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2022-10-18
La coop di famiglia del deputato eletto coi dem non paga i dipendenti
Aboubakar Soumahoro (Ansa)
Già il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro, eletto deputato con la lista Alleanza verdi e Sinistra italiana (che si è presentato per la prima volta alla Camera indossando un paio di stivali da lavoro sporchi di fango), si era preso i rimbrotti («Tu in hotel, noi nel fango») dei suoi ex compagni che gli contestavano, come ha ricostruito La Verità, che una parte dei fondi per le baraccopoli di Torretta Antonacci (ex Ghetto di Rignano) e Borgo Mezzanone (Foggia) era stata spesa altrove.
Ora a imbarazzare ulteriormente il panorama buonista dell’ultrasinistra ma anche l’ex sindacalista entrato in Parlamento Soumahoro c’è una faccenda che riguarda una ventina di lavoratrici (italiane e non), dipendenti di una coop e di un consorzio del settore dell’accoglienza per richiedenti asilo, che non ricevono lo stipendio da una quindicina di mesi. La coop è molto famosa nell’Agro Pontino: si chiama Karibu ed è stata fondata da Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, che ha sposato la figlia,
Liliane Murekatete. Liliane, in pubblico sempre vestita con gli abiti tradizionali del Ruanda, alla Camera di commercio risulta consigliera del cda della Karibu, anche se durante i convegni e sulla stampa locale viene presentata come presidente, carica questa, invece, rivestita, carte alla mano, dalla mamma. Di fatto, però, deve essere Liliane a guidare l’azienda, assieme a un altro amministratore, pure lui ruandese, Michel Rakundo. Rakundo si presenta come rappresentante di Aid (il consorzio collegato alla coop si chiama proprio Aid), «ente attivo nell’ambito dell’accoglienza globale, nonché alla cooperazione internazionale, nell’ambito del nuovo paradigma della cooperazione sostenibile, oltre che all’attività divulgativa». E, oltre a essere una penna del Black post, il giornale online per i migranti, è molto attivo negli incontri pubblici in cui si affrontano i temi dello ius scholae e dei diritti di cittadinanza.
La coop Karibu ha chiuso l’ultimo bilancio in perdita di 175.000 euro. E ha accumulato debiti con gli istituti di credito per 453.535 euro e con i fornitori per poco più di 207.000 euro. Ai quali si sommano quelli verso gli istituti di previdenza e di sicurezza sociale. Per un totale di oltre 2 milioni. E nonostante il valore della produzione ammonti a 1.791.000 euro, con costo del personale fermo a 865.000, i dipendenti sono rimasti per un bel po' a bocca asciutta.
Dal sindacato Uiltucs, dopo un incontro all’Ispettorato del lavoro, il responsabile territoriale Gianfranco Cartisano ha avanzato una richiesta d’incontro al Prefetto di Latina, Maurizio Falco, spiegando che «Karibu e Consorzio Aid, pur riconoscendo il debito per ciascun dipendente, a oggi hanno disatteso l’accordo di pagamento rateale per i circa 20 lavoratori, rimanendo tuttora inadempiente e lasciando i lavoratori senza stipendio da diversi mesi». E, in particolare, ha sottolineato Cartisano, «si stigmatizza l’atteggiamento dei responsabili delle società, i quali sosterrebbero che il mancato pagamento delle retribuzioni sia connesso a presunti ritardi dell’Ufficio territoriale del governo, nonché degli enti in cui sono attivi i progetti gestiti». Da Karibu e consorzio, insomma, avrebbero scaricato le responsabilità sulla prefettura.
Ma l’aspetto davvero paradossale di tutta questa vicenda è un altro: tra i lavoratori che hanno chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro per il tramite della Uiltucs ci sono anche mediatori culturali e formatori che rientrano nel programma di contrasto del fenomeno del caporalato, un progetto per il quale Regione Lazio e ministero si sono impegnati con non poche risorse. La coop e il consorzio collegato, inoltre, sono impegnati nel Progetto Koala, finanziato con l’8 per 1.000 dalla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Progetto accoglienza per minori stranieri non accompagnati dei Comuni di Roma e Latina e nel Progetto Pral4 della Rete anti tratta. Eppure, dalla coop e dal consorzio, hanno risposto: «Quando arrivano i soldi paghiamo i dipendenti».
