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2022-10-18
La coop di famiglia del deputato eletto coi dem non paga i dipendenti
Aboubakar Soumahoro (Ansa)
Già il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro, eletto deputato con la lista Alleanza verdi e Sinistra italiana (che si è presentato per la prima volta alla Camera indossando un paio di stivali da lavoro sporchi di fango), si era preso i rimbrotti («Tu in hotel, noi nel fango») dei suoi ex compagni che gli contestavano, come ha ricostruito La Verità, che una parte dei fondi per le baraccopoli di Torretta Antonacci (ex Ghetto di Rignano) e Borgo Mezzanone (Foggia) era stata spesa altrove.
Ora a imbarazzare ulteriormente il panorama buonista dell’ultrasinistra ma anche l’ex sindacalista entrato in Parlamento Soumahoro c’è una faccenda che riguarda una ventina di lavoratrici (italiane e non), dipendenti di una coop e di un consorzio del settore dell’accoglienza per richiedenti asilo, che non ricevono lo stipendio da una quindicina di mesi. La coop è molto famosa nell’Agro Pontino: si chiama Karibu ed è stata fondata da Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, che ha sposato la figlia,
Liliane Murekatete. Liliane, in pubblico sempre vestita con gli abiti tradizionali del Ruanda, alla Camera di commercio risulta consigliera del cda della Karibu, anche se durante i convegni e sulla stampa locale viene presentata come presidente, carica questa, invece, rivestita, carte alla mano, dalla mamma. Di fatto, però, deve essere Liliane a guidare l’azienda, assieme a un altro amministratore, pure lui ruandese, Michel Rakundo. Rakundo si presenta come rappresentante di Aid (il consorzio collegato alla coop si chiama proprio Aid), «ente attivo nell’ambito dell’accoglienza globale, nonché alla cooperazione internazionale, nell’ambito del nuovo paradigma della cooperazione sostenibile, oltre che all’attività divulgativa». E, oltre a essere una penna del Black post, il giornale online per i migranti, è molto attivo negli incontri pubblici in cui si affrontano i temi dello ius scholae e dei diritti di cittadinanza.
La coop Karibu ha chiuso l’ultimo bilancio in perdita di 175.000 euro. E ha accumulato debiti con gli istituti di credito per 453.535 euro e con i fornitori per poco più di 207.000 euro. Ai quali si sommano quelli verso gli istituti di previdenza e di sicurezza sociale. Per un totale di oltre 2 milioni. E nonostante il valore della produzione ammonti a 1.791.000 euro, con costo del personale fermo a 865.000, i dipendenti sono rimasti per un bel po' a bocca asciutta.
Dal sindacato Uiltucs, dopo un incontro all’Ispettorato del lavoro, il responsabile territoriale Gianfranco Cartisano ha avanzato una richiesta d’incontro al Prefetto di Latina, Maurizio Falco, spiegando che «Karibu e Consorzio Aid, pur riconoscendo il debito per ciascun dipendente, a oggi hanno disatteso l’accordo di pagamento rateale per i circa 20 lavoratori, rimanendo tuttora inadempiente e lasciando i lavoratori senza stipendio da diversi mesi». E, in particolare, ha sottolineato Cartisano, «si stigmatizza l’atteggiamento dei responsabili delle società, i quali sosterrebbero che il mancato pagamento delle retribuzioni sia connesso a presunti ritardi dell’Ufficio territoriale del governo, nonché degli enti in cui sono attivi i progetti gestiti». Da Karibu e consorzio, insomma, avrebbero scaricato le responsabilità sulla prefettura.
Ma l’aspetto davvero paradossale di tutta questa vicenda è un altro: tra i lavoratori che hanno chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro per il tramite della Uiltucs ci sono anche mediatori culturali e formatori che rientrano nel programma di contrasto del fenomeno del caporalato, un progetto per il quale Regione Lazio e ministero si sono impegnati con non poche risorse. La coop e il consorzio collegato, inoltre, sono impegnati nel Progetto Koala, finanziato con l’8 per 1.000 dalla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Progetto accoglienza per minori stranieri non accompagnati dei Comuni di Roma e Latina e nel Progetto Pral4 della Rete anti tratta. Eppure, dalla coop e dal consorzio, hanno risposto: «Quando arrivano i soldi paghiamo i dipendenti».
