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2021-03-02
Speranza mette nel mirino la scuola. Oggi si decidono le nuove chiusure
Ansa
Inutile far finta che la giornata di ieri, sul fronte anti Covid, abbia segnato solo la buona notizia dell'avvicendamento di Domenico Arcuri. C'è anche il lato preoccupante della vicenda, illustrato dalle cupe dichiarazioni del ministro Roberto Speranza, che ha intonato un classico del suo repertorio chiusurista: toni molto negativi, esortazioni prive di impegni concreti e tempificati, e - anzi - una specie di nemmeno troppo subliminale preparazione a nuove chiusure e nuovi lockdown striscianti.
Da parte di Speranza, nessun cronoprogramma sui vaccini, ma le solite evocazioni vaghe: «Le prossime sono settimane in cui abbiamo una campagna di vaccinazioni da accelerare, che ha prodotto già uno sforzo in avanti significativo negli ultimi giorni. Abbiamo numeri che stanno andando nella direzione giusta, ma che dovranno ancora crescere».
Poi l'avvertimento ai cittadini a tinte più fosche: «Penso che le prossime settimane non siano facili per la gestione dell'emergenza Covid. La politica e le istituzioni hanno l'obbligo di dire sempre la verità, anche quando può non portare consenso. E io so che sarebbe bello dire che è tutto finito, che si può aprire tutto, che ormai siamo in una fase diversa. Però dire queste cose significa assumersi una responsabilità. E io credo che la più grande responsabilità per chi rappresenta le istituzioni, e deve servirle con disciplina e onore, sia dire sempre come stanno le cose, e purtroppo la verità è che le prossime settimane non sono facili».
Impostazione curiosa: a un ministro, a un uomo di governo, non tocca solo dire che le condizioni sono brutte, ma lavorare per modificarle. Non solo constatare l'esistente, ma far sapere in modo dettagliato cosa si stia facendo per voltare pagina. Eppure Speranza ha continuato a intonare il consueto salmo: «Bisogna avere il coraggio di assumere decisioni coerenti rispetto alla sfida che abbiamo davanti a noi sul piano istituzionale, e richiedere ancora ai cittadini del nostro Paese di avere il massimo senso del rigore, del rispetto, dell'attenzione rispetto alle norme che sono in campo». Dev'essere un omonimo del ministro che aveva mandato in libreria, salvo poi ritirarlo precipitosamente, un saggio autocelebrativo sulla gestione della pandemia. Sta di fatto che le parole di ieri di Speranza, sommate agli appelli dei giorni scorsi di diversi governatori regionali, fanno pensare che la prossima tappa possa essere un ennesimo giro di vite rispetto alle scuole. Oggi, del resto, ci sarà un'altra riunione a Palazzo Chigi per mettere a punto il nuovo dpcm. Dalle indiscrezioni, sembrerebbe che il testo sia quasi chiuso, tranne appunto che nella parte sulla scuola. Il che (al di là dell'opinione di ciascuno su chiusure e aperture, e al di là delle ben note perplessità sull'efficacia della didattica a distanza) porta con sé un altro problema oggettivo: e i genitori? Non tutti sono in condizione di lavorare da casa, in smart working, e dunque di poter in qualche modo badare ai loro bambini e ragazzi. Per il settore pubblico, va registrata una dichiarazione del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Elena Bonetti, a SkyTg24: in caso di chiusure scolastiche, «le famiglie devono sapere che il governo è pronto a provvedere alle necessarie reintroduzioni dei congedi parentali straordinari, retribuiti ed estesi come età, oltre allo smart working come diritto dei genitori, e altri sostegni come i voucher per le baby sitter». E ancora: «Il Mef è al lavoro per far uscire questo provvedimento il prima possibile: già in settimana dovremmo avere una risposta. Stiamo costruendo la norma con copertura retroattiva in modo tale da non lasciare buchi normativi». Quanto alle risorse, per la Bonetti «vanno riproposte almeno quelle già presenti come un congedo retribuito al 50%, il diritto allo smart working, e siamo al lavoro per meglio quantificare il voucher». Ora, è certamente positivo che il governo mostri consapevolezza del problema, ma restano irrisolte almeno due questioni grandi come macigni.
