, congelamento dell’attuale linea del fronte, garanzie di sicurezza vincolanti per l’Ucraina e congelamento degli asset russi fino a risarcimento dei danni di guerra». I Paesi E3 hanno promesso a Zelensky che nei prossimi vertici, il G7 di Evian il 15-17 giugno, il vertice Nato di Ankara il 7-8 luglio e il summit dei Paesi «volenterosi» di Parigi il 14 luglio, si discuterà l’intensificazione del sostegno militare all’Ucraina, con l’aumento di produzione di sistemi di difesa e sviluppo congiunto di capacità antimissile e di attacco a lungo raggio. Da Mosca il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha già definito irricevibili le condizioni: «È difficile immaginare accordi con Kiev in queste condizioni». Ha definito «incoerenti» le posizioni emerse a Londra: «Parlano di pace e allo stesso tempo evidenziano la loro intenzione di aiutare il regime di Kiev a produrre nuovi tipi di armi per continuare la guerra».
Ma il summit E3-Ucraina è anche legato alle polemiche contro il governo di Giorgia Meloni sulla mancata presenza dell’Italia, che invece sarà in prima fila al G7, al vertice Nato e a quello dei volenterosi. Una risposta l’ha data la Germania, col portavoce Stefan Kornelius, che ha assicurato che l’Italia e la Polonia non sono da meno degli altri: «Polonia e Italia sono anch’esse coinvolte nel processo. V’è uno scambio costante con tutti i partner europei. Il formato E3 è un formato consolidato e collaudato. Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi s’è dimostrato più volte vantaggioso preparare i vari passaggi anche in una cerchia ristretta. Ciò non significa che gli altri partner europei non siano coinvolti».
Intanto la guerra macina distruzione. Ieri la Russia ha lanciato sull’Ucraina «155 droni, di cui 124 abbattuti», sostiene l’aviazione di Kiev. Alcuni ordigni hanno colpito una fermata d’autobus a Zaporizhzhia, uccidendo due persone e ferendone 15. Un raid su Konotop, nell’area di Sumy, ha causato la morte di una donna e il ferimento di tre persone. Ieri il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, ha rivelato che è stato collaudato un sistema di droni da intercettazione, denominato Brave1, in grado di centrare autonomamente i droni d’attacco russi Shahed.
Anche gli ucraini attaccano in profondità. Un drone di Kiev ha colpito il treno Mosca-Simferopoli, uccidendo un passeggero e ferendone un altro. Sempre vicino a Simferopoli i velivoli senza pilota ucraini hanno incendiato un deposito di petrolio, inoltre altre cisterne di greggio sono state colpite a Grushevaya Balka, presso Novorossiysk, come parte della strategia di lungo periodo mirata a logorare il settore energetico russo. Il ministero della Difesa di Mosca ha sostenuto che nelle ore precedenti erano stati «neutralizzati 300 droni ucraini». Di essi, almeno sette erano diretti sulla capitale, ma secondo il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanyan, sono stati abbattuti, sebbene l’allarme abbia causato la chiusura dell’aeroporto.
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Ansa
Il fragile cessate il fuoco che da due mesi tiene lontano il Medio Oriente da una guerra aperta tra Israele e Iran è tornato a scricchiolare dopo una nuova escalation che rischia potenzialmente di far precipitare ancora la regione nel conflitto. Domenica sera Teheran ha lanciato una raffica di missili contro il Nord di Israele, segnando la più grave violazione della tregua raggiunta dopo settimane di combattimenti. Secondo le autorità israeliane, circa dieci missili sono stati lanciati in rapida successione intorno alle 22. Le sirene d’allarme hanno risuonato in numerose località del Nord del Paese, ma non si registrano vittime né feriti. L’Iran ha rivendicato l’attacco sostenendo che si è trattato di una risposta al raid effettuato poche ore prima dall’aeronautica israeliana contro il quartiere di Dahiyeh, nella periferia meridionale di Beirut, considerato una delle principali roccaforti di Hezbollah, il movimento sciita libanese sostenuto da Teheran.
