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2022-10-18
La coop di famiglia del deputato eletto coi dem non paga i dipendenti
Aboubakar Soumahoro (Ansa)
Già il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro, eletto deputato con la lista Alleanza verdi e Sinistra italiana (che si è presentato per la prima volta alla Camera indossando un paio di stivali da lavoro sporchi di fango), si era preso i rimbrotti («Tu in hotel, noi nel fango») dei suoi ex compagni che gli contestavano, come ha ricostruito La Verità, che una parte dei fondi per le baraccopoli di Torretta Antonacci (ex Ghetto di Rignano) e Borgo Mezzanone (Foggia) era stata spesa altrove.
Ora a imbarazzare ulteriormente il panorama buonista dell’ultrasinistra ma anche l’ex sindacalista entrato in Parlamento Soumahoro c’è una faccenda che riguarda una ventina di lavoratrici (italiane e non), dipendenti di una coop e di un consorzio del settore dell’accoglienza per richiedenti asilo, che non ricevono lo stipendio da una quindicina di mesi. La coop è molto famosa nell’Agro Pontino: si chiama Karibu ed è stata fondata da Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, che ha sposato la figlia,
Liliane Murekatete. Liliane, in pubblico sempre vestita con gli abiti tradizionali del Ruanda, alla Camera di commercio risulta consigliera del cda della Karibu, anche se durante i convegni e sulla stampa locale viene presentata come presidente, carica questa, invece, rivestita, carte alla mano, dalla mamma. Di fatto, però, deve essere Liliane a guidare l’azienda, assieme a un altro amministratore, pure lui ruandese, Michel Rakundo. Rakundo si presenta come rappresentante di Aid (il consorzio collegato alla coop si chiama proprio Aid), «ente attivo nell’ambito dell’accoglienza globale, nonché alla cooperazione internazionale, nell’ambito del nuovo paradigma della cooperazione sostenibile, oltre che all’attività divulgativa». E, oltre a essere una penna del Black post, il giornale online per i migranti, è molto attivo negli incontri pubblici in cui si affrontano i temi dello ius scholae e dei diritti di cittadinanza.
La coop Karibu ha chiuso l’ultimo bilancio in perdita di 175.000 euro. E ha accumulato debiti con gli istituti di credito per 453.535 euro e con i fornitori per poco più di 207.000 euro. Ai quali si sommano quelli verso gli istituti di previdenza e di sicurezza sociale. Per un totale di oltre 2 milioni. E nonostante il valore della produzione ammonti a 1.791.000 euro, con costo del personale fermo a 865.000, i dipendenti sono rimasti per un bel po' a bocca asciutta.
Dal sindacato Uiltucs, dopo un incontro all’Ispettorato del lavoro, il responsabile territoriale Gianfranco Cartisano ha avanzato una richiesta d’incontro al Prefetto di Latina, Maurizio Falco, spiegando che «Karibu e Consorzio Aid, pur riconoscendo il debito per ciascun dipendente, a oggi hanno disatteso l’accordo di pagamento rateale per i circa 20 lavoratori, rimanendo tuttora inadempiente e lasciando i lavoratori senza stipendio da diversi mesi». E, in particolare, ha sottolineato Cartisano, «si stigmatizza l’atteggiamento dei responsabili delle società, i quali sosterrebbero che il mancato pagamento delle retribuzioni sia connesso a presunti ritardi dell’Ufficio territoriale del governo, nonché degli enti in cui sono attivi i progetti gestiti». Da Karibu e consorzio, insomma, avrebbero scaricato le responsabilità sulla prefettura.
Ma l’aspetto davvero paradossale di tutta questa vicenda è un altro: tra i lavoratori che hanno chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro per il tramite della Uiltucs ci sono anche mediatori culturali e formatori che rientrano nel programma di contrasto del fenomeno del caporalato, un progetto per il quale Regione Lazio e ministero si sono impegnati con non poche risorse. La coop e il consorzio collegato, inoltre, sono impegnati nel Progetto Koala, finanziato con l’8 per 1.000 dalla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Progetto accoglienza per minori stranieri non accompagnati dei Comuni di Roma e Latina e nel Progetto Pral4 della Rete anti tratta. Eppure, dalla coop e dal consorzio, hanno risposto: «Quando arrivano i soldi paghiamo i dipendenti».