«Accoglienza e contrasto allo sfruttamento del lavoro non si possono fare sulla pelle degli operatori impiegati», denuncia Cartisano, che aggiunge: «Non accettiamo più di sentire dalle società affidatarie che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono e aggiudicano i servizi. Senza rischio d’impresa, gettata tutta sugli operatori, tutti avrebbero la capacità di fare accoglienza e integrazione».
Una questione diffusa in Italia e che sembra praticamente ignorata dalla gestione del ministro Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. C’è infine un altro punto, emerso, seppur con una certa timidezza, durante l’incontro all’Ispettorato del lavoro: le buste paga, a dire dei lavoratori, non sarebbero regolari. Sulla paga oraria, che sarebbe inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro, e sui metodi di pagamento (alcuni, pare, provenienti da istituti di credito ruandesi) si starebbe concentrando ora l’analisi dell’Ispettorato. Mentre dalla Prefettura confermano la volontà di affrontare la questione, convocando nell’immediatezza la delegazione sindacale di Uiltucs. Che negli ultimi giorni ha raccolto anche ulteriori testimonianze da altri cinque lavoratori, pure loro in arretrato con i pagamenti degli stipendi. «Gli arretrati già certificati all’Ispettorato ammontano a circa 300.000 euro», spiega alla Verità Cartisano. Questa è la cifra finita negli accordi prontamente disattesi dalla coop e dal consorzio pro migranti.
West compra il social della destra
«In un mondo in cui le opinioni conservatrici sono considerate controverse, dobbiamo assicurarci il diritto di poterci esprimere liberamente». Kanye West, Ye, come lo si dovrebbe chiamare da che ha legalmente cambiato il proprio nome, ha voluto giustificarla così la decisione di acquistare Parler, social network statunitense nato nel 2018 e divenuto caro alle frange più estreme della destra.
«Ye non è soltanto un musicista e un gigante della moda, ma - come Parler -è un individuo che si è trovato ad affrontare censure non necessarie e prive di ogni logica, un uomo che è stato cancellato dalle Grandi tecnologie», ha commentato George Farmer, ceo di Parler, facendo diretto riferimento agli episodi più recenti, alla bagarre fra Twitter e l’ex signor Kardashian, bannato dopo aver scritto post antisemiti. «Ye condivide la nostra passione per il pensiero indipendente e il libero scambio di opinioni», ha continuato Farmer, nel cui comunicato stampa si è potuto leggere come l’accordo preliminare - da finalizzarsi, in teoria, entro la fine dell’anno - voglia portare alla creazione di un «ecosistema che non sia cancellabile».
«Nessuno dovrebbe autocensurarsi perché incerto sul fatto che un pensiero assolutamente legale possa portarlo a essere bannato da un social. Nessun individuo o compagnia dovrebbe preoccuparsi di essere “depiattaformizzati” per aver espresso punti di vista considerati nemici, come successo a Parler», la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google e cancellata dai server di Amazon dopo l’assalto al Campidoglio, organizzato (anche) attraverso il social. «Il pensiero unico è, ed è sempre stato, più pericoloso del pensiero indipendente», ha concluso Farmer, promettendo di lavorare perché Parler rimanga «un luogo in cui chiunque possa pensare, ascoltare e parlare liberamente. Continueremo a combattere la censura, la cancel culture e le dittature». Quelle forme di dispotismo del pensiero che West da tempo si è detto impegnato a distruggere.
Il rapper, che nel 2020 si è candidato per la presidenza degli Usa, ottenendo appena 60.000 voti, ha provato via social a battersi per un mondo libero. Poi, ha cercato di fare di sé un manifesto parlante. A Parigi, durante l’ultima settimana della moda, ha sfilato con una maglietta brandizzata: «White lives matter», si è letto sulla t-shirt, copia satirica degli slogan del Black lives matter. L’effetto, oggi come allora, però, non è stato quello sperato. Kanye West è stato liquidato come un matto, un bipolare.
Anche Donald Trump, suo amico di vecchia data, avrebbe preso le distanze dal musicista. «Sta andando fuori di testa», avrebbe detto ad una fonte di Rolling Stones, asserendo che il rapper abbia «bisogno di aiuto».
