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2021-03-02
Speranza mette nel mirino la scuola. Oggi si decidono le nuove chiusure
Ansa
Inutile far finta che la giornata di ieri, sul fronte anti Covid, abbia segnato solo la buona notizia dell'avvicendamento di Domenico Arcuri. C'è anche il lato preoccupante della vicenda, illustrato dalle cupe dichiarazioni del ministro Roberto Speranza, che ha intonato un classico del suo repertorio chiusurista: toni molto negativi, esortazioni prive di impegni concreti e tempificati, e - anzi - una specie di nemmeno troppo subliminale preparazione a nuove chiusure e nuovi lockdown striscianti.
Da parte di Speranza, nessun cronoprogramma sui vaccini, ma le solite evocazioni vaghe: «Le prossime sono settimane in cui abbiamo una campagna di vaccinazioni da accelerare, che ha prodotto già uno sforzo in avanti significativo negli ultimi giorni. Abbiamo numeri che stanno andando nella direzione giusta, ma che dovranno ancora crescere».
Poi l'avvertimento ai cittadini a tinte più fosche: «Penso che le prossime settimane non siano facili per la gestione dell'emergenza Covid. La politica e le istituzioni hanno l'obbligo di dire sempre la verità, anche quando può non portare consenso. E io so che sarebbe bello dire che è tutto finito, che si può aprire tutto, che ormai siamo in una fase diversa. Però dire queste cose significa assumersi una responsabilità. E io credo che la più grande responsabilità per chi rappresenta le istituzioni, e deve servirle con disciplina e onore, sia dire sempre come stanno le cose, e purtroppo la verità è che le prossime settimane non sono facili».
Impostazione curiosa: a un ministro, a un uomo di governo, non tocca solo dire che le condizioni sono brutte, ma lavorare per modificarle. Non solo constatare l'esistente, ma far sapere in modo dettagliato cosa si stia facendo per voltare pagina. Eppure Speranza ha continuato a intonare il consueto salmo: «Bisogna avere il coraggio di assumere decisioni coerenti rispetto alla sfida che abbiamo davanti a noi sul piano istituzionale, e richiedere ancora ai cittadini del nostro Paese di avere il massimo senso del rigore, del rispetto, dell'attenzione rispetto alle norme che sono in campo». Dev'essere un omonimo del ministro che aveva mandato in libreria, salvo poi ritirarlo precipitosamente, un saggio autocelebrativo sulla gestione della pandemia. Sta di fatto che le parole di ieri di Speranza, sommate agli appelli dei giorni scorsi di diversi governatori regionali, fanno pensare che la prossima tappa possa essere un ennesimo giro di vite rispetto alle scuole. Oggi, del resto, ci sarà un'altra riunione a Palazzo Chigi per mettere a punto il nuovo dpcm. Dalle indiscrezioni, sembrerebbe che il testo sia quasi chiuso, tranne appunto che nella parte sulla scuola. Il che (al di là dell'opinione di ciascuno su chiusure e aperture, e al di là delle ben note perplessità sull'efficacia della didattica a distanza) porta con sé un altro problema oggettivo: e i genitori? Non tutti sono in condizione di lavorare da casa, in smart working, e dunque di poter in qualche modo badare ai loro bambini e ragazzi. Per il settore pubblico, va registrata una dichiarazione del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Elena Bonetti, a SkyTg24: in caso di chiusure scolastiche, «le famiglie devono sapere che il governo è pronto a provvedere alle necessarie reintroduzioni dei congedi parentali straordinari, retribuiti ed estesi come età, oltre allo smart working come diritto dei genitori, e altri sostegni come i voucher per le baby sitter». E ancora: «Il Mef è al lavoro per far uscire questo provvedimento il prima possibile: già in settimana dovremmo avere una risposta. Stiamo costruendo la norma con copertura retroattiva in modo tale da non lasciare buchi normativi». Quanto alle risorse, per la Bonetti «vanno riproposte almeno quelle già presenti come un congedo retribuito al 50%, il diritto allo smart working, e siamo al lavoro per meglio quantificare il voucher». Ora, è certamente positivo che il governo mostri consapevolezza del problema, ma restano irrisolte almeno due questioni grandi come macigni.
