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2022-10-18
La coop di famiglia del deputato eletto coi dem non paga i dipendenti
Aboubakar Soumahoro (Ansa)
Già il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro, eletto deputato con la lista Alleanza verdi e Sinistra italiana (che si è presentato per la prima volta alla Camera indossando un paio di stivali da lavoro sporchi di fango), si era preso i rimbrotti («Tu in hotel, noi nel fango») dei suoi ex compagni che gli contestavano, come ha ricostruito La Verità, che una parte dei fondi per le baraccopoli di Torretta Antonacci (ex Ghetto di Rignano) e Borgo Mezzanone (Foggia) era stata spesa altrove.
Ora a imbarazzare ulteriormente il panorama buonista dell’ultrasinistra ma anche l’ex sindacalista entrato in Parlamento Soumahoro c’è una faccenda che riguarda una ventina di lavoratrici (italiane e non), dipendenti di una coop e di un consorzio del settore dell’accoglienza per richiedenti asilo, che non ricevono lo stipendio da una quindicina di mesi. La coop è molto famosa nell’Agro Pontino: si chiama Karibu ed è stata fondata da Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, che ha sposato la figlia,
Liliane Murekatete. Liliane, in pubblico sempre vestita con gli abiti tradizionali del Ruanda, alla Camera di commercio risulta consigliera del cda della Karibu, anche se durante i convegni e sulla stampa locale viene presentata come presidente, carica questa, invece, rivestita, carte alla mano, dalla mamma. Di fatto, però, deve essere Liliane a guidare l’azienda, assieme a un altro amministratore, pure lui ruandese, Michel Rakundo. Rakundo si presenta come rappresentante di Aid (il consorzio collegato alla coop si chiama proprio Aid), «ente attivo nell’ambito dell’accoglienza globale, nonché alla cooperazione internazionale, nell’ambito del nuovo paradigma della cooperazione sostenibile, oltre che all’attività divulgativa». E, oltre a essere una penna del Black post, il giornale online per i migranti, è molto attivo negli incontri pubblici in cui si affrontano i temi dello ius scholae e dei diritti di cittadinanza.
La coop Karibu ha chiuso l’ultimo bilancio in perdita di 175.000 euro. E ha accumulato debiti con gli istituti di credito per 453.535 euro e con i fornitori per poco più di 207.000 euro. Ai quali si sommano quelli verso gli istituti di previdenza e di sicurezza sociale. Per un totale di oltre 2 milioni. E nonostante il valore della produzione ammonti a 1.791.000 euro, con costo del personale fermo a 865.000, i dipendenti sono rimasti per un bel po' a bocca asciutta.
Dal sindacato Uiltucs, dopo un incontro all’Ispettorato del lavoro, il responsabile territoriale Gianfranco Cartisano ha avanzato una richiesta d’incontro al Prefetto di Latina, Maurizio Falco, spiegando che «Karibu e Consorzio Aid, pur riconoscendo il debito per ciascun dipendente, a oggi hanno disatteso l’accordo di pagamento rateale per i circa 20 lavoratori, rimanendo tuttora inadempiente e lasciando i lavoratori senza stipendio da diversi mesi». E, in particolare, ha sottolineato Cartisano, «si stigmatizza l’atteggiamento dei responsabili delle società, i quali sosterrebbero che il mancato pagamento delle retribuzioni sia connesso a presunti ritardi dell’Ufficio territoriale del governo, nonché degli enti in cui sono attivi i progetti gestiti». Da Karibu e consorzio, insomma, avrebbero scaricato le responsabilità sulla prefettura.