Nel tentativo di contenere la crisi è intervenuto il presidente americano Donald Trump, che subito dopo il lancio dei missili ha annunciato di voler chiedere al premier israeliano Benjamin Netanyahu di evitare una risposta immediata. Nonostante gli appelli alla prudenza provenienti da Washington, la reazione non si è fatta attendere. Le Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver colpito diversi obiettivi collegati al complesso petrolchimico di Mahshahr, nel Sud-Ovest dell’Iran. Successivamente l’Idf ha comunicato di aver effettuato ulteriori attacchi contro installazioni militari iraniane nelle regioni occidentali e centrali del Paese. Le autorità israeliane non hanno fornito dettagli sul numero delle vittime né sulla localizzazione esatta di tutti gli obiettivi colpiti.
Da Washington è arrivata la precisazione che le forze armate statunitensi non hanno partecipato alle operazioni. Poi, nel pomeriggio, le parti belligeranti hanno annunciato la fine delle operazioni. Da Teheran, però, sono arrivate parole che lasciano intendere come il confronto sia tutt’altro che concluso. In un messaggio alla nazione, il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha accusato Israele di continuare a violare gli accordi esistenti. «Il nemico ha dimostrato, ancora una volta, con le continue violazioni degli impegni, che non rispetta accordi o cessate il fuoco», ha dichiarato. Hatami ha assicurato che le forze armate iraniane sono pronte a combattere fino all’ultimo. «Siamo pienamente preparati fino all’ultima goccia di sangue a sacrificare le nostre vite per la dignità e l’indipendenza di un fiero Iran». Quindi l’avvertimento rivolto a Israele: «Se il nemico ripete i suoi atti di aggressione, la nostra risposta sarà molto più severa». Il generale ha inoltre attribuito agli Stati Uniti la responsabilità dell’«aggressione sionista».
Sul fronte opposto, Netanyahu ha ribadito che Israele continuerà a colpire Hezbollah. «I nostri eroici combattenti stanno distruggendo Hezbollah», ha dichiarato in una videodichiarazione, «continuiamo a distruggere tutte le loro infrastrutture terroristiche nella zona di sicurezza, comprese enormi strutture sotterranee». Secondo il premier, il gruppo sciita aveva pianificato un’invasione della Galilea e un massiccio attacco missilistico contro le città israeliane. «Per ora il fuoco è cessato, ma abbiamo pieno diritto all’autodifesa. L’Iran e Hezbollah sono più deboli che mai e la nostra battaglia con loro non è ancora finita», ha aggiunto Netanyahu. Il premier israeliano ha poi risposto indirettamente agli inviti alla moderazione provenienti dalla Casa Bianca. «Israele ha il pieno diritto all’autodifesa e lo eserciteremo ogni qualvolta sarà necessario. Ve lo dico con la stessa stima e rispetto che nutro per il mio amico, il presidente Trump», ha affermato, sottolineando che «il fronte con l’Iran è sotto controllo».
Sulla stessa linea si è espresso il ministro della Difesa Israel Katz. Commentando il cessate il fuoco, Katz ha chiarito che le operazioni contro Hezbollah (ieri 7 morti), proseguiranno e che Israele è pronto a colpire nuovamente Beirut in caso di ulteriori attacchi. «Il quartiere Dahiyeh di Beirut sarà trattato allo stesso modo delle comunità del Nord. Qualsiasi attacco contro le comunità del Nord porterà a un nostro attacco», ha concluso. In serata le Forze armate israeliane hanno diffuso un nuovo ordine di evacuazione nella zona di Tiro, nel Libano meridionale. La preoccupazione israeliana, però, è che il presidente Trump possa limitare le operazioni di Israele in Libano e che cerchi di ridurne la portata non solo a Dahiyeh, ma più in generale in tutto il territorio libanese.
Ad aumentare la pressione su Teheran è arrivata anche la decisione dell’Unione europea di inserire nelle proprie liste sanzionatorie Mohammad Akbarzadeh, vicecomandante per gli Affari politici della Marina dei pasdaran, e Hamid Hosseini, rappresentante dell’Unione degli esportatori iraniani di prodotti petroliferi, gas e petrolchimici. Bruxelles li accusa di sostenere attività che ostacolano la libertà di navigazione e il diritto di transito nello Stretto di Hormuz.