La prima: e il settore privato? Chi ha un negozio, un'impresa, chi è titolare di partita Iva, come fa? Si tratta di attività che necessariamente implicano l'esigenza di stare fuori di casa, di tenere «aperto», di muoversi. La seconda, più complessiva: che modello di società si ha in mente? Tutto chiuso e una spolverata di risorse pubbliche, giusto qualche spicciolo, per tamponare qua e là? Siamo al solito dibattito. Anzi, quella sui congedi rischia di essere una replica della discussione sui cosiddetti ristori da destinare alle aziende chiuse: di per sé inadeguati (nei tempi e nel quantum), e comunque per definizione non adatti a risolvere il problema di un'economia privata e di un ciclo dei consumi ammazzati dalla logica delle chiusure. L'economia di una società aperta non è qualcosa che si possa disattivare e poi riattivare con un clic, ritrovando imprese e lavoratori esattamente nella condizione di prima. Molti rischiano, nel frattempo, di non avercela fatta.
C'è da augurarsi che la riflessione del governo sia profonda. Non ci si può affidare al proverbiale cerotto, destinato a non coprire la ferita e a scollarsi molto presto.
Ecco il dpcm che blinderà la Pasqua
È un dpcm nel segno della continuità con quelli firmati Giuseppe Conte, quello che Mario Draghi dovrebbe licenziare oggi. Dopo la spola della bozza con le Regioni e una messa a punto a Palazzo Chigi tra il premier, i ministri competenti e la cabina di regia, il quadro delle nuove misure è stato definito.
Entrerà in vigore il 6 marzo e lo resterà fino al 6 aprile, includendo anche la Pasqua. La cosa da dire subito è che, in base all'analisi dell'andamento del contagio e della pressione sulle strutture ospedaliere (entrambi in aumento) non ci saranno le aperture reclamate dalle categorie maggiormente interessate dal provvedimento come ristoratori e proprietari di centri sportivi, che non a caso ieri hanno reiterato le proprie proteste. In particolare, sono rimaste lettera morta le ipotesi di consentire ai ristoranti di aprire anche la sera per cena e dei gestori di palestre e piscine, di consentire lezioni individuali. Ancora chiusi, anche in questo caso dopo numerose polemiche, gli impianti sciistici.
Un possibile allentamento delle misure, che rimane però tutto da verificare in base alla situazione epidemiologica che si presenterà al momento, è la parziale riapertura, in zona gialla, di cinema, teatri e sale da concerto, fortemente voluta dal ministro della Cultura Dario Franceschini, che dovrebbe essere operativa a partire dal 27 marzo, giorno in cui si festeggia la giornata mondiale del teatro. Per il resto, le limitazioni agli spostamenti, gli orari degli esercizi e le misure di contenimento sono sostanzialmente quelle che gli italiani stanno osservando dal periodo natalizio e che erano state prorogate nel primo dl del governo Draghi, che è ancora in vigore fino al 27 marzo. C'è ovviamente la conferma della divisione in fasce in rischio e il divieto di uscire dalla propria Regione di residenza: chi si trova in fascia gialla potrà circolare liberamente nel territorio della propria Regione e potrà continuare, per una sola volta al giorno, a fare visita a parenti e amici, purché in numero non maggiore di due adulti, che possono portare con sé i figli minori di 14 anni (o altri minori di 14 anni sui quali esercitino la responsabilità genitoriale) e le persone conviventi disabili o non autosufficienti. Anche chi si trova in fascia arancione potrà fare visita ad amici e parenti una volta al giorno, ma non potrà spostarsi al di fuori del proprio Comune, con l'eccezione di chi abita in un Comune con meno di cinquemila abitanti, che comunque non potrà allontanarsi per un raggio maggiore di 30 chilometri dalla propria abitazione.
Resta poi la più severa delle misure introdotte di recente, e cioè il divieto (salvo i comprovati motivi di necessità e di urgenza) di fare visita a parenti e amici nelle zone rosse, dove un ulteriore giro di vite è previsto per barbieri e parrucchieri, che prima potevano restare aperti e che ora invece manterranno le serrande abbassate. Anche da parte loro, ieri, è giunta una protesta energica e la richiesta al governo di tornare sui propri passi. Quanto agli esercizi, nelle zone gialle bar e ristoranti saranno aperti fino alle 18, dopodiché sarà consentito l'asporto, ma solo per i locali con cucina. A livello locale, con un'ordinanza si potranno dichiarare Comuni o province zona rossa o «arancione scuro», che differisce dall'arancione «semplice» per la chiusura delle scuole (al pari delle zone rosse) e dall'impossibilità di raggiungere le seconde case. Proprio ieri, si è deciso di far passare una cinquantina di Comuni lombardi all'arancione rafforzato, tra cui Cremona, Como e provincia.
