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2020-07-09
Speranza chiude, i malati arrivano lo stesso
Ansa
Possono essere centinaia i positivi al coronavirus non tracciati, provenienti dal Bangladesh e ormai sparpagliati per tutte le nostre città. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha ordinato la sospensione dei voli dalla capitale Dacca dopo che 36 passeggeri, su 225 sbarcati a Fiumicino, erano risultati infetti, ma quello di lunedì era solo l'ultimo degli otto voli arrivati negli ultimi giorni dalla capitale asiatica. «La cifra dei possibili positivi è di circa 600», ha dichiarato il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, durante la trasmissione radiofonica 24 Mattino di Radio 24, aggiungendo che si cerca di «rintracciare queste persone per poter fare il link epidemiologico e tamponi per tutti». La bomba contagi dall'estero è dunque già esplosa. Il blocco dei voli diretti, da ieri anche di quelli con scalo, non impedisce a centinaia di bengalesi di raggiungere in qualunque modo l'Italia perché «nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo», ha dichiarato Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente dell'associazione Italbangla. Una prospettiva spaventosa, per la nostra sicurezza sanitaria, ma c'è di peggio. Sempre Rahman Shah, al quotidiano Il Messaggero ha rivelato che molti acquistano documenti falsi per entrare e uscire dal Bangladesh con un certificato medico, che attesti di non essere contagiati. Basterebbero tra 3.500 e 5.000 taka (ovvero 36-52 euro) per ottenere un pezzo di carta falso e in questo modo «ci si compra il diritto a volare verso l'Italia e verso l'Europa». Il diritto di poter viaggiare anche se si è ammalati, un'autentica follia che rischia di moltiplicare in tutta Italia nuovi focolai di Covid-19. In Bangladesh il numero dei positivi accertati è 172.134, ma sui dati c'è poco da stare tranquilli perché il Paese non è certo tenero nei confronti di chi parla dell'epidemia, perciò è possibile che i contagiati siano molti di più e che tanti di loro siano davvero in fuga, pur presentando i sintomi del coronavirus. Non solo, nei giorni scorsi le autorità bengalesi avrebbero scoperto che l'Istituto sanitario Regent, con filiali nei sobborghi di Dacca, malgrado avesse analizzato solo 4.200 campioni su oltre 10.000 test a pagamento raccolti, non si era fatto scrupolo di consegnare a tutti il certificato di negatività necessario per uscire dal Paese. Saranno già ovunque, i bangladesi infetti. La comunità, 175.000 persone in tutta Italia, la settima per numero di stranieri residenti, è presente soprattutto in Lazio (37.000), Lombardia (22.000), Veneto (17.000), Campania (11.000), Emilia Romagna (10.000) e Sicilia (10.000). Prima che scoppiasse l'emergenza Covid-19, molti bengalesi erano tornati a casa, ma ora cercano di rientrare in Italia anche perché sta per scadere il loro permesso di soggiorno e «l'ambasciata italiana a Dacca ha spiegato che dopo non concederà più visti d'ingresso», ha raccontato Batchu, sindacalista dei bangladesi, al Foglio. Secondo il referente della comunità bengalese di Roma «sono arrivati 9 voli per 1.500 passeggeri, stimiamo che ci siano altre 4.000 persone a cui scade a breve il permesso di soggiorno». Batchu assicura che molti stanno facendo i tamponi, che «questa cosa del coronavirus è vissuta come uno stigma sociale», tanti condividono lo stesso appartamento e lavorano in settori quali la ristorazione e il commercio, dove il rischio di contagio è particolarmente elevato. Solo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, potrebbe risolvere la situazione a detta del sindacalista, spiegando ai bangladesi che «potranno comunque rientrare anche dopo con la procedura ordinaria, in questo modo si fermerebbero le partenze, purtroppo l'ambasciatore italiano a Dacca continua a dire il contrario». Ieri, un totale di 152 passeggeri del Bangladesh sbarcati a Milano Malpensa e a Roma Fiumicino con voli di scalo, sono stati respinti. Il primo aereo da Doha, in Qatar, aveva a bordo 40 bengalesi provenienti da Dacca, quello atterrato nella capitale ne aveva 112. Una donna del Bangladesh, incinta, è stata trasferita al Policlinico Gemelli. Agli altri viaggiatori di Qatar Airways è stato fatto il tampone «in quanto potenziali casi di contatto», ha spiegato il responsabile dell'Unità di crisi Covid-19 della Regione Lazio, Alessio D'Amato. Oggi sono previsti altri due voli dal Qatar e uno speciale dall'India, perfino il sindaco dem di Fiumicino, Esterino Montino, chiede al governo fermezza perché «solo impedendo lo sbarco di tutti i passeggeri a bordo si può ottenere dalle compagnie aeree straniere che evitino di trasportare persone che vivono in Paesi in cui il virus non è sotto controllo». Il consorte della senatrice Monica Cirinnà ha poi aggiunto: «Mi auguro che i ministeri competenti affrontino con maggiore profondità il problema che non riguarda solo il Bangladesh, ricordo, ma diversi altri Paesi in cui in questo momento la pandemia è al massimo della sua potenza. Certo, serve del coraggio per fare questo».
