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2022-10-18
La coop di famiglia del deputato eletto coi dem non paga i dipendenti
Aboubakar Soumahoro (Ansa)
Già il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro, eletto deputato con la lista Alleanza verdi e Sinistra italiana (che si è presentato per la prima volta alla Camera indossando un paio di stivali da lavoro sporchi di fango), si era preso i rimbrotti («Tu in hotel, noi nel fango») dei suoi ex compagni che gli contestavano, come ha ricostruito La Verità, che una parte dei fondi per le baraccopoli di Torretta Antonacci (ex Ghetto di Rignano) e Borgo Mezzanone (Foggia) era stata spesa altrove.
Ora a imbarazzare ulteriormente il panorama buonista dell’ultrasinistra ma anche l’ex sindacalista entrato in Parlamento Soumahoro c’è una faccenda che riguarda una ventina di lavoratrici (italiane e non), dipendenti di una coop e di un consorzio del settore dell’accoglienza per richiedenti asilo, che non ricevono lo stipendio da una quindicina di mesi. La coop è molto famosa nell’Agro Pontino: si chiama Karibu ed è stata fondata da Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, che ha sposato la figlia,
Liliane Murekatete. Liliane, in pubblico sempre vestita con gli abiti tradizionali del Ruanda, alla Camera di commercio risulta consigliera del cda della Karibu, anche se durante i convegni e sulla stampa locale viene presentata come presidente, carica questa, invece, rivestita, carte alla mano, dalla mamma. Di fatto, però, deve essere Liliane a guidare l’azienda, assieme a un altro amministratore, pure lui ruandese, Michel Rakundo. Rakundo si presenta come rappresentante di Aid (il consorzio collegato alla coop si chiama proprio Aid), «ente attivo nell’ambito dell’accoglienza globale, nonché alla cooperazione internazionale, nell’ambito del nuovo paradigma della cooperazione sostenibile, oltre che all’attività divulgativa». E, oltre a essere una penna del Black post, il giornale online per i migranti, è molto attivo negli incontri pubblici in cui si affrontano i temi dello ius scholae e dei diritti di cittadinanza.
La coop Karibu ha chiuso l’ultimo bilancio in perdita di 175.000 euro. E ha accumulato debiti con gli istituti di credito per 453.535 euro e con i fornitori per poco più di 207.000 euro. Ai quali si sommano quelli verso gli istituti di previdenza e di sicurezza sociale. Per un totale di oltre 2 milioni. E nonostante il valore della produzione ammonti a 1.791.000 euro, con costo del personale fermo a 865.000, i dipendenti sono rimasti per un bel po' a bocca asciutta.
Dal sindacato Uiltucs, dopo un incontro all’Ispettorato del lavoro, il responsabile territoriale Gianfranco Cartisano ha avanzato una richiesta d’incontro al Prefetto di Latina, Maurizio Falco, spiegando che «Karibu e Consorzio Aid, pur riconoscendo il debito per ciascun dipendente, a oggi hanno disatteso l’accordo di pagamento rateale per i circa 20 lavoratori, rimanendo tuttora inadempiente e lasciando i lavoratori senza stipendio da diversi mesi». E, in particolare, ha sottolineato Cartisano, «si stigmatizza l’atteggiamento dei responsabili delle società, i quali sosterrebbero che il mancato pagamento delle retribuzioni sia connesso a presunti ritardi dell’Ufficio territoriale del governo, nonché degli enti in cui sono attivi i progetti gestiti». Da Karibu e consorzio, insomma, avrebbero scaricato le responsabilità sulla prefettura.
Ma l’aspetto davvero paradossale di tutta questa vicenda è un altro: tra i lavoratori che hanno chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro per il tramite della Uiltucs ci sono anche mediatori culturali e formatori che rientrano nel programma di contrasto del fenomeno del caporalato, un progetto per il quale Regione Lazio e ministero si sono impegnati con non poche risorse. La coop e il consorzio collegato, inoltre, sono impegnati nel Progetto Koala, finanziato con l’8 per 1.000 dalla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Progetto accoglienza per minori stranieri non accompagnati dei Comuni di Roma e Latina e nel Progetto Pral4 della Rete anti tratta. Eppure, dalla coop e dal consorzio, hanno risposto: «Quando arrivano i soldi paghiamo i dipendenti».
