{{ subpage.title }}

Il ministro Pisano rallenta la digitalizzazione dell'Italia. E il Pd vuole già sostituirla

Il ministro Pisano rallenta la digitalizzazione dell'Italia. E il Pd vuole già sostituirla
Ansa
  • Stenta a decollare la formazione del dipartimento della trasformazione digitale, uno dei lasciti dell'ex commissario Diego Piacentini, che ha guidato il team dal 2016 e il 2018. Doveva essere già attivo a gennaio invece tutto è in alto mare.
  • Da settembre a oggi la grillina ha inanellato una serie di dichiarazioni avventate, dalla password di Stato ai ringraziamenti per il guru pentastellato Davide Casaleggio. All'inizio del mandato a palazzo Chigi veniva accostata addirittura alle menti della Silicon Valley e dipinta come trendy, jeans, maglietta e piercing al sopracciglio.

Lo speciale contiene due articoli

A che punto è l'agenda digitale dopo l'arrivo del nuovo ministro dell'innovazione Paola Pisano? Da quel che trapela da palazzo Chigi la situazione non è delle migliori. A parte le continue gaffes dell'ex assessore della giunta di Torino di Chiara Appendino, stenta a decollare la formazione del dipartimento della trasformazione digitale, uno dei lasciti dell'ex commissario Diego Piacentini, che ha guidato il Team Digitale dal 2016 e il 2018. Doveva essere già pronto a gennaio secondo il decreto varato in agosto, dopo lo smantellamento del team alla fine di dicembre. Ma la nascita del nuovo governo giallorosso, unita alla nomina della Pisano, sta facendo ritardare i lavori. Non solo. Pisano si è intestata la "ricerca di talenti", sfruttando soprattutto i suoi canali social, ma evidentemente il pubblico che la segue non è così preparato: si dice che i curricula che stanno arrivando siano molto al di sotto delle aspettative.

Poi c'è l'instabilità del governo, unita ai malumori all'interno dei 5 Stelle (Pisano è molto vicina al ministro degli Esteri Luigi Di Maio e leader pentastellato ora in discussione) o con il Pd, che rischiano di allungare di più i tempi. In questi anni si è comunque continuato a lavorare, anche sotto la direzione del commissario Luca Attias, il sostituto scelto da Piacentini e che ora guida il neonato dipartimento. Dalla nascita della società pubblica PagoPa (dove l'amministratore unico è Giuseppe Virgone) che gestisce i pagamenti digitali verso la pubblica amministrazione alla piattaforma Spid, dall'Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr) e alla Cie, la carta d'identità elettronica, i progetti vanno avanti ma dovevano avere un'accelerazione sul finale del 2019. Invece si prende tempo. Parte dei problemi ruotano intorno alle deleghe che sono state affidate alla nuova ministra, molto ampie, forse troppo, tanto che all'interno della maggioranza stanno iniziando i primi malumori dentro il Partito democratico che vorrebbe ritagliare per uno dei suoi quel ruolo: al primo rimpasto la poltrona della Pisano sarebbe infatti la prima a essere messa in discussione.

Secondo il decreto pubblicato in ottobre, infatti, Pisano è delegata «ad esercitare le funzioni spettanti al presidente del Consiglio dei ministri nelle materie dell'innovazione tecnologica, dell'attuazione dell'agenda digitale e della trasformazione digitale del Paese con particolare riferimento alle infrastrutture digitali materiali e immateriali, alle tecnologie e servizi di rete, allo sviluppo e alla diffusione dell'uso delle tecnologie tra cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni, alla diffusione dell'educazione e della cultura digitale anche attraverso il necessario raccordo e coordinamento con le organizzazioni internazionali ed europee operanti nel settore». Si è trattato di una novità dal momento che prima dell'arrivo della Pisano il piano di Piacentini prevedeva che il nuovo dipartimento dovesse occuparsi solo della trasformazione digitale della pubblica amministrazione, non di tutto il resto. Invece con il nuovo governo si sono volute fare le cose in grande.