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Il ministro fa capire che altri lockdown sono in arrivo. A pagare saranno ancora una volta gli studenti. Ma anche i loro genitori: sui congedi per chi deve stare a casa con i ragazzi ci sono solo vaghe promesse.Nessuna concessione alle istanze delle categorie, che chiedevano più elasticità. Una cinquantina di Comuni lombardi (tra cui Como e Cremona) in arancione rafforzato.Lo speciale contiene due articoli.Inutile far finta che la giornata di ieri, sul fronte anti Covid, abbia segnato solo la buona notizia dell'avvicendamento di Domenico Arcuri. C'è anche il lato preoccupante della vicenda, illustrato dalle cupe dichiarazioni del ministro Roberto Speranza, che ha intonato un classico del suo repertorio chiusurista: toni molto negativi, esortazioni prive di impegni concreti e tempificati, e - anzi - una specie di nemmeno troppo subliminale preparazione a nuove chiusure e nuovi lockdown striscianti. Da parte di Speranza, nessun cronoprogramma sui vaccini, ma le solite evocazioni vaghe: «Le prossime sono settimane in cui abbiamo una campagna di vaccinazioni da accelerare, che ha prodotto già uno sforzo in avanti significativo negli ultimi giorni. Abbiamo numeri che stanno andando nella direzione giusta, ma che dovranno ancora crescere».Poi l'avvertimento ai cittadini a tinte più fosche: «Penso che le prossime settimane non siano facili per la gestione dell'emergenza Covid. La politica e le istituzioni hanno l'obbligo di dire sempre la verità, anche quando può non portare consenso. E io so che sarebbe bello dire che è tutto finito, che si può aprire tutto, che ormai siamo in una fase diversa. Però dire queste cose significa assumersi una responsabilità. E io credo che la più grande responsabilità per chi rappresenta le istituzioni, e deve servirle con disciplina e onore, sia dire sempre come stanno le cose, e purtroppo la verità è che le prossime settimane non sono facili».Impostazione curiosa: a un ministro, a un uomo di governo, non tocca solo dire che le condizioni sono brutte, ma lavorare per modificarle. Non solo constatare l'esistente, ma far sapere in modo dettagliato cosa si stia facendo per voltare pagina. Eppure Speranza ha continuato a intonare il consueto salmo: «Bisogna avere il coraggio di assumere decisioni coerenti rispetto alla sfida che abbiamo davanti a noi sul piano istituzionale, e richiedere ancora ai cittadini del nostro Paese di avere il massimo senso del rigore, del rispetto, dell'attenzione rispetto alle norme che sono in campo». Dev'essere un omonimo del ministro che aveva mandato in libreria, salvo poi ritirarlo precipitosamente, un saggio autocelebrativo sulla gestione della pandemia. Sta di fatto che le parole di ieri di Speranza, sommate agli appelli dei giorni scorsi di diversi governatori regionali, fanno pensare che la prossima tappa possa essere un ennesimo giro di vite rispetto alle scuole. Oggi, del resto, ci sarà un'altra riunione a Palazzo Chigi per mettere a punto il nuovo dpcm. Dalle indiscrezioni, sembrerebbe che il testo sia quasi chiuso, tranne appunto che nella parte sulla scuola. Il che (al di là dell'opinione di ciascuno su chiusure e aperture, e al di là delle ben note perplessità sull'efficacia della didattica a distanza) porta con sé un altro problema oggettivo: e i genitori? Non tutti sono in condizione di lavorare da casa, in smart working, e dunque di poter in qualche modo badare ai loro bambini e ragazzi. Per il settore pubblico, va registrata una dichiarazione del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Elena Bonetti, a SkyTg24: in caso di chiusure scolastiche, «le famiglie devono sapere che il governo è pronto a provvedere alle necessarie reintroduzioni dei congedi parentali straordinari, retribuiti ed estesi come età, oltre allo smart working come diritto dei genitori, e altri sostegni come i voucher per le baby sitter». E ancora: «Il Mef è al lavoro per far uscire questo provvedimento il prima possibile: già in settimana dovremmo avere una risposta. Stiamo costruendo la norma con copertura retroattiva in modo tale da non lasciare buchi normativi». Quanto alle risorse, per la Bonetti «vanno riproposte almeno quelle già presenti come un congedo retribuito al 50%, il diritto allo smart working, e siamo al lavoro per meglio quantificare il voucher». Ora, è certamente positivo che il governo mostri consapevolezza del problema, ma restano irrisolte almeno due questioni grandi come macigni. La prima: e il settore privato? Chi ha un negozio, un'impresa, chi è titolare di partita Iva, come fa? Si tratta di attività che necessariamente implicano l'esigenza di stare fuori di casa, di tenere «aperto», di muoversi. La seconda, più complessiva: che modello di società si ha in mente? Tutto chiuso e una spolverata