Intanto, fortunatamente, i primi 270 tamponi effettuati al drive-in della Asl Roma 2 ai componenti della comunità del Bangladesh sono risultati tutti negativi.
Gli esperti del governo tedesco: «Accordi tra Ong e trafficanti»
La situazione è «catastrofica». Così dice all'Agenzia Nova il direttore del Centro nazionale per il controllo delle malattie, Badr al Din al Najjar. In particolare si registrano difficoltà nella città di Sebha, dove il numero di infetti aumenta rapidamente. Solo ieri si sono registrati 65 nuovi casi, e il totale dei contagiati sarebbe intorno alle 1200 unità. Il punto, come ha fatto notare al Giornale.it il giornalista Faraj Aljarih, è che in Libia «non ci sono abbastanza test per misurare l'estensione del Coronavirus e il paese soffre di un sistema sanitario che non è in grado di far fronte alla pandemia in alcun modo». Secondo Aljarih, «la Libia non ha ancora raggiunto l'apice della diffusione del virus e siamo solo all'inizio. Data la situazione epidemiologica nel Paese, si può affermare che il peggio deve inevitabilmente ancora arrivare, soprattutto se le autorità continuano a non prendere provvedimenti concreti sul terreno per contrastare la diffusione del virus».
Tutto ciò, evidentemente, avrà ripercussioni anche sull'Italia, perché gli sbarchi sulle nostre coste di stranieri provenienti dalla Libia sono in continuo aumento. Secondo i dati del Viminale, a ieri erano approdate in Italia 7.554 persone, contro le 3.073 registrato nello stesso periodo dell'anno scorso. E il flusso, considerato che ci avviamo verso il cuore dell'estate, è destinato a crescere. Non si tratta, badate bene, di una previsione apocalittica utile a spargere terrore per far guadagnare consenso ai pericolosi sovranisti. A mettere in guardia sono ricercatori piuttosto autorevoli.
Il giornale tedesco Die Welt, infatti, proprio ieri ha pubblicato un report molto interessante (e pure abbastanza inquietante) realizzato dal Gasim, che è il centro di analisi strategiche sull'immigrazione illegale del ministero dell'Interno tedesco. Stiamo parlando, dunque, di una istituzione pubblica germanica, le cui osservazioni sull'argomento sono state piuttosto puntuali già in precedenti occasioni.
Ebbene, il Gasim tocca due tasti dolenti. Il primo riguarda appunto le partenze dalla Libia, che secondo i ricercatori sono in crescita. «L'esperienza ha dimostrato», si legge in un passaggio del rapporto citato da Die Welt, «che ci sarà un aumento delle partenze nei prossimi mesi estivi, la cui entità dipenderà, tra le altre cose, dall'intensità dei combattimenti, dall'ulteriore sviluppo della pandemia di Covid e dalle capacità delle reti di contrabbando e dai soccorsi marittimi statali e privati».
Ecco, quest'ultima parte è forse la più sorprendente. Che ci fosse da attendere un'esplosione di partenze, infatti, era abbastanza chiaro. Ma che i «soccorsi marittimi statali e privati» giocassero un ruolo determinante in tutta la faccenda era decisamente meno scontato. Negli ultimi anni, infatti, sono stati prodotti innumerevoli studi secondo la presenza delle Ong nel mar Mediterraneo non costituisce un «pull factor». Tradotto, significa che le navi umanitarie presenti nei pressi delle coste libiche non costituirebbero un «fattore di attrazione» per i migranti. Non staremo a questionare sull'attendibilità delle varie ricerche o sul loro orientamento ideologico. Ci limiteremo a riportare ciò che sostengono i ricercatori del Gasim tedesco. Costoro, infatti, sostengono - come scrive Die Welt - che «quando sono presenti navi delle Ong, ci sono partenze concordate. Secondo rifugiati e migranti, i trafficanti usano la funzione di localizzazione di vari siti Web per determinare la posizione delle navi delle Ong, e in singoli casi le hanno contattate tramite telefono satellitare». Queste affermazioni aiutano a farsi un'idea di che cosa avvenga nel Mediterraneo. È evidente che le partenze non dipendono esclusivamente dalla presenza delle imbarcazioni «umanitarie» nelle acque libiche. Anche perché, secondo gli analisti tedeschi, anche in assenza delle Ong si verificano sbarchi e ci sono traversate autonome compiute da stranieri che poi vengono recuperati nella zona Sar maltese da navi commerciali oppure riescono a giungere sulle rive italiane.
