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2021-01-21
Solo ora il governo si accorge di Stellantis
Maurizio Landini (Ansa)
Nel giorno dell'incontro tra il nuovo ceo di Stellantis Carlos Tavares e una parte dei sindacati, ritorna di attualità la possibilità che lo Stato italiano entri come azionista nel colosso automobilistico nato dall'acquisizione di Fca da parte dei francesi di Psa (e non fusione tra le due, come specifica lo stesso prospetto di Borsa). A dirlo è stato ieri Antonio Misiani, sottosegretario all'Economia, che come qualche settimana fa ha ribadito «il peso degli azionisti italiani» nell'operazione e non ha escluso «l'ipotesi di un ingresso pubblico analogamente alla quota posseduta dal governo francese». E se da un lato i sindacati, dalla Fiom Cgil alla Uilm, sostengono di aver capito in appena un'ora di confronto che il nuovo amministratore delegato scelto dai francesi avrebbe dato rassicurazioni sulla «centralità dell'Italia» nell'operazione, dall'altro c'è la cruda realtà della politica industriale di questi ultimi mesi di governo Conte. Del resto, mentre lo Stato italiano spalanca le porte a Euronext per Borsa Italiana e non crea ostacoli per la nascita del quarto costruttore automobilistico al mondo, allo stesso tempo la nostra Fincantieri continua a rimanere ferma al palo per i cantieri di Saint Nazare. Insomma l'Italia sta concedendo molto ai cugini d'oltralpe. E a Palazzo Chigi non sembrano preoccuparsene. Del resto basta dare un'occhiata all'azionariato di Stellantis per capire che il nostro Paese avrà un ruolo marginale, non solo per l'assenza di una nostra partecipazione pubblica. Per di più va ricordato che proprio il governo francese aveva invocato la golden share quando si era parlato di trattative tra Fca e Renault, prima dell'accordo con Psa. In sostanza i francesi quando devono difendere i propri interessi non ci pensano su due volte. Ora l'Italia si trova di nuovo a rincorrere. I sindacati sostengono che Tavares abbia dato rassicurazioni, escludendo la chiusura degli stabilimenti italiani. Ma in un consiglio di amministrazione dove l'insieme dei soci di Psa hanno un peso maggiore rispetto alla controparte italiana, 6 contro 5, appare abbastanza difficile notare una benevolenza transalpina nei nostri confronti. La stessa Exor della famiglia Agnelli con i soci di Fca sembra più interessata all'operazione di mercato piuttosto che agli interessi del nostro Paese, per di più dopo aver incassato una cedola da quasi un miliardo di euro. Il problema poi ruota intorno alla possibilità che lo Stato italiano entri come azionista, ventilata da Misiani. Al momento Exor vanta circa il 14,4%, la famiglia Peugeot avrà il 7,2% con un'opzione a salire sino all'8,5%. Lo Stato francese ci sarà con 6,2% di Caisse des depots attraversi la controllata Bpi, infine i cinesi di Dongfeng avranno 5,6 per cento. E l'Italia? Lunedì sulla colonne del Corriere Economia Pierpaolo Di Stefano, ceo Cdp Equity, ha commentato proprio la presenza dell'Eliseo nel colosso automobilistico. «È evidente che una presenza di questo tipo serve anche a preservare la filiera automotive e il suo indotto, che investe in tecnologie e competenze, e le risorse umane che devono essere tutelate». Potrebbe essere quindi Cassa depositi e prestiti a entrare? E a quale prezzo? E con quali poteri? Di sicuro l'entrata dello Stato metterebbe anche a tacere le perplessità di alcuni sindacalisti come il leader della Cgil Maurizio Landini da tempo sulle barricate per l'operazione italo-francese.
