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2020-07-09
Speranza chiude, i malati arrivano lo stesso
Ansa
Possono essere centinaia i positivi al coronavirus non tracciati, provenienti dal Bangladesh e ormai sparpagliati per tutte le nostre città. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha ordinato la sospensione dei voli dalla capitale Dacca dopo che 36 passeggeri, su 225 sbarcati a Fiumicino, erano risultati infetti, ma quello di lunedì era solo l'ultimo degli otto voli arrivati negli ultimi giorni dalla capitale asiatica. «La cifra dei possibili positivi è di circa 600», ha dichiarato il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, durante la trasmissione radiofonica 24 Mattino di Radio 24, aggiungendo che si cerca di «rintracciare queste persone per poter fare il link epidemiologico e tamponi per tutti». La bomba contagi dall'estero è dunque già esplosa. Il blocco dei voli diretti, da ieri anche di quelli con scalo, non impedisce a centinaia di bengalesi di raggiungere in qualunque modo l'Italia perché «nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo», ha dichiarato Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente dell'associazione Italbangla. Una prospettiva spaventosa, per la nostra sicurezza sanitaria, ma c'è di peggio. Sempre Rahman Shah, al quotidiano Il Messaggero ha rivelato che molti acquistano documenti falsi per entrare e uscire dal Bangladesh con un certificato medico, che attesti di non essere contagiati. Basterebbero tra 3.500 e 5.000 taka (ovvero 36-52 euro) per ottenere un pezzo di carta falso e in questo modo «ci si compra il diritto a volare verso l'Italia e verso l'Europa». Il diritto di poter viaggiare anche se si è ammalati, un'autentica follia che rischia di moltiplicare in tutta Italia nuovi focolai di Covid-19. In Bangladesh il numero dei positivi accertati è 172.134, ma sui dati c'è poco da stare tranquilli perché il Paese non è certo tenero nei confronti di chi parla dell'epidemia, perciò è possibile che i contagiati siano molti di più e che tanti di loro siano davvero in fuga, pur presentando i sintomi del coronavirus. Non solo, nei giorni scorsi le autorità bengalesi avrebbero scoperto che l'Istituto sanitario Regent, con filiali nei sobborghi di Dacca, malgrado avesse analizzato solo 4.200 campioni su oltre 10.000 test a pagamento raccolti, non si era fatto scrupolo di consegnare a tutti il certificato di negatività necessario per uscire dal Paese. Saranno già ovunque, i bangladesi infetti. La comunità, 175.000 persone in tutta Italia, la settima per numero di stranieri residenti, è presente soprattutto in Lazio (37.000), Lombardia (22.000), Veneto (17.000), Campania (11.000), Emilia Romagna (10.000) e Sicilia (10.000). Prima che scoppiasse l'emergenza Covid-19, molti bengalesi erano tornati a casa, ma ora cercano di rientrare in Italia anche perché sta per scadere il loro permesso di soggiorno e «l'ambasciata italiana a Dacca ha spiegato che dopo non concederà più visti d'ingresso», ha raccontato Batchu, sindacalista dei bangladesi, al Foglio. Secondo il referente della comunità bengalese di Roma «sono arrivati 9 voli per 1.500 passeggeri, stimiamo che ci siano altre 4.000 persone a cui scade a breve il permesso di soggiorno». Batchu assicura che molti stanno facendo i tamponi, che «questa cosa del coronavirus è vissuta come uno stigma sociale», tanti condividono lo stesso appartamento e lavorano in settori quali la ristorazione e il commercio, dove il rischio di contagio è particolarmente elevato. Solo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, potrebbe risolvere la situazione a detta del sindacalista, spiegando ai bangladesi che «potranno comunque rientrare anche dopo con la procedura ordinaria, in questo modo si fermerebbero le partenze, purtroppo l'ambasciatore italiano a Dacca continua a dire il contrario». Ieri, un totale di 152 passeggeri del Bangladesh sbarcati a Milano Malpensa e a Roma Fiumicino con voli di scalo, sono stati respinti. Il primo aereo da Doha, in Qatar, aveva a bordo 40 bengalesi provenienti da Dacca, quello atterrato nella capitale ne aveva 112. Una donna del Bangladesh, incinta, è stata trasferita al Policlinico Gemelli. Agli altri viaggiatori di Qatar Airways è stato fatto il tampone «in quanto potenziali casi di contatto», ha spiegato il responsabile dell'Unità di crisi Covid-19 della Regione Lazio, Alessio D'Amato. Oggi sono previsti altri due voli dal Qatar e uno speciale dall'India, perfino il sindaco dem di Fiumicino, Esterino Montino, chiede al governo fermezza perché «solo impedendo lo sbarco di tutti i passeggeri a bordo si può ottenere dalle compagnie aeree straniere che evitino di trasportare persone che vivono in Paesi in cui il virus non è sotto controllo». Il consorte della senatrice Monica Cirinnà ha poi aggiunto: «Mi auguro che i ministeri competenti affrontino con maggiore profondità il problema che non riguarda solo il Bangladesh, ricordo, ma diversi altri Paesi in cui in questo momento la pandemia è al massimo della sua potenza. Certo, serve del coraggio per fare questo».