E' nato un ministero, senza portafoglio, che di fatto ha tutte le funzioni che erano prima in capo al premier Giuseppe Conte. Non solo, il ministro ha anche funzioni di "definizione degli indirizzi strategici del Governo, di coordinamento, impulso e promozione nonché di valutazione delle proposte formulate al riguardo dalle amministrazioni e di indirizzo e controllo sull'utilizzo, sull'attuazione e sull'impiego degli strumenti di incentivazione, fondi e risorse per lo sviluppo, la diffusione e l'impiego delle tecnologie nei diversi settori sociali, culturali e economici". Questo vuol dire che parte dei fondi un tempo sotto l'ala del ministro dello Sviluppo Economico ora passano dalla Pisano, in particolare quelli sulle start up. Quello che deve essere chiarito sarà appunto la definizione dei ruoli e dei consiglieri del dipartimento. Si tratta di un altro capitolo spinoso anche perché Pisano in questi mesi sembra aver preferito portare avanti la sua immagine, piuttosto che occuparsi del nuovo ministero. La raffica di interviste su quotidiani, radio e tv, ne è solo un esempio.

Gaffes, orecchino al sopracciglio e il presunto conflitto di interessi con Casaleggio

Ansa

Se tra i ministri del governo giallorosso di Giuseppe Conte ce n'è uno che ha spiccato per figuracce e dichiarazioni avventate è di sicuro Paola Pisano, ministro per l'Innovazione e digitalizzazione. Fedelissima del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ex assessore a Torino con Chiara Appendino, la docente di Gestione dell'Innovazione all'Università degli Studi di Torino ha subito critiche sia tra i 5 Stelle sia tra le fila del Partito democratico. I vertici del movimento l'hanno sempre messa in prima linea, tanto da piazzarla nella primavera del 2019 sul palco di Ivrea all'evento di Davide Casaleggio in onore del padre Gianroberto. Eppure in aprile, colpa anche la situazione dell'anagrafe di Torino in ritardo sulla digitalizzazione e spesso in tilf informatici, proprio i grillini torinesi avevano fermato una sua candidatura alle elezioni europee. Nel capoluogo piemontese non la rimpiangono e a breve rischia di non essere rimpianta neppure nel governo.

Da settembre a oggi, infatti, ha inanellato una serie infinita di dichiarazioni avventate, spesso finite nel tritacarne del dibattito pubblico. E pensare che all'inizio del mandato a palazzo Chigi veniva accostata ai guru della Silicon Valley in ritratti eccezionali dove veniva definita la ministra trendy, jeans, maglietta e piercing al sopracciglio. Ma in una serie di dichiarazioni ha dato il meglio di sé. A metà ottobre, rispetto ai fondi a disposizione per l'informatica nella pubblica amministrazione arrivò a dire: «non so dire se sono tanti o pochi ma li abbiamo sicuramente spesi male, però un monitoraggio di queste spese aiuterebbe a far funzionare meglio i servizi». Fece di più a dicembre quando ringraziò il guru Casaleggio per l'aiuto sul piano "2025. Strategia per l'innovazione tecnologica e digitale del Paese". Fu un autogoal in piena regola. Il quotidiano online Linkiesta fece adombrare il dubbio che Casaleggio fosse persino consulente del governo, innescando polemiche di ogni tipo. Non basta.

Pochi giorni dopo, il 4 gennaio, il ministro ne fa un'altra delle sue. Durante una trasmissione in radio, Eta Beta di Radio 1, parla di password di stato. «Con l'identità digitale noi avremo un'unica e sola user e password per accedere a tutti i servizi digitali della Pubblica amministrazione ma anche del privato per esempio i nostri conti in banca, andare al cinema o prenotare un'auto». E questa password e lo username «dovrebbero essere dati dallo Stato – aveva spiegato la Pisano - perché è lo Stato ad avere certezza» dell'identità di un cittadino. La confusione è grande. Il ministro confonde infatti alla Spid, il Sistema Pubblico di Identità Digitale che permette di accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione con un'unica coppia utente.

Fa retromarcia, ma i social e le agenzie sono già piene di dichiarazioni allarmanti. Il leader di Italia Viva Matteo Renzi e quello della Lega Matteo Salvini per una volta sono d'accordo. «Si rischia il grande fratello». Non finisce qui. Al Ces (Consumer Electronics Show) di Las Vegas, il 10 gennaio, Pisano parla di Made.it, un nuovo progetto che punta sull'internazionalizzazione del brand tecnologico italiano e sullo sviluppo di tecnologie innovative in Italia, tra cui intelligenza artificiale, cyber security, robotica e mobilità del futuro. Un nuovo logo? Una piattaforma per il futuro? Peccato ci sia un problema. Il dominio è ungherese e bisogna pagare per poterlo avere.

