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2021-01-21
Solo ora il governo si accorge di Stellantis
Maurizio Landini (Ansa)
Nel giorno dell'incontro tra il nuovo ceo di Stellantis Carlos Tavares e una parte dei sindacati, ritorna di attualità la possibilità che lo Stato italiano entri come azionista nel colosso automobilistico nato dall'acquisizione di Fca da parte dei francesi di Psa (e non fusione tra le due, come specifica lo stesso prospetto di Borsa). A dirlo è stato ieri Antonio Misiani, sottosegretario all'Economia, che come qualche settimana fa ha ribadito «il peso degli azionisti italiani» nell'operazione e non ha escluso «l'ipotesi di un ingresso pubblico analogamente alla quota posseduta dal governo francese». E se da un lato i sindacati, dalla Fiom Cgil alla Uilm, sostengono di aver capito in appena un'ora di confronto che il nuovo amministratore delegato scelto dai francesi avrebbe dato rassicurazioni sulla «centralità dell'Italia» nell'operazione, dall'altro c'è la cruda realtà della politica industriale di questi ultimi mesi di governo Conte. Del resto, mentre lo Stato italiano spalanca le porte a Euronext per Borsa Italiana e non crea ostacoli per la nascita del quarto costruttore automobilistico al mondo, allo stesso tempo la nostra Fincantieri continua a rimanere ferma al palo per i cantieri di Saint Nazare. Insomma l'Italia sta concedendo molto ai cugini d'oltralpe. E a Palazzo Chigi non sembrano preoccuparsene. Del resto basta dare un'occhiata all'azionariato di Stellantis per capire che il nostro Paese avrà un ruolo marginale, non solo per l'assenza di una nostra partecipazione pubblica. Per di più va ricordato che proprio il governo francese aveva invocato la golden share quando si era parlato di trattative tra Fca e Renault, prima dell'accordo con Psa. In sostanza i francesi quando devono difendere i propri interessi non ci pensano su due volte. Ora l'Italia si trova di nuovo a rincorrere. I sindacati sostengono che Tavares abbia dato rassicurazioni, escludendo la chiusura degli stabilimenti italiani. Ma in un consiglio di amministrazione dove l'insieme dei soci di Psa hanno un peso maggiore rispetto alla controparte italiana, 6 contro 5, appare abbastanza difficile notare una benevolenza transalpina nei nostri confronti. La stessa Exor della famiglia Agnelli con i soci di Fca sembra più interessata all'operazione di mercato piuttosto che agli interessi del nostro Paese, per di più dopo aver incassato una cedola da quasi un miliardo di euro. Il problema poi ruota intorno alla possibilità che lo Stato italiano entri come azionista, ventilata da Misiani. Al momento Exor vanta circa il 14,4%, la famiglia Peugeot avrà il 7,2% con un'opzione a salire sino all'8,5%. Lo Stato francese ci sarà con 6,2% di Caisse des depots attraversi la controllata Bpi, infine i cinesi di Dongfeng avranno 5,6 per cento. E l'Italia? Lunedì sulla colonne del Corriere Economia Pierpaolo Di Stefano, ceo Cdp Equity, ha commentato proprio la presenza dell'Eliseo nel colosso automobilistico. «È evidente che una presenza di questo tipo serve anche a preservare la filiera automotive e il suo indotto, che investe in tecnologie e competenze, e le risorse umane che devono essere tutelate». Potrebbe essere quindi Cassa depositi e prestiti a entrare? E a quale prezzo? E con quali poteri? Di sicuro l'entrata dello Stato metterebbe anche a tacere le perplessità di alcuni sindacalisti come il leader della Cgil Maurizio Landini da tempo sulle barricate per l'operazione italo-francese.
Sono settori del tutto differenti, ma la situazione appare per certi versi simile a quella che gli analisti finanziari stanno vivendo su Borsa italiana. Dopo il via libera dell'Antitrust europea all'acquisizione di Refinitiv da parte di London stock exchang, entra nel vivo la cessione da parte di Lse di Borsa spa alla cordata Euronext-Cdp-Intesa. Il presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini ha ribadito nelle scorse settimane che l'operazione Borsa italiana sarà di spinta verso il mercato europeo dei capitali. E che «alcune attività importanti per tutto il gruppo verranno concentrate a Milano». Tempini cita «l'It, il Monte titoli e Cassa di compensazione e garanzia». Ma appaiono promesse davvero deboli visto che queste attività sono già tra Milano e Roma e, per quanto riguarda l'It, quelle che contano sono le funzioni di business e non di staff in aziende del genere. Dal momento che la riorganizzazione interna a Euronext delle ultime settimane spiega come saranno i francesi ad avere in mano il pallino di tutte le operazioni più importanti. Lunedì è stata nominata Delphine d'Amarzit che entrerà nel Consiglio di Sorveglianza di Euronext. Non solo. Anthony Attia è diventato il nuovo Global Head of Primary Markets. Sarà sempre lui a supervisionare le attività relative a azioni e bond di Euronext. È inevitabile quindi, in attesa della chiusura della fusione che potrebbe avvenire in inverno, che non ci saranno italiani a livello di gruppo per quelle posizioni. Nel frattempo in primavera arriverà il piano industriale di Stellantis. C'è chi spera non vada a finire come per piazza Affari.