Intanto, fortunatamente, i primi 270 tamponi effettuati al drive-in della Asl Roma 2 ai componenti della comunità del Bangladesh sono risultati tutti negativi.
Gli esperti del governo tedesco: «Accordi tra Ong e trafficanti»
La situazione è «catastrofica». Così dice all'Agenzia Nova il direttore del Centro nazionale per il controllo delle malattie, Badr al Din al Najjar. In particolare si registrano difficoltà nella città di Sebha, dove il numero di infetti aumenta rapidamente. Solo ieri si sono registrati 65 nuovi casi, e il totale dei contagiati sarebbe intorno alle 1200 unità. Il punto, come ha fatto notare al Giornale.it il giornalista Faraj Aljarih, è che in Libia «non ci sono abbastanza test per misurare l'estensione del Coronavirus e il paese soffre di un sistema sanitario che non è in grado di far fronte alla pandemia in alcun modo». Secondo Aljarih, «la Libia non ha ancora raggiunto l'apice della diffusione del virus e siamo solo all'inizio. Data la situazione epidemiologica nel Paese, si può affermare che il peggio deve inevitabilmente ancora arrivare, soprattutto se le autorità continuano a non prendere provvedimenti concreti sul terreno per contrastare la diffusione del virus».
Tutto ciò, evidentemente, avrà ripercussioni anche sull'Italia, perché gli sbarchi sulle nostre coste di stranieri provenienti dalla Libia sono in continuo aumento. Secondo i dati del Viminale, a ieri erano approdate in Italia 7.554 persone, contro le 3.073 registrato nello stesso periodo dell'anno scorso. E il flusso, considerato che ci avviamo verso il cuore dell'estate, è destinato a crescere. Non si tratta, badate bene, di una previsione apocalittica utile a spargere terrore per far guadagnare consenso ai pericolosi sovranisti. A mettere in guardia sono ricercatori piuttosto autorevoli.
Il giornale tedesco Die Welt, infatti, proprio ieri ha pubblicato un report molto interessante (e pure abbastanza inquietante) realizzato dal Gasim, che è il centro di analisi strategiche sull'immigrazione illegale del ministero dell'Interno tedesco. Stiamo parlando, dunque, di una istituzione pubblica germanica, le cui osservazioni sull'argomento sono state piuttosto puntuali già in precedenti occasioni.
Ebbene, il Gasim tocca due tasti dolenti. Il primo riguarda appunto le partenze dalla Libia, che secondo i ricercatori sono in crescita. «L'esperienza ha dimostrato», si legge in un passaggio del rapporto citato da Die Welt, «che ci sarà un aumento delle partenze nei prossimi mesi estivi, la cui entità dipenderà, tra le altre cose, dall'intensità dei combattimenti, dall'ulteriore sviluppo della pandemia di Covid e dalle capacità delle reti di contrabbando e dai soccorsi marittimi statali e privati».