«Accoglienza e contrasto allo sfruttamento del lavoro non si possono fare sulla pelle degli operatori impiegati», denuncia Cartisano, che aggiunge: «Non accettiamo più di sentire dalle società affidatarie che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono e aggiudicano i servizi. Senza rischio d’impresa, gettata tutta sugli operatori, tutti avrebbero la capacità di fare accoglienza e integrazione».
Una questione diffusa in Italia e che sembra praticamente ignorata dalla gestione del ministro Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. C’è infine un altro punto, emerso, seppur con una certa timidezza, durante l’incontro all’Ispettorato del lavoro: le buste paga, a dire dei lavoratori, non sarebbero regolari. Sulla paga oraria, che sarebbe inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro, e sui metodi di pagamento (alcuni, pare, provenienti da istituti di credito ruandesi) si starebbe concentrando ora l’analisi dell’Ispettorato. Mentre dalla Prefettura confermano la volontà di affrontare la questione, convocando nell’immediatezza la delegazione sindacale di Uiltucs. Che negli ultimi giorni ha raccolto anche ulteriori testimonianze da altri cinque lavoratori, pure loro in arretrato con i pagamenti degli stipendi. «Gli arretrati già certificati all’Ispettorato ammontano a circa 300.000 euro», spiega alla Verità Cartisano. Questa è la cifra finita negli accordi prontamente disattesi dalla coop e dal consorzio pro migranti.
West compra il social della destra
«In un mondo in cui le opinioni conservatrici sono considerate controverse, dobbiamo assicurarci il diritto di poterci esprimere liberamente». Kanye West, Ye, come lo si dovrebbe chiamare da che ha legalmente cambiato il proprio nome, ha voluto giustificarla così la decisione di acquistare Parler, social network statunitense nato nel 2018 e divenuto caro alle frange più estreme della destra.
«Ye non è soltanto un musicista e un gigante della moda, ma - come Parler -è un individuo che si è trovato ad affrontare censure non necessarie e prive di ogni logica, un uomo che è stato cancellato dalle Grandi tecnologie», ha commentato George Farmer, ceo di Parler, facendo diretto riferimento agli episodi più recenti, alla bagarre fra Twitter e l’ex signor Kardashian, bannato dopo aver scritto post antisemiti. «Ye condivide la nostra passione per il pensiero indipendente e il libero scambio di opinioni», ha continuato Farmer, nel cui comunicato stampa si è potuto leggere come l’accordo preliminare - da finalizzarsi, in teoria, entro la fine dell’anno - voglia portare alla creazione di un «ecosistema che non sia cancellabile».
«Nessuno dovrebbe autocensurarsi perché incerto sul fatto che un pensiero assolutamente legale possa portarlo a essere bannato da un social. Nessun individuo o compagnia dovrebbe preoccuparsi di essere “depiattaformizzati” per aver espresso punti di vista considerati nemici, come successo a Parler», la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google e cancellata dai server di Amazon dopo l’assalto al Campidoglio, organizzato (anche) attraverso il social. «Il pensiero unico è, ed è sempre stato, più pericoloso del pensiero indipendente», ha concluso Farmer, promettendo di lavorare perché Parler rimanga «un luogo in cui chiunque possa pensare, ascoltare e parlare liberamente. Continueremo a combattere la censura, la cancel culture e le dittature». Quelle forme di dispotismo del pensiero che West da tempo si è detto impegnato a distruggere.
Il rapper, che nel 2020 si è candidato per la presidenza degli Usa, ottenendo appena 60.000 voti, ha provato via social a battersi per un mondo libero. Poi, ha cercato di fare di sé un manifesto parlante. A Parigi, durante l’ultima settimana della moda, ha sfilato con una maglietta brandizzata: «White lives matter», si è letto sulla t-shirt, copia satirica degli slogan del Black lives matter. L’effetto, oggi come allora, però, non è stato quello sperato. Kanye West è stato liquidato come un matto, un bipolare.
Anche Donald Trump, suo amico di vecchia data, avrebbe preso le distanze dal musicista. «Sta andando fuori di testa», avrebbe detto ad una fonte di Rolling Stones, asserendo che il rapper abbia «bisogno di aiuto».