Sono settori del tutto differenti, ma la situazione appare per certi versi simile a quella che gli analisti finanziari stanno vivendo su Borsa italiana. Dopo il via libera dell'Antitrust europea all'acquisizione di Refinitiv da parte di London stock exchang, entra nel vivo la cessione da parte di Lse di Borsa spa alla cordata Euronext-Cdp-Intesa. Il presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini ha ribadito nelle scorse settimane che l'operazione Borsa italiana sarà di spinta verso il mercato europeo dei capitali. E che «alcune attività importanti per tutto il gruppo verranno concentrate a Milano». Tempini cita «l'It, il Monte titoli e Cassa di compensazione e garanzia». Ma appaiono promesse davvero deboli visto che queste attività sono già tra Milano e Roma e, per quanto riguarda l'It, quelle che contano sono le funzioni di business e non di staff in aziende del genere. Dal momento che la riorganizzazione interna a Euronext delle ultime settimane spiega come saranno i francesi ad avere in mano il pallino di tutte le operazioni più importanti. Lunedì è stata nominata Delphine d'Amarzit che entrerà nel Consiglio di Sorveglianza di Euronext. Non solo. Anthony Attia è diventato il nuovo Global Head of Primary Markets. Sarà sempre lui a supervisionare le attività relative a azioni e bond di Euronext. È inevitabile quindi, in attesa della chiusura della fusione che potrebbe avvenire in inverno, che non ci saranno italiani a livello di gruppo per quelle posizioni. Nel frattempo in primavera arriverà il piano industriale di Stellantis. C'è chi spera non vada a finire come per piazza Affari.
Le Poste italiane arrivano in Cina. Acquistato il 51% di Sengi Express
Nel suo intervento alla Camera Giuseppe Conte ha messo gli Stati Uniti sullo stesso piano della Cina sostenendo che l'Italia ha portato avanti anche «un'utile azione di raccordo fra i principali attori internazionali» tra i due Paesi. Non stupisce, quindi, che per la prima volta una società estera, più in particolare una società cinese, sia entrata nel perimetro di Poste italiane.
Il gruppo guidato da Matteo Del Fante ha infatti siglato un accordo vincolante con Cloud Seven Holding Limited per l'acquisizione del 51% del capitale di Sengi Express Limited, società interamente posseduta da Cloud Seven Holding Limited con sede a Hong Kong. Sengi Express è una società specializzata nella creazione e nella gestione di soluzioni logistiche per le aziende dell'e-commerce cinese attive sul mercato italiano, con un fatturato pro-forma di circa 80 milioni di euro nel 2020. Il closing dell'operazione è previsto entro la fine del primo trimestre del 2021. Più in dettaglio, Sengi Express offre una gamma completa di servizi agli operatori dell'e-commerce cinese, ritagliati su specifiche esigenze, con soluzioni commerciali competitive per ciascuna fase della catena logistica che collega la Cina all'Italia.
«Si tratta di un traguardo storico nel processo di apertura di Poste italiane ai mercati internazionali, grazie all'ingresso di una società estera nel gruppo», ha detto Del Fante. «Con questo accordo diversifichiamo ulteriormente, anche a livello geografico, i nostri ricavi e proseguiamo nella nostra strategia di crescita». Mediante accordi con operatori logistici leader di mercato, la società che entrerà nel gruppo Poste è in grado di proporre una gamma completa di servizi di gestione logistica in territorio cinese, accompagnati da un servizio di tracciatura in tempo reale di ogni singola spedizione, dall'hub in Cina fino al destinatario finale in Italia. Va detto che le società logistiche del gruppo Poste italiane continueranno ad essere i fornitori dei servizi logistici di riferimento di Sengi Express per l'Italia. Per Poste l'operazione è parte dello sviluppo del business internazionale dei pacchi, elemento cardine della strategia di trasformazione all'interno della divisione corrispondenza, pacchi e distribuzione, che sfrutta le esponenziali opportunità di crescita nel commercio elettronico. Cloud Seven Holding, la società che cede Sengi Express a Poste, è guidata dall'amministratore unico Nelly Han. Dando uno sguardo alle passate relazioni semestrali di Poste, si nota che già da tempo il gruppo di Nelly Han intratteneva rapporti con Poste. Più in dettaglio, Sengi veniva utilizzata dal gruppo di Del Fante per tracciare i pacchi in arrivo dalla Cina lungo tutto il percorso della spedizione. «Per la prima volta», si legge in una relazione semestrale, «Poste ha la possibilità di tracciare sul proprio sito lo stato della spedizione, anche oltre i confini italiani». Non a caso, Han ha fatto sapere che «questa operazione è la naturale evoluzione della partnership che ci lega da qualche anno a Poste italiane, di cui proponiamo, con orgoglio e successo, i servizi ai nostri clienti in Cina. Siamo molto felici di entrare a far parte di un importante Gruppo, quotato in Borsa, e siamo sicuri che faremo fronte con successo a questa stimolante sfida».