Tuttavia, quando ci sono navi Ong nei paraggi il procedimento diventa più facile. L'accusa che gli esperti del Gasim mettono per iscritto è parecchio pesante: secondo loro i trafficanti verificano la posizione delle imbarcazioni degli attivisti, poi le contattano e fanno in modo che il loro carico umano venga recuperato. Il che, si ci pensate, è abbastanza sensato. Se esistono navi che pattugliano il Mediterraneo per fare «ricerca e soccorso», è evidente che per i trafficanti di uomini ciò si riveli un vantaggio. Invece di trovare modovedette libiche che riportano indietro gli aspiranti profughi, gli scafisti possono contare su imbarcazioni che li fanno salire a bordo e li portano direttamente in Europa. E finché i governi continueranno a farsi ricattare dai taxisti del mare, questo meccanismo mortifero funzionerà a pieno ritmo.
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Sospesi tutti i voli dal Bangladesh dopo lo sbarco a Fiumicino di 36 infetti. Ma molti contagiati riescono a raggiungere comunque l'Italia con certificati medici falsi. I positivi giunti nella Capitale le scorse settimane potrebbero essere circa 600.Mentre in Libia aumentano i focolai, «Die Welt» pubblica un rapporto sull'immigrazione clandestina realizzato dagli analisti del ministero dell'Interno germanico: «Partenze concordate con gli scafisti».Lo speciale contiene due articoliPossono essere centinaia i positivi al coronavirus non tracciati, provenienti dal Bangladesh e ormai sparpagliati per tutte le nostre città. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha ordinato la sospensione dei voli dalla capitale Dacca dopo che 36 passeggeri, su 225 sbarcati a Fiumicino, erano risultati infetti, ma quello di lunedì era solo l'ultimo degli otto voli arrivati negli ultimi giorni dalla capitale asiatica. «La cifra dei possibili positivi è di circa 600», ha dichiarato il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, durante la trasmissione radiofonica 24 Mattino di Radio 24, aggiungendo che si cerca di «rintracciare queste persone per poter fare il link epidemiologico e tamponi per tutti». La bomba contagi dall'estero è dunque già esplosa. Il blocco dei voli diretti, da ieri anche di quelli con scalo, non impedisce a centinaia di bengalesi di raggiungere in qualunque modo l'Italia perché «nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo», ha dichiarato Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente dell'associazione Italbangla. Una prospettiva spaventosa, per la nostra sicurezza sanitaria, ma c'è di peggio. Sempre Rahman Shah, al quotidiano Il Messaggero ha rivelato che molti acquistano documenti falsi per entrare e uscire dal Bangladesh con un certificato medico, che attesti di non essere contagiati. Basterebbero tra 3.500 e 5.000 taka (ovvero 36-52 euro) per ottenere un pezzo di carta falso e in questo modo «ci si compra il diritto a volare verso l'Italia e verso l'Europa». Il diritto di poter viaggiare anche se si è ammalati, un'autentica follia che rischia di moltiplicare in tutta Italia nuovi focolai di Covid-19. In Bangladesh il numero dei positivi accertati è 172.134, ma sui dati c'è poco da stare tranquilli perché il Paese non è certo tenero nei confronti di chi parla dell'epidemia, perciò è possibile che i contagiati siano molti di più e che tanti di loro siano davvero in fuga, pur presentando i sintomi del coronavirus. Non solo, nei giorni scorsi le autorità bengalesi avrebbero scoperto che l'Istituto sanitario Regent, con filiali nei sobborghi di Dacca, malgrado avesse analizzato solo 4.200 campioni su oltre 10.000 test a pagamento raccolti, non si era fatto scrupolo di consegnare a tutti il certificato di negatività necessario per uscire dal Paese. Saranno già ovunque, i bangladesi infetti. La comunità, 175.000 persone in tutta Italia, la settima per numero di stranieri residenti, è presente soprattutto in Lazio (37.000), Lombardia (22.000), Veneto (17.000), Campania (11.000), Emilia Romagna (10.000) e Sicilia (10.000). Prima che scoppiasse l'emergenza Covid-19, molti bengalesi erano tornati a casa, ma ora cercano di rientrare in Italia anche perché sta per scadere il loro permesso di soggiorno e «l'ambasciata italiana a Dacca ha spiegato che dopo non concederà più visti