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Fondata dalla suocera e guidata dalla moglie di Soumahoro, entrato in Parlamento con Verdi e Sinistra, ha accumulato debiti per 2 milioni di euro. Il paradosso: lavora nel programma di contrasto del caporalato.Kanye West, il discusso rapper che nel 2020 si è candidato alla presidenza Usa, vuole «assicurare il diritto di potersi esprimere liberamente». Acquisirà Parler, caro agli ultrà.Lo speciale contiene due articoli.Già il sindacalista di origine ivoriana Aboubakar Soumahoro, eletto deputato con la lista Alleanza verdi e Sinistra italiana (che si è presentato per la prima volta alla Camera indossando un paio di stivali da lavoro sporchi di fango), si era preso i rimbrotti («Tu in hotel, noi nel fango») dei suoi ex compagni che gli contestavano, come ha ricostruito La Verità, che una parte dei fondi per le baraccopoli di Torretta Antonacci (ex Ghetto di Rignano) e Borgo Mezzanone (Foggia) era stata spesa altrove. Ora a imbarazzare ulteriormente il panorama buonista dell’ultrasinistra ma anche l’ex sindacalista entrato in Parlamento Soumahoro c’è una faccenda che riguarda una ventina di lavoratrici (italiane e non), dipendenti di una coop e di un consorzio del settore dell’accoglienza per richiedenti asilo, che non ricevono lo stipendio da una quindicina di mesi. La coop è molto famosa nell’Agro Pontino: si chiama Karibu ed è stata fondata da Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, che ha sposato la figlia,Liliane Murekatete. Liliane, in pubblico sempre vestita con gli abiti tradizionali del Ruanda, alla Camera di commercio risulta consigliera del cda della Karibu, anche se durante i convegni e sulla stampa locale viene presentata come presidente, carica questa, invece, rivestita, carte alla mano, dalla mamma. Di fatto, però, deve essere Liliane a guidare l’azienda, assieme a un altro amministratore, pure lui ruandese, Michel Rakundo. Rakundo si presenta come rappresentante di Aid (il consorzio collegato alla coop si chiama proprio Aid), «ente attivo nell’ambito dell’accoglienza globale, nonché alla cooperazione internazionale, nell’ambito del nuovo paradigma della cooperazione sostenibile, oltre che all’attività divulgativa». E, oltre a essere una penna del Black post, il giornale online per i migranti, è molto attivo negli incontri pubblici in cui si affrontano i temi dello ius scholae e dei diritti di cittadinanza. La coop Karibu ha chiuso l’ultimo bilancio in perdita di 175.000 euro. E ha accumulato debiti con gli istituti di credito per 453.535 euro e con i fornitori per poco più di 207.000 euro. Ai quali si sommano quelli verso gli istituti di previdenza e di sicurezza sociale. Per un totale di oltre 2 milioni. E nonostante il valore della produzione ammonti a 1.791.000 euro, con costo del personale fermo a 865.000, i dipendenti sono rimasti per un bel po' a bocca asciutta. Dal sindacato Uiltucs, dopo un incontro all’Ispettorato del lavoro, il responsabile territoriale Gianfranco Cartisano ha avanzato una richiesta d’incontro al Prefetto di Latina, Maurizio Falco, spiegando che «Karibu e Consorzio Aid, pur riconoscendo il debito per ciascun dipendente, a oggi hanno disatteso l’accordo di pagamento rateale per i circa 20 lavoratori, rimanendo tuttora inadempiente e lasciando i lavoratori senza stipendio da diversi mesi». E, in particolare, ha sottolineato Cartisano, «si stigmatizza l’atteggiamento dei responsabili delle società, i quali sosterrebbero che il mancato pagamento delle retribuzioni sia connesso a presunti ritardi dell’Ufficio territoriale del governo, nonché degli enti in cui sono attivi i progetti gestiti». Da Karibu e consorzio, insomma, avrebbero scaricato le responsabilità sulla prefettura. Ma l’aspetto davvero paradossale di tutta questa vicenda è un altro: tra i lavoratori che hanno chiesto l’intervento dell’Ispettorato del lavoro per il tramite della Uiltucs ci sono anche mediatori culturali e formatori che rientrano nel programma di contrasto del fenomeno del caporalato, un progetto per il quale Regione Lazio e ministero si sono impegnati con non poche risorse. La coop e il consorzio collegato, inoltre, sono impegnati nel Progetto Koala, finanziato con l’8 per 1.000 dalla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Progetto accoglienza per minori stranieri non accompagnati dei Comuni di Roma e Latina e nel Progetto Pral4 della Rete anti tratta. Eppure, dalla coop e dal consorzio, hanno risposto: «Quando arrivano i soldi paghiamo i dipendenti».