Ma l’aspetto davvero paradossale di tutta questa vicenda è un altro: tra i lavoratori che hanno chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro per il tramite della Uiltucs ci sono anche mediatori culturali e formatori che rientrano nel programma di contrasto del fenomeno del caporalato, un progetto per il quale Regione Lazio e ministero si sono impegnati con non poche risorse. La coop e il consorzio collegato, inoltre, sono impegnati nel Progetto Koala, finanziato con l’8 per 1.000 dalla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Progetto accoglienza per minori stranieri non accompagnati dei Comuni di Roma e Latina e nel Progetto Pral4 della Rete anti tratta. Eppure, dalla coop e dal consorzio, hanno risposto: «Quando arrivano i soldi paghiamo i dipendenti».
«Accoglienza e contrasto allo sfruttamento del lavoro non si possono fare sulla pelle degli operatori impiegati», denuncia Cartisano, che aggiunge: «Non accettiamo più di sentire dalle società affidatarie che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono e aggiudicano i servizi. Senza rischio d’impresa, gettata tutta sugli operatori, tutti avrebbero la capacità di fare accoglienza e integrazione».
Una questione diffusa in Italia e che sembra praticamente ignorata dalla gestione del ministro Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. C’è infine un altro punto, emerso, seppur con una certa timidezza, durante l’incontro all’Ispettorato del lavoro: le buste paga, a dire dei lavoratori, non sarebbero regolari. Sulla paga oraria, che sarebbe inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro, e sui metodi di pagamento (alcuni, pare, provenienti da istituti di credito ruandesi) si starebbe concentrando ora l’analisi dell’Ispettorato. Mentre dalla Prefettura confermano la volontà di affrontare la questione, convocando nell’immediatezza la delegazione sindacale di Uiltucs. Che negli ultimi giorni ha raccolto anche ulteriori testimonianze da altri cinque lavoratori, pure loro in arretrato con i pagamenti degli stipendi. «Gli arretrati già certificati all’Ispettorato ammontano a circa 300.000 euro», spiega alla Verità Cartisano. Questa è la cifra finita negli accordi prontamente disattesi dalla coop e dal consorzio pro migranti.
West compra il social della destra
«In un mondo in cui le opinioni conservatrici sono considerate controverse, dobbiamo assicurarci il diritto di poterci esprimere liberamente». Kanye West, Ye, come lo si dovrebbe chiamare da che ha legalmente cambiato il proprio nome, ha voluto giustificarla così la decisione di acquistare Parler, social network statunitense nato nel 2018 e divenuto caro alle frange più estreme della destra.
«Ye non è soltanto un musicista e un gigante della moda, ma - come Parler -è un individuo che si è trovato ad affrontare censure non necessarie e prive di ogni logica, un uomo che è stato cancellato dalle Grandi tecnologie», ha commentato George Farmer, ceo di Parler, facendo diretto riferimento agli episodi più recenti, alla bagarre fra Twitter e l’ex signor Kardashian, bannato dopo aver scritto post antisemiti. «Ye condivide la nostra passione per il pensiero indipendente e il libero scambio di opinioni», ha continuato Farmer, nel cui comunicato stampa si è potuto leggere come l’accordo preliminare - da finalizzarsi, in teoria, entro la fine dell’anno - voglia portare alla creazione di un «ecosistema che non sia cancellabile».
«Nessuno dovrebbe autocensurarsi perché incerto sul fatto che un pensiero assolutamente legale possa portarlo a essere bannato da un social. Nessun individuo o compagnia dovrebbe preoccuparsi di essere “depiattaformizzati” per aver espresso punti di vista considerati nemici, come successo a Parler», la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google e cancellata dai server di Amazon dopo l’assalto al Campidoglio, organizzato (anche) attraverso il social. «Il pensiero unico è, ed è sempre stato, più pericoloso del pensiero indipendente», ha concluso Farmer, promettendo di lavorare perché Parler rimanga «un luogo in cui chiunque possa pensare, ascoltare e parlare liberamente. Continueremo a combattere la censura, la cancel culture e le dittature». Quelle forme di dispotismo del pensiero che West da tempo si è detto impegnato a distruggere.