«Accoglienza e contrasto allo sfruttamento del lavoro non si possono fare sulla pelle degli operatori impiegati», denuncia Cartisano, che aggiunge: «Non accettiamo più di sentire dalle società affidatarie che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono e aggiudicano i servizi. Senza rischio d’impresa, gettata tutta sugli operatori, tutti avrebbero la capacità di fare accoglienza e integrazione».
Una questione diffusa in Italia e che sembra praticamente ignorata dalla gestione del ministro Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. C’è infine un altro punto, emerso, seppur con una certa timidezza, durante l’incontro all’Ispettorato del lavoro: le buste paga, a dire dei lavoratori, non sarebbero regolari. Sulla paga oraria, che sarebbe inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro, e sui metodi di pagamento (alcuni, pare, provenienti da istituti di credito ruandesi) si starebbe concentrando ora l’analisi dell’Ispettorato. Mentre dalla Prefettura confermano la volontà di affrontare la questione, convocando nell’immediatezza la delegazione sindacale di Uiltucs. Che negli ultimi giorni ha raccolto anche ulteriori testimonianze da altri cinque lavoratori, pure loro in arretrato con i pagamenti degli stipendi. «Gli arretrati già certificati all’Ispettorato ammontano a circa 300.000 euro», spiega alla Verità Cartisano. Questa è la cifra finita negli accordi prontamente disattesi dalla coop e dal consorzio pro migranti.
West compra il social della destra
«In un mondo in cui le opinioni conservatrici sono considerate controverse, dobbiamo assicurarci il diritto di poterci esprimere liberamente». Kanye West, Ye, come lo si dovrebbe chiamare da che ha legalmente cambiato il proprio nome, ha voluto giustificarla così la decisione di acquistare Parler, social network statunitense nato nel 2018 e divenuto caro alle frange più estreme della destra.
«Ye non è soltanto un musicista e un gigante della moda, ma - come Parler -è un individuo che si è trovato ad affrontare censure non necessarie e prive di ogni logica, un uomo che è stato cancellato dalle Grandi tecnologie», ha commentato George Farmer, ceo di Parler, facendo diretto riferimento agli episodi più recenti, alla bagarre fra Twitter e l’ex signor Kardashian, bannato dopo aver scritto post antisemiti. «Ye condivide la nostra passione per il pensiero indipendente e il libero scambio di opinioni», ha continuato Farmer, nel cui comunicato stampa si è potuto leggere come l’accordo preliminare - da finalizzarsi, in teoria, entro la fine dell’anno - voglia portare alla creazione di un «ecosistema che non sia cancellabile».
«Nessuno dovrebbe autocensurarsi perché incerto sul fatto che un pensiero assolutamente legale possa portarlo a essere bannato da un social. Nessun individuo o compagnia dovrebbe preoccuparsi di essere “depiattaformizzati” per aver espresso punti di vista considerati nemici, come successo a Parler», la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google e cancellata dai server di Amazon dopo l’assalto al Campidoglio, organizzato (anche) attraverso il social. «Il pensiero unico è, ed è sempre stato, più pericoloso del pensiero indipendente», ha concluso Farmer, promettendo di lavorare perché Parler rimanga «un luogo in cui chiunque possa pensare, ascoltare e parlare liberamente. Continueremo a combattere la censura, la cancel culture e le dittature». Quelle forme di dispotismo del pensiero che West da tempo si è detto impegnato a distruggere.
Il rapper, che nel 2020 si è candidato per la presidenza degli Usa, ottenendo appena 60.000 voti, ha provato via social a battersi per un mondo libero. Poi, ha cercato di fare di sé un manifesto parlante. A Parigi, durante l’ultima settimana della moda, ha sfilato con una maglietta brandizzata: «White lives matter», si è letto sulla t-shirt, copia satirica degli slogan del Black lives matter. L’effetto, oggi come allora, però, non è stato quello sperato. Kanye West è stato liquidato come un matto, un bipolare.
Anche Donald Trump, suo amico di vecchia data, avrebbe preso le distanze dal musicista. «Sta andando fuori di testa», avrebbe detto ad una fonte di Rolling Stones, asserendo che il rapper abbia «bisogno di aiuto».
