True
2022-01-10
La piaga italiana delle bambine costrette al matrimonio islamico
Il primo caso giudiziario su una sposa bambina di cui si trova traccia sulla stampa risale al 1993: a Treviso una bimba di 14 anni nel mercato del popolo zingaro all’epoca valeva 50 milioni di lire. E per quel prezzo fu venduta dalla famiglia a un uomo che non aveva mai visto prima. La storia però ha un lieto fine, perché, raccontano le cronache dell’epoca, la bimba riuscì a fuggire e a far arrestare gli zii. Poi, ogni anno, qualche caso isolato, che resta impigliato nella cronaca locale, ricorda che il fenomeno resiste ancora in Italia.
Negli ultimi mesi una bambina kosovara di origine rom di 12 anni è fuggita dalla sua abitazione di Palermo, perché le volevano far sposare un parente in Francia; una marocchina appena diciottenne che viveva a Ferrara è riuscita a tornare in Italia dopo essere stata costretta dal padre a sposare il cugino in Marocco e ha denunciato i parenti; l’1 giugno 2021 una pattuglia di polizia di Reggio Emilia ha salvato una minorenne facendo irruzione a casa di una donna indiana nella quale sarebbe dovuto arrivare il fratello che l’avrebbe portata via contro la sua volontà, perché in India l’aspettava il futuro sposo che non aveva ancora conosciuto.
L’elenco è lungo. A Brescia il 10 giugno salta fuori che due genitori pakistani minacciano la figlia, che non vuole sposare l’uomo scelto per lei dai familiari, di fare «la fine di Sana», la ragazza uccisa in Pakistan dai parenti per essersi opposta alle nozze. Ma nel 99 per cento dei casi storie come queste restano sommerse. Una statistica ufficiale non esiste ancora. Le associazioni Non c’è pace senza giustizia e The circle Italia onlus, però, il 10 dicembre, data che coincide con la ricorrenza della Giornata mondiale dei diritti umani, in cui fu proclamata da parte dell’assemblea generale dell’Onu la Dichiarazione universale dei diritti umani (era il 10 dicembre 1948), hanno presentato in Senato una ricerca sui matrimoni minorili in Italia.
Pandemia e lockdown, è emerso durante l’incontro, avrebbero «esposto maggiormente le ragazze più vulnerabili al rischio di matrimonio precoce». Le unioni non verrebbero registrate e quando sono celebrate all’estero non giunge nessuna comunicazione alle autorità italiane. Stando ai dati presentati in Senato, il 41 per cento delle vittime di matrimonio forzato ha cittadinanza italiana; il 59 per cento, invece, è straniero. Ma tutto è demandato a un monitoraggio dei volontari. L’unico studio di natura quantitativa e qualitativa esistente sarebbe una ricerca dell’Associazione 21 luglio condotta nelle baraccopoli di Roma, dalla quale risulta una grande prevalenza di matrimoni precoci nelle comunità rom residenti in Italia, che ammonta al 77 per cento.
In realtà, la Direzione centrale della polizia criminale, che fa capo al Dipartimento di pubblica sicurezza, un dossier l’ha prodotto, proprio all’indomani dell’approvazione della legge numero 69 del 2019, il cosiddetto Codice rosso, che ha introdotto uno specifico reato nel codice penale con lo scopo di contrastare proprio il fenomeno dei matrimoni forzati e delle spose bambine. E, così, ora l’articolo 558 bis del codice penale sanziona con pene da 1 a 5 anni «chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile, e, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile».
I dati classificati dal servizio di analisi criminale (struttura interforze nella quale opera personale della polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza e della polizia penitenziaria) riguardano l’arco temporale compreso tra l’entrata in vigore del Codice rosso (9 agosto 2019) e il 31 maggio 2021. E si contano 24 casi, l’85 per cento dei quali commessi in danno di persone di sesso femminile. Un terzo, poi, sono minorenni (il 9 per cento entro i 14 anni e il 27 per cento tra i 14 e i 17 anni). Il 59 per cento delle vittime sono straniere, in maggioranza pakistane, seguite dalle albanesi. Nel 73 per cento dei casi gli autori del reato sono uomini, anche in questo caso di nazionalità prevalentemente pakistana, seguiti da albanesi, bengalesi e bosniaci.