«Accoglienza e contrasto allo sfruttamento del lavoro non si possono fare sulla pelle degli operatori impiegati», denuncia Cartisano, che aggiunge: «Non accettiamo più di sentire dalle società affidatarie che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono e aggiudicano i servizi. Senza rischio d’impresa, gettata tutta sugli operatori, tutti avrebbero la capacità di fare accoglienza e integrazione». Una questione diffusa in Italia e che sembra praticamente ignorata dalla gestione del ministro Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno. C’è infine un altro punto, emerso, seppur con una certa timidezza, durante l’incontro all’Ispettorato del lavoro: le buste paga, a dire dei lavoratori, non sarebbero regolari. Sulla paga oraria, che sarebbe inferiore a quella prevista dai contratti nazionali di lavoro, e sui metodi di pagamento (alcuni, pare, provenienti da istituti di credito ruandesi) si starebbe concentrando ora l’analisi dell’Ispettorato. Mentre dalla Prefettura confermano la volontà di affrontare la questione, convocando nell’immediatezza la delegazione sindacale di Uiltucs. Che negli ultimi giorni ha raccolto anche ulteriori testimonianze da altri cinque lavoratori, pure loro in arretrato con i pagamenti degli stipendi. «Gli arretrati già certificati all’Ispettorato ammontano a circa 300.000 euro», spiega alla Verità Cartisano. 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Kanye West, Ye, come lo si dovrebbe chiamare da che ha legalmente cambiato il proprio nome, ha voluto giustificarla così la decisione di acquistare Parler, social network statunitense nato nel 2018 e divenuto caro alle frange più estreme della destra. «Ye non è soltanto un musicista e un gigante della moda, ma - come Parler -è un individuo che si è trovato ad affrontare censure non necessarie e prive di ogni logica, un uomo che è stato cancellato dalle Grandi tecnologie», ha commentato George Farmer, ceo di Parler, facendo diretto riferimento agli episodi più recenti, alla bagarre fra Twitter e l’ex signor Kardashian, bannato dopo aver scritto post antisemiti. «Ye condivide la nostra passione per il pensiero indipendente e il libero scambio di opinioni», ha continuato Farmer, nel cui comunicato stampa si è potuto leggere come l’accordo preliminare - da finalizzarsi, in teoria, entro la fine dell’anno - voglia portare alla creazione di un «ecosistema che non sia cancellabile». «Nessuno dovrebbe autocensurarsi perché incerto sul fatto che un pensiero assolutamente legale possa portarlo a essere bannato da un social. Nessun individuo o compagnia dovrebbe preoccuparsi di essere “depiattaformizzati” per aver espresso punti di vista considerati nemici, come successo a Parler», la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google e cancellata dai server di Amazon dopo l’assalto al Campidoglio, organizzato (anche) attraverso il social. «Il pensiero unico è, ed è sempre stato, più pericoloso del pensiero indipendente», ha concluso Farmer, promettendo di lavorare perché Parler rimanga «un luogo in cui chiunque possa pensare, ascoltare e parlare liberamente. Continueremo a combattere la censura, la cancel culture e le dittature». Quelle forme di dispotismo del pensiero che West da tempo si è detto impegnato a distruggere. Il rapper, che nel 2020 si è candidato per la presidenza degli Usa, ottenendo appena 60.000 voti, ha provato via social a battersi per un mondo libero. Poi, ha cercato di fare di sé un manifesto parlante. A Parigi, durante l’ultima settimana della moda, ha sfilato con una maglietta brandizzata: «White lives matter», si è letto sulla t-shirt, copia satirica degli slogan del Black lives matter. L’effetto, oggi come allora, però, non è stato quello sperato. Kanye West è stato liquidato come un matto, un bipolare. Anche Donald Trump, suo amico di vecchia data, avrebbe preso le distanze dal musicista. «Sta andando fuori di testa», avrebbe detto ad una fonte di Rolling Stones, asserendo che il rapper abbia «bisogno di aiuto».
Una sottrazione di ricchezza che nel 2025 ha raggiunto la cifra di 9 miliardi. Nel primo semestre dell’anno che sta per chiudersi, le rimesse verso l’estero sono cresciute del 6,4%. Dal 2005 al 2024, in vent’anni, il valore complessivo è passato da 3,9 a quasi 8,3 miliardi di euro, segnando un aumento del 40%, al netto dell’inflazione (a prezzi costanti).
