
«Bene, adesso il nostro nuovo target è lui». La felicità di Mojtaba Khamenei per essere diventato Guida suprema dell’Iran dura pochi minuti, quelli necessari per leggere il benvenuto di Benjamin Netanyahu, non dei più gentili. Il secondogenito dell’ayatollah ucciso era già stato dato per morto tre giorni fa nello stesso attentato. Neanche il tempo di riprendersi dalla notizia, «un tantino esagerata», che si ritrova un’altra volta con il bersaglio incollatogli sulla fronte dal Mossad.
Il fatto deve avergli instillato sotto la abaya marrone un forte dubbio: gli 88 eletti dell’Assemblea degli esperti che lo hanno nominato leader al posto del padre - con voto online come al Festival di Sanremo (la sede di Qom è stata rasa al suolo) -, volevano dargli il massimo riconoscimento o fargli un dispetto?
È dura la vita dei predestinati, si potrebbe affermare. Mojtaba, 56 anni, lo è da quando ne aveva 30 e mostrò sincera devozione al padre sorpassando in graduatoria e affetto gli altri cinque fratelli. Soprattutto per l’influenza che riuscì a ottenere presso i Pasdaran e i Guardiani della rivoluzione, bracci armati dei vertici religiosi, nel periodo in cui riuscì a far eleggere presidente laico Mahmoud Ahmadinejad (2005), espressione dei militari. Nato come il padre nella città santuario di Mashhad (cupole delle moschee d’oro e minareti illuminati di notte), ha studiato teologia, è diventato chierico ma non ha mai completato il percorso religioso.
Mojtaba era più attratto dai dividenti petroliferi e dal lusso occidentale, motivo per il quale lo stesso Khamenei senior era poco propenso a sostenere una successione dinastica e l’establishment clericale sciita non avrebbe voluto sponsorizzarlo fino in fondo. Ma i kalashnikov dei Pasdaran convincono molte coscienze. Da questo punto di vista lui era blindato: si è costruito un ruolo indossando la divisa durante la guerra Iran-Iraq, poi legandosi alla forza paramilitare Basij, la feroce polizia interna dedita alla repressione del dissenso. Una strada vincente che gli ha consentito di sbaragliare, nella corsa al trono, un concorrente temibile come Hassan Khomeini, nipote dell’ayatollah fondatore della repubblica islamica.
Ora cominciano i guai ma fino ai 56 anni e a questo prestigioso «fastidio», la Guida suprema si era discretamente divertita, controllando e sfruttando l’imponente rete finanziaria costruita dal padre. Secondo un’inchiesta pubblicata in gennaio da Bloomberg, Mojtaba Khamenei è seduto su un impero immobiliare del valore di 100 milioni di sterline solo in Gran Bretagna. Possiede una villa a Londra, in The Bishops avenue, quartiere definito «Billionaire row», del valore di 33,7 milioni di sterline più hotel di lusso a Francoforte e Maiorca, beni e attività a Toronto e Parigi, partecipazioni in fondi internazionali attraverso società satellite. Manca solo una squadra di calcio. Fatto sta che anche a Teheran, fra gli integralisti dell’islam, la parola «differenziare» ha un certo appeal.
Il fiume di denaro deriva dalla vendita del petrolio iraniano ed è appoggiato su banche inglesi, svizzere, del Liechtenstein e degli Emirati Arabi attraverso società fantasma con sede a Saint Kitts and Nevis e nell’isola di Man. Lui non compare mai e Bloomberg indica nel banchiere iraniano Ali Ansari (nella lista nera di Londra e Wall Street come finanziatore dei Guardiani della rivoluzione) l’intermediario più fidato. Così, mentre il suo popolo è quasi alla fame per via delle sanzioni internazionali con un tasso d’inflazione al 48,6%, un Pil pro capite di 5.800 dollari all’anno e una disoccupazione giovanile al 20%, Mojtaba nuota nell’oro. Praticamente uno scià. Con il cruccio non marginale di essere, da ieri, il bersaglio supremo.