La prima: e il settore privato? Chi ha un negozio, un'impresa, chi è titolare di partita Iva, come fa? Si tratta di attività che necessariamente implicano l'esigenza di stare fuori di casa, di tenere «aperto», di muoversi. La seconda, più complessiva: che modello di società si ha in mente? Tutto chiuso e una spolverata di risorse pubbliche, giusto qualche spicciolo, per tamponare qua e là? Siamo al solito dibattito. Anzi, quella sui congedi rischia di essere una replica della discussione sui cosiddetti ristori da destinare alle aziende chiuse: di per sé inadeguati (nei tempi e nel quantum), e comunque per definizione non adatti a risolvere il problema di un'economia privata e di un ciclo dei consumi ammazzati dalla logica delle chiusure. L'economia di una società aperta non è qualcosa che si possa disattivare e poi riattivare con un clic, ritrovando imprese e lavoratori esattamente nella condizione di prima. Molti rischiano, nel frattempo, di non avercela fatta.
C'è da augurarsi che la riflessione del governo sia profonda. Non ci si può affidare al proverbiale cerotto, destinato a non coprire la ferita e a scollarsi molto presto.
Ecco il dpcm che blinderà la Pasqua
È un dpcm nel segno della continuità con quelli firmati Giuseppe Conte, quello che Mario Draghi dovrebbe licenziare oggi. Dopo la spola della bozza con le Regioni e una messa a punto a Palazzo Chigi tra il premier, i ministri competenti e la cabina di regia, il quadro delle nuove misure è stato definito.
Entrerà in vigore il 6 marzo e lo resterà fino al 6 aprile, includendo anche la Pasqua. La cosa da dire subito è che, in base all'analisi dell'andamento del contagio e della pressione sulle strutture ospedaliere (entrambi in aumento) non ci saranno le aperture reclamate dalle categorie maggiormente interessate dal provvedimento come ristoratori e proprietari di centri sportivi, che non a caso ieri hanno reiterato le proprie proteste. In particolare, sono rimaste lettera morta le ipotesi di consentire ai ristoranti di aprire anche la sera per cena e dei gestori di palestre e piscine, di consentire lezioni individuali. Ancora chiusi, anche in questo caso dopo numerose polemiche, gli impianti sciistici.
Un possibile allentamento delle misure, che rimane però tutto da verificare in base alla situazione epidemiologica che si presenterà al momento, è la parziale riapertura, in zona gialla, di cinema, teatri e sale da concerto, fortemente voluta dal ministro della Cultura Dario Franceschini, che dovrebbe essere operativa a partire dal 27 marzo, giorno in cui si festeggia la giornata mondiale del teatro. Per il resto, le limitazioni agli spostamenti, gli orari degli esercizi e le misure di contenimento sono sostanzialmente quelle che gli italiani stanno osservando dal periodo natalizio e che erano state prorogate nel primo dl del governo Draghi, che è ancora in vigore fino al 27 marzo. C'è ovviamente la conferma della divisione in fasce in rischio e il divieto di uscire dalla propria Regione di residenza: chi si trova in fascia gialla potrà circolare liberamente nel territorio della propria Regione e potrà continuare, per una sola volta al giorno, a fare visita a parenti e amici, purché in numero non maggiore di due adulti, che possono portare con sé i figli minori di 14 anni (o altri minori di 14 anni sui quali esercitino la responsabilità genitoriale) e le persone conviventi disabili o non autosufficienti. Anche chi si trova in fascia arancione potrà fare visita ad amici e parenti una volta al giorno, ma non potrà spostarsi al di fuori del proprio Comune, con l'eccezione di chi abita in un Comune con meno di cinquemila abitanti, che comunque non potrà allontanarsi per un raggio maggiore di 30 chilometri dalla propria abitazione.