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Fondata dalla suocera e guidata dalla moglie di Soumahoro, entrato in Parlamento con Verdi e Sinistra, ha accumulato debiti per 2 milioni di euro. Il paradosso: lavora nel programma di contrasto del caporalato.Kanye West, il discusso rapper che nel 2020 si è candidato alla presidenza Usa, vuole «assicurare il diritto di potersi esprimere liberamente». Acquisirà Parler, caro agli ultrà.Lo speciale contiene due articoli.Già il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro, eletto deputato con la lista Alleanza verdi e Sinistra italiana (che si è presentato per la prima volta alla Camera indossando un paio di stivali da lavoro sporchi di fango), si era preso i rimbrotti («Tu in hotel, noi nel fango») dei suoi ex compagni che gli contestavano, come ha ricostruito La Verità, che una parte dei fondi per le baraccopoli di Torretta Antonacci (ex Ghetto di Rignano) e Borgo Mezzanone (Foggia) era stata spesa altrove. Ora a imbarazzare ulteriormente il panorama buonista dell’ultrasinistra ma anche l’ex sindacalista entrato in Parlamento Soumahoro c’è una faccenda che riguarda una ventina di lavoratrici (italiane e non), dipendenti di una coop e di un consorzio del settore dell’accoglienza per richiedenti asilo, che non ricevono lo stipendio da una quindicina di mesi. La coop è molto famosa nell’Agro Pontino: si chiama Karibu ed è stata fondata da Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, che ha sposato la figlia,Liliane Murekatete. Liliane, in pubblico sempre vestita con gli abiti tradizionali del Ruanda, alla Camera di commercio risulta consigliera del cda della Karibu, anche se durante i convegni e sulla stampa locale viene presentata come presidente, carica questa, invece, rivestita, carte alla mano, dalla mamma. Di fatto, però, deve essere Liliane a guidare l’azienda, assieme a un altro amministratore, pure lui ruandese, Michel Rakundo. Rakundo si presenta come rappresentante di Aid (il consorzio collegato alla coop si chiama proprio Aid), «ente attivo nell’ambito dell’accoglienza globale, nonché alla cooperazione internazionale, nell’ambito del nuovo paradigma della cooperazione sostenibile, oltre che all’attività divulgativa». E, oltre a essere una penna del Black post, il giornale online per i migranti, è molto attivo negli incontri pubblici in cui si affrontano i temi dello ius scholae e dei diritti di cittadinanza. La coop Karibu ha chiuso l’ultimo bilancio in perdita di 175.000 euro. E ha accumulato debiti con gli istituti di credito per 453.535 euro e con i fornitori per poco più di 207.000 euro. Ai quali si sommano quelli verso gli istituti di previdenza e di sicurezza sociale. Per un totale di oltre 2 milioni. E nonostante il valore della produzione ammonti a 1.791.000 euro, con costo del personale fermo a 865.000, i dipendenti sono rimasti per un bel po' a bocca asciutta. Dal sindacato Uiltucs, dopo un incontro all’Ispettorato del lavoro, il responsabile territoriale Gianfranco Cartisano ha avanzato una richiesta d’incontro al Prefetto di Latina, Maurizio Falco, spiegando che «Karibu e Consorzio Aid, pur riconoscendo il debito per ciascun dipendente, a oggi hanno disatteso l’accordo di pagamento rateale per i circa 20 lavoratori, rimanendo tuttora inadempiente e lasciando i lavoratori senza stipendio da diversi mesi». E, in particolare, ha sottolineato Cartisano, «si stigmatizza l’atteggiamento dei responsabili delle società, i quali sosterrebbero che il mancato pagamento delle retribuzioni sia connesso a presunti ritardi dell’Ufficio territoriale del governo, nonché degli enti in cui sono attivi i progetti gestiti». Da Karibu e consorzio, insomma, avrebbero scaricato le responsabilità sulla prefettura. Ma l’aspetto davvero paradossale di tutta questa vicenda è un altro: tra i lavoratori che hanno chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro per il tramite della Uiltucs ci sono anche mediatori culturali e formatori che rientrano nel programma di contrasto del fenomeno del caporalato, un progetto per il quale Regione Lazio e ministero si sono impegnati con non poche risorse. La coop e il consorzio collegato, inoltre, sono impegnati nel Progetto Koala, finanziato con l’8 per 1.000 dalla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Progetto accoglienza per minori stranieri non accompagnati dei Comuni di Roma e Latina e nel Progetto Pral4 della Rete anti tratta. Eppure, dalla coop e dal consorzio, hanno risposto: «Quando arrivano i soldi paghiamo i dipendenti».