Ecco, quest'ultima parte è forse la più sorprendente. Che ci fosse da attendere un'esplosione di partenze, infatti, era abbastanza chiaro. Ma che i «soccorsi marittimi statali e privati» giocassero un ruolo determinante in tutta la faccenda era decisamente meno scontato. Negli ultimi anni, infatti, sono stati prodotti innumerevoli studi secondo la presenza delle Ong nel mar Mediterraneo non costituisce un «pull factor». Tradotto, significa che le navi umanitarie presenti nei pressi delle coste libiche non costituirebbero un «fattore di attrazione» per i migranti. Non staremo a questionare sull'attendibilità delle varie ricerche o sul loro orientamento ideologico. Ci limiteremo a riportare ciò che sostengono i ricercatori del Gasim tedesco. Costoro, infatti, sostengono - come scrive Die Welt - che «quando sono presenti navi delle Ong, ci sono partenze concordate. Secondo rifugiati e migranti, i trafficanti usano la funzione di localizzazione di vari siti Web per determinare la posizione delle navi delle Ong, e in singoli casi le hanno contattate tramite telefono satellitare». Queste affermazioni aiutano a farsi un'idea di che cosa avvenga nel Mediterraneo. È evidente che le partenze non dipendono esclusivamente dalla presenza delle imbarcazioni «umanitarie» nelle acque libiche. Anche perché, secondo gli analisti tedeschi, anche in assenza delle Ong si verificano sbarchi e ci sono traversate autonome compiute da stranieri che poi vengono recuperati nella zona Sar maltese da navi commerciali oppure riescono a giungere sulle rive italiane.
Tuttavia, quando ci sono navi Ong nei paraggi il procedimento diventa più facile. L'accusa che gli esperti del Gasim mettono per iscritto è parecchio pesante: secondo loro i trafficanti verificano la posizione delle imbarcazioni degli attivisti, poi le contattano e fanno in modo che il loro carico umano venga recuperato. Il che, si ci pensate, è abbastanza sensato. Se esistono navi che pattugliano il Mediterraneo per fare «ricerca e soccorso», è evidente che per i trafficanti di uomini ciò si riveli un vantaggio. Invece di trovare modovedette libiche che riportano indietro gli aspiranti profughi, gli scafisti possono contare su imbarcazioni che li fanno salire a bordo e li portano direttamente in Europa. E finché i governi continueranno a farsi ricattare dai taxisti del mare, questo meccanismo mortifero funzionerà a pieno ritmo.
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Sospesi tutti i voli dal Bangladesh dopo lo sbarco a Fiumicino di 36 infetti. Ma molti contagiati riescono a raggiungere comunque l'Italia con certificati medici falsi. I positivi giunti nella Capitale le scorse settimane potrebbero essere circa 600.Mentre in Libia aumentano i focolai, «Die Welt» pubblica un rapporto sull'immigrazione clandestina realizzato dagli analisti del ministero dell'Interno germanico: «Partenze concordate con gli scafisti».Lo speciale contiene due articoliPossono essere centinaia i positivi al coronavirus non tracciati, provenienti dal Bangladesh e ormai sparpagliati per tutte le nostre città. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha ordinato la sospensione dei voli dalla capitale Dacca dopo che 36 passeggeri, su 225 sbarcati a Fiumicino, erano risultati infetti, ma quello di lunedì era solo l'ultimo degli otto voli arrivati negli ultimi giorni dalla capitale asiatica. «La cifra dei possibili positivi è di circa 600», ha dichiarato il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, durante la trasmissione radiofonica 24 Mattino di Radio 24, aggiungendo che si cerca di «rintracciare queste persone per poter fare il link epidemiologico e tamponi per tutti». La bomba contagi dall'estero è dunque già esplosa. Il blocco dei voli diretti, da ieri anche di quelli con scalo, non impedisce a centinaia di bengalesi di raggiungere in qualunque modo l'Italia perché «nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo», ha dichiarato Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente dell'associazione Italbangla. Una prospettiva spaventosa, per la nostra sicurezza sanitaria, ma c'è di peggio. Sempre Rahman Shah, al quotidiano Il Messaggero ha rivelato che molti acquistano documenti falsi per entrare e uscire dal Bangladesh con un certificato medico, che attesti di non essere contagiati. Basterebbero tra 3.500 e 5.000 taka (ovvero 36-52 euro) per ottenere un pezzo di carta falso e in questo modo «ci si compra il diritto a volare verso