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A giochi ormai fatti, il sottosegretario all'Economia, Antonio Misiani, paventa l'ingresso pubblico nel gruppo nato dalla fusione tra Fca e Psa. Il ceo Carlos Tavares rassicura i sindacati, ma è impossibile che il colosso automobilistico faccia i nostri interessi e non quelli dei francesiPrima operazione all'estero del gruppo di Matteo Del Fante per potenziare l'e-commerceLo speciale contiene due articoliNel giorno dell'incontro tra il nuovo ceo di Stellantis Carlos Tavares e una parte dei sindacati, ritorna di attualità la possibilità che lo Stato italiano entri come azionista nel colosso automobilistico nato dall'acquisizione di Fca da parte dei francesi di Psa (e non fusione tra le due, come specifica lo stesso prospetto di Borsa). A dirlo è stato ieri Antonio Misiani, sottosegretario all'Economia, che come qualche settimana fa ha ribadito «il peso degli azionisti italiani» nell'operazione e non ha escluso «l'ipotesi di un ingresso pubblico analogamente alla quota posseduta dal governo francese». E se da un lato i sindacati, dalla Fiom Cgil alla Uilm, sostengono di aver capito in appena un'ora di confronto che il nuovo amministratore delegato scelto dai francesi avrebbe dato rassicurazioni sulla «centralità dell'Italia» nell'operazione, dall'altro c'è la cruda realtà della politica industriale di questi ultimi mesi di governo Conte. Del resto, mentre lo Stato italiano spalanca le porte a Euronext per Borsa Italiana e non crea ostacoli per la nascita del quarto costruttore automobilistico al mondo, allo stesso tempo la nostra Fincantieri continua a rimanere ferma al palo per i cantieri di Saint Nazare. Insomma l'Italia sta concedendo molto ai cugini d'oltralpe. E a Palazzo Chigi non sembrano preoccuparsene. Del resto basta dare un'occhiata all'azionariato di Stellantis per capire che il nostro Paese avrà un ruolo marginale, non solo per l'assenza di una nostra partecipazione pubblica. Per di più va ricordato che proprio il governo francese aveva invocato la golden share quando si era parlato di trattative tra Fca e Renault, prima dell'accordo con Psa. In sostanza i francesi quando devono difendere i propri interessi non ci pensano su due volte. Ora l'Italia si trova di nuovo a rincorrere. I sindacati sostengono che Tavares abbia dato rassicurazioni, escludendo la chiusura degli stabilimenti italiani. Ma in un consiglio di amministrazione dove l'insieme dei soci di Psa hanno un peso maggiore rispetto alla controparte italiana, 6 contro 5, appare abbastanza difficile notare una benevolenza transalpina nei nostri confronti. La stessa Exor della famiglia Agnelli con i soci di Fca sembra più interessata all'operazione di mercato piuttosto che agli interessi del nostro Paese, per di più dopo aver incassato una cedola da quasi un miliardo di euro. Il problema poi ruota intorno alla possibilità che lo Stato italiano entri come azionista, ventilata da Misiani. Al momento Exor vanta circa il 14,4%, la famiglia Peugeot avrà il 7,2% con un'opzione a salire sino all'8,5%. Lo Stato francese ci sarà con 6,2% di Caisse des depots attraversi la controllata Bpi, infine i cinesi di Dongfeng avranno 5,6 per cento. E l'Italia? Lunedì sulla colonne del Corriere Economia Pierpaolo Di Stefano, ceo Cdp Equity, ha commentato proprio la presenza dell'Eliseo nel colosso automobilistico. «È evidente che una presenza di questo tipo serve anche a preservare la filiera automotive e il suo indotto, che investe in tecnologie e competenze, e le risorse umane che devono