«Accoglienza e contrasto allo sfruttamento del lavoro non si possono fare sulla pelle degli operatori impiegati», denuncia Cartisano, che aggiunge: «Non accettiamo più di sentire dalle società affidatarie che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono e aggiudicano i servizi. Senza rischio d’impresa, gettata tutta sugli operatori, tutti avrebbero la capacità di fare accoglienza e integrazione». Una questione diffusa in Italia e che sembra praticamente ignorata dalla gestione del ministro Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. C’è infine un altro punto, emerso, seppur con una certa timidezza, durante l’incontro all’Ispettorato del lavoro: le buste paga, a dire dei lavoratori, non sarebbero regolari. Sulla paga oraria, che sarebbe inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro, e sui metodi di pagamento (alcuni, pare, provenienti da istituti di credito ruandesi) si starebbe concentrando ora l’analisi dell’Ispettorato. Mentre dalla Prefettura confermano la volontà di affrontare la questione, convocando nell’immediatezza la delegazione sindacale di Uiltucs. Che negli ultimi giorni ha raccolto anche ulteriori testimonianze da altri cinque lavoratori, pure loro in arretrato con i pagamenti degli stipendi. «Gli arretrati già certificati all’Ispettorato ammontano a circa 300.000 euro», spiega alla Verità Cartisano. Questa è la cifra finita negli accordi prontamente disattesi dalla coop e dal consorzio pro migranti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/soumahoro-coop-debiti-2658465965.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="west-compra-il-social-della-destra" data-post-id="2658465965" data-published-at="1666089368" data-use-pagination="False"> West compra il social della destra «In un mondo in cui le opinioni conservatrici sono considerate controverse, dobbiamo assicurarci il diritto di poterci esprimere liberamente». Kanye West, Ye, come lo si dovrebbe chiamare da che ha legalmente cambiato il proprio nome, ha voluto giustificarla così la decisione di acquistare Parler, social network statunitense nato nel 2018 e divenuto caro alle frange più estreme della destra. «Ye non è soltanto un musicista e un gigante della moda, ma - come Parler -è un individuo che si è trovato ad affrontare censure non necessarie e prive di ogni logica, un uomo che è stato cancellato dalle Grandi tecnologie», ha commentato George Farmer, ceo di Parler, facendo diretto riferimento agli episodi più recenti, alla bagarre fra Twitter e l’ex signor Kardashian, bannato dopo aver scritto post antisemiti. «Ye condivide la nostra passione per il pensiero indipendente e il libero scambio di opinioni», ha continuato Farmer, nel cui comunicato stampa si è potuto leggere come l’accordo preliminare - da finalizzarsi, in teoria, entro la fine dell’anno - voglia portare alla creazione di un «ecosistema che non sia cancellabile». «Nessuno dovrebbe autocensurarsi perché incerto sul fatto che un pensiero assolutamente legale possa portarlo a essere bannato da un social. Nessun individuo o compagnia dovrebbe preoccuparsi di essere “depiattaformizzati” per aver espresso punti di vista considerati nemici, come successo a Parler», la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google e cancellata dai server di Amazon dopo l’assalto al Campidoglio, organizzato (anche) attraverso il social. «Il pensiero unico è, ed è sempre stato, più pericoloso del pensiero indipendente», ha concluso Farmer, promettendo di lavorare perché Parler rimanga «un luogo in cui chiunque possa pensare, ascoltare e parlare liberamente. Continueremo a combattere la censura, la cancel culture e le dittature». Quelle forme di dispotismo del pensiero che West da tempo si è detto impegnato a distruggere. Il rapper, che nel 2020 si è candidato per la presidenza degli Usa, ottenendo appena 60.000 voti, ha provato via social a battersi per un mondo libero. Poi, ha cercato di fare di sé un manifesto parlante. A Parigi, durante l’ultima settimana della moda, ha sfilato con una maglietta brandizzata: «White lives matter», si è letto sulla t-shirt, copia satirica degli slogan del Black lives matter. L’effetto, oggi come allora, però, non è stato quello sperato. Kanye West è stato liquidato come un matto, un bipolare. Anche Donald Trump, suo amico di vecchia data, avrebbe preso le distanze dal musicista. «Sta andando fuori di testa», avrebbe detto ad una fonte di Rolling Stones, asserendo che il rapper abbia «bisogno di aiuto».
Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
www.carlopelanda.com
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Luca Mercalli (Ansa)
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Che c’entrano le ascelle sudate degli altri?
Mentre Bruxelles è inondata di caldo, come del resto anche altri Paesi europei, venerdì il personale che lavora a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, ha ricevuto verso mezzogiorno un sms con questo avviso: a causa delle condizioni meteorologiche estreme, è stato necessario spegnere l’impianto di climatizzazione dal primo piano al settimo piano per il resto della giornata. E fin qui sarebbe quello che è successo anche da tante altre parti.
Ma l’edificio ha 13 piani e, oltre a ospitare la presidente Ursula e i suoi 26 commissari, accoglie anche 3.000 dipendenti. Ursula lavora al tredicesimo piano e la maggior parte dei commissari si trova dall’ottavo piano in su. Quindi loro con le ascelle asciutte, tutti gli altri, dal settimo piano in giù, con le ascelle bagnate. È l’inaugurazione di una nuova forma di ecologismo: quello fatto con le ascelle degli altri. Ha detto bene un funzionario europeo che lavora dal settimo piano in giù: queste cose non accadevano dall’epoca medievale, dove il vassallo aveva più rispetto dei valvassori e dei valvassini. L’imperatrice Ursula se ne fotte di tutti e tre. Nel suo Medioevo lei ha diritto all’aria condizionata e gli altri no.
Mentre gli altri morivano di caldo, lei se ne stava tranquilla al riparo dal global warming di cui si parla un giorno sì e un giorno no. Tra le norme di comportamento indicate per il popolo bue europeo c’era anche quella di contenere l’uso dei condizionatori e delle lavatrici. Certo, lei la camicia, stando al fresco, magari se la cambia una volta a settimana, mentre il cofano che porta in testa lo deve riempire di lacca, favorendo il buco dell’ozono, tutti i giorni.
Un altro funzionario ha concordato con l’opinione del suo collega sul fatto che si tratti di una «vergogna». Ci sono andati piano, forse perché nonostante l’anonimato che è stato loro garantito, avevano comunque paura delle reazioni di quelli dall’ottavo piano in su. Non è solo una vergogna, è un’onta, detta con linguaggio aulico, cioè un’offesa e un oltraggio molto grave a chi lavora. Ed è anche un’ignominia, cioè un atto che esprime il disonore di chi lo ha compiuto.
La Commissione europea ha spesso richiamato nei suoi documenti la necessità di eliminare la realtà del caporalato e poi, quando ha dovuto proteggere le proprie ascelle, se n’è sbattuta delle ascelle degli altri, lasciandoli lavorare ed esprimendo una solidarietà pari a quella di soggetti spregevoli che comandano il caporalato.
Ma io mi chiedo: come si fa a fare una cosa del genere? Con quale senso del rispetto altrui? Con quale senso del rispetto della dignità del lavoro altrui? Ma da ora in poi, con quale credibilità potranno chiedere sacrifici ai cittadini europei, non essendo neanche stati capaci di bloccare le attività di tutto il palazzo né di non spegnere l’aria condizionata dal settimo piano in giù, tantomeno di andare tutti a casa senza discriminazioni di sorta. No, hanno fatto i pinguini con l’aria condizionata a palla, lasciando i dipendenti in quel palazzo di metallo e di vetro che senza aria condizionata è diventato una fornace. O meglio, una griglia, tanto sulla griglia c’erano gli altri. A un certo punto, forse, avranno pensato: andiamo a girarli perché da una parte sono già cotti. Da questi c’è da aspettarsi di tutto. Ormai non ci meraviglierebbe più niente. Per la verità, da tempo, però quest’ultimo fatto è veramente fuori da ogni logica.
In Europa, solo un quinto delle famiglie è dotato di aria condizionata, in più chi ce l’ha deve o non usarla, sempre secondo i commissari, o usarla al minimo. Altro che coerenza ecologica, qui c’è della coerenza fotti-logica: fai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Siamo all’inversione radicale e totale della regola aurea dei comportamenti eticamente corretti o almeno decenti, da un punto di vista morale.