l'Italia e verso l'Europa». Il diritto di poter viaggiare anche se si è ammalati, un'autentica follia che rischia di moltiplicare in tutta Italia nuovi focolai di Covid-19. In Bangladesh il numero dei positivi accertati è 172.134, ma sui dati c'è poco da stare tranquilli perché il Paese non è certo tenero nei confronti di chi parla dell'epidemia, perciò è possibile che i contagiati siano molti di più e che tanti di loro siano davvero in fuga, pur presentando i sintomi del coronavirus. Non solo, nei giorni scorsi le autorità bengalesi avrebbero scoperto che l'Istituto sanitario Regent, con filiali nei sobborghi di Dacca, malgrado avesse analizzato solo 4.200 campioni su oltre 10.000 test a pagamento raccolti, non si era fatto scrupolo di consegnare a tutti il certificato di negatività necessario per uscire dal Paese. Saranno già ovunque, i bangladesi infetti. La comunità, 175.000 persone in tutta Italia, la settima per numero di stranieri residenti, è presente soprattutto in Lazio (37.000), Lombardia (22.000), Veneto (17.000), Campania (11.000), Emilia Romagna (10.000) e Sicilia (10.000). Prima che scoppiasse l'emergenza Covid-19, molti bengalesi erano tornati a casa, ma ora cercano di rientrare in Italia anche perché sta per scadere il loro permesso di soggiorno e «l'ambasciata italiana a Dacca ha spiegato che dopo non concederà più visti d'ingresso», ha raccontato Batchu, sindacalista dei bangladesi, al Foglio. Secondo il referente della comunità bengalese di Roma «sono arrivati 9 voli per 1.500 passeggeri, stimiamo che ci siano altre 4.000 persone a cui scade a breve il permesso di soggiorno». Batchu assicura che molti stanno facendo i tamponi, che «questa cosa del coronavirus è vissuta come uno stigma sociale», tanti condividono lo stesso appartamento e lavorano in settori quali la ristorazione e il commercio, dove il rischio di contagio è particolarmente elevato. Solo il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, potrebbe risolvere la situazione a detta del sindacalista, spiegando ai bangladesi che «potranno comunque rientrare anche dopo con la procedura ordinaria, in questo modo si fermerebbero le partenze, purtroppo l'ambasciatore italiano a Dacca continua a dire il contrario». Ieri, un totale di 152 passeggeri del Bangladesh sbarcati a Milano Malpensa e a Roma Fiumicino con voli di scalo, sono stati respinti. Il primo aereo da Doha, in Qatar, aveva a bordo 40 bengalesi provenienti da Dacca, quello atterrato nella capitale ne aveva 112. Una donna del Bangladesh, incinta, è stata trasferita al Policlinico Gemelli. Agli altri viaggiatori di Qatar Airways è stato fatto il tampone «in quanto potenziali casi di contatto», ha spiegato il responsabile dell'Unità di crisi Covid-19 della Regione Lazio, Alessio D'Amato. Oggi sono previsti altri due voli dal Qatar e uno speciale dall'India, perfino il sindaco dem di Fiumicino, Esterino Montino, chiede al governo fermezza perché «solo impedendo lo sbarco di tutti i passeggeri a bordo si può ottenere dalle compagnie aeree straniere che evitino di trasportare persone che vivono in Paesi in cui il virus non è sotto controllo». Il consorte della senatrice Monica Cirinnà ha poi aggiunto: «Mi auguro che i ministeri competenti affrontino con maggiore profondità il problema che non riguarda solo il Bangladesh, ricordo, ma diversi altri Paesi in cui in questo momento la pandemia è al massimo della sua potenza. Certo, serve del coraggio per fare questo». Intanto, fortunatamente, i primi 270 tamponi effettuati al drive-in della Asl Roma 2 ai componenti della comunità del Bangladesh sono risultati tutti negativi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-chiude-i-malati-arrivano-lo-stesso-2646369411.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-esperti-del-governo-tedesco-accordi-tra-ong-e-trafficanti" data-post-id="2646369411" data-published-at="1594245869" data-use-pagination="False"> Gli esperti del governo tedesco: «Accordi tra Ong e trafficanti» La situazione è «catastrofica». Così dice all'Agenzia Nova il direttore del Centro nazionale per il controllo delle malattie, Badr al Din al Najjar. In particolare si registrano difficoltà nella città di Sebha, dove il numero di infetti aumenta rapidamente. Solo ieri si sono registrati 65 nuovi casi, e il totale dei contagiati sarebbe intorno alle 1200 unità. Il punto, come ha fatto notare al Giornale.it il giornalista Faraj Aljarih, è che in Libia «non ci sono abbastanza test per