essere tutelate». Potrebbe essere quindi Cassa depositi e prestiti a entrare? E a quale prezzo? E con quali poteri? Di sicuro l'entrata dello Stato metterebbe anche a tacere le perplessità di alcuni sindacalisti come il leader della Cgil Maurizio Landini da tempo sulle barricate per l'operazione italo-francese. Sono settori del tutto differenti, ma la situazione appare per certi versi simile a quella che gli analisti finanziari stanno vivendo su Borsa italiana. Dopo il via libera dell'Antitrust europea all'acquisizione di Refinitiv da parte di London stock exchang, entra nel vivo la cessione da parte di Lse di Borsa spa alla cordata Euronext-Cdp-Intesa. Il presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini ha ribadito nelle scorse settimane che l'operazione Borsa italiana sarà di spinta verso il mercato europeo dei capitali. E che «alcune attività importanti per tutto il gruppo verranno concentrate a Milano». Tempini cita «l'It, il Monte titoli e Cassa di compensazione e garanzia». Ma appaiono promesse davvero deboli visto che queste attività sono già tra Milano e Roma e, per quanto riguarda l'It, quelle che contano sono le funzioni di business e non di staff in aziende del genere. Dal momento che la riorganizzazione interna a Euronext delle ultime settimane spiega come saranno i francesi ad avere in mano il pallino di tutte le operazioni più importanti. Lunedì è stata nominata Delphine d'Amarzit che entrerà nel Consiglio di Sorveglianza di Euronext. Non solo. Anthony Attia è diventato il nuovo Global Head of Primary Markets. Sarà sempre lui a supervisionare le attività relative a azioni e bond di Euronext. È inevitabile quindi, in attesa della chiusura della fusione che potrebbe avvenire in inverno, che non ci saranno italiani a livello di gruppo per quelle posizioni. Nel frattempo in primavera arriverà il piano industriale di Stellantis. C'è chi spera non vada a finire come per piazza Affari. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/solo-ora-il-governo-si-accorge-di-stellantis-2650045160.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-poste-italiane-arrivano-in-cina-acquistato-il-51-di-sengi-express" data-post-id="2650045160" data-published-at="1611178609" data-use-pagination="False"> Le Poste italiane arrivano in Cina. Acquistato il 51% di Sengi Express Nel suo intervento alla Camera Giuseppe Conte ha messo gli Stati Uniti sullo stesso piano della Cina sostenendo che l'Italia ha portato avanti anche «un'utile azione di raccordo fra i principali attori internazionali» tra i due Paesi. Non stupisce, quindi, che per la prima volta una società estera, più in particolare una società cinese, sia entrata nel perimetro di Poste italiane. Il gruppo guidato da Matteo Del Fante ha infatti siglato un accordo vincolante con Cloud Seven Holding Limited per l'acquisizione del 51% del capitale di Sengi Express Limited, società interamente posseduta da Cloud Seven Holding Limited con sede a Hong Kong. Sengi Express è una società specializzata nella creazione e nella gestione di soluzioni logistiche per le aziende dell'e-commerce cinese attive sul mercato italiano, con un fatturato pro-forma di circa 80 milioni di euro nel 2020. Il closing dell'operazione è previsto entro la fine del primo trimestre del 2021. Più in dettaglio, Sengi Express offre una gamma completa di servizi agli operatori dell'e-commerce cinese, ritagliati su specifiche esigenze, con soluzioni commerciali competitive per ciascuna fase della catena logistica che collega la Cina all'Italia. «Si tratta di un traguardo