È una sottrazione di ricchezza pari allo 0,38% del Pil italiano e anche se è una percentuale contenuta rispetto al contributo del lavoro straniero all’economia nazionale (8,8%) sono pur sempre soldi che se ne vanno e che non contribuiscono al benessere della comunità. Va considerato anche che le rimesse tracciate rappresentano una parte di quelle che sfuggono alle statistiche perché frutto di attività in nero. Secondo i dati Istat del 2024 oltre 1,8 milioni di immigrati risultano in povertà assoluta. Difficile verificare se questa sia una condizione reale o se risultano tali solo al fisco. In sostanza uno su tre non paga le tasse.
Bankitalia nel suo report, ci dice che considerando i trasferimenti in contanti che non avvengono tramite banche, Poste e altri canali tenuti a registrare gli spostamenti finanziari verso l’estero, l’incidenza sul Pil sale a circa lo 0,5%. Le autorità monetarie stimano che per tenere conto anche delle varie forme di invii di denaro si debbano aumentare di un 30% le cifre ufficiali. I trasferimenti verso il Paese d’origine sono tanto maggiori quanto più la località di destinazione è vicina e quanto più alto è il numero dei suoi cittadini in Italia. Parliamo comunque di cifre risultanti da moltiplicazioni ipotetiche. Il contante che varca il confine potrebbe essere di gran lunga superiore alle stime più larghe, considerata la diffusione del sommerso per numerose attività svolte dagli immigrati. Basta pensare alle colf, alle badanti o alle attività artigiane o nell’edilizia dove gli immigrati sono più presenti.
In vent’anni, dal 2005-2024 gli stranieri registrati all’anagrafe in Italia sono passati da 2,27 a 5,25 milioni (+131%), con un trend di crescita ben più marcato rispetto a quello dei trasferimenti. Di conseguenza l’importo medio trasferito è passato da 1.719 euro a 1.577 euro (-8% a valori correnti). Il che non vuol dire che hanno iniziato a spendere e a investire nel nostro Paese ma solo che sono aumentati i ricongiungimenti familiari. Pertanto, invece di mandare i soldi all’estero, questi sarebbero serviti al sostegno economico dei parenti venuti in Italia. Questi, secondo le statistiche, sono oltre 100.000 l’anno. Va sottolineato che i visti per lavoro sono appena 39mila nel 2023, circa l’11% dei 330.730 totali.
Bankitalia ha analizzato anche la distinzione geografica dei flussi delle rimesse. Il Bangladesh è la prima destinazione con 1,4 miliardi di euro inviati nel 2024, pari allo 0,34% del Pil nazionale. Seguono Pakistan (600 milioni), Marocco (575 milioni), Filippine (570 milioni), Georgia, India, Romania, Perù, Sri Lanka, Senegal. Questi dieci Paesi ricevono i due terzi delle rimesse complessive. Se si aggiungono le dieci successive posizioni nella graduatoria si supera l’85% del totale dei valori trasferiti. Ai restanti 100 Paesi, sono arrivati circa 500.000 euro complessivi nel 2024.
I trasferimenti di denaro più consistenti vengono da Roma (1,1 miliardi) e Milano (900 milioni). Seguono Napoli, Torino, Firenze, Brescia, Bologna, Genova, Venezia e Verona. Complessivamente da queste città partono 3,9 miliardi di euro pari al 47% del totale.
Guardando alla media per singolo straniero i flussi maggiori si hanno ad Aosta (3.465 euro) e Napoli (3.211 euro), mentre i valori più bassi si registrano a Rieti (497 euro) ed Enna (682 euro).
Oltre al fenomeno delle rimesse, c’è anche quello dell’alta spesa per assistenza sociale che gli immigrati assorbono essendo destinatari di misure contro la povertà e dei vari bonus famiglia per 1,3 miliardi su 5,9 miliardi complessivi.
Secondo un’analisi di Itinerari Previdenziali, con 3 milioni e mezzo di dipendenti privati nel 2024 e una retribuzione media annua di 16.693 euro, gli stranieri appartengono a quella fascia di reddito che versa solo il 23% dell’Irpef complessiva. Quindi gravano sulle voci principali del welfare. L’80% del peso fiscale italiano si regge su un ristretto 27,41% di lavoratori con redditi oltre 29.000 euro e in questa fascia non rientra la maggioranza degli immigrati.