«Il report», spiegano gli autori, «aiuta ad analizzare il fenomeno, che ha radici storiche, culturali e talvolta religiose, e, individuando i contesti di riferimento, ha l’obiettivo di migliorare le strategie di contrasto». Ma ammettono: «I dati, inevitabilmente, fotografano una situazione sottodimensionata rispetto a quella reale. L’emersione di questo reato, infatti, non è facile perché spesso si consuma tra le mura domestiche e le vittime sono quasi sempre ragazze giovani, nate in famiglie connotate da forte cultura patriarcale, costrette ad abbandonare la scuola, talvolta obbligate a rimanere chiuse in casa nell’impossibilità di denunciare, anche per paura di ritorsioni».
Si è scoperto che, stranamente, i casi sono più diffusi tra Lombardia ed Emilia Romagna. Mentre al Sud, tolte Calabria e Sicilia (che contano meno di 5 casi complessivamente), il fenomeno non è presente. Al rifiuto del matrimonio, inoltre, spesso consegue lo sfregio del volto per chi si ribella: i casi nell’anno appena trascorso sono stati 65. Alcuni procedimenti penali hanno già prodotto delle condanne. Anche se non tutte, per la verità, riportano quanto introdotto dal Codice rosso. A Torino, per esempio, una donna egiziana è stata condannata in primo grado a 1 anno e 4 mesi di carcere perché aveva promesso la figlia di 15 anni in sposa a un uomo molto più grande di lei e l’aveva segregata in casa fino a quando non avesse accettato il matrimonio.
A Firenze, invece, la mano dei giudici è stata molto più pesante: un capofamiglia serbo di etnia rom è stato condannato a 13 anni di carcere con l’accusa di aver ridotto in schiavitù una delle sue figlie. Al serbo è stata anche tolta la responsabilità genitoriale. La ragazza sarebbe stata promessa in sposa dal padre all’età di 13 anni a un giovane rom serbo residente in Francia al prezzo di 15.000 euro. E, secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, ad alcune condizioni poste dalla famiglia del promesso sposo, pena la rottura dell’accordo: doveva arrivare vergine al matrimonio, doveva dimagrire, curare la pelle del viso e imparare a dovere i lavori domestici. La segregazione sarebbe durata quattro anni.
A Milano, invece, un padre del Bangladesh è stato condannato a 3 anni e 9 mesi per aver combinato il matrimonio della figlia di 9 anni nel Paese d’origine con un cugino di 22 anni. La madre della piccola, però, per impedirlo, aveva distrutto il suo passaporto e quello della bimba, scongiurando così la partenza per Dakka. Poi ha denunciato il marito. E, infine, ci sono le ragazze che non ce l’hanno fatta. Come Saman Abbas, scomparsa da Novellara, in provincia di Reggio Emilia, la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021 e, probabilmente, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, uccisa e fatta a pezzi da uno zio con la complicità dei genitori.
Tiziana Dal Pra, attivista dei diritti delle donne e fondatrice di Trama di Terre, associazione che ha gestito il primo rifugio in Italia per le ragazze fuggite da nozze forzate, in un’intervista al Quotidiano nazionale ha stimato «un migliaio di casi all’anno». E ha ricordato: «È un problema di patriarcato che avevamo anche noi anni fa». Finché la storia di Franca Viola, la prima donna italiana a rifiutare un matrimonio forzato nel 1966, non avviò un cambio di passo culturale in Italia. Dove, però, a distanza di oltre 50 anni il fenomeno, in contesti di particolare arretratezza culturale legati all’immigrazione, persiste. E di fronte al quale, al di là di qualche vuoto slogan sbandierato dall’ultrasinistra, si continua a chiudere gli occhi.