storico nel processo di apertura di Poste italiane ai mercati internazionali, grazie all'ingresso di una società estera nel gruppo», ha detto Del Fante. «Con questo accordo diversifichiamo ulteriormente, anche a livello geografico, i nostri ricavi e proseguiamo nella nostra strategia di crescita». Mediante accordi con operatori logistici leader di mercato, la società che entrerà nel gruppo Poste è in grado di proporre una gamma completa di servizi di gestione logistica in territorio cinese, accompagnati da un servizio di tracciatura in tempo reale di ogni singola spedizione, dall'hub in Cina fino al destinatario finale in Italia. Va detto che le società logistiche del gruppo Poste italiane continueranno ad essere i fornitori dei servizi logistici di riferimento di Sengi Express per l'Italia. Per Poste l'operazione è parte dello sviluppo del business internazionale dei pacchi, elemento cardine della strategia di trasformazione all'interno della divisione corrispondenza, pacchi e distribuzione, che sfrutta le esponenziali opportunità di crescita nel commercio elettronico. Cloud Seven Holding, la società che cede Sengi Express a Poste, è guidata dall'amministratore unico Nelly Han. Dando uno sguardo alle passate relazioni semestrali di Poste, si nota che già da tempo il gruppo di Nelly Han intratteneva rapporti con Poste. Più in dettaglio, Sengi veniva utilizzata dal gruppo di Del Fante per tracciare i pacchi in arrivo dalla Cina lungo tutto il percorso della spedizione. «Per la prima volta», si legge in una relazione semestrale, «Poste ha la possibilità di tracciare sul proprio sito lo stato della spedizione, anche oltre i confini italiani». Non a caso, Han ha fatto sapere che «questa operazione è la naturale evoluzione della partnership che ci lega da qualche anno a Poste italiane, di cui proponiamo, con orgoglio e successo, i servizi ai nostri clienti in Cina. Siamo molto felici di entrare a far parte di un importante Gruppo, quotato in Borsa, e siamo sicuri che faremo fronte con successo a questa stimolante sfida».
Lo ha dichiarato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani in uscita dal Consiglio degli esteri di Bruxelles. Il ministro ha parlato della situazione ad Hormuz e di come sia importante garantire la libera circolazione. Ha sottolineato che tutti i ministri degli esteri hanno posizioni analoghe, ovvero una spinta di entrambe le controparti per una soluzione di dialogo pacifico. Un ultimo punto su Hezbollah, Tajani ha ribadito la necessità di disarmare il partito di Dio, rafforzando l'esercito regolare libanese.
Hantavirus, vaccini già pronti e media di nuovo in allarme: per Maddalena Loy stanno tornando gli stessi meccanismi visti durante il Covid. Dalle virostar, all’OMS e fino alle campagne mediatiche, il sospetto è che qualcuno abbia già riaperto il circo pandemico. Ne parliamo con il dottor Giovanni Rezza.
A sinistra il Teatro alla Scala. A destra il Conservatorio dopo l'incursione del 15-16 agosto 1943 (Getty Images)
La grande musica era rinata a Milano l’11 maggio 1946, dopo essere morta nell'agosto di tre anni prima. Le note de «la Gazza ladra» e del «Guglielmo Tell» di Rossini, dell’ouverture e del coro degli schiavi dal «Nabucco» di Giuseppe Verdi, della «Manon Lescaut» di Puccini e del prologo del «Mefistofele» di Arrigo Boito risuonavano nuovamente tra i palchi dorati del Teatro alla Scala, eseguite dall’orchestra e dal coro del tempio della musica seguendo la bacchetta di Arturo Toscanini, tornato in Italia dopo l’esilio negli Stati Uniti durato 8 anni.