Resta poi la più severa delle misure introdotte di recente, e cioè il divieto (salvo i comprovati motivi di necessità e di urgenza) di fare visita a parenti e amici nelle zone rosse, dove un ulteriore giro di vite è previsto per barbieri e parrucchieri, che prima potevano restare aperti e che ora invece manterranno le serrande abbassate. Anche da parte loro, ieri, è giunta una protesta energica e la richiesta al governo di tornare sui propri passi. Quanto agli esercizi, nelle zone gialle bar e ristoranti saranno aperti fino alle 18, dopodiché sarà consentito l'asporto, ma solo per i locali con cucina. A livello locale, con un'ordinanza si potranno dichiarare Comuni o province zona rossa o «arancione scuro», che differisce dall'arancione «semplice» per la chiusura delle scuole (al pari delle zone rosse) e dall'impossibilità di raggiungere le seconde case. Proprio ieri, si è deciso di far passare una cinquantina di Comuni lombardi all'arancione rafforzato, tra cui Cremona, Como e provincia.
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Il ministro fa capire che altri lockdown sono in arrivo. A pagare saranno ancora una volta gli studenti. Ma anche i loro genitori: sui congedi per chi deve stare a casa con i ragazzi ci sono solo vaghe promesse.Nessuna concessione alle istanze delle categorie, che chiedevano più elasticità. Una cinquantina di Comuni lombardi (tra cui Como e Cremona) in arancione rafforzato.Lo speciale contiene due articoli.Inutile far finta che la giornata di ieri, sul fronte anti Covid, abbia segnato solo la buona notizia dell'avvicendamento di Domenico Arcuri. C'è anche il lato preoccupante della vicenda, illustrato dalle cupe dichiarazioni del ministro Roberto Speranza, che ha intonato un classico del suo repertorio chiusurista: toni molto negativi, esortazioni prive di impegni concreti e tempificati, e - anzi - una specie di nemmeno troppo subliminale preparazione a nuove chiusure e nuovi lockdown striscianti. Da parte di Speranza, nessun cronoprogramma sui vaccini, ma le solite evocazioni vaghe: «Le prossime sono settimane in cui abbiamo una campagna di vaccinazioni da accelerare, che ha prodotto già uno sforzo in avanti significativo negli ultimi giorni. Abbiamo numeri che stanno andando nella direzione giusta, ma che dovranno ancora crescere».Poi l'avvertimento ai cittadini a tinte più fosche: «Penso che le prossime settimane non siano facili per la gestione dell'emergenza Covid. La politica e le istituzioni hanno l'obbligo di dire sempre la verità, anche quando può non portare consenso. E io so che sarebbe bello dire che è tutto finito, che si può aprire tutto, che ormai siamo in una fase diversa. Però dire queste cose significa assumersi una responsabilità. E io credo che la più grande responsabilità per chi rappresenta le istituzioni, e deve servirle con disciplina e onore, sia dire sempre come stanno le cose, e purtroppo la verità è che le prossime settimane non sono facili».Impostazione curiosa: a un ministro, a un uomo di governo, non tocca solo dire che le condizioni sono brutte, ma lavorare per modificarle. Non solo constatare l'esistente, ma far sapere in modo dettagliato cosa si stia facendo per voltare pagina. Eppure Speranza ha continuato a intonare il consueto salmo: «Bisogna avere il coraggio di assumere decisioni coerenti rispetto alla sfida che abbiamo davanti a noi sul piano istituzionale, e richiedere ancora ai cittadini del nostro Paese di avere il massimo senso del rigore, del rispetto, dell'attenzione rispetto alle norme che sono in campo». Dev'essere un omonimo del ministro che aveva mandato in libreria, salvo poi ritirarlo precipitosamente, un saggio autocelebrativo sulla gestione della pandemia. Sta di fatto che le parole di ieri di Speranza, sommate agli appelli dei giorni scorsi di diversi governatori regionali, fanno pensare che la prossima tappa possa essere un ennesimo giro di vite rispetto alle scuole. Oggi, del resto, ci sarà un'altra riunione a Palazzo Chigi per mettere a punto il nuovo dpcm. Dalle indiscrezioni, sembrerebbe che il testo sia quasi chiuso, tranne appunto che nella parte sulla scuola. Il che (al di là dell'opinione di ciascuno su chiusure e aperture, e al di là delle ben note perplessità sull'efficacia della didattica a distanza) porta con sé un altro problema oggettivo: e i genitori? Non tutti sono in