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Fondata dalla suocera e guidata dalla moglie di Soumahoro, entrato in Parlamento con Verdi e Sinistra, ha accumulato debiti per 2 milioni di euro. Il paradosso: lavora nel programma di contrasto del caporalato.Kanye West, il discusso rapper che nel 2020 si è candidato alla presidenza Usa, vuole «assicurare il diritto di potersi esprimere liberamente». Acquisirà Parler, caro agli ultrà.Lo speciale contiene due articoli.Già il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro, eletto deputato con la lista Alleanza verdi e Sinistra italiana (che si è presentato per la prima volta alla Camera indossando un paio di stivali da lavoro sporchi di fango), si era preso i rimbrotti («Tu in hotel, noi nel fango») dei suoi ex compagni che gli contestavano, come ha ricostruito La Verità, che una parte dei fondi per le baraccopoli di Torretta Antonacci (ex Ghetto di Rignano) e Borgo Mezzanone (Foggia) era stata spesa altrove. Ora a imbarazzare ulteriormente il panorama buonista dell’ultrasinistra ma anche l’ex sindacalista entrato in Parlamento Soumahoro c’è una faccenda che riguarda una ventina di lavoratrici (italiane e non), dipendenti di una coop e di un consorzio del settore dell’accoglienza per richiedenti asilo, che non ricevono lo stipendio da una quindicina di mesi. La coop è molto famosa nell’Agro Pontino: si chiama Karibu ed è stata fondata da Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, che ha sposato la figlia,Liliane Murekatete. Liliane, in pubblico sempre vestita con gli abiti tradizionali del Ruanda, alla Camera di commercio risulta consigliera del cda della Karibu, anche se durante i convegni e sulla stampa locale viene presentata come presidente, carica questa, invece, rivestita, carte alla mano, dalla mamma. Di fatto, però, deve essere Liliane a guidare l’azienda, assieme a un altro amministratore, pure lui ruandese, Michel Rakundo. Rakundo si presenta come rappresentante di Aid (il consorzio collegato alla coop si chiama proprio Aid), «ente attivo nell’ambito dell’accoglienza globale, nonché alla cooperazione internazionale, nell’ambito del nuovo paradigma della cooperazione sostenibile, oltre che all’attività divulgativa». E, oltre a essere una penna del Black post, il giornale online per i migranti, è molto attivo negli incontri pubblici in cui si affrontano i temi dello ius scholae e dei diritti di cittadinanza. La coop Karibu ha chiuso l’ultimo bilancio in perdita di 175.000 euro. E ha accumulato debiti con gli istituti di credito per 453.535 euro e con i fornitori per poco più di 207.000 euro. Ai quali si sommano quelli verso gli istituti di previdenza e di sicurezza sociale. Per un totale di oltre 2 milioni. E nonostante il valore della produzione ammonti a 1.791.000 euro, con costo del personale fermo a 865.000, i dipendenti sono rimasti per un bel po' a bocca asciutta. Dal sindacato Uiltucs, dopo un incontro all’Ispettorato del lavoro, il responsabile territoriale Gianfranco Cartisano ha avanzato una richiesta d’incontro al Prefetto di Latina, Maurizio Falco, spiegando che «Karibu e Consorzio Aid, pur riconoscendo il debito per ciascun dipendente, a oggi hanno disatteso l’accordo di pagamento rateale per i circa 20 lavoratori, rimanendo tuttora inadempiente e lasciando i lavoratori senza stipendio da diversi mesi». E, in particolare, ha sottolineato Cartisano, «si stigmatizza l’atteggiamento dei responsabili delle società, i quali sosterrebbero che il mancato pagamento delle retribuzioni sia connesso a presunti ritardi dell’Ufficio territoriale del governo, nonché degli enti in cui sono attivi i progetti gestiti». Da Karibu e consorzio, insomma, avrebbero scaricato le responsabilità sulla prefettura. Ma l’aspetto davvero paradossale di tutta questa vicenda è un altro: tra i lavoratori che hanno chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro per il tramite della Uiltucs ci sono anche mediatori culturali e formatori che rientrano nel programma di contrasto del fenomeno del caporalato, un progetto per il quale Regione Lazio e ministero si sono impegnati con non poche risorse. La coop e il consorzio collegato, inoltre, sono impegnati nel Progetto Koala, finanziato con l’8 per 1.000 dalla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Progetto accoglienza per minori stranieri non accompagnati dei Comuni di Roma e Latina e nel Progetto Pral4 della Rete anti tratta. Eppure, dalla coop e dal consorzio, hanno risposto: «Quando arrivano i soldi paghiamo i dipendenti».