Fino a quel giorno, Il Teatro alla Scala era stato un ferito grave, come centinaia di edifici e monumenti di Milano, schiantati dalle bombe dei quadrimotori della Royal Air Force nella tragica estate del 1943. Una notte in particolare fu fatale per la grande musica milanese, quando assieme alla Scala fu colpito anche uno dei luoghi di insegnamento più prestigiosi d’Europa, il Conservatorio.
Notte tra il 15 e il 16 agosto 1943. Ore 00:31
La città bruciava ancora quando l’allarme antiaereo suonò un’altra volta nella città già svuotata per i molti sfollati. Il «Bomber Command», guidato allora da Sir Arthur Harris detto «the butcher» (il macellaio) aveva deciso, dopo la caduta del fascismo del 25 luglio, di accelerare il processo di resa dell’Italia con una serie di grandi incursioni aeree sulle città del triangolo industriale del Nord. Lo fece in modo indiscriminato, con la chiara intenzione di terrorizzare la popolazione per mezzo di grandi raid a carattere terroristico, mirati a colpire il cuore di Milano e i suoi cittadini.
La notte tra il 12 e il 13 agosto era stata devastante. A incendiare Milano erano stati 504 bombardieri pesanti decollati dalle basi inglesi in una notte senza nubi. 2.000 tonnellate di bombe e 380.000 spezzoni incendiari erano caduti dal cielo per circa due ore Quella notte, tra gli incendi che divampavano e la rete idrica ed elettrica paralizzate, furono colpiti Palazzo Marino e la chiesa di S. Maria delle Grazie. Il Cenacolo si salvò grazie alle protezioni precedentemente predisposte, ma la struttura dell’edificio sacro ebbe gravi danni. La notte seguente ancora più di 100 bombardieri infierirono sulla città in fiamme, facendo crollare il Teatro dal Verme e la basilica di Sant’Ambrogio, simbolo della storia di Milano. La notte tra il 15 e il 16 agosto, sulla città prostrata di nuovo suonò l’allarme per 199 aerei che colpirono ancora le zone centrali, distruggendo la Rinascente, danneggiando il Duomo e i portici meridionali. Una bomba dirompente centrò l’edificio del Conservatorio «Giuseppe Verdi», già parzialmente danneggiato nella precedente incursione del 14 febbraio, ebbe la «Sala Grande» inaugurata nel 1908 totalmente sventrata, con i soli muri perimetrali rimasti in piedi come scheletri. Quella notte la grande musica subì un colpo mortale quando una bomba dirompente sfondò il tetto del Teatro alla Scala, costruita dal Piermarini nel 1778, distruggendo parte dei meravigliosi palchi, il pavimento e gli impianti. Solo il palcoscenico si salvò grazie alla tenda metallica di protezione. Il Teatro che vide passare i più grandi autori e direttori di tutti i tempi giacque da allora in un silenzio mortale.
La ricostruzione fu difficile, anche perché iniziò quando ancora Milano era colpita dal cielo. Nell’ottobre del 1944, mese che registrò tra l’altro la raccapricciante strage dei bambini della scuola di Gorla, fu posta la prima carpenteria metallica per la ricostruzione del tetto. I lavori furono affidati all’ultima amministrazione fascista della città all’ingegnere capo dell’urbanistica Luigi Lorenzo Secchi durante il mandato del podestà Mario Colombo. Anche Mussolini spese parole per la natura simbolica di una ricostruzione rapida del tempio dell’opera. Già dal 22 agosto del 1943 Secchi si adoperò per cercare di recuperare più frammenti possibili del tetto andato a pezzi, perché quella copertura era ciò che dava alla Scala l’acustica perfetta. La copertura fu realizzata a tempo di record e ancora sotto le minacce dal cielo, anche se agli inglesi si erano sostituiti i bombardieri americani che colpivano (o cercavano il più possibile) di colpire target strategici, vista anche l’inutilità di radere al suolo una città che grazie al larghissimo uso di cemento e pietra era difficile da bruciare come le città tedesche piene di case in legno. Il 6 marzo 1945 il tetto era stato ricostruito. I palchi e il pavimento seguirono di pochi giorni, tornando all’antico splendore attorno alla data del 25 aprile 1945.