di risorse pubbliche, giusto qualche spicciolo, per tamponare qua e là? Siamo al solito dibattito. Anzi, quella sui congedi rischia di essere una replica della discussione sui cosiddetti ristori da destinare alle aziende chiuse: di per sé inadeguati (nei tempi e nel quantum), e comunque per definizione non adatti a risolvere il problema di un'economia privata e di un ciclo dei consumi ammazzati dalla logica delle chiusure. L'economia di una società aperta non è qualcosa che si possa disattivare e poi riattivare con un clic, ritrovando imprese e lavoratori esattamente nella condizione di prima. Molti rischiano, nel frattempo, di non avercela fatta. C'è da augurarsi che la riflessione del governo sia profonda. Non ci si può affidare al proverbiale cerotto, destinato a non coprire la ferita e a scollarsi molto presto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-mirino-scuola-nuove-chiusure-2650850034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-il-dpcm-che-blindera-la-pasqua" data-post-id="2650850034" data-published-at="1614651050" data-use-pagination="False"> Ecco il dpcm che blinderà la Pasqua È un dpcm nel segno della continuità con quelli firmati Giuseppe Conte, quello che Mario Draghi dovrebbe licenziare oggi. Dopo la spola della bozza con le Regioni e una messa a punto a Palazzo Chigi tra il premier, i ministri competenti e la cabina di regia, il quadro delle nuove misure è stato definito. Entrerà in vigore il 6 marzo e lo resterà fino al 6 aprile, includendo anche la Pasqua. La cosa da dire subito è che, in base all'analisi dell'andamento del contagio e della pressione sulle strutture ospedaliere (entrambi in aumento) non ci saranno le aperture reclamate dalle categorie maggiormente interessate dal provvedimento come ristoratori e proprietari di centri sportivi, che non a caso ieri hanno reiterato le proprie proteste. In particolare, sono rimaste lettera morta le ipotesi di consentire ai ristoranti di aprire anche la sera per cena e dei gestori di palestre e piscine, di consentire lezioni individuali. Ancora chiusi, anche in questo caso dopo numerose polemiche, gli impianti sciistici. Un possibile allentamento delle misure, che rimane però tutto da verificare in base alla situazione epidemiologica che si presenterà al momento, è la parziale riapertura, in zona gialla, di cinema, teatri e sale da concerto, fortemente voluta dal ministro della Cultura Dario Franceschini, che dovrebbe essere operativa a partire dal 27 marzo, giorno in cui si festeggia la giornata mondiale del teatro. Per il resto, le limitazioni agli spostamenti, gli orari degli esercizi e le misure di contenimento sono sostanzialmente quelle che gli italiani stanno osservando dal periodo natalizio e che erano state prorogate nel primo dl del governo Draghi, che è ancora in vigore fino al 27 marzo. C'è ovviamente la conferma della divisione in fasce in rischio e il divieto di uscire dalla propria Regione di residenza: chi si trova in fascia gialla potrà circolare liberamente nel territorio della propria Regione e potrà continuare, per una sola volta al giorno, a fare visita a parenti e amici, purché in numero non maggiore di due adulti, che possono portare con sé i figli minori di 14 anni (o altri minori di 14 anni sui quali esercitino la responsabilità genitoriale) e le persone conviventi disabili o non autosufficienti. Anche chi si trova in fascia arancione potrà fare visita ad amici e parenti una volta al giorno, ma non potrà spostarsi al di fuori del proprio Comune, con l'eccezione di chi abita in un Comune con meno di cinquemila abitanti, che comunque non potrà allontanarsi per un raggio maggiore di 30 chilometri dalla propria abitazione. Resta poi la più severa delle misure introdotte di recente, e cioè il divieto (salvo i comprovati motivi di necessità e di urgenza) di fare visita a parenti e amici nelle zone rosse, dove un ulteriore giro di vite è previsto per barbieri e parrucchieri, che prima potevano restare aperti e che ora invece manterranno le serrande abbassate. Anche da parte loro, ieri, è giunta una protesta energica e la richiesta al governo di tornare sui propri passi. Quanto agli esercizi, nelle zone gialle bar e ristoranti saranno aperti fino alle 18, dopodiché sarà consentito l'asporto, ma solo per i locali con cucina. A livello locale, con un'ordinanza si potranno dichiarare Comuni o province zona rossa o «arancione scuro», che differisce dall'arancione «semplice» per la chiusura delle scuole (al pari delle zone rosse) e dall'impossibilità di raggiungere le seconde case. Proprio ieri, si è deciso di far passare una cinquantina di Comuni lombardi all'arancione rafforzato, tra cui Cremona, Como e provincia.
Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
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