«Accoglienza e contrasto allo sfruttamento del lavoro non si possono fare sulla pelle degli operatori impiegati», denuncia Cartisano, che aggiunge: «Non accettiamo più di sentire dalle società affidatarie che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono e aggiudicano i servizi. Senza rischio d’impresa, gettata tutta sugli operatori, tutti avrebbero la capacità di fare accoglienza e integrazione». Una questione diffusa in Italia e che sembra praticamente ignorata dalla gestione del ministro Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. C’è infine un altro punto, emerso, seppur con una certa timidezza, durante l’incontro all’Ispettorato del lavoro: le buste paga, a dire dei lavoratori, non sarebbero regolari. Sulla paga oraria, che sarebbe inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro, e sui metodi di pagamento (alcuni, pare, provenienti da istituti di credito ruandesi) si starebbe concentrando ora l’analisi dell’Ispettorato. Mentre dalla Prefettura confermano la volontà di affrontare la questione, convocando nell’immediatezza la delegazione sindacale di Uiltucs. Che negli ultimi giorni ha raccolto anche ulteriori testimonianze da altri cinque lavoratori, pure loro in arretrato con i pagamenti degli stipendi. «Gli arretrati già certificati all’Ispettorato ammontano a circa 300.000 euro», spiega alla Verità Cartisano. Questa è la cifra finita negli accordi prontamente disattesi dalla coop e dal consorzio pro migranti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/soumahoro-coop-debiti-2658465965.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="west-compra-il-social-della-destra" data-post-id="2658465965" data-published-at="1666089368" data-use-pagination="False"> West compra il social della destra «In un mondo in cui le opinioni conservatrici sono considerate controverse, dobbiamo assicurarci il diritto di poterci esprimere liberamente». Kanye West, Ye, come lo si dovrebbe chiamare da che ha legalmente cambiato il proprio nome, ha voluto giustificarla così la decisione di acquistare Parler, social network statunitense nato nel 2018 e divenuto caro alle frange più estreme della destra. «Ye non è soltanto un musicista e un gigante della moda, ma - come Parler -è un individuo che si è trovato ad affrontare censure non necessarie e prive di ogni logica, un uomo che è stato cancellato dalle Grandi tecnologie», ha commentato George Farmer, ceo di Parler, facendo diretto riferimento agli episodi più recenti, alla bagarre fra Twitter e l’ex signor Kardashian, bannato dopo aver scritto post antisemiti. «Ye condivide la nostra passione per il pensiero indipendente e il libero scambio di opinioni», ha continuato Farmer, nel cui comunicato stampa si è potuto leggere come l’accordo preliminare - da finalizzarsi, in teoria, entro la fine dell’anno - voglia portare alla creazione di un «ecosistema che non sia cancellabile». «Nessuno dovrebbe autocensurarsi perché incerto sul fatto che un pensiero assolutamente legale possa portarlo a essere bannato da un social. Nessun individuo o compagnia dovrebbe preoccuparsi di essere “depiattaformizzati” per aver espresso punti di vista considerati nemici, come successo a Parler», la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google e cancellata dai server di Amazon dopo l’assalto al Campidoglio, organizzato (anche) attraverso il social. «Il pensiero unico è, ed è sempre stato, più pericoloso del pensiero indipendente», ha concluso Farmer, promettendo di lavorare perché Parler rimanga «un luogo in cui chiunque possa pensare, ascoltare e parlare liberamente. Continueremo a combattere la censura, la cancel culture e le dittature». Quelle forme di dispotismo del pensiero che West da tempo si è detto impegnato a distruggere. Il rapper, che nel 2020 si è candidato per la presidenza degli Usa, ottenendo appena 60.000 voti, ha provato via social a battersi per un mondo libero. Poi, ha cercato di fare di sé un manifesto parlante. A Parigi, durante l’ultima settimana della moda, ha sfilato con una maglietta brandizzata: «White lives matter», si è letto sulla t-shirt, copia satirica degli slogan del Black lives matter. L’effetto, oggi come allora, però, non è stato quello sperato. Kanye West è stato liquidato come un matto, un bipolare. Anche Donald Trump, suo amico di vecchia data, avrebbe preso le distanze dal musicista. «Sta andando fuori di testa», avrebbe detto ad una fonte di Rolling Stones, asserendo che il rapper abbia «bisogno di aiuto».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 maggio con Carlo Cambi
Simone Venturini, nuovo sindaco di Venezia (Ansa)
Sindaco Simone Veturini, una grande vittoria al primo turno se la aspettava?
