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2021-03-02
Speranza mette nel mirino la scuola. Oggi si decidono le nuove chiusure
Ansa
Inutile far finta che la giornata di ieri, sul fronte anti Covid, abbia segnato solo la buona notizia dell'avvicendamento di Domenico Arcuri. C'è anche il lato preoccupante della vicenda, illustrato dalle cupe dichiarazioni del ministro Roberto Speranza, che ha intonato un classico del suo repertorio chiusurista: toni molto negativi, esortazioni prive di impegni concreti e tempificati, e - anzi - una specie di nemmeno troppo subliminale preparazione a nuove chiusure e nuovi lockdown striscianti.
Da parte di Speranza, nessun cronoprogramma sui vaccini, ma le solite evocazioni vaghe: «Le prossime sono settimane in cui abbiamo una campagna di vaccinazioni da accelerare, che ha prodotto già uno sforzo in avanti significativo negli ultimi giorni. Abbiamo numeri che stanno andando nella direzione giusta, ma che dovranno ancora crescere».
Poi l'avvertimento ai cittadini a tinte più fosche: «Penso che le prossime settimane non siano facili per la gestione dell'emergenza Covid. La politica e le istituzioni hanno l'obbligo di dire sempre la verità, anche quando può non portare consenso. E io so che sarebbe bello dire che è tutto finito, che si può aprire tutto, che ormai siamo in una fase diversa. Però dire queste cose significa assumersi una responsabilità. E io credo che la più grande responsabilità per chi rappresenta le istituzioni, e deve servirle con disciplina e onore, sia dire sempre come stanno le cose, e purtroppo la verità è che le prossime settimane non sono facili».
Impostazione curiosa: a un ministro, a un uomo di governo, non tocca solo dire che le condizioni sono brutte, ma lavorare per modificarle. Non solo constatare l'esistente, ma far sapere in modo dettagliato cosa si stia facendo per voltare pagina. Eppure Speranza ha continuato a intonare il consueto salmo: «Bisogna avere il coraggio di assumere decisioni coerenti rispetto alla sfida che abbiamo davanti a noi sul piano istituzionale, e richiedere ancora ai cittadini del nostro Paese di avere il massimo senso del rigore, del rispetto, dell'attenzione rispetto alle norme che sono in campo». Dev'essere un omonimo del ministro che aveva mandato in libreria, salvo poi ritirarlo precipitosamente, un saggio autocelebrativo sulla gestione della pandemia. Sta di fatto che le parole di ieri di Speranza, sommate agli appelli dei giorni scorsi di diversi governatori regionali, fanno pensare che la prossima tappa possa essere un ennesimo giro di vite rispetto alle scuole. Oggi, del resto, ci sarà un'altra riunione a Palazzo Chigi per mettere a punto il nuovo dpcm. Dalle indiscrezioni, sembrerebbe che il testo sia quasi chiuso, tranne appunto che nella parte sulla scuola. Il che (al di là dell'opinione di ciascuno su chiusure e aperture, e al di là delle ben note perplessità sull'efficacia della didattica a distanza) porta con sé un altro problema oggettivo: e i genitori? Non tutti sono in condizione di lavorare da casa, in smart working, e dunque di poter in qualche modo badare ai loro bambini e ragazzi. Per il settore pubblico, va registrata una dichiarazione del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Elena Bonetti, a SkyTg24: in caso di chiusure scolastiche, «le famiglie devono sapere che il governo è pronto a provvedere alle necessarie reintroduzioni dei congedi parentali straordinari, retribuiti ed estesi come età, oltre allo smart working come diritto dei genitori, e altri sostegni come i voucher per le baby sitter». E ancora: «Il Mef è al lavoro per far uscire questo provvedimento il prima possibile: già in settimana dovremmo avere una risposta. Stiamo costruendo la norma con copertura retroattiva in modo tale da non lasciare buchi normativi». Quanto alle risorse, per la Bonetti «vanno riproposte almeno quelle già presenti come un congedo retribuito al 50%, il diritto allo smart working, e siamo al lavoro per meglio quantificare il voucher». Ora, è certamente positivo che il governo mostri consapevolezza del problema, ma restano irrisolte almeno due questioni grandi come macigni.