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Fabio Dragoni ricostruisce il caso Minnesota: miliardi di dollari destinati ad aiuti umanitari e istruzione finiti in una rete di associazioni fantasma, scuole inesistenti e fondi pubblici bruciati nel silenzio dei grandi media.
I passeggeri camminano sotto un pannello LED che mostra i voli in ritardo durante le esercitazioni militari cinesi con fuoco vivo intorno a Taiwan (Ansa)
Taiwan è un’isola di 23 milioni di abitanti che si governa in modo autonomo, ma che la Cina considera parte integrante del proprio territorio. È uno dei principali nodi geopolitici del mondo e ogni mossa militare attorno all’isola ha un significato che va ben oltre l’Asia orientale.
Secondo le autorità taiwanesi, l’Esercito popolare di liberazione ha schierato 89 aerei militari e 28 unità navali, delimitando cinque zone di interdizione marittima e aerea valide per 48 ore. Le aree interessate ricadono all’interno della zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan e di fatto bloccano l’accesso ai principali porti e alle rotte commerciali. A completare il dispositivo, quattro formazioni della Guardia costiera cinese stanno pattugliando l’intero perimetro dell’isola, muovendosi da Nord e da Sud e concentrandosi soprattutto nell’area Sudorientale, vicino alla città di Hualien.
L’operazione è stata battezzata da Pechino «Missione di giustizia». Nella narrazione ufficiale si tratta di un’azione «legittima e necessaria» per difendere la sovranità e l’unità nazionale. Il ministero degli Esteri ha parlato di un «avvertimento serio» contro le spinte indipendentiste e contro le interferenze esterne, accusando in particolare gli Stati Uniti di sostenere Taipei sul piano militare. Secondo Pechino, questo approccio rischia di trasformare lo Stretto di Taiwan in una zona di instabilità permanente.
Le esercitazioni prevedono anche l’uso di munizioni reali nelle acque che separano l’isola dalla Cina continentale. I media ufficiali cinesi hanno diffuso immagini dei principali sistemi d’arma impiegati: caccia stealth, radar aerotrasportati, missili balistici e antinave schierati lungo la costa, oltre ai bombardieri H-6 impegnati nel controllo delle aree marittime.
Da Taipei la risposta è stata immediata. La presidenza ha definito le manovre una «provocazione unilaterale», mentre il governo parla di «intimidazione militare». Il ministro della Difesa ha assicurato che le forze armate sono in stato di massima allerta. Colonne di mezzi corazzati sono state dispiegate verso le postazioni anti sbarco, rendendo visibile alla popolazione il livello di allarme.
Le conseguenze si riflettono anche sul traffico civile. Sono 857 i voli commerciali programmati nelle aree interessate dalle manovre, con circa 100.000 passeggeri rimasti a terra. Per ragioni di sicurezza, almeno 74 collegamenti sono stati cancellati, causando disagi negli aeroporti regionali.
Gli Stati Uniti hanno reagito inviando un drone da sorveglianza Triton della Us Navy, decollato dalla base giapponese di Okinawa, mentre anche Tokyo ha effettuato una missione di ricognizione aerea. Il Giappone considera da tempo un’eventuale crisi su Taiwan una minaccia diretta alla propria sicurezza.
Il confronto tra Cina e Occidente si riflette anche lontano dall’Asia. A Panama, le autorità locali hanno ordinato la rimozione di un monumento dedicato al contributo della comunità cinese alla costruzione del Canale. La decisione ha provocato una protesta ufficiale di Pechino, che la interpreta come un gesto politico ostile, inserito nel recente riallineamento del Paese centroamericano verso Washington.
Nel complesso, gli sviluppi confermano una fase di crescente pressione geopolitica, con Taiwan al centro di un confronto che coinvolge equilibri militari, rotte commerciali e infrastrutture strategiche globali.
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Il Consiglio dei ministri di ieri pomeriggio ha dato il via libera al decreto che contiene la proroga degli aiuti a Kiev. Nell’ultima riunione del 2025, durata un’ora scarsa, è stato approvato a razzo il testo sulle «disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina, per il rinnovo dei permessi di soggiorno in possesso di cittadini ucraini, nonché per la sicurezza dei giornalisti freelance». Una formula meno brutale della dizione giornalistica «decreto armi» e che include anche gli aiuti destinati alla popolazione civile.