«Mi aspettavo che il centrodestra avrebbe vinto, ma non in queste dimensioni, soprattutto mi ha stupito il risultato della mia lista. Sapevo però che i sondaggi che faceva girare il centrosinistra che ci davano perdenti senza chances di vittoria non erano aderenti alla realtà. Io sentivo altro girando per la città, parlando con le persone. Infatti, poi i risultati hanno dimostrato che quello che sentivo era vero».
Lei quindi in campagna elettorale aveva capito che tutti i dibattiti e le polemiche cresciute intorno alla Biennale e alla Fenice non stavano influenzando il voto in alcun modo?
«Sentivo che i veneziani volevano scegliere un sindaco vicino a loro, simile a loro, figlio di questa città, che la conoscesse, che avesse esperienza di governo qui, ed effettivamente così poi è stato. L’altro candidato invece era un profilo completamente diverso dal mio».
Per quanto riguarda gli stranieri, ha detto che hanno votato per lei alla fine. Perché?
«Non c’è stato un voto monolitico degli stranieri per il Pd solo perché ha candidato dei bengalesi. Loro speravano che con questa operazione avrebbero ottenuto i 3.000 voti dei bengalesi. Un’operazione semplicistica che evidentemente non ha funzionato e anche offensiva per l’intelligenza delle persone. La cosa che mi ha inquietato di più è stata questa sorta di accordo elettorale che non mi è chiaro in cosa consistesse. Prendiamo i vostri voti e poi? Cosa avrebbero dato in cambio? Questi aspetti non sono mai stati chiariti, nonostante io abbia incalzato il mio avversario più volte su questo punto».
Il centrodestra cosa offre invece agli stranieri?
«Integrazione, che secondo me presuppone la volontà delle persone di voler aderire ai principi, al nostro modo di vivere. Altrimenti non si può parlare di integrazione, ma di creazione di un sottoinsieme di persone che vivono separatamente con regole diverse. Oggi la comunità bengalese ha ancora molta strada da fare in tal senso. L’operazione del Pd, per altro, non ha fatto che acuire tensioni e non ha fatto un regalo al processo di integrazione della città, anzi lo ha danneggiato. Molti voti li avranno ottenuti, ma evidentemente ne hanno persi altrettanti perché l’elettorato ha capito l’operazione e si è sentito preso in giro. Tutti, come me, si sono chiesti: cosa ha barattato il Pd in cambio di questi voti? Ha barattato sui diritti delle donne? Ha offerto nuove moschee in cambio? Qual era la contropartita? E su questo secondo me non hanno ricevuto risposte».
Esiste un tema sulla città di Mestre: insicurezza, degrado. Che piani ha?
«Io prevedo una realizzazione di una mappa delle opportunità come le aree di sviluppo e riqualificazione, Progetti che possano partire velocemente grazie a una serie di investimenti da fare».
Pubblici o privati?
«Di privati, io non sono per fare solamente investimenti pubblici, perché non viviamo in un Paese socialista. Certo che questi investimenti vanno attirati».
E qual è la strategia?
«Prevedo la realizzazione di un board internazionale composto da personalità importanti che vivono a Venezia o che ci passano che, opportunamente motivate, potrebbero mettere al servizio della città una rete importante di relazioni capace di attirare grandi investitori».
Ha in mente una squadra per la sua giunta?
«Fra pochi giorni mi insedierò ufficialmente e sarò eletto ufficialmente. Poi mi incontrerò con le forze politiche della coalizione, sicuramente chiederò a tutti competenza e dedizione. Quindi chiederò una rosa di nomi e farò una valutazione che sarà molto incentrata sul merito».
Qual è la prima cosa che conta di fare appena insediato? Il primo atto politico.