Il rapper, che nel 2020 si è candidato per la presidenza degli Usa, ottenendo appena 60.000 voti, ha provato via social a battersi per un mondo libero. Poi, ha cercato di fare di sé un manifesto parlante. A Parigi, durante l’ultima settimana della moda, ha sfilato con una maglietta brandizzata: «White lives matter», si è letto sulla t-shirt, copia satirica degli slogan del Black lives matter. L’effetto, oggi come allora, però, non è stato quello sperato. Kanye West è stato liquidato come un matto, un bipolare.
Anche Donald Trump, suo amico di vecchia data, avrebbe preso le distanze dal musicista. «Sta andando fuori di testa», avrebbe detto ad una fonte di Rolling Stones, asserendo che il rapper abbia «bisogno di aiuto».
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Fondata dalla suocera e guidata dalla moglie di Soumahoro, entrato in Parlamento con Verdi e Sinistra, ha accumulato debiti per 2 milioni di euro. Il paradosso: lavora nel programma di contrasto del caporalato.Kanye West, il discusso rapper che nel 2020 si è candidato alla presidenza Usa, vuole «assicurare il diritto di potersi esprimere liberamente». Acquisirà Parler, caro agli ultrà.Lo speciale contiene due articoli.Già il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro, eletto deputato con la lista Alleanza verdi e Sinistra italiana (che si è presentato per la prima volta alla Camera indossando un paio di stivali da lavoro sporchi di fango), si era preso i rimbrotti («Tu in hotel, noi nel fango») dei suoi ex compagni che gli contestavano, come ha ricostruito La Verità, che una parte dei fondi per le baraccopoli di Torretta Antonacci (ex Ghetto di Rignano) e Borgo Mezzanone (Foggia) era stata spesa altrove. Ora a imbarazzare ulteriormente il panorama buonista dell’ultrasinistra ma anche l’ex sindacalista entrato in Parlamento Soumahoro c’è una faccenda che riguarda una ventina di lavoratrici (italiane e non), dipendenti di una coop e di un consorzio del settore dell’accoglienza per richiedenti asilo, che non ricevono lo stipendio da una quindicina di mesi. La coop è molto famosa nell’Agro Pontino: si chiama Karibu ed è stata fondata da Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, che ha sposato la figlia,Liliane Murekatete. Liliane, in pubblico sempre vestita con gli abiti tradizionali del Ruanda, alla Camera di commercio risulta consigliera del cda della Karibu, anche se durante i convegni e sulla stampa locale viene presentata come presidente, carica questa, invece, rivestita, carte alla mano, dalla mamma. Di fatto, però, deve essere Liliane a guidare l’azienda, assieme a un altro amministratore, pure lui ruandese, Michel Rakundo. Rakundo si presenta come rappresentante di Aid (il consorzio collegato alla coop si chiama proprio Aid), «ente attivo nell’ambito dell’accoglienza globale, nonché alla cooperazione internazionale, nell’ambito del nuovo paradigma della cooperazione sostenibile, oltre che all’attività divulgativa». E, oltre a essere una penna del Black post, il giornale online per i migranti, è molto attivo negli incontri pubblici in cui si affrontano i temi dello ius scholae e dei diritti di cittadinanza. La coop Karibu ha chiuso l’ultimo bilancio in perdita di 175.000 euro. E ha accumulato debiti con gli istituti di credito per 453.535 euro e con i fornitori per poco più di 207.000 euro. Ai quali si sommano quelli verso gli istituti di previdenza e di sicurezza sociale. Per un totale di oltre 2 milioni. E nonostante il valore della produzione ammonti a 1.791.000 euro, con costo del personale fermo a 865.000, i dipendenti sono rimasti per un bel po' a bocca asciutta. Dal sindacato Uiltucs, dopo un incontro all’Ispettorato del lavoro, il responsabile territoriale Gianfranco Cartisano ha avanzato una richiesta d’incontro al Prefetto di Latina, Maurizio Falco, spiegando che «Karibu e Consorzio Aid, pur riconoscendo il