condizione di lavorare da casa, in smart working, e dunque di poter in qualche modo badare ai loro bambini e ragazzi. Per il settore pubblico, va registrata una dichiarazione del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Elena Bonetti, a SkyTg24: in caso di chiusure scolastiche, «le famiglie devono sapere che il governo è pronto a provvedere alle necessarie reintroduzioni dei congedi parentali straordinari, retribuiti ed estesi come età, oltre allo smart working come diritto dei genitori, e altri sostegni come i voucher per le baby sitter». E ancora: «Il Mef è al lavoro per far uscire questo provvedimento il prima possibile: già in settimana dovremmo avere una risposta. Stiamo costruendo la norma con copertura retroattiva in modo tale da non lasciare buchi normativi». Quanto alle risorse, per la Bonetti «vanno riproposte almeno quelle già presenti come un congedo retribuito al 50%, il diritto allo smart working, e siamo al lavoro per meglio quantificare il voucher». Ora, è certamente positivo che il governo mostri consapevolezza del problema, ma restano irrisolte almeno due questioni grandi come macigni. La prima: e il settore privato? Chi ha un negozio, un'impresa, chi è titolare di partita Iva, come fa? Si tratta di attività che necessariamente implicano l'esigenza di stare fuori di casa, di tenere «aperto», di muoversi. La seconda, più complessiva: che modello di società si ha in mente? Tutto chiuso e una spolverata di risorse pubbliche, giusto qualche spicciolo, per tamponare qua e là? Siamo al solito dibattito. Anzi, quella sui congedi rischia di essere una replica della discussione sui cosiddetti ristori da destinare alle aziende chiuse: di per sé inadeguati (nei tempi e nel quantum), e comunque per definizione non adatti a risolvere il problema di un'economia privata e di un ciclo dei consumi ammazzati dalla logica delle chiusure. L'economia di una società aperta non è qualcosa che si possa disattivare e poi riattivare con un clic, ritrovando imprese e lavoratori esattamente nella condizione di prima. Molti rischiano, nel frattempo, di non avercela fatta. C'è da augurarsi che la riflessione del governo sia profonda. Non ci si può affidare al proverbiale cerotto, destinato a non coprire la ferita e a scollarsi molto presto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-mirino-scuola-nuove-chiusure-2650850034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-il-dpcm-che-blindera-la-pasqua" data-post-id="2650850034" data-published-at="1614651050" data-use-pagination="False"> Ecco il dpcm che blinderà la Pasqua È un dpcm nel segno della continuità con quelli firmati Giuseppe Conte, quello che Mario Draghi dovrebbe licenziare oggi. Dopo la spola della bozza con le Regioni e una messa a punto a Palazzo Chigi tra il premier, i ministri competenti e la cabina di regia, il quadro delle nuove misure è stato definito. Entrerà in vigore il 6 marzo e lo resterà fino al 6 aprile, includendo anche la Pasqua. La cosa da dire subito è che, in base all'analisi dell'andamento del contagio e della pressione sulle strutture ospedaliere (entrambi in aumento) non ci saranno le aperture reclamate dalle categorie maggiormente interessate dal provvedimento come ristoratori e proprietari di centri sportivi, che non a caso ieri hanno reiterato le proprie proteste. In particolare, sono rimaste lettera morta le ipotesi di consentire ai ristoranti di aprire anche la sera per cena e dei gestori di palestre e piscine, di consentire lezioni individuali. Ancora chiusi, anche in questo caso dopo numerose polemiche, gli impianti sciistici. Un possibile allentamento delle misure, che rimane però tutto da verificare in base alla situazione epidemiologica che si presenterà al momento, è la parziale riapertura, in zona gialla, di cinema, teatri e sale da concerto, fortemente voluta dal ministro della Cultura Dario Franceschini, che dovrebbe essere operativa a partire dal 27 marzo, giorno in cui si festeggia la giornata mondiale del teatro. Per il resto, le limitazioni agli spostamenti, gli orari degli esercizi e le misure di contenimento sono sostanzialmente quelle che gli italiani stanno osservando dal periodo natalizio e che erano state prorogate nel primo dl del governo Draghi, che è ancora in vigore fino al 27 marzo. C'è ovviamente la conferma della divisione in fasce in rischio e il divieto