«Accoglienza e contrasto allo sfruttamento del lavoro non si possono fare sulla pelle degli operatori impiegati», denuncia Cartisano, che aggiunge: «Non accettiamo più di sentire dalle società affidatarie che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono e aggiudicano i servizi. Senza rischio d’impresa, gettata tutta sugli operatori, tutti avrebbero la capacità di fare accoglienza e integrazione».
Una questione diffusa in Italia e che sembra praticamente ignorata dalla gestione del ministro Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. C’è infine un altro punto, emerso, seppur con una certa timidezza, durante l’incontro all’Ispettorato del lavoro: le buste paga, a dire dei lavoratori, non sarebbero regolari. Sulla paga oraria, che sarebbe inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro, e sui metodi di pagamento (alcuni, pare, provenienti da istituti di credito ruandesi) si starebbe concentrando ora l’analisi dell’Ispettorato. Mentre dalla Prefettura confermano la volontà di affrontare la questione, convocando nell’immediatezza la delegazione sindacale di Uiltucs. Che negli ultimi giorni ha raccolto anche ulteriori testimonianze da altri cinque lavoratori, pure loro in arretrato con i pagamenti degli stipendi. «Gli arretrati già certificati all’Ispettorato ammontano a circa 300.000 euro», spiega alla Verità Cartisano. Questa è la cifra finita negli accordi prontamente disattesi dalla coop e dal consorzio pro migranti.
West compra il social della destra
«In un mondo in cui le opinioni conservatrici sono considerate controverse, dobbiamo assicurarci il diritto di poterci esprimere liberamente». Kanye West, Ye, come lo si dovrebbe chiamare da che ha legalmente cambiato il proprio nome, ha voluto giustificarla così la decisione di acquistare Parler, social network statunitense nato nel 2018 e divenuto caro alle frange più estreme della destra.
«Ye non è soltanto un musicista e un gigante della moda, ma - come Parler -è un individuo che si è trovato ad affrontare censure non necessarie e prive di ogni logica, un uomo che è stato cancellato dalle Grandi tecnologie», ha commentato George Farmer, ceo di Parler, facendo diretto riferimento agli episodi più recenti, alla bagarre fra Twitter e l’ex signor Kardashian, bannato dopo aver scritto post antisemiti. «Ye condivide la nostra passione per il pensiero indipendente e il libero scambio di opinioni», ha continuato Farmer, nel cui comunicato stampa si è potuto leggere come l’accordo preliminare - da finalizzarsi, in teoria, entro la fine dell’anno - voglia portare alla creazione di un «ecosistema che non sia cancellabile».
«Nessuno dovrebbe autocensurarsi perché incerto sul fatto che un pensiero assolutamente legale possa portarlo a essere bannato da un social. Nessun individuo o compagnia dovrebbe preoccuparsi di essere “depiattaformizzati” per aver espresso punti di vista considerati nemici, come successo a Parler», la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google e cancellata dai server di Amazon dopo l’assalto al Campidoglio, organizzato (anche) attraverso il social. «Il pensiero unico è, ed è sempre stato, più pericoloso del pensiero indipendente», ha concluso Farmer, promettendo di lavorare perché Parler rimanga «un luogo in cui chiunque possa pensare, ascoltare e parlare liberamente. Continueremo a combattere la censura, la cancel culture e le dittature». Quelle forme di dispotismo del pensiero che West da tempo si è detto impegnato a distruggere.
Il rapper, che nel 2020 si è candidato per la presidenza degli Usa, ottenendo appena 60.000 voti, ha provato via social a battersi per un mondo libero. Poi, ha cercato di fare di sé un manifesto parlante. A Parigi, durante l’ultima settimana della moda, ha sfilato con una maglietta brandizzata: «White lives matter», si è letto sulla t-shirt, copia satirica degli slogan del Black lives matter. L’effetto, oggi come allora, però, non è stato quello sperato. Kanye West è stato liquidato come un matto, un bipolare.
Anche Donald Trump, suo amico di vecchia data, avrebbe preso le distanze dal musicista. «Sta andando fuori di testa», avrebbe detto ad una fonte di Rolling Stones, asserendo che il rapper abbia «bisogno di aiuto».