debito per ciascun dipendente, a oggi hanno disatteso l’accordo di pagamento rateale per i circa 20 lavoratori, rimanendo tuttora inadempiente e lasciando i lavoratori senza stipendio da diversi mesi». E, in particolare, ha sottolineato Cartisano, «si stigmatizza l’atteggiamento dei responsabili delle società, i quali sosterrebbero che il mancato pagamento delle retribuzioni sia connesso a presunti ritardi dell’Ufficio territoriale del governo, nonché degli enti in cui sono attivi i progetti gestiti». Da Karibu e consorzio, insomma, avrebbero scaricato le responsabilità sulla prefettura. Ma l’aspetto davvero paradossale di tutta questa vicenda è un altro: tra i lavoratori che hanno chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro per il tramite della Uiltucs ci sono anche mediatori culturali e formatori che rientrano nel programma di contrasto del fenomeno del caporalato, un progetto per il quale Regione Lazio e ministero si sono impegnati con non poche risorse. La coop e il consorzio collegato, inoltre, sono impegnati nel Progetto Koala, finanziato con l’8 per 1.000 dalla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Progetto accoglienza per minori stranieri non accompagnati dei Comuni di Roma e Latina e nel Progetto Pral4 della Rete anti tratta. Eppure, dalla coop e dal consorzio, hanno risposto: «Quando arrivano i soldi paghiamo i dipendenti».«Accoglienza e contrasto allo sfruttamento del lavoro non si possono fare sulla pelle degli operatori impiegati», denuncia Cartisano, che aggiunge: «Non accettiamo più di sentire dalle società affidatarie che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono e aggiudicano i servizi. Senza rischio d’impresa, gettata tutta sugli operatori, tutti avrebbero la capacità di fare accoglienza e integrazione». Una questione diffusa in Italia e che sembra praticamente ignorata dalla gestione del ministro Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. C’è infine un altro punto, emerso, seppur con una certa timidezza, durante l’incontro all’Ispettorato del lavoro: le buste paga, a dire dei lavoratori, non sarebbero regolari. Sulla paga oraria, che sarebbe inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro, e sui metodi di pagamento (alcuni, pare, provenienti da istituti di credito ruandesi) si starebbe concentrando ora l’analisi dell’Ispettorato. Mentre dalla Prefettura confermano la volontà di affrontare la questione, convocando nell’immediatezza la delegazione sindacale di Uiltucs. Che negli ultimi giorni ha raccolto anche ulteriori testimonianze da altri cinque lavoratori, pure loro in arretrato con i pagamenti degli stipendi. «Gli arretrati già certificati all’Ispettorato ammontano a circa 300.000 euro», spiega alla Verità Cartisano. Questa è la cifra finita negli accordi prontamente disattesi dalla coop e dal consorzio pro migranti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/soumahoro-coop-debiti-2658465965.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="west-compra-il-social-della-destra" data-post-id="2658465965" data-published-at="1666089368" data-use-pagination="False"> West compra il social della destra «In un mondo in cui le opinioni conservatrici sono considerate controverse, dobbiamo assicurarci il diritto di poterci esprimere liberamente». Kanye West, Ye, come lo si dovrebbe chiamare da che ha legalmente cambiato il proprio nome, ha voluto giustificarla così la decisione di acquistare Parler, social network statunitense nato nel 2018 e divenuto caro alle frange più estreme della destra. «Ye non è soltanto un musicista e un gigante della moda, ma - come Parler -è un individuo che si è trovato ad affrontare censure non necessarie e prive di ogni logica, un uomo che è stato cancellato dalle Grandi tecnologie», ha commentato George Farmer, ceo di Parler, facendo diretto riferimento agli episodi più recenti, alla bagarre fra Twitter