E ora il petrolio fa di nuovo paura. «Le riserve si stanno consumando»
Le quattro principali istituzioni economiche ed energetiche del pianeta (Agenzia internazionale dell’energia, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Organizzazione mondiale del commercio) hanno avvertito negli ultimi giorni che il cuscinetto delle riserve petrolifere si sta consumando a una velocità senza precedenti.
Qualora la crisi dello Stretto di Hormuz non rientrasse, dicono le organizzazioni sovranazionali, il mercato rischierebbe di scoprire troppo tardi quanto in alto possa arrivare il prezzo del barile. I nuovi scambi di missili tra Israele e Iran delle ultime ore sembravano allontanare le ipotesi di pace rapida nel centesimo giorno di guerra. Ma nel pomeriggio di ieri entrambe le parti hanno annunciato un cessate il fuoco provvisorio che ha calmato i prezzi, con il petrolio che dai massimi a 98 dollari al barile è tornato attorno a 94 dollari.
Malgrado tutto, dall’inizio della guerra in Iran i prezzi del greggio non sono saliti in modo drammatico e questo ai più appare sorprendente. Vi sono però due ragioni fondate, per questo. La prima è che la Cina ha tagliato in modo marcato le importazioni, riducendo il fabbisogno di greggio, mentre la seconda è che si sta attingendo in misura massiccia alle scorte accumulate negli anni passati. Si tratta di due ammortizzatori che nessun analista considera sostenibili a lungo. Se il prelievo proseguisse al ritmo attuale, il consueto aumento di domanda dell’estate rischierebbe di far decollare le quotazioni.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le scorte globali osservate sono calate di circa 250 milioni di barili tra marzo e aprile, a un ritmo prossimo ai 4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4% della domanda mondiale, con un crollo particolarmente pesante delle scorte a terra dei paesi Ocse (circa 146 milioni di barili). I 32 membri dell’Agenzia hanno liberato 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, che però non hanno tenuto il passo del prelievo, mentre le perdite cumulate dei produttori del Golfo dall’inizio della guerra hanno superato il miliardo di barili (con oltre 14 milioni di barili al giorno di produzione ferma).
Il Fondo monetario internazionale ha stimato che le scorte globali commerciali e strategiche, superiori a 8 miliardi di barili prima del conflitto, possano scendere intorno ai 7,5 miliardi entro luglio, il minimo degli ultimi cinque anni. Negli Stati Uniti l’ultima rilevazione del Dipartimento dell’energia indica scorte totali di greggio comprensive di quelle strategiche pari a 790,8 milioni di barili, in calo di circa 16 milioni in sette giorni, cioè oltre 2 milioni di barili al giorno. Le scorte commerciali, al netto della riserva strategica, si fermano a 433,7 milioni di barili, circa il 3% sotto la media stagionale quinquennale, con la riserva strategica scesa a 357,1 milioni.
Lo schema che ne emerge spiega perché il greggio Brent Dated (cioè il greggio con consegna fisica a breve termine, riferimento per il Mare del Nord), dopo aver toccato i 144 dollari al barile, sia poi ridisceso sotto quota 100.
Il prelievo dalle scorte e il calo della domanda cinese hanno tenuto a freno le quotazioni e comprato tempo mentre lo stretto resta di fatto chiuso, ma tutte le analisi concordano nel ritenere che se Hormuz rimanesse sbarrato e le scorte commerciali continuassero a scendere al ritmo attuale, il Brent potrebbe spingersi verso i massimi storici nel corso dell’estate, con scenari che collocano il prezzo tra i 130 e i 140 dollari.
Il paradosso è che nel caso di una riapertura dello Stretto, una marea di petrolio si riverserebbe sui mercati. Circa 600 petroliere sono bloccate nel Golfo e poco meno di un miliardo di barili è congelato in mare o non prodotto, una massa che al primo via libera rientrerebbe sul mercato insieme alla maggiore produzione delle Americhe (oltre 600.000 barili al giorno in più dall’inizio dell’anno). Non sarebbe un flusso immediato, ma avrebbe un effetto depressivo sui prezzi, riportandoli in acque meno burrascose.
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