Al pacchetto armi si aggiungono quindi gli aiuti umanitari, divisi tra logistica, sanità e ricostruzione della rete elettrica martoriata dalle bombe russe. Non solo, viene data «priorità ai mezzi logistici, sanitari, a uso civile e di protezione dagli attacchi». Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha spiegato che l’esecutivo di centrodestra continuerà a sostenere l’Ucraina «militarmente, economicamente, finanziariamente e politicamente». Quattro parole impegnative e che coprono uno spettro non completamente condiviso dalla politica italiana, a destra come a sinistra. Il Pd, per dire, formalmente è molto vicino a Volodymyr Zelensky e a Ursula Von der Leyen, ma al pari di Lega e Forza Italia non avrebbe mai fatto cadere il governo per un decreto fotocopia sull’Ucraina. Nell’ultimo mese di discussioni, la Lega ha voluto che nel testo si desse più importanza agli aiuti alla popolazione e alla funzione difensiva delle armi fornite o finanziate dall’Italia. Evidente lo scopo del Carroccio: un conto è aiutare il popolo ucraino a difendersi, e un conto è aiutare Zelensky e il suo governo corrotto ad attaccare la Russia.
Nel 2022, l’esecutivo di Giuseppe Conte usò espressamente il termine «mezzi militari», nel primo decreto per l’Ucraina. E lo stesso ha fatto Mario Draghi. Nell’edizione 2024 del decreto, invece, l’aggettivo «militare» era già sparito dal titolo, per rimanere solo nel testo. Quest’anno, sempre nel titolo, viene cambiata la destinazione degli aiuti, che mandiamo non più solamente alle «autorità governative» di Kiev, ma anche alla «popolazione» dell’Ucraina.
Nel decreto si sottolinea poi in più passaggi che è parte qualificante delle donazioni italiane «il supporto delle attività di assistenza alla popolazione». E si afferma che, tra i materiali da spedire, bisogna dare la priorità a quelli «logistici, sanitari, a uso civile e di protezione dagli attacchi».
Tra le novità del provvedimento per il 2026 ci sono il rinnovo dei permessi di soggiorno per alcuni cittadini ucraini e la copertura assicurativa per i giornalisti freelance, inviati dall’Italia nei territori di guerra. Quest’ultima misura va in qualche modo spiegata: da molti anni i grandi giornali e i maggiori editori italiani non mandano, se non in caso eccezionale, giornalisti dipendenti sui fronti caldi perché le polizze assicurative, richieste dal contratto collettivo dei giornalisti, hanno raggiunto prezzi assai elevati. Il risultato è che il mestiere di inviato di guerra è ormai appannaggio dei freelance, più deboli di fronte ad ambasciate e governi stranieri, ma soprattutto esposti a rischi enormi. Con questo decreto sulle polizze di guerra, il governo Meloni copre quindi un buco grave nel sistema dell’informazione, del quale la stragrande maggioranza dei lettori nulla sapevano.
Il Carroccio di Matteo Salvini (ieri assente) aveva anche chiesto che l’autorizzazione agli aiuti durasse solo tre mesi, ma alla fine è rimasto di 12. La fiducia in una pace vicina, evidentemente, è ben poca.
Il senatore della Lega Claudio Borghi è comunque contento del risultato finale e su X ha scritto: «Basta decreto “armi e basta” come gli altri tre. Diversi compromessi possibili, come ad esempio vincolare il tutto alla prevalenza di equipaggiamento a difesa della popolazione civile. Dubito che se mandiamo un ospedale da campo ci sia qualcosa da ridire». Nell’ondata bellicista fomentata dalla seconda Commissione Von der Leyen, purtroppo, nulla è scontato.
Ma che armi partiranno per l’Ucraina? Il capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha detto al Sole 24 Ore che «ci faremo trovare pronti nella fase post guerra», rimarcando che «i conflitti attuali hanno confini sfumati e il tema della sicurezza coinvolge direttamente i cittadini». Poi, ha ammesso che dall’inizio della guerra «l’Italia ha fornito all’Ucraina armi e mezzi per oltre 3 miliardi» di euro.
Anche l’anno prossimo, la quantità effettiva di armi che partiranno per Kiev sarà poi decisa con altri decreti, i cui contenuti non sono pubblici, ma appannaggio soltanto del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti.
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