«A sinistra ripetono ancora che bisogna rispettare la cultura dei loro genitori»

Souad Sbai (Ansa)
«Le femministe di una certa sinistra radical chic continuano a ripetere che è la loro cultura, che bisogna rispettare le loro tradizioni. Ma quali tradizioni? Alcune comunità di immigrati non permettono alle figlie di andare a scuola, di emanciparsi, e quello è il primo passo verso un matrimonio forzato». Souad Sbai, origini marocchine, già deputata di centrodestra, presidente di Acmid-Donna onlus, associazione che tutela i diritti delle musulmane in Italia, e responsabile del Dipartimento integrazione e rapporti con le comunità straniere presenti in Italia, promosso dalla Lega, ha le idee chiare sulle spose bambine.
Quanto è esteso il fenomeno?
«È impressionante, soprattutto nelle comunità di Bangladesh e Pakistan. Negli ultimi tempi è meno diffuso tra chi proviene dai Paesi dell’Africa del Nord, fatta eccezione per le aree rurali. Il disinteresse e un certo buonismo esasperato di sinistra, che continua a giustificare alcuni atteggiamenti di quelle comunità di immigrati, non ne favorisce l’emersione. Con questo atteggiamento ci stiamo giocando la possibilità di inclusione delle seconde generazioni».
Da più parti si afferma che non ci sono dati.
«Non si è voluto fare nulla per questa problematica. Quando Laura Boldrini era presidente della Camera e chiedevamo di essere ascoltati per far conoscere cosa accadeva, non nei Paesi d’origine di questi cittadini ma in Italia, non siamo neppure stati ricevuti».
Cosa avreste voluto rappresentare alle istituzioni?
«Che i matrimoni forzati sono all’ordine del giorno e che ci sono ambienti in cui, purtroppo, è ancora una prassi. E non si tratta soltanto di bambine che vivono in Italia e che vengono affidate come mogli a parenti o amici. Molte vittime fanno il percorso inverso: partono dal Pakistan o dal Bangladesh e vengono a sposarsi in Italia. L’età è sempre molto bassa, parliamo di ragazzine».
Ma questi matrimoni vengono registrati in Italia? Sono ufficiali?
«Di queste ragazze non si sa più nulla. Finiscono chiuse in casa a fare da sguattere ai loro mariti, coperte dal velo. E solo in poche riescono a ribellarsi. Impedendo loro di andare a scuola, le famiglie patriarcali riescono a ottenere il risultato del matrimonio forzato più facilmente. Parliamo di 60 bambine musulmane su 100, costrette dai genitori ad abbandonare la scuola dell’obbligo tra la quinta elementare e la prima media. E non è stata la pandemia. Un aumento del 300 per cento si è verificato già tra il 2016 e il 2017. Chi lo permette, però, poi pontifica sull’integrazione».
Sembra che per questi temi alcuni ambienti abbiano l’esclusiva.
«Ci sono salotti in cui la chiamano accoglienza. Ma non basta dare una casa e il reddito di cittadinanza a una famiglia di immigrati per usare questa parola. Bisogna intervenire sull’integrazione, con la cultura. Cosa si fa per una donna musulmana che rifiuta un matrimonio forzato o che è vittima di violenza? Nulla. Non le si offre neppure un posto in cui stare per difenderla dalla famiglia o dal marito. Se ha dei figli, poi, il tutto diventa ancora più difficile. E spesso sono proprio le istituzioni a fregarsene. La recente richiesta di archiviazione di una denuncia per maltrattamenti presentata da una ragazza marocchina nei confronti del marito che la costringeva a indossare il velo integrale ne è la prova».
Anche il velo integrale viene giustificato con il rispetto delle tradizioni?
«Questo ha scritto il giudice di Perugia, sostenendo che la condotta di costringerla a tenere il velo integrale rientra nel quadro culturale dei soggetti interessati. Ma sono parole che offendono. E offendono anche la nostra cultura di origine».
