True
2021-03-02
Speranza mette nel mirino la scuola. Oggi si decidono le nuove chiusure
Ansa
Inutile far finta che la giornata di ieri, sul fronte anti Covid, abbia segnato solo la buona notizia dell'avvicendamento di Domenico Arcuri. C'è anche il lato preoccupante della vicenda, illustrato dalle cupe dichiarazioni del ministro Roberto Speranza, che ha intonato un classico del suo repertorio chiusurista: toni molto negativi, esortazioni prive di impegni concreti e tempificati, e - anzi - una specie di nemmeno troppo subliminale preparazione a nuove chiusure e nuovi lockdown striscianti.
Da parte di Speranza, nessun cronoprogramma sui vaccini, ma le solite evocazioni vaghe: «Le prossime sono settimane in cui abbiamo una campagna di vaccinazioni da accelerare, che ha prodotto già uno sforzo in avanti significativo negli ultimi giorni. Abbiamo numeri che stanno andando nella direzione giusta, ma che dovranno ancora crescere».
Poi l'avvertimento ai cittadini a tinte più fosche: «Penso che le prossime settimane non siano facili per la gestione dell'emergenza Covid. La politica e le istituzioni hanno l'obbligo di dire sempre la verità, anche quando può non portare consenso. E io so che sarebbe bello dire che è tutto finito, che si può aprire tutto, che ormai siamo in una fase diversa. Però dire queste cose significa assumersi una responsabilità. E io credo che la più grande responsabilità per chi rappresenta le istituzioni, e deve servirle con disciplina e onore, sia dire sempre come stanno le cose, e purtroppo la verità è che le prossime settimane non sono facili».
Impostazione curiosa: a un ministro, a un uomo di governo, non tocca solo dire che le condizioni sono brutte, ma lavorare per modificarle. Non solo constatare l'esistente, ma far sapere in modo dettagliato cosa si stia facendo per voltare pagina. Eppure Speranza ha continuato a intonare il consueto salmo: «Bisogna avere il coraggio di assumere decisioni coerenti rispetto alla sfida che abbiamo davanti a noi sul piano istituzionale, e richiedere ancora ai cittadini del nostro Paese di avere il massimo senso del rigore, del rispetto, dell'attenzione rispetto alle norme che sono in campo». Dev'essere un omonimo del ministro che aveva mandato in libreria, salvo poi ritirarlo precipitosamente, un saggio autocelebrativo sulla gestione della pandemia. Sta di fatto che le parole di ieri di Speranza, sommate agli appelli dei giorni scorsi di diversi governatori regionali, fanno pensare che la prossima tappa possa essere un ennesimo giro di vite rispetto alle scuole. Oggi, del resto, ci sarà un'altra riunione a Palazzo Chigi per mettere a punto il nuovo dpcm. Dalle indiscrezioni, sembrerebbe che il testo sia quasi chiuso, tranne appunto che nella parte sulla scuola. Il che (al di là dell'opinione di ciascuno su chiusure e aperture, e al di là delle ben note perplessità sull'efficacia della didattica a distanza) porta con sé un altro problema oggettivo: e i genitori? Non tutti sono in condizione di lavorare da casa, in smart working, e dunque di poter in qualche modo badare ai loro bambini e ragazzi. Per il settore pubblico, va registrata una dichiarazione del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Elena Bonetti, a SkyTg24: in caso di chiusure scolastiche, «le famiglie devono sapere che il governo è pronto a provvedere alle necessarie reintroduzioni dei congedi parentali straordinari, retribuiti ed estesi come età, oltre allo smart working come diritto dei genitori, e altri sostegni come i voucher per le baby sitter». E ancora: «Il Mef è al lavoro per far uscire questo provvedimento il prima possibile: già in settimana dovremmo avere una risposta. Stiamo costruendo la norma con copertura retroattiva in modo tale da non lasciare buchi normativi». Quanto alle risorse, per la Bonetti «vanno riproposte almeno quelle già presenti come un congedo retribuito al 50%, il diritto allo smart working, e siamo al lavoro per meglio quantificare il voucher». Ora, è certamente positivo che il governo mostri consapevolezza del problema, ma restano irrisolte almeno due questioni grandi come macigni.