Le Poste italiane arrivano in Cina. Acquistato il 51% di Sengi Express
Nel suo intervento alla Camera Giuseppe Conte ha messo gli Stati Uniti sullo stesso piano della Cina sostenendo che l'Italia ha portato avanti anche «un'utile azione di raccordo fra i principali attori internazionali» tra i due Paesi. Non stupisce, quindi, che per la prima volta una società estera, più in particolare una società cinese, sia entrata nel perimetro di Poste italiane.
Il gruppo guidato da Matteo Del Fante ha infatti siglato un accordo vincolante con Cloud Seven Holding Limited per l'acquisizione del 51% del capitale di Sengi Express Limited, società interamente posseduta da Cloud Seven Holding Limited con sede a Hong Kong. Sengi Express è una società specializzata nella creazione e nella gestione di soluzioni logistiche per le aziende dell'e-commerce cinese attive sul mercato italiano, con un fatturato pro-forma di circa 80 milioni di euro nel 2020. Il closing dell'operazione è previsto entro la fine del primo trimestre del 2021. Più in dettaglio, Sengi Express offre una gamma completa di servizi agli operatori dell'e-commerce cinese, ritagliati su specifiche esigenze, con soluzioni commerciali competitive per ciascuna fase della catena logistica che collega la Cina all'Italia.
«Si tratta di un traguardo storico nel processo di apertura di Poste italiane ai mercati internazionali, grazie all'ingresso di una società estera nel gruppo», ha detto Del Fante. «Con questo accordo diversifichiamo ulteriormente, anche a livello geografico, i nostri ricavi e proseguiamo nella nostra strategia di crescita». Mediante accordi con operatori logistici leader di mercato, la società che entrerà nel gruppo Poste è in grado di proporre una gamma completa di servizi di gestione logistica in territorio cinese, accompagnati da un servizio di tracciatura in tempo reale di ogni singola spedizione, dall'hub in Cina fino al destinatario finale in Italia. Va detto che le società logistiche del gruppo Poste italiane continueranno ad essere i fornitori dei servizi logistici di riferimento di Sengi Express per l'Italia. Per Poste l'operazione è parte dello sviluppo del business internazionale dei pacchi, elemento cardine della strategia di trasformazione all'interno della divisione corrispondenza, pacchi e distribuzione, che sfrutta le esponenziali opportunità di crescita nel commercio elettronico. Cloud Seven Holding, la società che cede Sengi Express a Poste, è guidata dall'amministratore unico Nelly Han. Dando uno sguardo alle passate relazioni semestrali di Poste, si nota che già da tempo il gruppo di Nelly Han intratteneva rapporti con Poste. Più in dettaglio, Sengi veniva utilizzata dal gruppo di Del Fante per tracciare i pacchi in arrivo dalla Cina lungo tutto il percorso della spedizione. «Per la prima volta», si legge in una relazione semestrale, «Poste ha la possibilità di tracciare sul proprio sito lo stato della spedizione, anche oltre i confini italiani». Non a caso, Han ha fatto sapere che «questa operazione è la naturale evoluzione della partnership che ci lega da qualche anno a Poste italiane, di cui proponiamo, con orgoglio e successo, i servizi ai nostri clienti in Cina. Siamo molto felici di entrare a far parte di un importante Gruppo, quotato in Borsa, e siamo sicuri che faremo fronte con successo a questa stimolante sfida».