Perché?
«Sono una minoranza i musulmani che indossano il velo integrale. Con questo atteggiamento arriveremo a giustificare anche la lapidazione. La realtà è che mentre una certa cultura buonista è concentrata su come far passare per tradizione i matrimoni forzati, la segregazione, le mutilazioni genitali, la poligamia, ci sono ragazze delle seconde generazioni che, abbandonata la scuola, sprofondano in un buco nero».
Che intende?
«Tempo fa avevo diffuso uno studio che dimostrava come l’Italia era seconda in Europa, dopo la Grecia, tra le nazioni con le percentuali più alte di popolazione immigrata con livello minimo di studio. Rispetto all’abbandono scolastico, invece, aveva il primato negativo, con il 35 per cento di abbandono tra i giovani stranieri».
Insomma, meno istruita è la fanciulla, più facile sarà imporle il marito?
«Le bambine vengono allontanate dai banchi prima dell’inizio dell’adolescenza, al massimo a 12 anni, perché le famiglie ritengono che una volta introdotte ulteriormente negli studi saranno più portate a ribellarsi. Chi denuncia e si oppone alle scelte della famiglia, infatti, di solito è anche ben inserito in società e ha un buon livello di istruzione».
Invece, quando sarebbe il caso di intervenire?
«A mio avviso, intervenire nel momento in cui le piccole lasciano la scuola potrebbe invertire la rotta. Una maggiore consapevolezza produrrebbe subito il rifiuto della terribile pratica dei matrimoni combinati e, automaticamente, l’emersione del fenomeno».
Continua a leggereRiduci
In meno di due anni scoperti dalla polizia 24 casi di minorenni costrette a dire «sì» a un matrimonio combinato. Le vittime sono musulmane straniere, soprattutto pakistane, bangladesi e rom. Ma è la punta di un iceberg di cui nessuno parla mai.L’ex parlamentare italo-marocchina Souad Sbai: «A molte ragazzine è impedito di andare a scuola, primo passo verso la sottomissione. Ma la Boldrini non volle riceverci».Lo speciale contiene due articoliIl primo caso giudiziario su una sposa bambina di cui si trova traccia sulla stampa risale al 1993: a Treviso una bimba di 14 anni nel mercato del popolo zingaro all’epoca valeva 50 milioni di lire. E per quel prezzo fu venduta dalla famiglia a un uomo che non aveva mai visto prima. La storia però ha un lieto fine, perché, raccontano le cronache dell’epoca, la bimba riuscì a fuggire e a far arrestare gli zii. Poi, ogni anno, qualche caso isolato, che resta impigliato nella cronaca locale, ricorda che il fenomeno resiste ancora in Italia.Negli ultimi mesi una bambina kosovara di origine rom di 12 anni è fuggita dalla sua abitazione di Palermo, perché le volevano far sposare un parente in Francia; una marocchina appena diciottenne che viveva a Ferrara è riuscita a tornare in Italia dopo essere stata costretta dal padre a sposare il cugino in Marocco e ha denunciato i parenti; l’1 giugno 2021 una pattuglia di polizia di Reggio Emilia ha salvato una minorenne facendo irruzione a casa di una donna indiana nella quale sarebbe dovuto arrivare il fratello che l’avrebbe portata via contro la sua volontà, perché in India l’aspettava il futuro sposo che non aveva ancora conosciuto.L’elenco è lungo. A Brescia il 10 giugno salta fuori che due genitori pakistani minacciano la figlia, che non vuole sposare l’uomo scelto per lei dai familiari, di fare «la fine di Sana», la ragazza uccisa in Pakistan dai parenti per essersi opposta alle nozze. Ma nel 99 per cento dei casi storie come queste restano sommerse. Una statistica ufficiale non esiste ancora. Le associazioni Non c’è pace senza giustizia e The circle Italia onlus, però, il 10 dicembre, data che coincide con la ricorrenza della Giornata mondiale dei diritti umani, in cui fu proclamata da parte dell’assemblea generale dell’Onu la Dichiarazione universale dei diritti umani (era il 10 dicembre 1948), hanno presentato in Senato