di uscire dalla propria Regione di residenza: chi si trova in fascia gialla potrà circolare liberamente nel territorio della propria Regione e potrà continuare, per una sola volta al giorno, a fare visita a parenti e amici, purché in numero non maggiore di due adulti, che possono portare con sé i figli minori di 14 anni (o altri minori di 14 anni sui quali esercitino la responsabilità genitoriale) e le persone conviventi disabili o non autosufficienti. Anche chi si trova in fascia arancione potrà fare visita ad amici e parenti una volta al giorno, ma non potrà spostarsi al di fuori del proprio Comune, con l'eccezione di chi abita in un Comune con meno di cinquemila abitanti, che comunque non potrà allontanarsi per un raggio maggiore di 30 chilometri dalla propria abitazione. Resta poi la più severa delle misure introdotte di recente, e cioè il divieto (salvo i comprovati motivi di necessità e di urgenza) di fare visita a parenti e amici nelle zone rosse, dove un ulteriore giro di vite è previsto per barbieri e parrucchieri, che prima potevano restare aperti e che ora invece manterranno le serrande abbassate. Anche da parte loro, ieri, è giunta una protesta energica e la richiesta al governo di tornare sui propri passi. Quanto agli esercizi, nelle zone gialle bar e ristoranti saranno aperti fino alle 18, dopodiché sarà consentito l'asporto, ma solo per i locali con cucina. A livello locale, con un'ordinanza si potranno dichiarare Comuni o province zona rossa o «arancione scuro», che differisce dall'arancione «semplice» per la chiusura delle scuole (al pari delle zone rosse) e dall'impossibilità di raggiungere le seconde case. Proprio ieri, si è deciso di far passare una cinquantina di Comuni lombardi all'arancione rafforzato, tra cui Cremona, Como e provincia.
(Ansa)
Il caldo di Pasquetta è niente se paragonato alla settimana bollente che attende l’esecutivo. Oggi alle 16 è prevista un’informativa urgente con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nell’Aula della Camera, sull’Iran e sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Crosetto parlerà di Sigonella e, al contrario di quanto avviene per le comunicazioni in Aula, essendo un’informativa, non ci saranno risoluzioni né voti. Il ministro ha già spiegato che ha fatto scattare il divieto perché mancava la consultazione preventiva, come previsto dagli accordi internazionali. Puntualizzerà anche che nulla è cambiato e nulla vuole cambiare nei rapporti con gli Stati Uniti. «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». A rinforzare il concetto ci penserà poi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giovedì in Aula. La sua informativa è stata calendarizzata per le 9 a Montecitorio cui seguirà alle 12 quella nell’Aula del Senato. Sarà un intervento articolato, ad ampio spettro, dai temi strettamente legati alla politica interna, con le tensioni seguite alla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia, alle grandi questioni internazionali, a cominciare dai rincari dell’energia dovuti al conflitto in Iran ed al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: a tal proposito, il premier farà quasi sicuramente un resoconto del suo recente viaggio a sorpresa, di 48 ore, nei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), missione che ha avuto l’obiettivo, come da lei stessa dichiarato, di «difendere l’interesse italiano». Anche qui, trattandosi di una informativa, non è previsto alcun voto delle Assemblee parlamentari su risoluzioni.
Tutto avviene in uno scenario sempre più complicato. I razionamenti sono già realtà perché all’aeroporto di Brindisi ieri sera è terminato il carburante per gli aerei «almeno fino alle 12 del 7 aprile» scrivono sui nuovi Notam, i bollettini aeronautici, emessi nelle ultime ore. Viene spiegato che il carburante in quello scalo non è disponibile e si prega le compagnie di calcolare la quantità di carburante sufficiente dall’aeroporto precedente per le tratte di volo successive. Sono disponibili «quantità limitate» concesse solo per voli statali, Sar e ospedalieri. Mentre alla lista degli aeroporti italiani con quantità limitate di carburante se ne aggiungono altri due. Oltre a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna adesso anche quelli di Reggio Calabria, e Pescara fanno sapere di poter fornire una quota massima di rifornimento.