e l’ex signor Kardashian, bannato dopo aver scritto post antisemiti. «Ye condivide la nostra passione per il pensiero indipendente e il libero scambio di opinioni», ha continuato Farmer, nel cui comunicato stampa si è potuto leggere come l’accordo preliminare - da finalizzarsi, in teoria, entro la fine dell’anno - voglia portare alla creazione di un «ecosistema che non sia cancellabile». «Nessuno dovrebbe autocensurarsi perché incerto sul fatto che un pensiero assolutamente legale possa portarlo a essere bannato da un social. Nessun individuo o compagnia dovrebbe preoccuparsi di essere “depiattaformizzati” per aver espresso punti di vista considerati nemici, come successo a Parler», la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google e cancellata dai server di Amazon dopo l’assalto al Campidoglio, organizzato (anche) attraverso il social. «Il pensiero unico è, ed è sempre stato, più pericoloso del pensiero indipendente», ha concluso Farmer, promettendo di lavorare perché Parler rimanga «un luogo in cui chiunque possa pensare, ascoltare e parlare liberamente. Continueremo a combattere la censura, la cancel culture e le dittature». Quelle forme di dispotismo del pensiero che West da tempo si è detto impegnato a distruggere. Il rapper, che nel 2020 si è candidato per la presidenza degli Usa, ottenendo appena 60.000 voti, ha provato via social a battersi per un mondo libero. Poi, ha cercato di fare di sé un manifesto parlante. A Parigi, durante l’ultima settimana della moda, ha sfilato con una maglietta brandizzata: «White lives matter», si è letto sulla t-shirt, copia satirica degli slogan del Black lives matter. L’effetto, oggi come allora, però, non è stato quello sperato. Kanye West è stato liquidato come un matto, un bipolare. Anche Donald Trump, suo amico di vecchia data, avrebbe preso le distanze dal musicista. «Sta andando fuori di testa», avrebbe detto ad una fonte di Rolling Stones, asserendo che il rapper abbia «bisogno di aiuto».
Nel riquadro: Gaio Sergio Orata, pioniere dell'acquacoltura (Getty Images)
Le ostriche hanno sempre goduto di solida fama, quale simbolo di prestigio sociale per chi partecipava ai conviti che le vedevano protagoniste in bella mostra, ma anche per i vari piaceri multisensoriali che sapevano poi trasmettere a chi le faceva proprie, magari in buona compagnia. Pur se la Francia, ora, è il maggior produttore e consumatore, all’Italia va la primogenitura della sua coltivazione. Ostrica eclettica, non solo per l’estetica del suo guscio, che può andare dal rosa sul delta del Po al verde delle coste liguri, ma anche per il gusto che dipende dall’ambiente in cui cresce, già descritto a suo tempo da Plinio il Vecchio con una sorta di mappa mediterranea delle varie specie, tanto che alcuni autori, registrandone i sapori variabili in base al territorio, dal dolce cremoso al salmastro minerale, ne hanno indicato un riferimento al terroir per il gusto delle varie specie di ostriche come si è fatto, a suo tempo, per i vini.
Il primo a intravederne le potenzialità, anche economiche, del suo allevamento è stato Caio Sergio Orata, nel I° secolo a.C. Nelle lagune dei Campi Flegrei aveva fatto una piccola fortuna con l’allevamento delle orate (da lì parte del suo nome trascritto negli archivi). Decise di fare un passo oltre e andò sulle rive brindisine, cioè in Puglia, a raccoglierne un po’, considerata l’alta qualità dovuta al mischiarsi delle sorgenti d’acqua dolce con l’acqua salmastra del mare, posto che le ostriche vivono sui fondali marini vicino alle foci dei fiumi. Quello che, poi, venne chiamato lago Lucrino (da lucro, ossia guadagno per il visionario Caio Sergio) era una laguna separata da una sottilissima lingua di dune dal mare, quindi soggetta al ritmo delle maree conseguenti, con un ideale mix di acque salmastre ricche di plancton nutriente che arricchiva le acque lacustri.