La prima: e il settore privato? Chi ha un negozio, un'impresa, chi è titolare di partita Iva, come fa? Si tratta di attività che necessariamente implicano l'esigenza di stare fuori di casa, di tenere «aperto», di muoversi. La seconda, più complessiva: che modello di società si ha in mente? Tutto chiuso e una spolverata di risorse pubbliche, giusto qualche spicciolo, per tamponare qua e là? Siamo al solito dibattito. Anzi, quella sui congedi rischia di essere una replica della discussione sui cosiddetti ristori da destinare alle aziende chiuse: di per sé inadeguati (nei tempi e nel quantum), e comunque per definizione non adatti a risolvere il problema di un'economia privata e di un ciclo dei consumi ammazzati dalla logica delle chiusure. L'economia di una società aperta non è qualcosa che si possa disattivare e poi riattivare con un clic, ritrovando imprese e lavoratori esattamente nella condizione di prima. Molti rischiano, nel frattempo, di non avercela fatta.
C'è da augurarsi che la riflessione del governo sia profonda. Non ci si può affidare al proverbiale cerotto, destinato a non coprire la ferita e a scollarsi molto presto.
Ecco il dpcm che blinderà la Pasqua
È un dpcm nel segno della continuità con quelli firmati Giuseppe Conte, quello che Mario Draghi dovrebbe licenziare oggi. Dopo la spola della bozza con le Regioni e una messa a punto a Palazzo Chigi tra il premier, i ministri competenti e la cabina di regia, il quadro delle nuove misure è stato definito.
Entrerà in vigore il 6 marzo e lo resterà fino al 6 aprile, includendo anche la Pasqua. La cosa da dire subito è che, in base all'analisi dell'andamento del contagio e della pressione sulle strutture ospedaliere (entrambi in aumento) non ci saranno le aperture reclamate dalle categorie maggiormente interessate dal provvedimento come ristoratori e proprietari di centri sportivi, che non a caso ieri hanno reiterato le proprie proteste. In particolare, sono rimaste lettera morta le ipotesi di consentire ai ristoranti di aprire anche la sera per cena e dei gestori di palestre e piscine, di consentire lezioni individuali. Ancora chiusi, anche in questo caso dopo numerose polemiche, gli impianti sciistici.
Un possibile allentamento delle misure, che rimane però tutto da verificare in base alla situazione epidemiologica che si presenterà al momento, è la parziale riapertura, in zona gialla, di cinema, teatri e sale da concerto, fortemente voluta dal ministro della Cultura Dario Franceschini, che dovrebbe essere operativa a partire dal 27 marzo, giorno in cui si festeggia la giornata mondiale del teatro. Per il resto, le limitazioni agli spostamenti, gli orari degli esercizi e le misure di contenimento sono sostanzialmente quelle che gli italiani stanno osservando dal periodo natalizio e che erano state prorogate nel primo dl del governo Draghi, che è ancora in vigore fino al 27 marzo. C'è ovviamente la conferma della divisione in fasce in rischio e il divieto di uscire dalla propria Regione di residenza: chi si trova in fascia gialla potrà circolare liberamente nel territorio della propria Regione e potrà continuare, per una sola volta al giorno, a fare visita a parenti e amici, purché in numero non maggiore di due adulti, che possono portare con sé i figli minori di 14 anni (o altri minori di 14 anni sui quali esercitino la responsabilità genitoriale) e le persone conviventi disabili o non autosufficienti. Anche chi si trova in fascia arancione potrà fare visita ad amici e parenti una volta al giorno, ma non potrà spostarsi al di fuori del proprio Comune, con l'eccezione di chi abita in un Comune con meno di cinquemila abitanti, che comunque non potrà allontanarsi per un raggio maggiore di 30 chilometri dalla propria abitazione.
Resta poi la più severa delle misure introdotte di recente, e cioè il divieto (salvo i comprovati motivi di necessità e di urgenza) di fare visita a parenti e amici nelle zone rosse, dove un ulteriore giro di vite è previsto per barbieri e parrucchieri, che prima potevano restare aperti e che ora invece manterranno le serrande abbassate. Anche da parte loro, ieri, è giunta una protesta energica e la richiesta al governo di tornare sui propri passi. Quanto agli esercizi, nelle zone gialle bar e ristoranti saranno aperti fino alle 18, dopodiché sarà consentito l'asporto, ma solo per i locali con cucina. A livello locale, con un'ordinanza si potranno dichiarare Comuni o province zona rossa o «arancione scuro», che differisce dall'arancione «semplice» per la chiusura delle scuole (al pari delle zone rosse) e dall'impossibilità di raggiungere le seconde case. Proprio ieri, si è deciso di far passare una cinquantina di Comuni lombardi all'arancione rafforzato, tra cui Cremona, Como e provincia.