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Fondata dalla suocera e guidata dalla moglie di Soumahoro, entrato in Parlamento con Verdi e Sinistra, ha accumulato debiti per 2 milioni di euro. Il paradosso: lavora nel programma di contrasto del caporalato.Kanye West, il discusso rapper che nel 2020 si è candidato alla presidenza Usa, vuole «assicurare il diritto di potersi esprimere liberamente». Acquisirà Parler, caro agli ultrà.Lo speciale contiene due articoli.Già il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro, eletto deputato con la lista Alleanza verdi e Sinistra italiana (che si è presentato per la prima volta alla Camera indossando un paio di stivali da lavoro sporchi di fango), si era preso i rimbrotti («Tu in hotel, noi nel fango») dei suoi ex compagni che gli contestavano, come ha ricostruito La Verità, che una parte dei fondi per le baraccopoli di Torretta Antonacci (ex Ghetto di Rignano) e Borgo Mezzanone (Foggia) era stata spesa altrove. Ora a imbarazzare ulteriormente il panorama buonista dell’ultrasinistra ma anche l’ex sindacalista entrato in Parlamento Soumahoro c’è una faccenda che riguarda una ventina di lavoratrici (italiane e non), dipendenti di una coop e di un consorzio del settore dell’accoglienza per richiedenti asilo, che non ricevono lo stipendio da una quindicina di mesi. La coop è molto famosa nell’Agro Pontino: si chiama Karibu ed è stata fondata da Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, che ha sposato la figlia,Liliane Murekatete. Liliane, in pubblico sempre vestita con gli abiti tradizionali del Ruanda, alla Camera di commercio risulta consigliera del cda della Karibu, anche se durante i convegni e sulla stampa locale viene presentata come presidente, carica questa, invece, rivestita, carte alla mano, dalla mamma. Di fatto, però, deve essere Liliane a guidare l’azienda, assieme a un altro amministratore, pure lui ruandese, Michel Rakundo. Rakundo si presenta come rappresentante di Aid (il consorzio collegato alla coop si chiama proprio Aid), «ente attivo nell’ambito dell’accoglienza globale, nonché alla cooperazione internazionale, nell’ambito del nuovo paradigma della cooperazione sostenibile, oltre che all’attività divulgativa». E, oltre a essere una penna del Black post, il giornale online per i migranti, è molto attivo negli incontri pubblici in cui si affrontano i temi dello ius scholae e dei diritti di cittadinanza. La coop Karibu ha chiuso l’ultimo bilancio in perdita di 175.000 euro. E ha accumulato debiti con gli istituti di credito per 453.535 euro e con i fornitori per poco più di 207.000 euro. Ai quali si sommano quelli verso gli istituti di previdenza e di sicurezza sociale. Per un totale di oltre 2 milioni. E nonostante il valore della produzione ammonti a 1.791.000 euro, con costo del personale fermo a 865.000, i dipendenti sono rimasti per un bel po' a bocca asciutta. Dal sindacato Uiltucs, dopo un incontro all’Ispettorato del lavoro, il responsabile territoriale Gianfranco Cartisano ha avanzato una richiesta d’incontro al Prefetto di Latina, Maurizio Falco, spiegando che «Karibu e Consorzio Aid, pur riconoscendo il debito per ciascun dipendente, a oggi hanno disatteso l’accordo di pagamento rateale per i circa 20 lavoratori, rimanendo tuttora inadempiente e lasciando i lavoratori senza stipendio da diversi mesi». E, in particolare, ha sottolineato Cartisano, «si stigmatizza l’atteggiamento dei responsabili delle società, i quali sosterrebbero che il mancato pagamento delle retribuzioni sia connesso a presunti ritardi dell’Ufficio territoriale del governo, nonché degli enti in cui sono attivi i progetti gestiti». Da Karibu e consorzio, insomma, avrebbero scaricato le responsabilità sulla prefettura. Ma l’aspetto davvero paradossale di tutta questa vicenda è un altro: tra i lavoratori che hanno chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro per il tramite della Uiltucs ci sono anche mediatori culturali e formatori che rientrano nel programma di contrasto del fenomeno del caporalato, un progetto per il quale Regione Lazio e ministero si sono impegnati con non poche risorse. La coop e il consorzio collegato, inoltre, sono impegnati nel Progetto Koala, finanziato con l’8 per 1.000 dalla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Progetto accoglienza per minori stranieri non accompagnati dei Comuni di Roma e Latina e nel Progetto Pral4 della Rete anti tratta. Eppure, dalla coop e dal consorzio, hanno risposto: «Quando arrivano i soldi paghiamo i dipendenti».