D’altronde il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva avvertito: «È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire» ha detto a Repubblica. «Al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l’emergenza, vedremo dove e come intervenire, calcoliamo le possibili misure, anche se certo non reagiremmo con le domeniche in bicicletta come cinquant’anni fa». In questo caso «le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale. Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese», ha chiarito riferendosi a una ipotesi «di choc», di un blocco generalizzato, ma per il ministro «è possibile che le cose vadano diversamente, la penuria potrebbe incidere di più in un settore o un altro, per una risorsa o un’altra».
Insomma il caro energia è al centro così come spiegato da Meloni al suo viaggio di rientro dai Paesi del Golfo. Si apre una fase molto delicata per il Paese, e in questa fase è convinzione di molti che non ci sia spazio elettorale. Bisogna andare avanti e farlo nel miglior modo possibile. Dopo le dimissioni all’interno dell’esecutivo si attendono nuovi innesti per rinforzare le squadre. Sono troppi i sottosegretari caduti, almeno quattro non sono mai stati rimpiazzati. Oltre a quello di Andrea Del Mastro (le cui deleghe sono state spacchettate) sempre al ministero della Giustizia c’è da sostituire il posto lasciato da Augusta Montaruli. Mentre alla Cultura adesso bisognerebbe sostituire il posto di Gianmarco Mazzi che ha preso la guida del Turismo. Così come manca la figura che andrà a sostituire Vittorio Sgarbi che già da un po’ ha lasciato alla Cultura. Non solo ruoli politici, adesso parte il valzer di nomine delle aziende. Dovrebbe saltare Roberto Cingolani, ad di Leonardo. Al suo posto potrebbe andare il bravo Alessandro Ercolani, Ceo di Rheinmetall Italia. Si confermeranno Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo in Eni ed Enel mentre ancora non si è sciolto il nodo sul nome di Federico Freni alla Consob.
In questo quadro le opposizioni si concentrano sul caso che vede protagonista il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quale la premier ha finora ribadito la fiducia e il ministro pare sia pronto a denunciare chiunque insinui che vi siano mai state forme di favoritismo nei confronti della protagonista della vicenda, Claudia Conte. Il problema è di poco conto quindi ma se si somma alla crisi energetica e al carovita ha il suo peso. Una settimana che dovrebbe essere corta con il lunedì di Pasquetta ma che promette di essere invece la più lunga dall’inizio della legislatura. L’obiettivo non può essere solo quello di sopravvivere perché è il momento di dare risposte convincenti.
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Ansa
Anche quando la guerra terminerà, saranno infatti necessari tempi abbastanza lunghi per ripristinare gli impianti energetici danneggiati dai bombardamenti iraniani nel Golfo e questo sta spingendo molti Stati ad agire subito.
Il Sudest asiatico appare la zona più sofferente in questo momento, vista la sua quasi totale dipendenza dal petrolio proveniente da Hormuz. Questa area consuma un quinto di tutto il petrolio e del gas naturale estratto al mondo, destinato a nazioni che hanno una crescita economica costante. I problemi potrebbero arrivare anche per Paesi come India, Pakistan, Giappone o Cina, ma per il momento sono le nazioni a reddito più basso a subire le conseguenze più gravi.
La prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza per un anno solare sono state le Filippine. Manila ha già deciso di prevedere sussidi per gli autisti pubblici, la riduzione dei collegamenti fra le isole dell’arcipelago e la settimana corta per i dipendenti statali, invitati a fare più smart working possibile. Il presidente filippino Ferdinand Marcos ha parlato alla nazione spiegando che le scorte di carburante arriveranno soltanto fino alla fine di aprile e che non esclude che presto possa esserci un severo razionamento. Proprio il razionamento è già effettivo invece in Sri Lanka, che impone un massimo di 15 litri di benzina a settimana per gli automobilisti e di 5 litri per chi è invece proprietario di una moto. Non solo, a Colombo il governo ha imposto la chiusura di un giorno alla settimana per scuole ed università, mentre sono concesse soltanto sei ore di elettricità negli edifici pubblici. In Myanmar, l’ex Birmana, i veicoli privati possono circolare soltanto a giorni alterni, mentre in Bangladesh oltre al razionamento sono previste sospensioni programmate dell’elettricità nel tentativo di limitare il consumo di energia.
Ma la situazione appare estremamente complicata anche in Indonesia e in Malesia. A Jakarta, i dipendenti pubblici dovranno lavorare da casa due giorni a settimana, mentre a Kuala Lumpur tutti gli spostamenti privati saranno contingentati e controllati con una scheda chilometrica. Anche il Nepal ha già dimezzato le corse di treni e autobus, chiedendo ai cittadini della capitale Katmandu di muoversi in bici o addirittura a piedi almeno all’interno della città. La Corea del Sud, che da Hormuz vede arrivare il 58% del suo petrolio, ha creato una task force governativa per distribuire le riserve di carburante ed evitare il blocco del settore industriale. In Bangladesh intanto la criminalità organizzata ha già assaltato diverse stazioni di carburante e derubato gli automobilisti subito dopo l’acquisto di benzina. Sempre a Dacca, ma anche in India e Pakistan, alcuni lavoratori delle pompe di benzina sono stati uccisi, non solo per rapina, ma anche per l’esasperazione dei cittadini.
L’India, un gigante energivoro sempre bisognoso di petrolio, ha trattato fin da subito per permettere alle petroliere bloccate nel Golfo Persico di raggiungere i porti indiani, ma anche per Nuova Delhi l’incertezza resta un grave problema ed il primo ministro Narendra Modi ha dichiarato che al momento ci sono riserve per 70 giorni. Nel vicino e storico nemico Pakistan, il campionato nazionale di cricket, lo sport più popolare della nazione asiatica, si gioca in stadi quasi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante evitando gli spostamenti.
Taiwan sta provando a diversificare e ha riavviato due impianti nucleari, cambiando la sua politica energetica in base alla quale aveva deciso, prima nazione dell’area, di rinunciare al nucleare. A parte il caso della Cina, provvista di riserve maggiori e fonti alternative, come detto il continente asiatico annovera i Paesi più sensibili a questa incertezza: il Giappone, la Corea del Sud e l’India importano infatti tra il 70 e l’85% del loro fabbisogno energetico dal Medio Oriente. L’Asia appare come il primo anello debole, perché tutte le sue economie emergenti hanno già diminuito le loro produzioni, rischiando di scivolare verso una crescente inflazione. Ma i segnali sono presenti un po’ ovunque: in Australia oltre 500 stazioni di servizio sono già rimaste senza carburante negli ultimi giorni, provocando lunghissime file in diverse città.
Nemmeno il continente africano appare immune al problema e diverse nazioni stanno cercando una soluzione. In Egitto il presidente Abdel-Fattah al Sisi ha deciso di imporre la chiusura di negozi, bar e ristoranti a partire dalle ore 21, nel tentativo di ridurre i consumi, con il rischio di un pericoloso contraccolpo al vitale settore del turismo. In Zambia e Tanzania i governi locali hanno proibito gli spostamenti privati e imposto ai cittadini di avere in auto almeno 3 passeggeri.
Duramente colpito anche il settore degli aiuti: i farmaci destinati a circa 50.000 persone in Sudan sono bloccati a Dubai da giorni, mentre la Somalia non riceve cibo ormai da settimane. Situazione anche peggiore in Kenya dove la carenza di carburante ha bloccato le spedizioni nei campi profughi di Kakuma e nel complesso profughi di Dadaab, dove la situazione è davvero al limite. Asia ed Africa appaiono già duramente colpite dal blocco imposto dall’Iran e stanno spingendo per una soluzione più rapida possibile.
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