Ben presto la fama delle ostriche di Lucrino divenne forte richiamo per la buona società del tempo che vi si recava apposta senza badare a spese, posto che spesso venivano all’ombra del Vesuvio per rendere omaggio all’imperatore nelle sue pause di vacanza. In scavi archeologi a Baia, il borgo locale, vennero trovate delle fiaschette di vetro chiamate «ostraria» in cui vi erano incise delle vedute della stessa Baia e della vicina Pozzuoli dove erano tratteggiati dei filari di ostriche appese ai pali che uscivano dall’acqua. Erano uno dei souvenir per il ricco turismo che passava per i Campi Flegrei a fare incetta di ostriche golose. Una testimonianza giunta a noi per confermare il tipo di allevamento di questi molluschi che, ancora adesso, con le dovute modifiche, ottimizza il rapporto tra le ostriche e il loro ambiente.
Tecnica a pergolato che si trova ben descritta da Ausonio, «con le ostriche appese ai pali che oscillano tra le onde». Ostriche di solida fama come ben narrato da Archestrato da Gela, considerato il primo gastronauta della storia, nel suo I piaceri del buongustaio, e poi Teodosio che, nei Saturnalia, racconta dei sontuosi banchetti dove le ostriche vengono non solo consumate a crudo, ma pure messe a farcire golosi pasticci. Un’ostricoltura descritta da vari autori, da Varrone a Cicerone o Columella, tanto che vi erano patrizi che, con apposite «navi vivaio», andavano nei bacini dell’Egeo per trasportarle poi lungo la costiera napoletana, divenuta una sorta di California ostricara del tempo. Marco Gavio Apicio, considerato la penna gastronomica della Roma imperiale, consigliava di riporle in vasi pieni di aceto per poterle conservare al meglio per i banchetti. Coltura e allevamento dell’ostrica che, con l’occupazione delle Gallie, i Romani esportarono presso i cugini d’Oltralpe i quali ne fecero tesoro tanto da divenirne, ora, leader indiscussi per produzione e consumo. Con una lunga pausa legata alla caduta dell’Impero romano e ai tempi medioevali, anche se non tutto andò perduto perché recenti scavi nei Campi Flegrei hanno dimostrato che le ostricaie erano rimaste attive anche in quei tempi «oscuri».
L’interesse verso questi nobili e golosi frutti del mare si riaccese nel Cinquecento, ma non esattamente per le loro voluttà culinarie, ma per quanto andavano a stimolare… oltre lo spirito dei suoi golosi consumatori. Chiavi di lettura diverse, ma la conclusione sempre conseguente. Esordisce Michele Savonarola, medico e umanista del Quattrocento, che ammoniva al loro consumo, in quanto «incitavano alla lussuria». Più comprensivo Bartolomeo Sacchi, detto «il platina»: «Le ostriche sono fortemente afrodisiache e, come tali, molto apprezzate dai ricchi e lussuriosi». Di approccio più meramente scientifico, dal tocco ironico, il medico Baldassarre Pisanelli: «Il loro succo salato muove il corpo e risveglia lo spirito», lasciando poi al consumatore finale l’analisi conseguente in quanto, descrivendone «la sua forma voluttuosa», rimanda ad altri trattati di anatomia su Venere e dintorni.
In questa diatriba etico-filosofica-fisiologica, troviamo una quadra culinaria con Maestro Martino che sottolinea come ne vadano valorizzate freschezza e delicatezza, godendosele crude, condite con un tocco di limone e spezie.