La prima: e il settore privato? Chi ha un negozio, un'impresa, chi è titolare di partita Iva, come fa? Si tratta di attività che necessariamente implicano l'esigenza di stare fuori di casa, di tenere «aperto», di muoversi. La seconda, più complessiva: che modello di società si ha in mente? Tutto chiuso e una spolverata di risorse pubbliche, giusto qualche spicciolo, per tamponare qua e là? Siamo al solito dibattito. Anzi, quella sui congedi rischia di essere una replica della discussione sui cosiddetti ristori da destinare alle aziende chiuse: di per sé inadeguati (nei tempi e nel quantum), e comunque per definizione non adatti a risolvere il problema di un'economia privata e di un ciclo dei consumi ammazzati dalla logica delle chiusure. L'economia di una società aperta non è qualcosa che si possa disattivare e poi riattivare con un clic, ritrovando imprese e lavoratori esattamente nella condizione di prima. Molti rischiano, nel frattempo, di non avercela fatta.
C'è da augurarsi che la riflessione del governo sia profonda. Non ci si può affidare al proverbiale cerotto, destinato a non coprire la ferita e a scollarsi molto presto.
Ecco il dpcm che blinderà la Pasqua
È un dpcm nel segno della continuità con quelli firmati Giuseppe Conte, quello che Mario Draghi dovrebbe licenziare oggi. Dopo la spola della bozza con le Regioni e una messa a punto a Palazzo Chigi tra il premier, i ministri competenti e la cabina di regia, il quadro delle nuove misure è stato definito.
Entrerà in vigore il 6 marzo e lo resterà fino al 6 aprile, includendo anche la Pasqua. La cosa da dire subito è che, in base all'analisi dell'andamento del contagio e della pressione sulle strutture ospedaliere (entrambi in aumento) non ci saranno le aperture reclamate dalle categorie maggiormente interessate dal provvedimento come ristoratori e proprietari di centri sportivi, che non a caso ieri hanno reiterato le proprie proteste. In particolare, sono rimaste lettera morta le ipotesi di consentire ai ristoranti di aprire anche la sera per cena e dei gestori di palestre e piscine, di consentire lezioni individuali. Ancora chiusi, anche in questo caso dopo numerose polemiche, gli impianti sciistici.
Un possibile allentamento delle misure, che rimane però tutto da verificare in base alla situazione epidemiologica che si presenterà al momento, è la parziale riapertura, in zona gialla, di cinema, teatri e sale da concerto, fortemente voluta dal ministro della Cultura Dario Franceschini, che dovrebbe essere operativa a partire dal 27 marzo, giorno in cui si festeggia la giornata mondiale del teatro. Per il resto, le limitazioni agli spostamenti, gli orari degli esercizi e le misure di contenimento sono sostanzialmente quelle che gli italiani stanno osservando dal periodo natalizio e che erano state prorogate nel primo dl del governo Draghi, che è ancora in vigore fino al 27 marzo. C'è ovviamente la conferma della divisione in fasce in rischio e il divieto di uscire dalla propria Regione di residenza: chi si trova in fascia gialla potrà circolare liberamente nel territorio della propria Regione e potrà continuare, per una sola volta al giorno, a fare visita a parenti e amici, purché in numero non maggiore di due adulti, che possono portare con sé i figli minori di 14 anni (o altri minori di 14 anni sui quali esercitino la responsabilità genitoriale) e le persone conviventi disabili o non autosufficienti. Anche chi si trova in fascia arancione potrà fare visita ad amici e parenti una volta al giorno, ma non potrà spostarsi al di fuori del proprio Comune, con l'eccezione di chi abita in un Comune con meno di cinquemila abitanti, che comunque non potrà allontanarsi per un raggio maggiore di 30 chilometri dalla propria abitazione.
Resta poi la più severa delle misure introdotte di recente, e cioè il divieto (salvo i comprovati motivi di necessità e di urgenza) di fare visita a parenti e amici nelle zone rosse, dove un ulteriore giro di vite è previsto per barbieri e parrucchieri, che prima potevano restare aperti e che ora invece manterranno le serrande abbassate. Anche da parte loro, ieri, è giunta una protesta energica e la richiesta al governo di tornare sui propri passi. Quanto agli esercizi, nelle zone gialle bar e ristoranti saranno aperti fino alle 18, dopodiché sarà consentito l'asporto, ma solo per i locali con cucina. A livello locale, con un'ordinanza si potranno dichiarare Comuni o province zona rossa o «arancione scuro», che differisce dall'arancione «semplice» per la chiusura delle scuole (al pari delle zone rosse) e dall'impossibilità di raggiungere le seconde case. Proprio ieri, si è deciso di far passare una cinquantina di Comuni lombardi all'arancione rafforzato, tra cui Cremona, Como e provincia.