Continua a leggereRiduci
L’aumento dei tassi reali giapponesi azzoppa il meccanismo del «carry trade», la divisa indiana non è più difesa dalla Banca centrale: ignorare l’effetto oscillazioni significa fare metà analisi del proprio portafoglio.


Il rischio di cambio resta il grande convitato di pietra per chi investe fuori dall’euro, mentre l’attenzione è spesso concentrata solo su azioni e bond. Gli ultimi scossoni su yen giapponese e rupia indiana ricordano che la valuta può amplificare o azzerare i rendimenti di fondi ed Etf in valuta estera, trasformando un portafoglio «conservativo» in qualcosa di molto più volatile di quanto l’investitore percepisca.

Per Ursula von der Leyen è «inaccettabile» che gli europei siano i soli a sborsare per il Paese invaso. Perciò rilancia la confisca degli asset russi. Belgio e Ungheria però si oppongono. Così la Commissione pensa al piano B: l’ennesimo prestito, nonostante lo scandalo mazzette.

Per un attimo, Ursula von der Leyen è sembrata illuminata dal buon senso: «È inaccettabile», ha tuonato ieri, di fronte alla plenaria del Parlamento Ue a Strasburgo, pensare che «i contribuenti europei pagheranno da soli il conto» per il «fabbisogno finanziario dell’Ucraina», nel biennio 2026/2027. Ma è stato solo un attimo, appunto. La presidente della Commissione non aveva in mente i famigerati cessi d’oro dei corrotti ucraini, che si sono pappati gli aiuti occidentali. E nemmeno i funzionari lambiti dallo scandalo mazzette (Andrij Yermak), o addirittura coinvolti nell’inchiesta (Rustem Umerov), ai quali Volodymyr Zelensky ha rinnovato lo stesso la fiducia, tanto da mandarli a negoziare con gli americani a Ginevra. La tedesca non pretende che i nostri beneficati facciano pulizia. Piuttosto, vuole costringere Mosca a sborsare il necessario per Kiev. «Nell’ultimo Consiglio europeo», ha ricordato ai deputati riuniti, «abbiamo presentato un documento di opzioni» per sostenere il Paese sotto attacco. «Questo include un’opzione sui beni russi immobilizzati. Il passo successivo», ha dunque annunciato, sarà «un testo giuridico», che l’esecutivo è pronto a presentare.

Allarme Bce per i conti francesi e per «possibili incidenti» in Borsa
Luis de Guindos (Ansa)
Nel «Rapporto stabilità finanziaria» il vice di Christine Lagarde parla di «vulnerabilità» e «bruschi aggiustamenti». Debito in crescita, deficit fuori controllo e spese militari in aumento fanno di Parigi l’anello debole dell’Unione.

A Francoforte hanno imparato l’arte delle allusioni. Parlano di «vulnerabilità» di «bruschi aggiustamenti». Ad ascoltare con attenzione, tra le righe si sente un nome che risuona come un brontolio lontano. Non serve pronunciarlo: basta dire crisi di fiducia, conti pubblici esplosivi, spread che si stiracchia al mattino come un vecchio atleta arrugginito per capire che l’ombra ha sede in Francia. L’elefante nella cristalleria finanziaria europea.

Maggioranza Ursula abbattuta ancora. Ppe-destre cambiano la deforestazione
Manfred Weber (Ansa)
Manfred Weber rompe il compromesso con i socialisti e si allea con Ecr e Patrioti. Carlo Fidanza: «Ora lavoreremo sull’automotive».

La baronessa von Truppen continua a strillare «nulla senza l’Ucraina sull’Ucraina, nulla sull’Europa senza l’Europa» per dire a Donald Trump: non provare a fare il furbo con Volodymyr Zelensky perché è cosa nostra. Solo che Ursula von der Leyen come non ha un esercito europeo rischia di trovarsi senza neppure truppe politiche. Al posto della maggioranza Ursula ormai è sorta la «maggioranza Giorgia». Per la terza volta in un paio di settimane al Parlamento europeo è andato in frantumi il compromesso Ppe-Pse che sostiene la Commissione della baronessa per seppellire il Green deal che ha condannato l’industria - si veda l’auto - e l’economia europea alla marginalità economica.

Le Firme

Scopri La Verità

Registrati per leggere gratuitamente per 30 minuti i nostri contenuti.
Leggi gratis per 30 minuti
Nuove storie
Preferenze Privacy