Continua a leggereRiduci
Il ministro fa capire che altri lockdown sono in arrivo. A pagare saranno ancora una volta gli studenti. Ma anche i loro genitori: sui congedi per chi deve stare a casa con i ragazzi ci sono solo vaghe promesse.Nessuna concessione alle istanze delle categorie, che chiedevano più elasticità. Una cinquantina di Comuni lombardi (tra cui Como e Cremona) in arancione rafforzato.Lo speciale contiene due articoli.Inutile far finta che la giornata di ieri, sul fronte anti Covid, abbia segnato solo la buona notizia dell'avvicendamento di Domenico Arcuri. C'è anche il lato preoccupante della vicenda, illustrato dalle cupe dichiarazioni del ministro Roberto Speranza, che ha intonato un classico del suo repertorio chiusurista: toni molto negativi, esortazioni prive di impegni concreti e tempificati, e - anzi - una specie di nemmeno troppo subliminale preparazione a nuove chiusure e nuovi lockdown striscianti. Da parte di Speranza, nessun cronoprogramma sui vaccini, ma le solite evocazioni vaghe: «Le prossime sono settimane in cui abbiamo una campagna di vaccinazioni da accelerare, che ha prodotto già uno sforzo in avanti significativo negli ultimi giorni. Abbiamo numeri che stanno andando nella direzione giusta, ma che dovranno ancora crescere».Poi l'avvertimento ai cittadini a tinte più fosche: «Penso che le prossime settimane non siano facili per la gestione dell'emergenza Covid. La politica e le istituzioni hanno l'obbligo di dire sempre la verità, anche quando può non portare consenso. E io so che sarebbe bello dire che è tutto finito, che si può aprire tutto, che ormai siamo in una fase diversa. Però dire queste cose significa assumersi una responsabilità. E io credo che la più grande responsabilità per chi rappresenta le istituzioni, e deve servirle con disciplina e onore, sia dire sempre come stanno le cose, e purtroppo la verità è che le prossime settimane non sono facili».Impostazione curiosa: a un ministro, a un uomo di governo, non tocca solo dire che le condizioni sono brutte, ma lavorare per modificarle. Non solo constatare l'esistente, ma far sapere in modo dettagliato cosa si stia facendo per voltare pagina. Eppure Speranza ha continuato a intonare il consueto salmo: «Bisogna avere il coraggio di assumere decisioni coerenti rispetto alla sfida che abbiamo davanti a noi sul piano istituzionale, e richiedere ancora ai cittadini del nostro Paese di avere il massimo senso del rigore, del rispetto, dell'attenzione rispetto alle norme che sono in campo». Dev'essere un omonimo del ministro che aveva mandato in libreria, salvo poi ritirarlo precipitosamente, un saggio autocelebrativo sulla gestione della pandemia. Sta di fatto che le parole di ieri di Speranza, sommate agli appelli dei giorni scorsi di diversi governatori regionali, fanno pensare che la prossima tappa possa essere un ennesimo giro di vite rispetto alle scuole. Oggi, del resto, ci sarà un'altra riunione a Palazzo Chigi per mettere a punto il nuovo dpcm. Dalle indiscrezioni, sembrerebbe che il testo sia quasi chiuso, tranne appunto che nella parte sulla scuola. Il che (al di là dell'opinione di ciascuno su chiusure e aperture, e al di là delle ben note perplessità sull'efficacia della didattica a distanza) porta con sé un altro problema oggettivo: e i genitori? Non tutti sono in condizione di lavorare da casa, in smart working, e dunque di poter in qualche modo badare ai loro bambini e ragazzi. Per il settore pubblico, va registrata una dichiarazione del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Elena Bonetti, a SkyTg24: in caso di chiusure scolastiche, «le famiglie devono sapere che il governo è pronto a provvedere alle necessarie reintroduzioni dei congedi parentali straordinari, retribuiti ed estesi come età, oltre allo smart working come diritto dei genitori, e altri sostegni come i voucher per le baby sitter». E ancora: «Il Mef è al lavoro per far uscire questo provvedimento il prima possibile: già in settimana dovremmo avere una risposta. Stiamo costruendo la norma con copertura retroattiva in modo tale da non lasciare buchi normativi». Quanto alle risorse, per la Bonetti «vanno riproposte almeno quelle già presenti come un congedo retribuito al 50%, il diritto allo smart working, e siamo al lavoro per meglio quantificare il voucher». Ora, è certamente positivo che il governo mostri consapevolezza del problema, ma restano irrisolte almeno due questioni grandi come macigni. La prima: e il settore privato? Chi ha un negozio, un'impresa, chi è titolare di partita Iva, come fa? Si tratta di attività che necessariamente implicano l'esigenza di stare fuori di casa, di tenere «aperto», di muoversi. La seconda, più complessiva: che modello di società si ha in mente? Tutto chiuso e una