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Il ministro fa capire che altri lockdown sono in arrivo. A pagare saranno ancora una volta gli studenti. Ma anche i loro genitori: sui congedi per chi deve stare a casa con i ragazzi ci sono solo vaghe promesse.Nessuna concessione alle istanze delle categorie, che chiedevano più elasticità. Una cinquantina di Comuni lombardi (tra cui Como e Cremona) in arancione rafforzato.Lo speciale contiene due articoli.Inutile far finta che la giornata di ieri, sul fronte anti Covid, abbia segnato solo la buona notizia dell'avvicendamento di Domenico Arcuri. C'è anche il lato preoccupante della vicenda, illustrato dalle cupe dichiarazioni del ministro Roberto Speranza, che ha intonato un classico del suo repertorio chiusurista: toni molto negativi, esortazioni prive di impegni concreti e tempificati, e - anzi - una specie di nemmeno troppo subliminale preparazione a nuove chiusure e nuovi lockdown striscianti. Da parte di Speranza, nessun cronoprogramma sui vaccini, ma le solite evocazioni vaghe: «Le prossime sono settimane in cui abbiamo una campagna di vaccinazioni da accelerare, che ha prodotto già uno sforzo in avanti significativo negli ultimi giorni. Abbiamo numeri che stanno andando nella direzione giusta, ma che dovranno ancora crescere».Poi l'avvertimento ai cittadini a tinte più fosche: «Penso che le prossime settimane non siano facili per la gestione dell'emergenza Covid. La politica e le istituzioni hanno l'obbligo di dire sempre la verità, anche quando può non portare consenso. E io so che sarebbe bello dire che è tutto finito, che si può aprire tutto, che ormai siamo in una fase diversa. Però dire queste cose significa assumersi una responsabilità. E io credo che la più grande responsabilità per chi rappresenta le istituzioni, e deve servirle con disciplina e onore, sia dire sempre come stanno le cose, e purtroppo la verità è che le prossime settimane non sono facili».Impostazione curiosa: a un ministro, a un uomo di governo, non tocca solo dire che le condizioni sono brutte, ma lavorare per modificarle. Non solo constatare l'esistente, ma far sapere in modo dettagliato cosa si stia facendo per voltare pagina. Eppure Speranza ha continuato a intonare il consueto salmo: «Bisogna avere il coraggio di assumere decisioni coerenti rispetto alla sfida che abbiamo davanti a noi sul piano istituzionale, e richiedere ancora ai cittadini del nostro Paese di avere il massimo senso del rigore, del rispetto, dell'attenzione rispetto alle norme che sono in campo». Dev'essere un omonimo del ministro che aveva mandato in libreria, salvo poi ritirarlo precipitosamente, un saggio autocelebrativo sulla gestione della pandemia. Sta di fatto che le parole di ieri di Speranza, sommate agli appelli dei giorni scorsi di diversi governatori regionali, fanno pensare che la prossima tappa possa essere un ennesimo giro di vite rispetto alle scuole. Oggi, del resto, ci sarà un'altra riunione a Palazzo Chigi per mettere a punto il nuovo dpcm. Dalle indiscrezioni, sembrerebbe che il testo sia quasi chiuso, tranne appunto che nella parte sulla scuola. Il che (al di là dell'opinione di ciascuno su chiusure e aperture, e al di là delle ben note perplessità sull'efficacia della didattica a distanza) porta con sé un altro problema oggettivo: e i genitori? Non tutti sono in condizione di lavorare da casa, in smart working, e dunque di poter in qualche modo badare ai loro bambini e ragazzi. Per il settore pubblico, va registrata una dichiarazione del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Elena Bonetti, a SkyTg24: in caso di chiusure scolastiche, «le famiglie devono sapere che il governo è pronto a provvedere alle necessarie reintroduzioni dei congedi parentali straordinari, retribuiti ed estesi come età, oltre allo smart working come diritto dei genitori, e altri sostegni come i voucher per le baby sitter». E ancora: «Il Mef è al lavoro per far uscire questo provvedimento il prima possibile: già in settimana dovremmo avere una risposta. Stiamo costruendo la norma con copertura retroattiva in modo tale da non lasciare buchi normativi». Quanto alle risorse, per la Bonetti «vanno riproposte almeno quelle già presenti come un congedo retribuito al 50%, il diritto allo smart working, e siamo al lavoro per meglio quantificare il voucher». Ora, è certamente positivo che il governo mostri consapevolezza del problema, ma restano irrisolte almeno due questioni grandi come macigni. La prima: e il settore privato? Chi ha un negozio, un'impresa, chi è titolare di partita Iva, come fa? Si tratta di attività che necessariamente implicano l'esigenza di stare fuori di casa, di tenere «aperto», di muoversi. La seconda, più complessiva: che modello di società si ha in mente? Tutto chiuso e una spolverata