Nel maggio successivo fu Antonio Ghiringhelli quale commissario straordinario per la ricostruzione della Scala, nominato dal sindaco Antonio Greppi, a portare a termine gli ultimi lavori e a preparare il concerto della rinascita, affidato in modo pressoché plebiscitario a Toscanini, che il 21 aprile salpava da New York per le prove generali.
L’11 maggio il pubblico in piedi tributò l’ovazione al maestro, ma anche alla Scala guarita, pronta nuovamente a diffondere la grande musica e la lirica a tutto il mondo. In piazza Duomo furono installati grandi altoparlanti per diffondere il concerto alla folla. Altoparlanti che sostituivano il suono sinistro della sirena che aveva urlato anche la notte in cui il Teatro alla Scala fu ferito gravemente.
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Il generale libico Khalifa Haftar (Getty Images)
Secondo Middle East Eye, Washington starebbe lavorando a un accordo tra le famiglie Dbeibeh e Haftar per unificare la Libia. Sullo sfondo petrolio, guerra in Iran, Accordi di Abramo e la sfida geopolitica con Mosca nel Nord Africa.
Gli Stati Uniti avrebbero un piano per unificare la Libia. A riportarlo è stato, martedì scorso, Middle East Eye, che ha citato fonti occidentali e arabe a conoscenza della questione.
Il progetto, che sarebbe stato architettato dall’inviato speciale della Casa Bianca per l’Africa Massad Boulos, prevedrebbe di «unificare la Libia attraverso la famiglia Dbeibeh nella Libia occidentale e la famiglia Haftar in quella orientale, sostituendo i leader di ciascuna famiglia con una nuova generazione». Stando alla testata, Washington starebbe lavorando al piano da tempo. Si sarebbe tuttavia registrata un’accelerazione alla luce della guerra in Iran: gli Stati Uniti starebbero infatti guardando con maggiore interesse al petrolio libico, per cercare di abbassare i costi dell’energia.
«L'amministrazione Trump vuole che Ibrahim Dbeibeh, un influente politico libico, assuma la carica di primo ministro al posto di suo cugino, l'attuale premier Abdul Hamid Dbeibeh, che soffre di problemi di salute», ha ripotato Middle East Eye. Al contempo, Washington punterebbe a far sì che la carica di presidente della Libia vada al figlio del generale Khalifa Hafar, Saddam. Quest’ultimo avrebbe addirittura incontrato i vertici della Cia durante una visita negli Stati Uniti avvenuta l’anno scorso.
Il piano sembrerebbe essere visto con favore dai principali attori regionali, a partire da Turchia ed Egitto. Il che potrebbe portare eventualmente al suo successo. Del resto, oltre alla questione energetica, Washington potrebbe far leva su questo progetto per indebolire i legami tra Haftar e la Russia: una Russia che continua a rivestire un peso geopolitico significativo nella parte orientale della Libia. In altre parole, la Casa Bianca potrebbe approfittarne per sferrare un colpo alla longa manus di Mosca sul Nord Africa e potenzialmente sul Sahel. Senza contare che, nel caso l’amministrazione Trump dovesse riuscire a riunificare la Libia, potrebbe, in un secondo momento, cercare di spingerne il nuovo governo ad aderire agli Accordi di Abramo.
Certo, la situazione complessiva non è facile. E la strada potrebbe continuare a rivelarsi in salita. Tuttavia, il piano di Boulos certifica il crescente interesse di Washington per il Maghreb. Un fattore a cui l’Italia dovrebbe prestare estrema attenzione, in vista di possibili sinergie regionali con gli Stati Uniti.
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