Sulla fama erotizzante delle ostriche, varie le ipotesi. Scientifiche. Ricche di zinco, il minerale che, meglio di ogni altro, irrobustisce le virtù carnali: bastano sei ostriche per fare il pieno di zinco e capriole conseguenti. Nell’antichità, quando la scienza contava meno e la spontaneità faceva la differenza, venivano cotte sulla brace, condite con pepe e spezie assortite e se ne succhiava il frutto direttamente dal guscio. Meglio ancora se con degna partner a fare coppia golosa e complice. Il tempo scorre veloce. La Francia diventa leader riconosciuta, ma la costiera napoletana rimane solido punto di riferimento, tanto è vero che, quando a metà dell’Ottocento vi fu una crisi nei vari bacini di produzione, venne mandato dal governo transalpino un esperto a Napoli dove la coltivazione ostricante aveva sempre resistito alle mareggiate del tempo e, grazie alla volontà dei Borbone, si era dato ulteriore impulso alla sua produzione. Era il tempo in cui lo street food nella città di Pulcinella vedeva lungo le vie della riviera di Chiaia i banchetti con l’insegna di «Ostricaro fisico», ovvero gli ambulanti dedicati che, con coinvolgente arte partenopea, invogliavano i passanti ad assaggiare i loro prodotti: ostriche, così come datteri, vongole o lupini.
«Ostricaro fisico» termine nato goliardicamente per opera di Ferdinando II di Borbone che, un giorno, avendo particolarmente apprezzato quanto gli era stato offerto dall’ambulante di turno, lo aveva così omaggiato «voi siete un ostricaro fisico», parafrasando il titolo di dottore fisico di cui, al tempo, si fregiavano alcuni laureati in medicina per dare peso e importanza alla loro arte. Ostriche omaggiate nella letteratura, ad esempio con Mario Stefanile nel suo Partenope in cucina, del 1954, «quando un baldo marinaio ve le porge tra succosi spicchi di limone, abbandonatevi con ghiotta fiducia allo squisito sapore di mare, di vento, di raffinato zolfo, di lievemente amara salsedine…». Ma il tocco finale ce lo regala Hernest Hemingway, mentre passeggia pensieroso lungo via Toledo. Aveva da poco scritto Il vecchio e il mare, ispirato dalle atmosfere dell’amato Cilento. «Mangiando le ostriche, con quel forte sapore di mare, accompagnandole con un gustoso vino frizzante, quella sensazione di vuoto sparì e cominciai ad essere felice», immaginandolo con la Venere conseguente a fargli toccare il cielo. Qualche mese dopo venne premiato con il Nobel per la letteratura.
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Martino Midali
Non solo luogo di produzione, ma spazio di pensiero, cultura e responsabilità. Perché il futuro della moda italiana, sembra suggerire, non si gioca soltanto su dove si produce, ma su come e perché si sceglie di farlo. E forse è proprio in questa consapevolezza che il Made in Italy può continuare a riconoscersi — e a farsi riconoscere — nel mondo.
A ridosso della giornata del Made in Italy (15 aprile), che significato ha oggi per lei il «fatto in Italia»? Rischia di diventare più uno slogan che una realtà?
«Appartengo a una generazione, quella post anni ’60-’70, che ha creduto profondamente nel valore sociale del lavoro e nella costruzione della classe media. Il Made in Italy, per noi, non è mai stato uno slogan ma una realtà concreta, fatta di cultura, manifattura e identità. La frattura nasce quando, a partire dagli anni ’80, siamo stati considerati “le sartine d’Europa”: lì abbiamo iniziato a perdere qualcosa. Abbiamo progressivamente smantellato un sistema straordinario, come quello tessile della Valle di Biella o della seta a Como, che era frutto di oltre un secolo di sapere industriale. Oggi comunichiamo molto il Made in Italy, ma produciamo sempre meno in Italia. E senza produzione reale, la comunicazione diventa vuota».
Qual è oggi il pericolo più concreto per il Made in Italy: costi, delocalizzazione o perdita di identità?
«Sono tre aspetti legati tra loro, ma il nodo centrale è la perdita della classe media. Senza una classe media forte, viene meno il pubblico naturale del Made in Italy. I costi delle materie prime e della produzione sono diventati altissimi, e questo spinge inevitabilmente verso la delocalizzazione. Ma il vero rischio è che, nel processo, si perda l’identità culturale del prodotto. Se perdiamo il sapere, la mano, la tradizione, perdiamo tutto».