di risorse pubbliche, giusto qualche spicciolo, per tamponare qua e là? Siamo al solito dibattito. Anzi, quella sui congedi rischia di essere una replica della discussione sui cosiddetti ristori da destinare alle aziende chiuse: di per sé inadeguati (nei tempi e nel quantum), e comunque per definizione non adatti a risolvere il problema di un'economia privata e di un ciclo dei consumi ammazzati dalla logica delle chiusure. L'economia di una società aperta non è qualcosa che si possa disattivare e poi riattivare con un clic, ritrovando imprese e lavoratori esattamente nella condizione di prima. Molti rischiano, nel frattempo, di non avercela fatta. C'è da augurarsi che la riflessione del governo sia profonda. Non ci si può affidare al proverbiale cerotto, destinato a non coprire la ferita e a scollarsi molto presto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-mirino-scuola-nuove-chiusure-2650850034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-il-dpcm-che-blindera-la-pasqua" data-post-id="2650850034" data-published-at="1614651050" data-use-pagination="False"> Ecco il dpcm che blinderà la Pasqua È un dpcm nel segno della continuità con quelli firmati Giuseppe Conte, quello che Mario Draghi dovrebbe licenziare oggi. Dopo la spola della bozza con le Regioni e una messa a punto a Palazzo Chigi tra il premier, i ministri competenti e la cabina di regia, il quadro delle nuove misure è stato definito. Entrerà in vigore il 6 marzo e lo resterà fino al 6 aprile, includendo anche la Pasqua. La cosa da dire subito è che, in base all'analisi dell'andamento del contagio e della pressione sulle strutture ospedaliere (entrambi in aumento) non ci saranno le aperture reclamate dalle categorie maggiormente interessate dal provvedimento come ristoratori e proprietari di centri sportivi, che non a caso ieri hanno reiterato le proprie proteste. In particolare, sono rimaste lettera morta le ipotesi di consentire ai ristoranti di aprire anche la sera per cena e dei gestori di palestre e piscine, di consentire lezioni individuali. Ancora chiusi, anche in questo caso dopo numerose polemiche, gli impianti sciistici. Un possibile allentamento delle misure, che rimane però tutto da verificare in base alla situazione epidemiologica che si presenterà al momento, è la parziale riapertura, in zona gialla, di cinema, teatri e sale da concerto, fortemente voluta dal ministro della Cultura Dario Franceschini, che dovrebbe essere operativa a partire dal 27 marzo, giorno in cui si festeggia la giornata mondiale del teatro. Per il resto, le limitazioni agli spostamenti, gli orari degli esercizi e le misure di contenimento sono sostanzialmente quelle che gli italiani stanno osservando dal periodo natalizio e che erano state prorogate nel primo dl del governo Draghi, che è ancora in vigore fino al 27 marzo. C'è ovviamente la conferma della divisione in fasce in rischio e il divieto di uscire dalla propria Regione di residenza: chi si trova in fascia gialla potrà circolare liberamente nel territorio della propria Regione e potrà continuare, per una sola volta al giorno, a fare visita a parenti e amici, purché in numero non maggiore di due adulti, che possono portare con sé i figli minori di 14 anni (o altri minori di 14 anni sui quali esercitino la responsabilità genitoriale) e le persone conviventi disabili o non autosufficienti. Anche chi si trova in fascia arancione potrà fare visita ad amici e parenti una volta al giorno, ma non potrà spostarsi al di fuori del proprio Comune, con l'eccezione di chi abita in un Comune con meno di cinquemila abitanti, che comunque non potrà allontanarsi per un raggio maggiore di 30 chilometri dalla propria abitazione. Resta poi la più severa delle misure introdotte di recente, e cioè il divieto (salvo i comprovati motivi di necessità e di urgenza) di fare visita a parenti e amici nelle zone rosse, dove un ulteriore giro di vite è previsto per barbieri e parrucchieri, che prima potevano restare aperti e che ora invece manterranno le serrande abbassate. Anche da parte loro, ieri, è giunta una protesta energica e la richiesta al governo di tornare sui propri passi. Quanto agli esercizi, nelle zone gialle bar e ristoranti saranno aperti fino alle 18, dopodiché sarà consentito l'asporto, ma solo per i locali con cucina. A livello locale, con un'ordinanza si potranno dichiarare Comuni o province zona rossa o «arancione scuro», che differisce dall'arancione «semplice» per la chiusura delle scuole (al pari delle zone rosse) e dall'impossibilità di raggiungere le seconde case. Proprio ieri, si è deciso di far passare una cinquantina di Comuni lombardi all'arancione rafforzato, tra cui Cremona, Como e provincia.
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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