«Sarò un sindaco presente sulla strada, conto di esserlo fin da subito anche nei quartieri difficili, sia per dare un segnale di attenzione sia per dimostrare la volontà di voler risolvere i problemi».
Sul piano della cultura quali sono i suoi progetti?
«Vorrei coordinare e mettere a terra una sorta di regia per coordinare tutte le realtà associative e fondazioni culturali che stanno nascendo. Rafforzare la sinergia con la Biennale che sta facendo un grandissimo lavoro e d’altra parte chiedere alla Fondazione musei civici di effettuare un grande investimento per i giovani che scelgono di vivere a Venezia per un periodo per produrre qui la loro creazione artistica».
Prima di lasciarla: qual è stato il più grave errore del centrosinistra in questa campagna elettorale?
«La tracotanza. Sono partiti con l’idea di essere superiori moralmente, convinti di vincere. E poi la scelta del candidato. Un nome calato dall’alto estraneo alla città».
E tutti quei big dei partiti nazionali secondo lei non hanno aiutato?
«Conte, Schlein e Fratoianni alla fine venendo a Venezia hanno aiutato me. Volevano entusiasmare i loro, ma la gente fuori dai partiti li ha guardati un po’ stralunata. Insomma, effetto opposto a quello desiderato».
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Imagoeconomica
Il suo estremismo religioso è diventato centrale nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip l’ha privato della libertà. L’indagato, dopo aver gridato per anni «al lupo al lupo» in Germania, con falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere con riferimenti ad Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio e minacce deliranti che gli sono costati l’espulsione verso l’Italia, secondo il giudice avrebbe superato il confine della semplice provocazione entrando in contatto con ambienti capaci di accompagnarlo verso un possibile attentato. Un quadro molto cupo rispetto alla sua radicalizzazione viene segnalato il 26 dicembre 2023. Naggay è nel penitenziario di Adelsheim, in Germania. Parlando con un operatore della struttura, è riportato nel suo curriculum giudiziario, «aveva auspicato la morte per le persone omosessuali, ribadendo che presto il territorio tedesco sarebbe stato occupato dallo Stato islamico». In quello stesso episodio affermò «che era pronto a morire come martire». E anche che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le sue convinzioni religiose».
Ma c’è anche una frase che sembra uscita da un proclama jihadista: «In nome di Allah il misericordioso. Voglio solo mettervi in guardia, poiché così è scritto nel Corano. Che mettiate in guardia o no i miscredenti, essi non crederanno comunque a nulla». Infine, durante il colloquio con uno psicologo avrebbe manifestato «ammirazione per l’attentatore di Wurzburg (un somalo che il 25 giugno 2021 accoltellò passanti nel centro della città bavarese, provocando tre morti e diversi feriti, ndr)» e spiegato di voler uccidere gli infedeli. Per poi commentare: «Così si può essere grandi come Dio e raggiungere Dio». I tedeschi, a quel punto, gli hanno messo in mano un foglio di via. Lui è quindi tornato dai genitori a Montecchio Emilia. E dalla sua cameretta ha ricominciato a fantasticare. È finito in una chat di Telegram. Lì dentro un contatto (al momento non identificato) dal nome «ForDm» ha cominciato a prendergli le misure. Finché Naggay si propone per «un’operazione». Due parole che gli inquirenti traducono con «un attentato». Naggay in quella chat avrebbe cercato legittimazione, dimostrando di essere pronto. E annunciando: «Registrerò un video in cui confesserò di essere un sostenitore del Daesh». E un attimo dopo: «Organizzerò un’operazione con ostaggi per te». Il tono della conversazione cambia rapidamente. Si parla di soldi, di aiuti, di preparazione tecnica. Naggay chiede denaro: «Mi servono dei soldi». L’interlocutore continua a verificare quanto sia disposto ad andare avanti. A un certo punto usa una definizione che accende un campanello d’allarme: «Lupo solitario». La formula con cui il terrorismo jihadista definisce chi colpisce da solo, usando mezzi rudimentali: coltelli, auto o esplosivi artigianali. Solo un attimo prima l’uomo misterioso si era reso disponibile a fornire a Naggay «dei file su produzione di tossine» e a farlo «entrare» in un «gruppo specializzato». Secondo il gip, Naggay non è più il ragazzo che in Germania telefonava annunciando falsi attentati per vedere le stazioni evacuate e per finire sui giornali. Qui, scrive il giudice, emerge «la concreta disponibilità» dell’indagato «al compimento di atti terroristici». Tutta la conversazione si intreccia con i messaggi mandati alla madre solo poche ore prima del fermo: «Sto veramente male, chiama la polizia, vado a fare una cosa in centro con un coltello». A quel punto gli inquirenti l’hanno preso sul serio. E l’hanno fermato.