misurare l'estensione del Coronavirus e il paese soffre di un sistema sanitario che non è in grado di far fronte alla pandemia in alcun modo». Secondo Aljarih, «la Libia non ha ancora raggiunto l'apice della diffusione del virus e siamo solo all'inizio. Data la situazione epidemiologica nel Paese, si può affermare che il peggio deve inevitabilmente ancora arrivare, soprattutto se le autorità continuano a non prendere provvedimenti concreti sul terreno per contrastare la diffusione del virus». Tutto ciò, evidentemente, avrà ripercussioni anche sull'Italia, perché gli sbarchi sulle nostre coste di stranieri provenienti dalla Libia sono in continuo aumento. Secondo i dati del Viminale, a ieri erano approdate in Italia 7.554 persone, contro le 3.073 registrato nello stesso periodo dell'anno scorso. E il flusso, considerato che ci avviamo verso il cuore dell'estate, è destinato a crescere. Non si tratta, badate bene, di una previsione apocalittica utile a spargere terrore per far guadagnare consenso ai pericolosi sovranisti. A mettere in guardia sono ricercatori piuttosto autorevoli. Il giornale tedesco Die Welt, infatti, proprio ieri ha pubblicato un report molto interessante (e pure abbastanza inquietante) realizzato dal Gasim, che è il centro di analisi strategiche sull'immigrazione illegale del ministero dell'Interno tedesco. Stiamo parlando, dunque, di una istituzione pubblica germanica, le cui osservazioni sull'argomento sono state piuttosto puntuali già in precedenti occasioni. Ebbene, il Gasim tocca due tasti dolenti. Il primo riguarda appunto le partenze dalla Libia, che secondo i ricercatori sono in crescita. «L'esperienza ha dimostrato», si legge in un passaggio del rapporto citato da Die Welt, «che ci sarà un aumento delle partenze nei prossimi mesi estivi, la cui entità dipenderà, tra le altre cose, dall'intensità dei combattimenti, dall'ulteriore sviluppo della pandemia di Covid e dalle capacità delle reti di contrabbando e dai soccorsi marittimi statali e privati». Ecco, quest'ultima parte è forse la più sorprendente. Che ci fosse da attendere un'esplosione di partenze, infatti, era abbastanza chiaro. Ma che i «soccorsi marittimi statali e privati» giocassero un ruolo determinante in tutta la faccenda era decisamente meno scontato. Negli ultimi anni, infatti, sono stati prodotti innumerevoli studi secondo la presenza delle Ong nel mar Mediterraneo non costituisce un «pull factor». Tradotto, significa che le navi umanitarie presenti nei pressi delle coste libiche non costituirebbero un «fattore di attrazione» per i migranti. Non staremo a questionare sull'attendibilità delle varie ricerche o sul loro orientamento ideologico. Ci limiteremo a riportare ciò che sostengono i ricercatori del Gasim tedesco. Costoro, infatti, sostengono - come scrive Die Welt - che «quando sono presenti navi delle Ong, ci sono partenze concordate. Secondo rifugiati e migranti, i trafficanti usano la funzione di localizzazione di vari siti Web per determinare la posizione delle navi delle Ong, e in singoli casi le hanno contattate tramite telefono satellitare». Queste affermazioni aiutano a farsi un'idea di che cosa avvenga nel Mediterraneo. È evidente che le partenze non dipendono esclusivamente dalla presenza delle imbarcazioni «umanitarie» nelle acque libiche. Anche perché, secondo gli analisti tedeschi, anche in assenza delle Ong si verificano sbarchi e ci sono traversate autonome compiute da stranieri che poi vengono recuperati nella zona Sar maltese da navi commerciali oppure riescono a giungere sulle rive italiane. Tuttavia, quando ci sono navi Ong nei paraggi il procedimento diventa più facile. L'accusa che gli esperti del Gasim mettono per iscritto è parecchio pesante: secondo loro i trafficanti verificano la posizione delle imbarcazioni degli attivisti, poi le contattano e fanno in modo che il loro carico umano venga recuperato. Il che, si ci pensate, è abbastanza sensato. Se esistono navi che pattugliano il Mediterraneo per fare «ricerca e soccorso», è evidente che per i trafficanti di uomini ciò si riveli un vantaggio. Invece di trovare modovedette libiche che riportano indietro gli aspiranti profughi, gli scafisti possono contare su imbarcazioni che li fanno salire a bordo e li portano direttamente in Europa. E finché i governi continueranno a farsi ricattare dai taxisti del mare, questo meccanismo mortifero funzionerà a pieno ritmo.
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.