Insisto molto su questa vergogna vera e propria perché i comportamenti, talora, soprattutto quando coscientemente attuati svelano molto a proposito di chi li compie. Si può insistere continuamente contro ogni evidenza empirica, nei propri provvedimenti che generano effetti negativi, se non perché solo guidati da un’ideologia astratta e dannosa?
C’è forse qualcuno che dice che non c’è un problema ecologico nel nostro mondo? Tutti preferiremmo vivere in città senza le polveri sottili che danneggiano spesso irrimediabilmente i nostri polmoni. Tutti vorremmo respirare un’aria pulita. Tutti ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli da un punto di vista ambientale.
Ma chi ci governa, oltre che a preoccuparsene, deve, a partire da se stesso, agire di conseguenza. Non può lasciare agli altri gli oneri dell’ascella sudata e a se stesso gli onori dell’ascella pulita. Altrimenti dal global warming si passa direttamente al global fotting. All’inizio della settimana la Commissione ha diffuso delle linee guida per il proprio personale, tra cui evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere acqua regolarmente e iniziare a lavorare prima. Tre colpi di genio. Poi, sempre per questi lavoratori, ha pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Maria Teresa a chi chiedeva il pane disse di dare delle brioche. Questi a chi muore di caldo dicono di dare degli asciugamani.
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Guido Guidesi (Ansa)
«Non sempre aver ragione dà soddisfazione». All’indomani della notizia che in Volkswagen rischiano di saltare 100.000 posti e quattro stabilimenti potrebbero chiudere, Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, ricorda che già nel 2021 aveva lanciato l’allarme per la Lombardia, sulle conseguenze della decisione del Parlamento europeo di terminare nel 2035 le vendite di auto nuove a benzina e diesel. «Allora dissi che erano a rischio 20.000 posti di lavoro e mi riferivo solo al contesto lombardo», afferma Guidesi commentando le notizie che arrivano dalla Germania. Una preoccupazione giustificata dai numeri dell’automotive. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa 1.000 imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50.000 addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. È la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa.
Le associazioni di categoria e sindacati, nel 2021 avevano stimato che una transazione troppo rapida verso l’elettrico, mette in pericolo, in tutta Italia, circa 70.000 posti di lavoro. Quindi la decisione di Volkswagen di ridurre di 100.000 unità l’organico era un disastro annunciato e non solo dalla stessa casa automobilistica che aveva già varato un piano di riduzione dei costi, rivelatosi insufficiente. «Molto probabilmente avremo una mobilità sostenibile in Europa che sarà marchiata Cina», commenta Guidesi. «Un suicidio industriale che entrerà nei libri di storia: profitto finanziario immediato, supponenza e regole stupide distruggono la più grande industria del Continente». L’assessore poi puntualizza che gli obiettivi ambientali vanno bene ma «ci sia libertà su come raggiungerli altrimenti l’automotive sarà un precedente di tanti altri settori industriali». La viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in occasione del Consiglio Ue Ambiente, che si è svolto venerdì scorso a Lussemburgo, ha rilanciato quella che potrebbe essere una strada da seguire. «Siamo convinti che l’elettrico sarà un protagonista importante del percorso di transizione del settore automotive. Ma non possiamo costruire il futuro dell’automotive europeo su una sola tecnologia: significa cadere nel rischio di legare il futuro industriale del settore a chi al momento ha il controllo di determinate filiere critiche. Non chiediamo un passo indietro, ma una strada in più per ottenere lo stesso obiettivo climatico».
L’Italia insiste sulla necessità di introdurre nel regolamento «una nuova categoria di veicoli a carburanti sostenibili, da considerare anche ai fini regolatori nell'ambito dei veicoli a emissioni zero», ha ribadito la viceministra.
Gava ha sottolineato una realtà preoccupante: «In Italia nei primi cinque mesi dell’anno i marchi legati a gruppi automobilistici extraeuropei, e quindi non prodotti nella Ue, hanno già raggiunto circa l’11% del mercato italiano. Dobbiamo diversificare». Poi ha ricordato che «l’Europa ha già infrastrutture per la diffusione dei combustibili liquidi». La strategia è di «alimentarle anche con combustibili sostenibili per garantire la nostra sicurezza energetica ed economica. Dobbiamo introdurre questa categoria di veicoli non per indebolire gli obiettivi climatici, ma per raggiungerli con più strumenti e più coraggio politico».
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