d'ingresso», ha raccontato Batchu, sindacalista dei bangladesi, al Foglio. Secondo il referente della comunità bengalese di Roma «sono arrivati 9 voli per 1.500 passeggeri, stimiamo che ci siano altre 4.000 persone a cui scade a breve il permesso di soggiorno». Batchu assicura che molti stanno facendo i tamponi, che «questa cosa del coronavirus è vissuta come uno stigma sociale», tanti condividono lo stesso appartamento e lavorano in settori quali la ristorazione e il commercio, dove il rischio di contagio è particolarmente elevato. Solo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, potrebbe risolvere la situazione a detta del sindacalista, spiegando ai bangladesi che «potranno comunque rientrare anche dopo con la procedura ordinaria, in questo modo si fermerebbero le partenze, purtroppo l'ambasciatore italiano a Dacca continua a dire il contrario». Ieri, un totale di 152 passeggeri del Bangladesh sbarcati a Milano Malpensa e a Roma Fiumicino con voli di scalo, sono stati respinti. Il primo aereo da Doha, in Qatar, aveva a bordo 40 bengalesi provenienti da Dacca, quello atterrato nella capitale ne aveva 112. Una donna del Bangladesh, incinta, è stata trasferita al Policlinico Gemelli. Agli altri viaggiatori di Qatar Airways è stato fatto il tampone «in quanto potenziali casi di contatto», ha spiegato il responsabile dell'Unità di crisi Covid-19 della Regione Lazio, Alessio D'Amato. Oggi sono previsti altri due voli dal Qatar e uno speciale dall'India, perfino il sindaco dem di Fiumicino, Esterino Montino, chiede al governo fermezza perché «solo impedendo lo sbarco di tutti i passeggeri a bordo si può ottenere dalle compagnie aeree straniere che evitino di trasportare persone che vivono in Paesi in cui il virus non è sotto controllo». Il consorte della senatrice Monica Cirinnà ha poi aggiunto: «Mi auguro che i ministeri competenti affrontino con maggiore profondità il problema che non riguarda solo il Bangladesh, ricordo, ma diversi altri Paesi in cui in questo momento la pandemia è al massimo della sua potenza. Certo, serve del coraggio per fare questo». Intanto, fortunatamente, i primi 270 tamponi effettuati al drive-in della Asl Roma 2 ai componenti della comunità del Bangladesh sono risultati tutti negativi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-chiude-i-malati-arrivano-lo-stesso-2646369411.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-esperti-del-governo-tedesco-accordi-tra-ong-e-trafficanti" data-post-id="2646369411" data-published-at="1594245869" data-use-pagination="False"> Gli esperti del governo tedesco: «Accordi tra Ong e trafficanti» La situazione è «catastrofica». Così dice all'Agenzia Nova il direttore del Centro nazionale per il controllo delle malattie, Badr al Din al Najjar. In particolare si registrano difficoltà nella città di Sebha, dove il numero di infetti aumenta rapidamente. Solo ieri si sono registrati 65 nuovi casi, e il totale dei contagiati sarebbe intorno alle 1200 unità. Il punto, come ha fatto notare al Giornale.it il giornalista Faraj Aljarih, è che in Libia «non ci sono abbastanza test per misurare l'estensione del Coronavirus e il paese soffre di un sistema sanitario che non è in grado di far fronte alla pandemia in alcun modo». Secondo Aljarih, «la Libia non ha ancora raggiunto l'apice della diffusione del virus e siamo solo all'inizio. Data la situazione epidemiologica nel Paese, si può affermare che il peggio deve inevitabilmente ancora arrivare, soprattutto se le autorità continuano a non prendere provvedimenti concreti sul terreno per contrastare la diffusione del virus». Tutto ciò, evidentemente, avrà ripercussioni anche sull'Italia, perché gli sbarchi sulle nostre coste di stranieri provenienti dalla Libia sono in continuo aumento. Secondo i dati del Viminale, a ieri erano approdate in Italia 7.554 persone, contro le 3.073 registrato nello stesso periodo dell'anno scorso. E il flusso, considerato che ci avviamo verso il cuore dell'estate, è destinato a crescere. Non si tratta, badate bene, di una previsione apocalittica utile a spargere terrore per far guadagnare consenso ai pericolosi sovranisti. A mettere in guardia sono ricercatori piuttosto autorevoli. Il giornale tedesco Die Welt, infatti, proprio ieri ha pubblicato un