«Accoglienza e contrasto allo sfruttamento del lavoro non si possono fare sulla pelle degli operatori impiegati», denuncia Cartisano, che aggiunge: «Non accettiamo più di sentire dalle società affidatarie che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono e aggiudicano i servizi. Senza rischio d’impresa, gettata tutta sugli operatori, tutti avrebbero la capacità di fare accoglienza e integrazione». Una questione diffusa in Italia e che sembra praticamente ignorata dalla gestione del ministro Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. C’è infine un altro punto, emerso, seppur con una certa timidezza, durante l’incontro all’Ispettorato del lavoro: le buste paga, a dire dei lavoratori, non sarebbero regolari. Sulla paga oraria, che sarebbe inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro, e sui metodi di pagamento (alcuni, pare, provenienti da istituti di credito ruandesi) si starebbe concentrando ora l’analisi dell’Ispettorato. Mentre dalla Prefettura confermano la volontà di affrontare la questione, convocando nell’immediatezza la delegazione sindacale di Uiltucs. Che negli ultimi giorni ha raccolto anche ulteriori testimonianze da altri cinque lavoratori, pure loro in arretrato con i pagamenti degli stipendi. «Gli arretrati già certificati all’Ispettorato ammontano a circa 300.000 euro», spiega alla Verità Cartisano. Questa è la cifra finita negli accordi prontamente disattesi dalla coop e dal consorzio pro migranti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/soumahoro-coop-debiti-2658465965.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="west-compra-il-social-della-destra" data-post-id="2658465965" data-published-at="1666089368" data-use-pagination="False"> West compra il social della destra «In un mondo in cui le opinioni conservatrici sono considerate controverse, dobbiamo assicurarci il diritto di poterci esprimere liberamente». Kanye West, Ye, come lo si dovrebbe chiamare da che ha legalmente cambiato il proprio nome, ha voluto giustificarla così la decisione di acquistare Parler, social network statunitense nato nel 2018 e divenuto caro alle frange più estreme della destra. «Ye non è soltanto un musicista e un gigante della moda, ma - come Parler -è un individuo che si è trovato ad affrontare censure non necessarie e prive di ogni logica, un uomo che è stato cancellato dalle Grandi tecnologie», ha commentato George Farmer, ceo di Parler, facendo diretto riferimento agli episodi più recenti, alla bagarre fra Twitter e l’ex signor Kardashian, bannato dopo aver scritto post antisemiti. «Ye condivide la nostra passione per il pensiero indipendente e il libero scambio di opinioni», ha continuato Farmer, nel cui comunicato stampa si è potuto leggere come l’accordo preliminare - da finalizzarsi, in teoria, entro la fine dell’anno - voglia portare alla creazione di un «ecosistema che non sia cancellabile». «Nessuno dovrebbe autocensurarsi perché incerto sul fatto che un pensiero assolutamente legale possa portarlo a essere bannato da un social. Nessun individuo o compagnia dovrebbe preoccuparsi di essere “depiattaformizzati” per aver espresso punti di vista considerati nemici, come successo a Parler», la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google e cancellata dai server di Amazon dopo l’assalto al Campidoglio, organizzato (anche) attraverso il social. «Il pensiero unico è, ed è sempre stato, più pericoloso del pensiero indipendente», ha concluso Farmer, promettendo di lavorare perché Parler rimanga «un luogo in cui chiunque possa pensare, ascoltare e parlare liberamente. Continueremo a combattere la censura, la cancel culture e le dittature». Quelle forme di dispotismo del pensiero che West da tempo si è detto impegnato a distruggere. Il rapper, che nel 2020 si è candidato per la presidenza degli Usa, ottenendo appena 60.000 voti, ha provato via social a battersi per un mondo libero. Poi, ha cercato di fare di sé un manifesto parlante. A Parigi, durante l’ultima settimana della moda, ha sfilato con una maglietta brandizzata: «White lives matter», si è letto sulla t-shirt, copia satirica degli slogan del Black lives matter. L’effetto, oggi come allora, però, non è stato quello sperato. Kanye West è stato liquidato come un matto, un bipolare. Anche Donald Trump, suo amico di vecchia data, avrebbe preso le distanze dal musicista. «Sta andando fuori di testa», avrebbe detto ad una fonte di Rolling Stones, asserendo che il rapper abbia «bisogno di aiuto».
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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