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Ansa
Non so quanti musulmani abbiano messo la croce sul nome di Andrea Martella, il senatore del Partito democratico che il campo largo aveva schierato per riuscire a conquistare il capoluogo veneto, strappandolo dopo 11 anni al centrodestra. Tuttavia, è evidente che la mossa non ha funzionato. Non soltanto perché a quanto pare non tutti gli stranieri hanno scelto di appoggiare l’ex funzionario del Pci ed ex sottosegretario del governo Conte, ma anche perché giocare la carta islamica probabilmente ha fatto scappare molti elettori, spingendoli a votare per il centrodestra.
Venezia da questo punto di vista si è rivelata un esperimento interessante. Infatti, per la prima volta abbiamo visto all’opera non soltanto il tentativo di utilizzare e strumentalizzare il voto degli stranieri, ma anche gli effetti che questo può avere sul resto dell’elettorato. I musulmani in Italia sono una delle comunità più consistenti e anche più organizzate che ci siano. Le ultime stime parlano di un milione e 700.000 persone e quasi l’80 per cento di queste ha la cittadinanza italiana. Un bacino di elettori enorme che fa gola alla sinistra, la quale infatti non perde occasione per abbracciarne la causa. Il gruppo più consistente è quello che ha nazionalità marocchina, poi seguono i bengalesi, i pakistani e gli albanesi. Ed è sulla seconda comunità, quella proveniente dal Bangladesh, che ha puntato il Pd, cercando di intercettare il voto degli immigrati che vivono a Mestre. Nel Comune di Venezia i musulmani sono circa 40.000 e di questi 12.000 sono bengalesi. In pratica, un residente su cinque.
Non ci vuole molto a capire che il Pd, candidando sette musulmani, strizzava l’occhio a costoro, nel tentativo di ingrossare i propri consensi. Purtroppo per Schlein e compagni il calcolo è risultato sbagliato, perché l’operazione non è stata a somma positiva. Forse il partito ha ottenuto il voto di una parte degli stranieri di origine bengalese, ma altri elettori si sono ben guardati dallo scegliere il campo largo. E anche a Venezia, come ormai capita in quasi tutte le città, il candidato della sinistra ha vinto nel centro della città, ma ha perso nelle aree più periferiche, confermando l’idea che i progressisti trionfano solo nelle Ztl, là dove abitano i radical chic che certo sono distanti dai problemi concreti del resto della popolazione.
Tuttavia, il risultato di Venezia, oltre a smentire la narrazione di una sinistra in grande ascesa, a proposito di Schlein e compagni ci fa capire perché insistano tanto sull’accoglienza. Essendo ormai da tempo in calo di consensi, sperano prima o poi di compensare con il voto degli stranieri ed è per questo che l’altro giorno il capogruppo del Pd Francesco Boccia se l’è presa con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, reo di aver detto che se gli italiani facessero più figli non ci sarebbe bisogno di immigrati.
Ma il gioco della sinistra, come si è visto a Venezia, oltre a essere perdente, è anche pericoloso. Infatti, ci sono comunità islamiche particolarmente chiuse e dove non di rado invece della legge del Paese che le ospita si applica la sharia. La Gran Bretagna insegna. Londra viene chiama Londonistan, a Birmingham la popolazione musulmana ha raggiunto il 30 per cento e non tutti sembrano convinti di essere sudditi di Sua Maestà, preferendo rispondere più alla legge di Allah che a quella del Regno Unito. In tal caso, se la storia si ripete in Italia, che si fa? È la domanda a cui i grandi strateghi del Pd non sanno rispondere. Parlano tanto di accoglienza, ma a dover accogliere le leggi del nostro Paese sono innanzitutto gli stranieri, ai quali prima di chiedere il voto bisognerebbe domandare di rispettare la Costituzione più della legge islamica.
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