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A giochi ormai fatti, il sottosegretario all'Economia, Antonio Misiani, paventa l'ingresso pubblico nel gruppo nato dalla fusione tra Fca e Psa. Il ceo Carlos Tavares rassicura i sindacati, ma è impossibile che il colosso automobilistico faccia i nostri interessi e non quelli dei francesiPrima operazione all'estero del gruppo di Matteo Del Fante per potenziare l'e-commerceLo speciale contiene due articoliNel giorno dell'incontro tra il nuovo ceo di Stellantis Carlos Tavares e una parte dei sindacati, ritorna di attualità la possibilità che lo Stato italiano entri come azionista nel colosso automobilistico nato dall'acquisizione di Fca da parte dei francesi di Psa (e non fusione tra le due, come specifica lo stesso prospetto di Borsa). A dirlo è stato ieri Antonio Misiani, sottosegretario all'Economia, che come qualche settimana fa ha ribadito «il peso degli azionisti italiani» nell'operazione e non ha escluso «l'ipotesi di un ingresso pubblico analogamente alla quota posseduta dal governo francese». E se da un lato i sindacati, dalla Fiom Cgil alla Uilm, sostengono di aver capito in appena un'ora di confronto che il nuovo amministratore delegato scelto dai francesi avrebbe dato rassicurazioni sulla «centralità dell'Italia» nell'operazione, dall'altro c'è la cruda realtà della politica industriale di questi ultimi mesi di governo Conte. Del resto, mentre lo Stato italiano spalanca le porte a Euronext per Borsa Italiana e non crea ostacoli per la nascita del quarto costruttore automobilistico al mondo, allo stesso tempo la nostra Fincantieri continua a rimanere ferma al palo per i cantieri di Saint Nazare. Insomma l'Italia sta concedendo molto ai cugini d'oltralpe. E a Palazzo Chigi non sembrano preoccuparsene. Del resto basta dare un'occhiata all'azionariato di Stellantis per capire che il nostro Paese avrà un ruolo marginale, non solo per l'assenza di una nostra partecipazione pubblica. Per di più va ricordato che proprio il governo francese aveva invocato la golden share quando si era parlato di trattative tra Fca e Renault, prima dell'accordo con Psa. In sostanza i francesi quando devono difendere i propri interessi non ci pensano su due volte. Ora l'Italia si trova di nuovo a rincorrere. I sindacati sostengono che Tavares abbia dato rassicurazioni, escludendo la chiusura degli stabilimenti italiani. Ma in un consiglio di amministrazione dove l'insieme dei soci di Psa hanno un peso maggiore rispetto alla controparte italiana, 6 contro 5, appare abbastanza difficile notare una benevolenza transalpina nei nostri confronti. La stessa Exor della famiglia Agnelli con i soci di Fca sembra più interessata all'operazione di mercato piuttosto che agli interessi del nostro Paese, per di più dopo aver incassato una cedola da quasi un miliardo di euro. Il problema poi ruota intorno alla possibilità che lo Stato italiano entri come azionista, ventilata da Misiani. Al momento Exor vanta circa il 14,4%, la famiglia Peugeot avrà il 7,2% con un'opzione a salire sino all'8,5%. Lo Stato francese ci sarà con 6,2% di Caisse des depots attraversi la controllata Bpi, infine i cinesi di Dongfeng avranno 5,6 per cento. E l'Italia? Lunedì sulla colonne del Corriere Economia Pierpaolo Di Stefano, ceo Cdp Equity, ha commentato proprio la presenza dell'Eliseo nel colosso automobilistico. «È evidente che una presenza di questo tipo serve anche a preservare la filiera automotive e il suo indotto, che investe in tecnologie e competenze, e le risorse umane che devono essere tutelate». Potrebbe essere quindi Cassa depositi e prestiti a entrare? E a quale prezzo? E con quali poteri? Di sicuro l'entrata dello Stato metterebbe anche a tacere le perplessità di alcuni sindacalisti come il leader della Cgil Maurizio Landini da tempo sulle barricate per l'operazione italo-francese. Sono settori del tutto differenti, ma la situazione appare per certi versi simile a quella che gli analisti finanziari stanno vivendo su Borsa italiana. Dopo il via libera dell'Antitrust europea all'acquisizione di Refinitiv da parte di London stock exchang, entra nel vivo la cessione da parte di Lse di Borsa spa alla cordata Euronext-Cdp-Intesa. Il presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini ha ribadito nelle scorse settimane che l'operazione Borsa italiana sarà di spinta verso il mercato europeo dei capitali. E che «alcune attività importanti per tutto il gruppo verranno concentrate a Milano». Tempini cita «l'It, il Monte titoli e Cassa di compensazione e garanzia». Ma appaiono promesse davvero deboli visto che queste attività sono già tra Milano e Roma e, per quanto riguarda l'It, quelle che contano sono le funzioni di business e non di staff in aziende del genere. Dal momento che la riorganizzazione interna a Euronext delle ultime settimane spiega come saranno i francesi ad avere in mano il pallino di tutte le operazioni più importanti. Lunedì è stata nominata Delphine d'Amarzit che entrerà nel Consiglio di Sorveglianza di Euronext. Non solo. Anthony Attia è diventato il nuovo Global Head of Primary Markets. Sarà sempre lui a supervisionare le attività relative a azioni e bond di Euronext. È inevitabile quindi, in attesa della chiusura della fusione che potrebbe avvenire in inverno, che non ci saranno italiani a livello di gruppo per quelle posizioni. Nel frattempo in primavera arriverà il piano industriale di Stellantis. C'è chi spera non vada a finire come per piazza Affari. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/solo-ora-il-governo-si-accorge-di-stellantis-2650045160.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-poste-italiane-arrivano-in-cina-acquistato-il-51-di-sengi-express" data-post-id="2650045160" data-published-at="1611178609" data-use-pagination="False"> Le Poste italiane arrivano in Cina. Acquistato il 51% di Sengi Express Nel suo intervento alla Camera Giuseppe Conte ha messo gli Stati Uniti sullo stesso piano della Cina sostenendo che l'Italia ha portato avanti anche «un'utile azione di raccordo fra i principali attori internazionali» tra i due Paesi. Non stupisce, quindi, che per la prima volta una società estera, più in particolare una società cinese, sia entrata nel perimetro di Poste italiane. Il gruppo guidato da Matteo Del Fante ha infatti siglato un accordo vincolante con Cloud Seven Holding Limited per l'acquisizione del 51% del capitale di Sengi Express Limited, società interamente posseduta da Cloud Seven Holding Limited con sede a Hong Kong. Sengi Express è una società specializzata nella creazione e nella gestione di soluzioni logistiche per le aziende dell'e-commerce cinese attive sul mercato italiano, con un fatturato pro-forma di circa 80 milioni di euro nel 2020. Il closing dell'operazione è previsto entro la fine del primo trimestre del 2021. Più in dettaglio, Sengi Express offre una gamma completa di servizi agli operatori dell'e-commerce cinese, ritagliati su specifiche esigenze, con soluzioni commerciali competitive per ciascuna fase della catena logistica che collega la Cina all'Italia. «Si tratta di un traguardo storico nel processo di apertura di Poste italiane ai mercati internazionali, grazie all'ingresso di una società estera nel gruppo», ha detto Del Fante. «Con questo accordo diversifichiamo ulteriormente, anche a livello geografico, i nostri ricavi e proseguiamo nella nostra strategia di crescita». Mediante accordi con operatori logistici leader di mercato, la società che entrerà nel gruppo Poste è in grado di proporre una gamma completa di servizi di gestione logistica in territorio cinese, accompagnati da un servizio di tracciatura in tempo reale di ogni singola spedizione, dall'hub in Cina fino al destinatario finale in Italia. Va detto che le società logistiche del gruppo Poste italiane continueranno ad essere i fornitori dei servizi logistici di riferimento di Sengi Express per l'Italia. Per Poste l'operazione è parte dello sviluppo del business internazionale dei pacchi, elemento cardine della strategia di trasformazione all'interno della divisione corrispondenza, pacchi e distribuzione, che sfrutta le esponenziali opportunità di crescita nel commercio elettronico. Cloud Seven Holding, la società che cede Sengi Express a Poste, è guidata dall'amministratore unico Nelly Han. Dando uno sguardo alle passate relazioni semestrali di Poste, si nota che già da tempo il gruppo di Nelly Han intratteneva rapporti con Poste. Più in dettaglio, Sengi veniva utilizzata dal gruppo di Del Fante per tracciare i pacchi in arrivo dalla Cina lungo tutto il percorso della spedizione. «Per la prima volta», si legge in una relazione semestrale, «Poste ha la possibilità di tracciare sul proprio sito lo stato della spedizione, anche oltre i confini italiani». Non a caso, Han ha fatto sapere che «questa operazione è la naturale evoluzione della partnership che ci lega da qualche anno a Poste italiane, di cui proponiamo, con orgoglio e successo, i servizi ai nostri clienti in Cina. Siamo molto felici di entrare a far parte di un importante Gruppo, quotato in Borsa, e siamo sicuri che faremo fronte con successo a questa stimolante sfida».
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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«Purtroppo il caporalato non è un fenomeno di questi giorni e i dati numerici ci dicono che come fenomeno non si sia aggravato, ma di fronte a queste situazioni continueremo ad inasprire le sanzioni e aumentare i controlli. I lavoratori vanno rispettati tutti, italiani e immigrati».
Il ministro ha aggiunto: «È stata l’illegalità diffusa che ha permesso, anche rispetto all’immigrazione clandestina, di trovare sacche delle quali hanno approfittato gli sfruttatori. Con i decreti flussi si prevede invece l’applicazione della civiltà».
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