report molto interessante (e pure abbastanza inquietante) realizzato dal Gasim, che è il centro di analisi strategiche sull'immigrazione illegale del ministero dell'Interno tedesco. Stiamo parlando, dunque, di una istituzione pubblica germanica, le cui osservazioni sull'argomento sono state piuttosto puntuali già in precedenti occasioni. Ebbene, il Gasim tocca due tasti dolenti. Il primo riguarda appunto le partenze dalla Libia, che secondo i ricercatori sono in crescita. «L'esperienza ha dimostrato», si legge in un passaggio del rapporto citato da Die Welt, «che ci sarà un aumento delle partenze nei prossimi mesi estivi, la cui entità dipenderà, tra le altre cose, dall'intensità dei combattimenti, dall'ulteriore sviluppo della pandemia di Covid e dalle capacità delle reti di contrabbando e dai soccorsi marittimi statali e privati». Ecco, quest'ultima parte è forse la più sorprendente. Che ci fosse da attendere un'esplosione di partenze, infatti, era abbastanza chiaro. Ma che i «soccorsi marittimi statali e privati» giocassero un ruolo determinante in tutta la faccenda era decisamente meno scontato. Negli ultimi anni, infatti, sono stati prodotti innumerevoli studi secondo la presenza delle Ong nel mar Mediterraneo non costituisce un «pull factor». Tradotto, significa che le navi umanitarie presenti nei pressi delle coste libiche non costituirebbero un «fattore di attrazione» per i migranti. Non staremo a questionare sull'attendibilità delle varie ricerche o sul loro orientamento ideologico. Ci limiteremo a riportare ciò che sostengono i ricercatori del Gasim tedesco. Costoro, infatti, sostengono - come scrive Die Welt - che «quando sono presenti navi delle Ong, ci sono partenze concordate. Secondo rifugiati e migranti, i trafficanti usano la funzione di localizzazione di vari siti Web per determinare la posizione delle navi delle Ong, e in singoli casi le hanno contattate tramite telefono satellitare». Queste affermazioni aiutano a farsi un'idea di che cosa avvenga nel Mediterraneo. È evidente che le partenze non dipendono esclusivamente dalla presenza delle imbarcazioni «umanitarie» nelle acque libiche. Anche perché, secondo gli analisti tedeschi, anche in assenza delle Ong si verificano sbarchi e ci sono traversate autonome compiute da stranieri che poi vengono recuperati nella zona Sar maltese da navi commerciali oppure riescono a giungere sulle rive italiane. Tuttavia, quando ci sono navi Ong nei paraggi il procedimento diventa più facile. L'accusa che gli esperti del Gasim mettono per iscritto è parecchio pesante: secondo loro i trafficanti verificano la posizione delle imbarcazioni degli attivisti, poi le contattano e fanno in modo che il loro carico umano venga recuperato. Il che, si ci pensate, è abbastanza sensato. Se esistono navi che pattugliano il Mediterraneo per fare «ricerca e soccorso», è evidente che per i trafficanti di uomini ciò si riveli un vantaggio. Invece di trovare modovedette libiche che riportano indietro gli aspiranti profughi, gli scafisti possono contare su imbarcazioni che li fanno salire a bordo e li portano direttamente in Europa. E finché i governi continueranno a farsi ricattare dai taxisti del mare, questo meccanismo mortifero funzionerà a pieno ritmo.
Orazio Sciortino, pianista concertista e compositore contemporaneo, ci guida nel mondo della musica «colta» di oggi. Un'apparente Babele del linguaggio nella quale tutti gli ingredienti del passato sono a disposizione degli artisti.
Da sinistra: JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner (Ansa)
I colloqui, ha annunciato Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, proseguiranno sabato a Islamabad con la mediazione del Pakistan. Al tavolo negoziale siederanno per Washington JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner. Sul fronte iraniano, invece, la delegazione sarà composta da emissari vicini ai pasdaran e ai vertici politici della Repubblica islamica. I colloqui, tuttavia, si svolgeranno sullo sfondo di una tregua che è stata definita «fragile» dallo stesso Vance. Non a caso, il Pentagono ha ammonito che «un cessate il fuoco è solo una pausa», mentre i pasdaran hanno dichiarato di avere ancora «il dito sul grilletto», dato che non si fidano delle promesse americane.