Se potesse chiedere una cosa precisa al governo, concreta e immediata, quale sarebbe per difendere davvero il sistema moda italiano?
«Chiederei un intervento strutturale sul sistema: prima di tutto una forte riduzione dell’Iva sull’abbigliamento, riportandola a livelli più bassi come in passato, per rilanciare i consumi e sostenere la classe media. Poi servono politiche industriali vere per salvaguardare il nostro know-how: valorizzare i distretti tessili, incentivare la produzione interna e creare un sistema che formi nuove competenze. Bisogna anche avere il coraggio di integrare chi arriva in Italia, insegnando un mestiere e inserendolo nella filiera produttiva. È una questione sociale ma anche economica».
I mercati internazionali chiedono ancora «italianità» o stanno cambiando paradigma? Dove funziona di più oggi il brand Martino Midali?
«Il mercato internazionale ha ancora un grande bisogno di italianità, in senso ampio: cultura, stile di vita, qualità. Il problema è che oggi molti consumatori si rifugiano nel marchio, nella “griffe”, anche quando è falso, invece di cercare qualità e autenticità. Il mio prodotto funziona ovunque ci sia una donna consapevole: in tutta Italia, ma anche all’estero. Tuttavia oggi il prezzo è diventato un limite importante, perché anche chi ama il prodotto fatica ad acquistarlo».
Chi compra oggi moda è davvero più attento a qualità e provenienza o prevale ancora il prezzo?
«Il prezzo è diventato determinante. Fare qualità costa, e non tutti possono permettersela. Il rischio è che la qualità passi in secondo piano. Io continuo a credere che un capo debba durare nel tempo, essere vissuto, accompagnare la persona. Ma oggi questa visione è messa sotto pressione dai costi».
Come si è sviluppato il marchio Martino Midali nel tempo?
«Fin dall’inizio ho avuto un’idea chiara: creare capi che la donna potesse interpretare liberamente. Una delle prime rivoluzioni è stata introdurre l’elastico in vita: all’inizio sembrava una follia, poi è diventato un successo. Ho lavorato molto sui tessuti, rendendoli pratici, lavabili, confortevoli, anticipando un’esigenza reale della donna moderna. È stato un percorso lungo, fatto di sperimentazione, tentativi e coerenza».
La moda inclusiva è diventata una parola chiave: nel suo lavoro è una scelta autentica o il sistema la sta trasformando in moda del momento?
«Per me è sempre stata una scelta autentica. Inclusività significa creare capi che si adattino alla vita reale, a tutte le età e a tutte le forme, senza costrizioni. Oggi è diventata una parola di moda, ma per me è sempre stata sostanza: libertà di movimento, comfort, identità».
Quando dice che l’abito è uno spazio da vivere, sta andando contro l’idea tradizionale di moda?
«Sì, in parte. Non ho mai creduto in una moda che impone. L’abito non deve rappresentare lo stilista, ma la persona che lo indossa. Deve essere uno spazio in cui la donna si esprime, si muove, vive. Non una costrizione».
Il suo marchio è sempre stato indipendente: è stata una scelta o una necessità? E oggi rifarebbe lo stesso percorso?
«È stata una necessità legata alla mia personalità. Non riuscirei a fare un lavoro che non mi rappresenta. Non ho mai seguito altri modelli: ho sempre cercato dentro di me la mia strada. E sì, rifarei tutto esattamente allo stesso modo».
Guardando avanti, il futuro di Martino Midali sarà più nella continuità o nella rottura?
«Nella continuità con capacità di rottura. La continuità è la mia identità, la rottura è necessaria per evolvere. Il futuro è trovare questo equilibrio: cambiare senza tradire se stessi».
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Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
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