spolverata di risorse pubbliche, giusto qualche spicciolo, per tamponare qua e là? Siamo al solito dibattito. Anzi, quella sui congedi rischia di essere una replica della discussione sui cosiddetti ristori da destinare alle aziende chiuse: di per sé inadeguati (nei tempi e nel quantum), e comunque per definizione non adatti a risolvere il problema di un'economia privata e di un ciclo dei consumi ammazzati dalla logica delle chiusure. L'economia di una società aperta non è qualcosa che si possa disattivare e poi riattivare con un clic, ritrovando imprese e lavoratori esattamente nella condizione di prima. Molti rischiano, nel frattempo, di non avercela fatta. C'è da augurarsi che la riflessione del governo sia profonda. Non ci si può affidare al proverbiale cerotto, destinato a non coprire la ferita e a scollarsi molto presto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-mirino-scuola-nuove-chiusure-2650850034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-il-dpcm-che-blindera-la-pasqua" data-post-id="2650850034" data-published-at="1614651050" data-use-pagination="False"> Ecco il dpcm che blinderà la Pasqua È un dpcm nel segno della continuità con quelli firmati Giuseppe Conte, quello che Mario Draghi dovrebbe licenziare oggi. Dopo la spola della bozza con le Regioni e una messa a punto a Palazzo Chigi tra il premier, i ministri competenti e la cabina di regia, il quadro delle nuove misure è stato definito. Entrerà in vigore il 6 marzo e lo resterà fino al 6 aprile, includendo anche la Pasqua. La cosa da dire subito è che, in base all'analisi dell'andamento del contagio e della pressione sulle strutture ospedaliere (entrambi in aumento) non ci saranno le aperture reclamate dalle categorie maggiormente interessate dal provvedimento come ristoratori e proprietari di centri sportivi, che non a caso ieri hanno reiterato le proprie proteste. In particolare, sono rimaste lettera morta le ipotesi di consentire ai ristoranti di aprire anche la sera per cena e dei gestori di palestre e piscine, di consentire lezioni individuali. Ancora chiusi, anche in questo caso dopo numerose polemiche, gli impianti sciistici. Un possibile allentamento delle misure, che rimane però tutto da verificare in base alla situazione epidemiologica che si presenterà al momento, è la parziale riapertura, in zona gialla, di cinema, teatri e sale da concerto, fortemente voluta dal ministro della Cultura Dario Franceschini, che dovrebbe essere operativa a partire dal 27 marzo, giorno in cui si festeggia la giornata mondiale del teatro. Per il resto, le limitazioni agli spostamenti, gli orari degli esercizi e le misure di contenimento sono sostanzialmente quelle che gli italiani stanno osservando dal periodo natalizio e che erano state prorogate nel primo dl del governo Draghi, che è ancora in vigore fino al 27 marzo. C'è ovviamente la conferma della divisione in fasce in rischio e il divieto di uscire dalla propria Regione di residenza: chi si trova in fascia gialla potrà circolare liberamente nel territorio della propria Regione e potrà continuare, per una sola volta al giorno, a fare visita a parenti e amici, purché in numero non maggiore di due adulti, che possono portare con sé i figli minori di 14 anni (o altri minori di 14 anni sui quali esercitino la responsabilità genitoriale) e le persone conviventi disabili o non autosufficienti. Anche chi si trova in fascia arancione potrà fare visita ad amici e parenti una volta al giorno, ma non potrà spostarsi al di fuori del proprio Comune, con l'eccezione di chi abita in un Comune con meno di cinquemila abitanti, che comunque non potrà allontanarsi per un raggio maggiore di 30 chilometri dalla propria abitazione. Resta poi la più severa delle misure introdotte di recente, e cioè il divieto (salvo i comprovati motivi di necessità e di urgenza) di fare visita a parenti e amici nelle zone rosse, dove un ulteriore giro di vite è previsto per barbieri e parrucchieri, che prima potevano restare aperti e che ora invece manterranno le serrande abbassate. Anche da parte loro, ieri, è giunta una protesta energica e la richiesta al governo di tornare sui propri passi. Quanto agli esercizi, nelle zone gialle bar e ristoranti saranno aperti fino alle 18, dopodiché sarà consentito l'asporto, ma solo per i locali con cucina. A livello locale, con un'ordinanza si potranno dichiarare Comuni o province zona rossa o «arancione scuro», che differisce dall'arancione «semplice» per la chiusura delle scuole (al pari delle zone rosse) e dall'impossibilità di raggiungere le seconde case. Proprio ieri, si è deciso di far passare una cinquantina di Comuni lombardi all'arancione rafforzato, tra cui Cremona, Como e provincia.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci