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2019-12-09
L’Ue regala 11 miliardi alle Ong e non vuole spiegarci il perché
Ansa
Ancora non sappiamo a quali Ong che si occupano di cooperazione, solidarietà, ambiente, siano finiti gli 11,3 miliardi di euro stanziati dalla Commissione Ue tra il 2014 e il 2017. Già rimproverata dalla Corte dei conti europea, la Commissione evita di fare chiarezza anche rispondendo all'interrogazione presentata a settembre dal gruppo Identità e democrazia (Id) di cui è presidente il leghista Marco Zanni. «Si prevede la preparazione dell'elenco dei beneficiari non prima del 2021», è la sconcertante comunicazione arrivata pochi giorni fa dagli uffici che fanno capo alla nuova presidente Ursula von der Leyen. E nonostante «l'evidente problema di monitoraggio dovuto alla mancanza dell'elenco completo dei beneficiari», ci si ostina a sostenere che «il sistema attuale di controllo e incrocio d'informazioni assicura un ragionevole livello di garanzia nella tutela dei fondi».
Una presa per i fondelli, visto che non abbiamo ancora prove di una maggior trasparenza dei finanziamenti alle Ong, come raccomandava giusto un anno fa la Corte dei conti europea. Quella relazione, precisa e severa, è stata presto dimenticata. Nel frattempo, associazioni e fondazioni non governative hanno occupato tutti gli spazi possibili per intercettare barconi di migranti e sfidare i divieti di sbarco. Il gruppo Id ha nuovamente chiesto «dati dettagliati dei finanziamenti europei ricevuti direttamente o indirettamente dalle Ong, operanti sia in generale nel supporto alla gestione dei flussi migratori, sia specificatamente durante il pattugliamento e nel salvataggio nel Mar Mediterraneo». Documenti indispensabili, per capire quali collegamenti ci possano essere tra scafisti e no profit, nel traffico di esseri umani.
Ben pochi cittadini europei sapranno che basta un'autocertificazione per accedere ai finanziamenti Ue. È uno degli elementi di critica rilevati dalla Corte dei conti europea che scrive così: «La Commissione non è stata sufficientemente trasparente circa l'esecuzione dei fondi dell'Ue da parte di Ong». Precisava meglio: «Essendo l'assegnazione dello status di Ong nel sistema contabile della Commissione basata su autodichiarazioni, ed essendo i controlli effettuati dalla Commissione limitati, la classificazione di un'entità come Ong risulta inattendibile». Una bomba, silenziata da forze politiche e media. Questo significa che un numero imprecisato di pseudo organizzazioni umanitarie non corrispondono ai criteri di serietà e affidabilità richiesti.
Nel mirino della Corte dei conti sono finite soprattutto «le procedure relative ai subcontratti di sovvenzione e le procedure di selezione». Non solo «non esiste attualmente una definizione di Ong condivisa a livello Ue». Ma non ci sono criteri per l'assegnazione dei denari. Tra il 2014 e il 2017 è passato attraverso Ong il 6,8 % dei Fondi europei di sviluppo (Fes). Stiamo parlando di 1,2 miliardi di euro su un totale di quasi 18 miliardi. A varie organizzazioni non governative sono andati ben 5,5 miliardi di euro su 40,9 miliardi (13,29%) dei fondi destinati ad assistenza, sviluppo, aiuti umanitari e altre finalità proprie del «Ruolo mondiale dell'Europa». Scorrendo gli altri ambiti d'intervento, definiti «rubriche» nel quadro finanziario pluriennale (Qfp), strumento con il quale l'Unione europea stabilisce gli importi annui massimi che potrà spendere, per le organizzazioni impegnate in «Crescita intelligente e inclusiva, competitività per la crescita e l'occupazione», sono andati 4 miliardi di euro su 79,9 miliardi (5,5%). Solo 350 milioni di euro su 12.793 milioni (2,74%) per «Sicurezza e cittadinanza».
Ma dove vanno a finire questi soldi? La relazione spiega che «la maggior parte dei fondi Ue assegnati ad Ong è destinata ad azioni esterne», che rientrano tra quelle previste da Fes e Ruolo mondiale dell'Europa. In quali percentuali, già lo abbiamo visto, rispettivamente 1,2 miliardi e 5,5 miliardi di euro nell'arco di tempo considerato. La grande questione è: con quali criteri vengono poi distribuiti i contratti stipulati separatamente con terzi o più soggetti, per nulla chiari, cui fa riferimento la Corte dei conti europea? I finanziamenti sono gestiti dalle direzioni generali, chiamate anche «servizi», che attuano le politiche della Commissione europea in diverse materie. Vediamone alcune, quelle che hanno ricevuto più fondi per le Ong.
La direzione generale Cooperazione internazionale e sviluppo (Dg Devco), oggi rinominata «ai Partenariati internazionali» e responsabile della politica dell'Ue per lo sviluppo e gli aiuti internazionali, aveva ricevuto 2.768 milioni di euro. La direzione generale Politica di vicinato e negoziati di allargamento (Dg Near), che dovrebbe facilitare la cooperazione, promuovere buona governance e diritti umani nei Paesi orientali e meridionali vicini all'Ue, ricevette 783 milioni. La direzione generale Protezione civile e operazioni di aiuto umanitario europee (Dg Echo), 2.904 milioni.
Stanziati i fondi Ue, questi poi vengono erogati alle organizzazioni non governative che ne fanno domanda e che sono (dovrebbero essere) operanti nelle diverse attività. In quale modo vengono selezionate? Il regolamento finanziario applicabile al bilancio dell'Ue «non distingue i beneficiari aventi status di Ong dagli altri beneficiari». Non solo: la «Commissione non dispone di alcuna strategia diretta specificamente alle Ong e i suoi servizi non applicano criteri comuni in merito a cosa costituisca una Ong», rileva la Corte dei conti. Non c'è ancora un sistema comune di registrazione per chi richiede finanziamenti dell'Unione europea e, notate bene, «la Commissione verifica solo in modo limitato che le entità siano correttamente registrate come Ong». Già, perché quando un'organizzazione non governativa conclude per la prima volta un contratto con la Commissione, fornisce informazioni solo in base a un'autodichiarazione. Ecco allora che i maggiori beneficiari dei 4 miliardi di euro destinati a «Competitività per la crescita e l'occupazione», registrati come Ong, erano per lo più istituti di ricerca e università, oltre a una società cooperativa.
Come si fa poi a qualificare l'operato di una no profit, se «raramente» vengono richieste documentazioni di precedenze esperienze compiute? La Commissione non dispone di tutte le informazioni sui finanziamenti ricevuti in passato e su tutte le attività svolte dalle Ong. Quindi un ente autocertifica quello che vuole, millanta di aver svolto qualche cooperazione allo sviluppo e ottiene soldi. Perfino le Nazioni Unite, nel richiedere fondi all'Unione europea, non hanno dimostrato di valutare le Ong con cui poi stipulavano sub contratti: «Le procedure di selezione mancavano di trasparenza», in metà dei progetti a gestione indiretta che la Corte dei conti ha esaminato. Eppure, la Commissione aveva ugualmente espresso «una valutazione positiva».
Ce ne sarebbe a sufficienza per demolire un simile sistema di erogazione di fondi, ma c'è dell'altro. I modelli di informativa finanziaria della Commissione non sempre registrano dati sui fondi ricevuti da tutti i beneficiari di un contratto, come nel caso dei sistemi della Protezione civile e operazioni di aiuto umanitario europee (Echo), dove importi relativi a ulteriori sub contratti nemmeno compaiono. Il modello di informativa finanziaria utilizzato dalle direzioni generali di Devco e Near permette di conoscere i progetti e le spese, «tuttavia, non vi è alcuna ripartizione dei finanziamenti ricevuti per ciascuno dei beneficiari della convenzione di sovvenzione». La Commissione non sa nemmeno di quanto sarà lievitata la spesa.
«Nulla è più opaco di come Bruxelles gestisce il denaro pubblico europeo»

Ansa
«La Commissione nasconde un'illecita attribuzione di fondi». Augusto Sinagra, 78 anni, già professore ordinario di diritto dell'Unione europea alla Sapienza di Roma e grande esperto di diritto internazionale, non ha dubbi sul perché ignoriamo a quali Ong siano finiti più di 11 miliardi di euro: «Non è che a Bruxelles non possano fornire l'elenco. È che non vogliono».
Professore, basta essere no profit per accedere a fondi Ue? L'impegno nel sociale o per l'ambiente sembrano le uniche garanzie richieste.
«Andrebbe accertato non solo quali sono le associazioni che hanno beneficiato dei finanziamenti, ma anche le loro finalità. Vanno valutati gli scopi, che devono essere nella cura dell'interesse pubblico, non di quello privato. Il bilancio dell'Unione europea non è un bancomat. E se le Ong fanno servizio di deportati dalle coste della Libia all'Italia, non possono ricevere soldi».
Rigida nel pretendere conti in ordine dagli Stati membri, la Commissione non offre modelli trasparenti di informativa finanziaria sui contributi alle Organizzazioni non governative.
«Non c'è nulla di più opaco dei meccanismi con il quale viene gestito il denaro pubblico europeo. Considerato il livello di degenerazione, soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta politica monetaria, l'unica soluzione è uscire dall'Unione europea e dall'euro».
Auspica una Brexit allargata a tutti i Paesi euroscettici?
«Sono fortemente europeista, ma la mia idea è quella di una Ue che si prenda cura delle istanze sociali, che difenda i lavoratori e non il benessere delle banche, delle grandi imprese, delle élite finanziarie. Il lavoro è un valore, non una voce di costo. Bisogna poi finirla di contrabbandare falsità, l'euro non è una moneta unica, è un'espressione monetaria indicativa di un rapporto fisso di cambio. Se non ha procurato benessere, provocando invece disoccupazione, sofferenza sociale, se l'Italia non è più la quinta potenza economica mondiale, se lo scorso anno i nostri poveri erano 5 milioni, perché continuare a impiccarci in nome dell'euro?».
Parliamo della nuova Commissione europea, molto interessata alla lotta contro l'inquinamento ma non a trovare soluzioni per arginare un'emigrazione fuori controllo.
«Non c'è la volontà di risolvere una questione così grave per le conseguenze sul piano sociale, politico, della sicurezza. D'altra parte, che cosa possiamo aspettarci se il nostro ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, fa dichiarazioni contro l'interesse nazionale? Interesse che va difeso, non è un'evocazione fascista. Afferma che l'Italia deve favorire in ogni modo l'ingresso sul territorio nazionale di migranti, che io invece chiamo clandestini perché vogliono sbarcare nel nostro Paese senza documenti e a tutti i costi, anche alzando la voce come capita sempre più spesso, mentre lo Stato non è obbligato ad accoglierli. Qual è l'interesse? Evidentemente solo quello di cinesizzare il mercato del lavoro, favorendo la deportazione di schiavi e portando i salari al punto più basso possibile. Questa invasione e la destrutturazione dello stato sociale non preoccupano l'Unione europea, che si occupa di gretinate, delle sciocchezze dette da una ragazzina, poveretta non sta nemmeno bene, manovrata da qualcuno».
Sembra che difendere i confini e la sicurezza di uno Stato siano solo volontà sovraniste, considerate «un virus per un'Europa che dev'essere forte e unita», come ha dichiarato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli.
«Non difendere i propri confini è un pericolo. Il problema viene da lontano, dal 1945. L'Italia non solo è stata capace di perdere la guerra, ma anche di perdere la pace, rendendoci colonia degli Stati Uniti e finendo nel meccanismo perverso dell'Unione europea. Un'Europa che non è quella dei popoli, della difesa dei deboli, del benessere sociale, come volevano i padri fondatori. Questa è un'Europa che provoca morti, suicidi, fame, che ha partecipato a tutte le guerre di aggressione degli ultimi quarant'anni, che è andata a bombardare la Libia».
Quanti fondi finiti in «subappalto»

Ansa
I subcontratti applicati dalle direzioni generali con i partner delle Ong, che attueranno i progetti, non sempre seguono le procedure richieste. Alcuni (ma i campioni valutati sono pochi) superano i limiti degli importi previsti e permettono un numero imprecisato di ulteriori contratti secondari. I revisori della Corte dei conti hanno verificato che in 4 progetti su 14 esaminati le no profit che avevano firmato le convenzioni ne avevano poi affidato l'esecuzione ad altre entità senza che la Commissione lo sapesse.
Una sovvenzione della direzione generale della Protezione civile e operazioni di aiuto umanitario, pari a 5 milioni di euro, risultava concessa al 100% alla Ong di Care Austria. In realtà, il 40% dei fondi sono andati a un primo ente in Etiopia e gli altri ripartiti in percentuali diverse ad altri cinque organismi: sei Ong in tutto di cui non si conosce il nome. Anche perché «non viene resa disponibile alcuna informazione sugli effettivi pagamenti». Alla faccia della trasparenza finanziaria dell'Ue.
In molti servizi della Commissione, l'importo della sovvenzione è interamente collegato al partner capofila, senza comunicazioni sul beneficiario. I costi indiretti, inoltre, finiscono per essere conteggiati due volte nei progetti a gestione indiretta, con il risultato che «la Commissione non era sempre in grado di controllare i costi dichiarati da tutte le Ong finanziate». Inoltre, sul registro Iati (International aid transparency initiative) che dovrebbe migliorare la trasparenza degli aiuti allo sviluppo, sono presenti pochissimi dati sui fondi fiduciari dell'Ue e sui risultati dei progetti finanziati. Insomma, non sappiamo che uso sia stato fatto dei nostri soldi.
Le raccomandazioni della Corte dei conti, per una maggiore trasparenza dei fondi concessi, identificazione delle Ong e istituzione di un sistema comune a tutta la Commissione per registrare chi chiede finanziamenti, devono attuarsi parte entro il 2020, parte entro il 2021. Nel frattempo, possiamo continuare a sentirci presi in giro.
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Totale opacità da parte della Commissione sull'uso dei nostri soldi: non rivela i nomi delle organizzazioni né il motivo per cui le finanzia. E alla Corte dei conti che chiede chiarezza, replica: «Ne riparliamo nel 2021».Il docente di diritto internazionale Augusto Sinagra non ha dubbi: «L'attribuzione di fondi è illecita. Ci vuole più rigore quando si accerta sia chi beneficia dei finanziamenti sia per quali scopi. Che spesso coincidono con interessi privati».Molte organizzazioni raccolgono quattrini e poi li redistribuiscono ad altre realtà senza informare chi li ha versati. Così il giro dei contributi si fa sempre più oscuro.Lo speciale contiene tre articoli.Ancora non sappiamo a quali Ong che si occupano di cooperazione, solidarietà, ambiente, siano finiti gli 11,3 miliardi di euro stanziati dalla Commissione Ue tra il 2014 e il 2017. Già rimproverata dalla Corte dei conti europea, la Commissione evita di fare chiarezza anche rispondendo all'interrogazione presentata a settembre dal gruppo Identità e democrazia (Id) di cui è presidente il leghista Marco Zanni. «Si prevede la preparazione dell'elenco dei beneficiari non prima del 2021», è la sconcertante comunicazione arrivata pochi giorni fa dagli uffici che fanno capo alla nuova presidente Ursula von der Leyen. E nonostante «l'evidente problema di monitoraggio dovuto alla mancanza dell'elenco completo dei beneficiari», ci si ostina a sostenere che «il sistema attuale di controllo e incrocio d'informazioni assicura un ragionevole livello di garanzia nella tutela dei fondi». Una presa per i fondelli, visto che non abbiamo ancora prove di una maggior trasparenza dei finanziamenti alle Ong, come raccomandava giusto un anno fa la Corte dei conti europea. Quella relazione, precisa e severa, è stata presto dimenticata. Nel frattempo, associazioni e fondazioni non governative hanno occupato tutti gli spazi possibili per intercettare barconi di migranti e sfidare i divieti di sbarco. Il gruppo Id ha nuovamente chiesto «dati dettagliati dei finanziamenti europei ricevuti direttamente o indirettamente dalle Ong, operanti sia in generale nel supporto alla gestione dei flussi migratori, sia specificatamente durante il pattugliamento e nel salvataggio nel Mar Mediterraneo». Documenti indispensabili, per capire quali collegamenti ci possano essere tra scafisti e no profit, nel traffico di esseri umani.Ben pochi cittadini europei sapranno che basta un'autocertificazione per accedere ai finanziamenti Ue. È uno degli elementi di critica rilevati dalla Corte dei conti europea che scrive così: «La Commissione non è stata sufficientemente trasparente circa l'esecuzione dei fondi dell'Ue da parte di Ong». Precisava meglio: «Essendo l'assegnazione dello status di Ong nel sistema contabile della Commissione basata su autodichiarazioni, ed essendo i controlli effettuati dalla Commissione limitati, la classificazione di un'entità come Ong risulta inattendibile». Una bomba, silenziata da forze politiche e media. Questo significa che un numero imprecisato di pseudo organizzazioni umanitarie non corrispondono ai criteri di serietà e affidabilità richiesti. Nel mirino della Corte dei conti sono finite soprattutto «le procedure relative ai subcontratti di sovvenzione e le procedure di selezione». Non solo «non esiste attualmente una definizione di Ong condivisa a livello Ue». Ma non ci sono criteri per l'assegnazione dei denari. Tra il 2014 e il 2017 è passato attraverso Ong il 6,8 % dei Fondi europei di sviluppo (Fes). Stiamo parlando di 1,2 miliardi di euro su un totale di quasi 18 miliardi. A varie organizzazioni non governative sono andati ben 5,5 miliardi di euro su 40,9 miliardi (13,29%) dei fondi destinati ad assistenza, sviluppo, aiuti umanitari e altre finalità proprie del «Ruolo mondiale dell'Europa». Scorrendo gli altri ambiti d'intervento, definiti «rubriche» nel quadro finanziario pluriennale (Qfp), strumento con il quale l'Unione europea stabilisce gli importi annui massimi che potrà spendere, per le organizzazioni impegnate in «Crescita intelligente e inclusiva, competitività per la crescita e l'occupazione», sono andati 4 miliardi di euro su 79,9 miliardi (5,5%). Solo 350 milioni di euro su 12.793 milioni (2,74%) per «Sicurezza e cittadinanza».Ma dove vanno a finire questi soldi? La relazione spiega che «la maggior parte dei fondi Ue assegnati ad Ong è destinata ad azioni esterne», che rientrano tra quelle previste da Fes e Ruolo mondiale dell'Europa. In quali percentuali, già lo abbiamo visto, rispettivamente 1,2 miliardi e 5,5 miliardi di euro nell'arco di tempo considerato. La grande questione è: con quali criteri vengono poi distribuiti i contratti stipulati separatamente con terzi o più soggetti, per nulla chiari, cui fa riferimento la Corte dei conti europea? I finanziamenti sono gestiti dalle direzioni generali, chiamate anche «servizi», che attuano le politiche della Commissione europea in diverse materie. Vediamone alcune, quelle che hanno ricevuto più fondi per le Ong.La direzione generale Cooperazione internazionale e sviluppo (Dg Devco), oggi rinominata «ai Partenariati internazionali» e responsabile della politica dell'Ue per lo sviluppo e gli aiuti internazionali, aveva ricevuto 2.768 milioni di euro. La direzione generale Politica di vicinato e negoziati di allargamento (Dg Near), che dovrebbe facilitare la cooperazione, promuovere buona governance e diritti umani nei Paesi orientali e meridionali vicini all'Ue, ricevette 783 milioni. La direzione generale Protezione civile e operazioni di aiuto umanitario europee (Dg Echo), 2.904 milioni.Stanziati i fondi Ue, questi poi vengono erogati alle organizzazioni non governative che ne fanno domanda e che sono (dovrebbero essere) operanti nelle diverse attività. In quale modo vengono selezionate? Il regolamento finanziario applicabile al bilancio dell'Ue «non distingue i beneficiari aventi status di Ong dagli altri beneficiari». Non solo: la «Commissione non dispone di alcuna strategia diretta specificamente alle Ong e i suoi servizi non applicano criteri comuni in merito a cosa costituisca una Ong», rileva la Corte dei conti. Non c'è ancora un sistema comune di registrazione per chi richiede finanziamenti dell'Unione europea e, notate bene, «la Commissione verifica solo in modo limitato che le entità siano correttamente registrate come Ong». Già, perché quando un'organizzazione non governativa conclude per la prima volta un contratto con la Commissione, fornisce informazioni solo in base a un'autodichiarazione. Ecco allora che i maggiori beneficiari dei 4 miliardi di euro destinati a «Competitività per la crescita e l'occupazione», registrati come Ong, erano per lo più istituti di ricerca e università, oltre a una società cooperativa.Come si fa poi a qualificare l'operato di una no profit, se «raramente» vengono richieste documentazioni di precedenze esperienze compiute? La Commissione non dispone di tutte le informazioni sui finanziamenti ricevuti in passato e su tutte le attività svolte dalle Ong. Quindi un ente autocertifica quello che vuole, millanta di aver svolto qualche cooperazione allo sviluppo e ottiene soldi. Perfino le Nazioni Unite, nel richiedere fondi all'Unione europea, non hanno dimostrato di valutare le Ong con cui poi stipulavano sub contratti: «Le procedure di selezione mancavano di trasparenza», in metà dei progetti a gestione indiretta che la Corte dei conti ha esaminato. Eppure, la Commissione aveva ugualmente espresso «una valutazione positiva». Ce ne sarebbe a sufficienza per demolire un simile sistema di erogazione di fondi, ma c'è dell'altro. I modelli di informativa finanziaria della Commissione non sempre registrano dati sui fondi ricevuti da tutti i beneficiari di un contratto, come nel caso dei sistemi della Protezione civile e operazioni di aiuto umanitario europee (Echo), dove importi relativi a ulteriori sub contratti nemmeno compaiono. Il modello di informativa finanziaria utilizzato dalle direzioni generali di Devco e Near permette di conoscere i progetti e le spese, «tuttavia, non vi è alcuna ripartizione dei finanziamenti ricevuti per ciascuno dei beneficiari della convenzione di sovvenzione». La Commissione non sa nemmeno di quanto sarà lievitata la spesa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/soldi-alle-ong-lue-regala-alle-associazioni-11-3-miliardi-la-corte-dei-conti-chiede-piu-chiarezza-ma-la-commissione-risponde-fra-due-anni-2641547929.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nulla-e-piu-opaco-di-come-bruxelles-gestisce-il-denaro-pubblico-europeo" data-post-id="2641547929" data-published-at="1776065157" data-use-pagination="False"> «Nulla è più opaco di come Bruxelles gestisce il denaro pubblico europeo» Ansa «La Commissione nasconde un'illecita attribuzione di fondi». Augusto Sinagra, 78 anni, già professore ordinario di diritto dell'Unione europea alla Sapienza di Roma e grande esperto di diritto internazionale, non ha dubbi sul perché ignoriamo a quali Ong siano finiti più di 11 miliardi di euro: «Non è che a Bruxelles non possano fornire l'elenco. È che non vogliono». Professore, basta essere no profit per accedere a fondi Ue? L'impegno nel sociale o per l'ambiente sembrano le uniche garanzie richieste. «Andrebbe accertato non solo quali sono le associazioni che hanno beneficiato dei finanziamenti, ma anche le loro finalità. Vanno valutati gli scopi, che devono essere nella cura dell'interesse pubblico, non di quello privato. Il bilancio dell'Unione europea non è un bancomat. E se le Ong fanno servizio di deportati dalle coste della Libia all'Italia, non possono ricevere soldi». Rigida nel pretendere conti in ordine dagli Stati membri, la Commissione non offre modelli trasparenti di informativa finanziaria sui contributi alle Organizzazioni non governative. «Non c'è nulla di più opaco dei meccanismi con il quale viene gestito il denaro pubblico europeo. Considerato il livello di degenerazione, soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta politica monetaria, l'unica soluzione è uscire dall'Unione europea e dall'euro». Auspica una Brexit allargata a tutti i Paesi euroscettici? «Sono fortemente europeista, ma la mia idea è quella di una Ue che si prenda cura delle istanze sociali, che difenda i lavoratori e non il benessere delle banche, delle grandi imprese, delle élite finanziarie. Il lavoro è un valore, non una voce di costo. Bisogna poi finirla di contrabbandare falsità, l'euro non è una moneta unica, è un'espressione monetaria indicativa di un rapporto fisso di cambio. Se non ha procurato benessere, provocando invece disoccupazione, sofferenza sociale, se l'Italia non è più la quinta potenza economica mondiale, se lo scorso anno i nostri poveri erano 5 milioni, perché continuare a impiccarci in nome dell'euro?». Parliamo della nuova Commissione europea, molto interessata alla lotta contro l'inquinamento ma non a trovare soluzioni per arginare un'emigrazione fuori controllo. «Non c'è la volontà di risolvere una questione così grave per le conseguenze sul piano sociale, politico, della sicurezza. D'altra parte, che cosa possiamo aspettarci se il nostro ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, fa dichiarazioni contro l'interesse nazionale? Interesse che va difeso, non è un'evocazione fascista. Afferma che l'Italia deve favorire in ogni modo l'ingresso sul territorio nazionale di migranti, che io invece chiamo clandestini perché vogliono sbarcare nel nostro Paese senza documenti e a tutti i costi, anche alzando la voce come capita sempre più spesso, mentre lo Stato non è obbligato ad accoglierli. Qual è l'interesse? Evidentemente solo quello di cinesizzare il mercato del lavoro, favorendo la deportazione di schiavi e portando i salari al punto più basso possibile. Questa invasione e la destrutturazione dello stato sociale non preoccupano l'Unione europea, che si occupa di gretinate, delle sciocchezze dette da una ragazzina, poveretta non sta nemmeno bene, manovrata da qualcuno». Sembra che difendere i confini e la sicurezza di uno Stato siano solo volontà sovraniste, considerate «un virus per un'Europa che dev'essere forte e unita», come ha dichiarato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. «Non difendere i propri confini è un pericolo. Il problema viene da lontano, dal 1945. L'Italia non solo è stata capace di perdere la guerra, ma anche di perdere la pace, rendendoci colonia degli Stati Uniti e finendo nel meccanismo perverso dell'Unione europea. Un'Europa che non è quella dei popoli, della difesa dei deboli, del benessere sociale, come volevano i padri fondatori. Questa è un'Europa che provoca morti, suicidi, fame, che ha partecipato a tutte le guerre di aggressione degli ultimi quarant'anni, che è andata a bombardare la Libia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/soldi-alle-ong-lue-regala-alle-associazioni-11-3-miliardi-la-corte-dei-conti-chiede-piu-chiarezza-ma-la-commissione-risponde-fra-due-anni-2641547929.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quanti-fondi-finiti-in-subappalto" data-post-id="2641547929" data-published-at="1776065157" data-use-pagination="False"> Quanti fondi finiti in «subappalto» Ansa I subcontratti applicati dalle direzioni generali con i partner delle Ong, che attueranno i progetti, non sempre seguono le procedure richieste. Alcuni (ma i campioni valutati sono pochi) superano i limiti degli importi previsti e permettono un numero imprecisato di ulteriori contratti secondari. I revisori della Corte dei conti hanno verificato che in 4 progetti su 14 esaminati le no profit che avevano firmato le convenzioni ne avevano poi affidato l'esecuzione ad altre entità senza che la Commissione lo sapesse. Una sovvenzione della direzione generale della Protezione civile e operazioni di aiuto umanitario, pari a 5 milioni di euro, risultava concessa al 100% alla Ong di Care Austria. In realtà, il 40% dei fondi sono andati a un primo ente in Etiopia e gli altri ripartiti in percentuali diverse ad altri cinque organismi: sei Ong in tutto di cui non si conosce il nome. Anche perché «non viene resa disponibile alcuna informazione sugli effettivi pagamenti». Alla faccia della trasparenza finanziaria dell'Ue. In molti servizi della Commissione, l'importo della sovvenzione è interamente collegato al partner capofila, senza comunicazioni sul beneficiario. I costi indiretti, inoltre, finiscono per essere conteggiati due volte nei progetti a gestione indiretta, con il risultato che «la Commissione non era sempre in grado di controllare i costi dichiarati da tutte le Ong finanziate». Inoltre, sul registro Iati (International aid transparency initiative) che dovrebbe migliorare la trasparenza degli aiuti allo sviluppo, sono presenti pochissimi dati sui fondi fiduciari dell'Ue e sui risultati dei progetti finanziati. Insomma, non sappiamo che uso sia stato fatto dei nostri soldi. Le raccomandazioni della Corte dei conti, per una maggiore trasparenza dei fondi concessi, identificazione delle Ong e istituzione di un sistema comune a tutta la Commissione per registrare chi chiede finanziamenti, devono attuarsi parte entro il 2020, parte entro il 2021. Nel frattempo, possiamo continuare a sentirci presi in giro.
La rappresentanza del governo all'apertura di Vinitaly 2026 (Ansa)
Viene in mente una hit di Vasco Rossi: voglio cercare un senso a questo Vinitaly anche se questo Vinitaly un senso non ce l’ha. Nulla di nuovo nonostante la presenza di ben cinque ministri e domani, martedì, è attesa anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Inaugurazione ieri con il titolare degli Esteri Antonio Tajani che parla di Hormuz (dallo stretto com’è noto passano cisterne di vino!), del quadro globale instabile e della Farnesina ministero economico che punta a 700 miliardi di export per l’Italia. Poco più dell’1% sarebbe il vino. Tajani parla benissimo degli accordi Mercosur e con l’Australia a cui concediamo di spacciare finto Prosecco in giro per il mondo, così come abbiamo consentito all’Argentina d’importare dagli Usa il Parmesan e di rivendercelo. Non una parola sull’Europa vuole penalizzare il vino con le etichette allarmistiche. Ma Tajani è soddisfatto perché in America abbiamo ottenuto dazi al 15% sulle nostre bottiglie – gli Usa sono il nostro primo cliente: abbiamo perso il 9% che significa 180 milioni - e c’è chi sta peggio. Un clima da celebrazioni che contrasta col pessimismo e il senso di smarrimento delle aziende.
Vendere vino è una questione di egemonia culturale ed economica: i successi del vino sono legati alla cultura occidentale. I romani lo imposero con l’Impero, lo hanno fatto poi gli inglesi «inventori» commerciali di Bordeaux, dello Campagne e del Marsala. Ma per dirlo bisogna saperlo e avere il coraggio di ammettere che con due miliardi di musulmani, circa 1,5 miliardi di indiani che non si possono permettere il vino e un altro miliardo di cinesi che non sanno neppure cos’è il perimetro di mercato è strettino. Se poi ci facciamo la guerra in Europa con le etichette che equiparano il vino al veleno è fatta. Eppure Matteo Zoppas – presidente dell’Ice – la spara e la spera grossa: «Portiamo l’export del vino italiano a 10 miliardi, l’obiettivo è ambizioso, ma possibile». Detto per inciso quest’anno siamo passati da 8,1 a 7,8 miliardi lasciando per strada quasi il 4%. Tocca a Francesco Lollobrigida ministro dell’agricoltura dare un cenno di speranza ecumenico: «Lo disse papa Woytila: non abbiate paura». Lollobrigida ha fatto fare una mega-bottiglia di trenta metri con scritto dentro c’è l’Italia per dire che ogni bicchiere è testimonianza dei nostri valori. Ha rivendicato il riconoscimento Unesco della nostra cucina (sulla qualità però nessuno sorveglia) perché «senza vino non si mangia bene, il vino deve tornare a raccontarsi come prodotto centrale». Resta il fatto che mentre abbinare vino e Mozart, vino e tagliatelle è facile metterlo insieme con Sfera Ebbasta e con le orride polpette da fast food è più complicato.
Intanto il consumo pro capite in Italia è precipitato sotto i 28 litri e infatti nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri stoccati. Girando per i padiglioni sembra che domini il Principe di Salina: bisogna che tutto cambi perché tutti resti com’è. Solite degustazioni, stand ad effetto, ma di farne una questione di centralità economica e politica prima di tutto in Ue dove Ursula von der Leyen considera l’agricoltura una seccatura non si vede traccia. Tocca al ministro del turismo Gianmarco Mazzi ricordare che il vino «è storia millenaria e che dall’enoturismo viene un impulso». Il ministro del made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che le leve dalla crescita sono enoturismo e nuovi mercati (peccato che l’Ue tagli i soldi per la promozione) e che il Vinitaly è una «vetrina della resilienza e della competitività del made in Italy». Forse, verrebbe da dire. Anche se il presidente della Fiera di Verona Federico Bricolo (i veneti c’erano tutti dal neopresidente della Regione Alberto Stefani al presidente della Provincia e al Sindaco di Verona Flavio Massimo Pasini e Damiano Tommasi) ha fatto lo spot al suo Vinitaly «perché qui il sistema vino è tutto unito e noi siamo non solo Fiera, ma agenzia per l’export che guarda ai mercati emergenti». Ci sono 4400 aziende, felicissima la partecipazione dell’Armenia l’antica culla del vino, tra speranza e pessimismo.
Lamberto Frescobaldi presidente dell’Uiv dice che la «scossa della crisi servirà a rivitalizzare la voglia d’intraprendere delle aziende» e la Confcooperative con Luca Rigotti insiste: se abbassiamo il tasso alcolico si conquista nuovo consumo. I dealcolati fanno moda, ma non fanno, per ora, fatturato. Una parola di verità la dice la Coldiretti. Volete rilanciare il vino? Toglieteci i lacci e i balzelli e finalmente si parla d’Europa. Significa come sottolinea Vincenzo Gesmundo di Coldiretti «liberare il vino da quasi duemila pagine tra regolamenti, norme fiscali e disciplinari: nessun comparto al mondo è così gravato dalla burocrazia». Semplificare vorrebbe dire: «togliere 1,6 miliardi di euro di costi nascosti che possono tornare direttamente nelle tasche delle imprese vitivinicole italiane». Il fatturato complessivo del vino italiano che resta comunque la prima voce dell’export agricolo, è di 14 miliardi. Buttarne via oltre il 12% in grida manzoniane pare da ubriachi.
«Pronti a tutelare le eccellenze»
Il cambiamento climatico e le problematiche che questo comporta per il settore agroalimentare dà sempre più centralità al ruolo svolto dalle soluzioni assicurative. Sono sempre più frequenti gli eventi estremi, siccità prolungate, alluvioni, grandine e ondate di calore che devastano l'agricoltura, causando perdite produttive significative e mettono a dura prova il settore. Solo nel 2025, l’Italia ha registrato quasi 380 eventi climatici estremi. Il comparto vitivinicolo, con 670.000 ettari coltivati e oltre 44 milioni di ettolitri prodotti nell’ultimo anno, è tra i settori più esposti. Di qui il rapporto stretto tra mondo del vino e quello assicurativo a protezione del comparto agroalimentare, che vale oltre il 15% del Pil Italiano, e avrà sempre più l’esigenza di poter contare su soluzioni in grado di salvaguardare aziende, territori e comunità. Un connubio ribadito dalla presenza di Generali Italia, alla 58a edizione di Vinitaly a Verona, la manifestazione internazionale di riferimento per il mondo enologico.