una ricerca sui matrimoni minorili in Italia. Pandemia e lockdown, è emerso durante l’incontro, avrebbero «esposto maggiormente le ragazze più vulnerabili al rischio di matrimonio precoce». Le unioni non verrebbero registrate e quando sono celebrate all’estero non giunge nessuna comunicazione alle autorità italiane. Stando ai dati presentati in Senato, il 41 per cento delle vittime di matrimonio forzato ha cittadinanza italiana; il 59 per cento, invece, è straniero. Ma tutto è demandato a un monitoraggio dei volontari. L’unico studio di natura quantitativa e qualitativa esistente sarebbe una ricerca dell’Associazione 21 luglio condotta nelle baraccopoli di Roma, dalla quale risulta una grande prevalenza di matrimoni precoci nelle comunità rom residenti in Italia, che ammonta al 77 per cento. In realtà, la Direzione centrale della polizia criminale, che fa capo al Dipartimento di pubblica sicurezza, un dossier l’ha prodotto, proprio all’indomani dell’approvazione della legge numero 69 del 2019, il cosiddetto Codice rosso, che ha introdotto uno specifico reato nel codice penale con lo scopo di contrastare proprio il fenomeno dei matrimoni forzati e delle spose bambine. E, così, ora l’articolo 558 bis del codice penale sanziona con pene da 1 a 5 anni «chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile, e, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile».I dati classificati dal servizio di analisi criminale (struttura interforze nella quale opera personale della polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza e della polizia penitenziaria) riguardano l’arco temporale compreso tra l’entrata in vigore del Codice rosso (9 agosto 2019) e il 31 maggio 2021. E si contano 24 casi, l’85 per cento dei quali commessi in danno di persone di sesso femminile. Un terzo, poi, sono minorenni (il 9 per cento entro i 14 anni e il 27 per cento tra i 14 e i 17 anni). Il 59 per cento delle vittime sono straniere, in maggioranza pakistane, seguite dalle albanesi. Nel 73 per cento dei casi gli autori del reato sono uomini, anche in questo caso di nazionalità prevalentemente pakistana, seguiti da albanesi, bengalesi e bosniaci. «Il report», spiegano gli autori, «aiuta ad analizzare il fenomeno, che ha radici storiche, culturali e talvolta religiose, e, individuando i contesti di riferimento, ha l’obiettivo di migliorare le strategie di contrasto». Ma ammettono: «I dati, inevitabilmente, fotografano una situazione sottodimensionata rispetto a quella reale. L’emersione di questo reato, infatti, non è facile perché spesso si consuma tra le mura domestiche e le vittime sono quasi sempre ragazze giovani, nate in famiglie connotate da forte cultura patriarcale, costrette ad abbandonare la scuola, talvolta obbligate a rimanere chiuse in casa nell’impossibilità di denunciare, anche per paura di ritorsioni».Si è scoperto che, stranamente, i casi sono più diffusi tra Lombardia ed Emilia Romagna. Mentre al Sud, tolte Calabria e Sicilia (che contano meno di 5 casi complessivamente), il fenomeno non è presente. Al rifiuto del matrimonio, inoltre, spesso consegue lo sfregio del volto per chi si ribella: i casi nell’anno appena trascorso sono stati 65. Alcuni procedimenti penali hanno già prodotto delle condanne. Anche se non tutte, per la verità, riportano quanto introdotto dal Codice rosso. A Torino, per esempio, una donna egiziana è stata condannata in primo grado a 1 anno e 4 mesi di carcere perché aveva promesso la figlia di 15 anni in sposa a un uomo molto più grande di lei e l’aveva segregata in casa fino a quando non avesse accettato il matrimonio. A Firenze, invece, la mano dei giudici è stata molto più pesante: un capofamiglia serbo di etnia rom è stato condannato a 13 anni di carcere con l’accusa di aver ridotto in schiavitù una delle sue figlie. Al serbo è stata anche tolta la responsabilità genitoriale. La ragazza sarebbe stata promessa in sposa dal padre all’età di 13 anni a un giovane rom serbo residente in Francia al prezzo di 15.000 euro. E, secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, ad alcune condizioni poste dalla famiglia del promesso sposo, pena la rottura dell’accordo: doveva arrivare vergine al matrimonio, doveva dimagrire, curare la pelle del viso e imparare a dovere i lavori domestici. La segregazione sarebbe durata quattro anni.A Milano, invece, un padre del Bangladesh è stato condannato a 3 anni e 9 mesi per aver combinato il matrimonio della figlia di 9 anni nel Paese d’origine con un cugino di 22 anni. La madre della piccola, però, per impedirlo, aveva distrutto il suo passaporto e quello della bimba, scongiurando così la partenza per Dakka. Poi ha denunciato il marito. E, infine, ci sono le ragazze che non ce l’hanno fatta. Come Saman Abbas, scomparsa da Novellara, in provincia di Reggio Emilia, la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021 e, probabilmente, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, uccisa e fatta a pezzi da uno zio con la complicità dei genitori. Tiziana Dal Pra, attivista dei diritti delle donne e fondatrice di Trama di Terre, associazione che ha gestito il primo rifugio in Italia per le ragazze fuggite da nozze forzate, in un’intervista al Quotidiano nazionale ha stimato «un migliaio di casi all’anno». E ha ricordato: «È un problema di patriarcato che avevamo anche noi anni fa». Finché la storia di Franca Viola, la prima donna italiana a rifiutare un matrimonio forzato nel 1966, non avviò un cambio di passo culturale in Italia. Dove, però, a distanza di oltre 50 anni il fenomeno, in contesti di particolare arretratezza culturale legati all’immigrazione, persiste. E di fronte al quale, al di là di qualche vuoto slogan sbandierato dall’ultrasinistra, si continua a chiudere gli occhi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/spose-bambine-2656323209.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-sinistra-ripetono-ancora-che-bisogna-rispettare-la-cultura-dei-loro-genitori" data-post-id="2656323209" data-published-at="1641754499" data-use-pagination="False"> «A sinistra ripetono ancora che bisogna rispettare la cultura dei loro genitori» Souad Sbai (Ansa) «Le femministe di una certa sinistra radical chic continuano a ripetere che è la loro cultura, che bisogna rispettare le loro tradizioni. Ma quali tradizioni? Alcune comunità di immigrati non permettono alle figlie di andare a scuola, di emanciparsi, e quello è il primo passo verso un matrimonio forzato». Souad Sbai, origini marocchine, già deputata di centrodestra, presidente di Acmid-Donna onlus, associazione che tutela i diritti delle musulmane in Italia, e responsabile del Dipartimento integrazione e rapporti con le comunità straniere presenti in Italia, promosso dalla Lega, ha le idee chiare sulle spose bambine. Quanto è esteso il fenomeno? «È impressionante, soprattutto nelle comunità di Bangladesh e Pakistan. Negli ultimi tempi è meno diffuso tra chi proviene dai Paesi dell’Africa del Nord, fatta eccezione per le aree rurali. Il disinteresse e un certo buonismo esasperato di sinistra, che continua a giustificare alcuni atteggiamenti di quelle comunità di immigrati, non ne favorisce l’emersione. Con questo atteggiamento ci stiamo giocando la possibilità di inclusione delle seconde generazioni». Da più parti si afferma che non ci sono dati. «Non si è voluto fare nulla per questa problematica. Quando Laura Boldrini era presidente della Camera e chiedevamo di essere ascoltati per far conoscere cosa accadeva, non nei Paesi d’origine di questi cittadini ma in Italia, non siamo neppure stati ricevuti». Cosa avreste voluto rappresentare alle istituzioni? «Che i matrimoni forzati sono all’ordine del giorno e che ci sono ambienti in cui, purtroppo, è