Il cuore della trattativa, in ogni caso, riguarda una serie di dossier concatenati: nucleare, sanzioni, sicurezza regionale e, soprattutto, lo status dello Stretto di Hormuz. Ma il problema di fondo è che Washington e Teheran sembrano muoversi su basi diverse. Da un lato, c’è il piano iraniano in dieci punti, che prevede tra l’altro il diritto a mantenere il programma nucleare, la revoca delle sanzioni e un ruolo diretto di Teheran nel controllo di Hormuz. Dall’altro, resiste la linea americana, evocata da Donald Trump come un pacchetto più ampio di «15 punti», di cui «molti sono già stati concordati», ma senza che vi sia alcuna reale chiarezza.
La distanza tra le parti emerge soprattutto sul nucleare. Trump, di concerto con Benjamin Netanyahu, insiste su una linea di azzeramento: «Non ci sarà alcun arricchimento dell’uranio». Teheran, al contrario, non sembra disposta a rinunciare al proprio programma, considerato un pilastro della sua sovranità strategica. Accanto al nucleare, il secondo nodo da sciogliere è quello economico. Washington apre alla possibilità di ridurre le sanzioni, ma contemporaneamente alza il livello dello scontro minacciando misure punitive: «A qualsiasi Paese che fornisca armamenti all’Iran verranno applicati dazi al 50%, senza alcuna deroga o esenzione».
Il punto d’attrito maggiore, tuttavia, resta Hormuz. Gli Stati Uniti hanno accettato la tregua a condizione di una riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto. L’Iran, invece, parla di un’apertura «limitata e controllata», subordinata a un’intesa più ampia. Il rischio è evidente: trasformare una rotta energetica globale, finora sostanzialmente libera, in uno strumento di pressione politica. Non a caso, dopo il passaggio delle prime due navi, gli iraniani hanno bloccato di nuovo il traffico a causa dei violenti raid israeliani su Beirut. Ed è proprio il Libano a mostrare i limiti della tregua. Gli attacchi dell’Idf contro Hezbollah proseguono e, come ha chiarito Trump, si tratta di «scaramucce separate» non incluse nell’accordo. Una distinzione che però Teheran contesta: una delle condizioni per porre fine al conflitto, ha affermato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, è un cessate il fuoco in Libano.
In questo scenario teso e allo stesso tempo confuso, chi ci guadagna è soprattutto la Cina. Pechino è da anni il principale partner economico dell’Iran e il suo primo acquirente di petrolio. Un eventuale allentamento delle restrizioni e una riapertura controllata di Hormuz, pertanto, rischiano di rafforzare ulteriormente questo asse, offrendo a Teheran nuove risorse e a Pechino - che ha confermato un dialogo ad alto livello con la Casa bianca - una leva geopolitica ancora più solida in Medio Oriente, che finirebbe per ridurre ulteriormente il peso degli Usa.
Anche sul piano politico, l’intesa mostra crepe evidenti. Israele, come riferito dal Wall Street Journal, sarebbe stato informato solo all’ultimo del cessate il fuoco e non avrebbe gradito i termini dell’accordo. E la stessa Casa Bianca ha precisato che il piano in dieci punti diffuso dall’Iran «non è quello in discussione» nei colloqui. Lo stesso Trump, tagliando corto, ha detto: «C’è solo un gruppo di punti significativi che sono accettabili per gli Stati Uniti e ne discuteremo a porte chiuse». Il New York Times ha spiegato che, oltre al nucleare, Washington pretende anche la riduzione della gittata dei missili balistici iraniani: un ulteriore segnale di quanto le due parti stiano negoziando senza una base comune realmente condivisa.
La sensazione, insomma, è che il negoziato proceda più per impellente necessità che per reale convergenza. A questo punto, il rischio è che, nel tentativo di disinnescare la crisi, si finisca per creare un problema più grande di quello che si voleva risolvere: riaprire lo Stretto in cambio di pedaggi e concessioni che legittimano il controllo iraniano, trasformando il nucleare in una leva negoziale permanente. In questo modo, è chiaro, gli Stati Uniti rischiano di trovarsi in una posizione meno solida di quella precedente al conflitto.
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