Solo ora il governo si accorge di Stellantis
  • A giochi ormai fatti, il sottosegretario all’Economia, Antonio Misiani, paventa l’ingresso pubblico nel gruppo nato dalla fusione tra Fca e Psa. Il ceo Carlos Tavares rassicura i sindacati, ma è impossibile che il colosso automobilistico faccia i nostri interessi e non quelli dei francesi
  • Prima operazione all’estero del gruppo di Matteo Del Fante per potenziare l’e-commerce

Lo speciale contiene due articoli

Nel giorno dell’incontro tra il nuovo ceo di Stellantis Carlos Tavares e una parte dei sindacati, ritorna di attualità la possibilità che lo Stato italiano entri come azionista nel colosso automobilistico nato dall’acquisizione di Fca da parte dei francesi di Psa (e non fusione tra le due, come specifica lo stesso prospetto di Borsa). A dirlo è stato ieri Antonio Misiani, sottosegretario all’Economia, che come qualche settimana fa ha ribadito «il peso degli azionisti italiani» nell’operazione e non ha escluso «l’ipotesi di un ingresso pubblico analogamente alla quota posseduta dal governo francese». E se da un lato i sindacati, dalla Fiom Cgil alla Uilm, sostengono di aver capito in appena un’ora di confronto che il nuovo amministratore delegato scelto dai francesi avrebbe dato rassicurazioni sulla «centralità dell’Italia» nell’operazione, dall’altro c’è la cruda realtà della politica industriale di questi ultimi mesi di governo Conte. Del resto, mentre lo Stato italiano spalanca le porte a Euronext per Borsa Italiana e non crea ostacoli per la nascita del quarto costruttore automobilistico al mondo, allo stesso tempo la nostra Fincantieri continua a rimanere ferma al palo per i cantieri di Saint Nazare. Insomma l’Italia sta concedendo molto ai cugini d’oltralpe. E a Palazzo Chigi non sembrano preoccuparsene. Del resto basta dare un’occhiata all’azionariato di Stellantis per capire che il nostro Paese avrà un ruolo marginale, non solo per l’assenza di una nostra partecipazione pubblica. Per di più va ricordato che proprio il governo francese aveva invocato la golden share quando si era parlato di trattative tra Fca e Renault, prima dell’accordo con Psa. In sostanza i francesi quando devono difendere i propri interessi non ci pensano su due volte. Ora l’Italia si trova di nuovo a rincorrere. I sindacati sostengono che Tavares abbia dato rassicurazioni, escludendo la chiusura degli stabilimenti italiani. Ma in un consiglio di amministrazione dove l’insieme dei soci di Psa hanno un peso maggiore rispetto alla controparte italiana, 6 contro 5, appare abbastanza difficile notare una benevolenza transalpina nei nostri confronti. La stessa Exor della famiglia Agnelli con i soci di Fca sembra più interessata all’operazione di mercato piuttosto che agli interessi del nostro Paese, per di più dopo aver incassato una cedola da quasi un miliardo di euro. Il problema poi ruota intorno alla possibilità che lo Stato italiano entri come azionista, ventilata da Misiani. Al momento Exor vanta circa il 14,4%, la famiglia Peugeot avrà il 7,2% con un’opzione a salire sino all’8,5%. Lo Stato francese ci sarà con 6,2% di Caisse des depots attraversi la controllata Bpi, infine i cinesi di Dongfeng avranno 5,6 per cento. E l’Italia? Lunedì sulla colonne del Corriere Economia Pierpaolo Di Stefano, ceo Cdp Equity, ha commentato proprio la presenza dell’Eliseo nel colosso automobilistico. «È evidente che una presenza di questo tipo serve anche a preservare la filiera automotive e il suo indotto, che investe in tecnologie e competenze, e le risorse umane che devono essere tutelate». Potrebbe essere quindi Cassa depositi e prestiti a entrare? E a quale prezzo? E con quali poteri? Di sicuro l’entrata dello Stato metterebbe anche a tacere le perplessità di alcuni sindacalisti come il leader della Cgil Maurizio Landini da tempo sulle barricate per l’operazione italo-francese.

Sono settori del tutto differenti, ma la situazione appare per certi versi simile a quella che gli analisti finanziari stanno vivendo su Borsa italiana. Dopo il via libera dell’Antitrust europea all’acquisizione di Refinitiv da parte di London stock exchang, entra nel vivo la cessione da parte di Lse di Borsa spa alla cordata Euronext-Cdp-Intesa. Il presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini ha ribadito nelle scorse settimane che l’operazione Borsa italiana sarà di spinta verso il mercato europeo dei capitali. E che «alcune attività importanti per tutto il gruppo verranno concentrate a Milano». Tempini cita «l’It, il Monte titoli e Cassa di compensazione e garanzia». Ma appaiono promesse davvero deboli visto che queste attività sono già tra Milano e Roma e, per quanto riguarda l’It, quelle che contano sono le funzioni di business e non di staff in aziende del genere. Dal momento che la riorganizzazione interna a Euronext delle ultime settimane spiega come saranno i francesi ad avere in mano il pallino di tutte le operazioni più importanti. Lunedì è stata nominata Delphine d’Amarzit che entrerà nel Consiglio di Sorveglianza di Euronext. Non solo. Anthony Attia è diventato il nuovo Global Head of Primary Markets. Sarà sempre lui a supervisionare le attività relative a azioni e bond di Euronext. È inevitabile quindi, in attesa della chiusura della fusione che potrebbe avvenire in inverno, che non ci saranno italiani a livello di gruppo per quelle posizioni. Nel frattempo in primavera arriverà il piano industriale di Stellantis. C’è chi spera non vada a finire come per piazza Affari.

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