ancora una prassi. E non si tratta soltanto di bambine che vivono in Italia e che vengono affidate come mogli a parenti o amici. Molte vittime fanno il percorso inverso: partono dal Pakistan o dal Bangladesh e vengono a sposarsi in Italia. L’età è sempre molto bassa, parliamo di ragazzine». Ma questi matrimoni vengono registrati in Italia? Sono ufficiali? «Di queste ragazze non si sa più nulla. Finiscono chiuse in casa a fare da sguattere ai loro mariti, coperte dal velo. E solo in poche riescono a ribellarsi. Impedendo loro di andare a scuola, le famiglie patriarcali riescono a ottenere il risultato del matrimonio forzato più facilmente. Parliamo di 60 bambine musulmane su 100, costrette dai genitori ad abbandonare la scuola dell’obbligo tra la quinta elementare e la prima media. E non è stata la pandemia. Un aumento del 300 per cento si è verificato già tra il 2016 e il 2017. Chi lo permette, però, poi pontifica sull’integrazione». Sembra che per questi temi alcuni ambienti abbiano l’esclusiva. «Ci sono salotti in cui la chiamano accoglienza. Ma non basta dare una casa e il reddito di cittadinanza a una famiglia di immigrati per usare questa parola. Bisogna intervenire sull’integrazione, con la cultura. Cosa si fa per una donna musulmana che rifiuta un matrimonio forzato o che è vittima di violenza? Nulla. Non le si offre neppure un posto in cui stare per difenderla dalla famiglia o dal marito. Se ha dei figli, poi, il tutto diventa ancora più difficile. E spesso sono proprio le istituzioni a fregarsene. La recente richiesta di archiviazione di una denuncia per maltrattamenti presentata da una ragazza marocchina nei confronti del marito che la costringeva a indossare il velo integrale ne è la prova». Anche il velo integrale viene giustificato con il rispetto delle tradizioni? «Questo ha scritto il giudice di Perugia, sostenendo che la condotta di costringerla a tenere il velo integrale rientra nel quadro culturale dei soggetti interessati. Ma sono parole che offendono. E offendono anche la nostra cultura di origine». Perché? «Sono una minoranza i musulmani che indossano il velo integrale. Con questo atteggiamento arriveremo a giustificare anche la lapidazione. La realtà è che mentre una certa cultura buonista è concentrata su come far passare per tradizione i matrimoni forzati, la segregazione, le mutilazioni genitali, la poligamia, ci sono ragazze delle seconde generazioni che, abbandonata la scuola, sprofondano in un buco nero». Che intende? «Tempo fa avevo diffuso uno studio che dimostrava come l’Italia era seconda in Europa, dopo la Grecia, tra le nazioni con le percentuali più alte di popolazione immigrata con livello minimo di studio. Rispetto all’abbandono scolastico, invece, aveva il primato negativo, con il 35 per cento di abbandono tra i giovani stranieri». Insomma, meno istruita è la fanciulla, più facile sarà imporle il marito? «Le bambine vengono allontanate dai banchi prima dell’inizio dell’adolescenza, al massimo a 12 anni, perché le famiglie ritengono che una volta introdotte ulteriormente negli studi saranno più portate a ribellarsi. Chi denuncia e si oppone alle scelte della famiglia, infatti, di solito è anche ben inserito in società e ha un buon livello di istruzione». Invece, quando sarebbe il caso di intervenire? «A mio avviso, intervenire nel momento in cui le piccole lasciano la scuola potrebbe invertire la rotta. Una maggiore consapevolezza produrrebbe subito il rifiuto della terribile pratica dei matrimoni combinati e, automaticamente, l’emersione del fenomeno».
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
Continua a leggereRiduci
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
Continua a leggereRiduci
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
Continua a leggereRiduci
iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
Continua a leggereRiduci