Diversi giorni di incontri, tavole rotonde, approfondimenti e dirette Youtube sono in calendario dallo stand di Generali e de Le Tenute del Leone Alato, la società vitivinicola della compagnia, presente nelle regioni a più alta vocazione produttiva del Paese. Occasioni di incontro e approfondimento anche in città, grazie a Vinitaly and the City e alla mostra L’Arte al Vinitaly.
«Come primo assicuratore del Paese - ha affermato Giancarlo Fancel, Country Manager & Ceo di Generali Italia e presidente del Gruppo Leone Alato - sentiamo la responsabilità di essere al fianco delle imprese con soluzioni innovative e con una visione di lungo periodo, capace di creare valore e proteggere il lavoro e i territori, integrando in modo concreto i principi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Grazie alla forza della Rete di Generali Italia e Cattolica, continueremo a supportare le eccellenze italiane in un percorso di crescita sostenibile e a fornire risposte concrete a comunità e imprese, contribuendo allo sviluppo del Paese».
Secondo dati Istat e dell’Unione europea, il nostro continente, a causa delle trasformazioni del clima e degli eventi collegati, potrebbe dover affrontare costi pari a 600 miliardi di euro fino al 2030.
Oltre all’impatto del cambiamento metereologico, saranno affrontati i temi della sostenibilità ambientale, dell’agricoltura rigenerativa, del turismo e dello sviluppo del territorio con una serie di incontri nel “Glass box” a due piani ospitato nel Padiglione Veneto, insieme a una serie di iniziative, tra cui le degustazioni delle bottiglie de “Le Tenute del Leone Alato” che vedranno coinvolti, oltre agli appassionati del buon vino, anche imprenditori, agenti, periti, agricoltori e studiosi di sostenibilità, clima e ambiente. Un racconto corale, con al centro esperti e manager della compagnia, che aiuterà a capire quali strade intraprendere per offrire risposte adeguate ad un mondo produttivo fondamentale per lo sviluppo dell’economia italiana.
Generali Italia inoltre porta la cultura al Vinitaly. Grazie alla partnership con il ministero dell’Agricoltura e in collaborazione con il ministero della Cultura, verrà esposta una selezione di sculture a tema mitologico provenienti da Firenze. Dalla Galleria degli Uffizi sarà possibile ammirare il gruppo statuario Bacco e Satiro, quello di Bacco e Ampelo, la Ninfa con pantera e le statue di Bacco e di Hora, mentre da Palazzo Pitti una statua di Bacco di epoca romana. L'iniziativa rientra in Generali Valore Cultura, il progetto che da dieci anni sostiene l'arte e la cultura, per valorizzare le comunità e i territori e promuovere la bellezza che unisce il Paese.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 aprile con Carlo Cambi
Peter Magyar (Getty Images)
E poi ovviamente c’è il dato più rilevante, ovvero l’esito (provvisorio al momento in cui andiamo in stampa) delle elezioni più combattute degli ultimi anni. Fidesz, il partito di Viktor Orbán, se la gioca fino all’ultimo con Tisza, la formazione guidata da Peter Magyar. Mentre chiudiamo il giornale i primi scrutini (29,1% dei voti esaminati) mostrano un vantaggio dell’opposizione per 132 seggi a 59, ma intanto c’è un’evidenza: per la prima volta dopo molto tempo Fidesz ha una concreta possibilità di perdere. Orbán suda e fatica dopo sedici anni col vento in poppa, tra gli scongiuri dei fanatici europeisti che in questi anni lo hanno dipinto come un mostro, un nuovo Hitler, l’incarnazione dell’incubo sovranista. Ancora ieri, alla vigilia del voto, gli allegri cantori del sistema - gente come Bernard-Henri Lévy - insistevano a parlare del voto in Ungheria come di uno spartiacque per la storia europea: lo scontro finale tra il Bene (ovviamente rappresentato da Bruxelles) e il mostro di Budapest.
Viene però da chiedersi: come mai, se Orbán era davvero un autocrate nemico della democrazia, un disonesto manipolatore, su queste elezioni c’è stata così tanta incertezza? Non dovrebbe un aspirante dittatore, uno che ha esercitato il potere assoluto per quasi un ventennio, preoccuparsi di impedire il corretto funzionamento delle procedure democratiche al fine di assicurarsi un successo scontato e schiacciante? E invece il presunto autocrate ha dovuto lottare e soffrire esattamente come il suo sfidante. A quanto pare non sono servite a levare di mezzo gli ostacoli nemmeno le onnipresenti «ingerenze russe» che ogni volta vengono evocate quando si sospetta che possa vincere un leader sgradito all’establishment liberal-europeista. In compenso, quello sì, sembra che abbiano funzionato e non poco le ingerenze vere e più feroci, cioè le pressioni fortissime esercitate da Bruxelles e dai suoi fedeli cani da guardia.
«Al di là dell’esito, una cosa è certa: queste elezioni si sono svolte sotto fortissime pressioni esterne, soprattutto da parte della Ue e dell’establishment politico-mediatico mainstream», ci dice Thomas Fazi, saggista e attento analista della situazione ungherese. «Da settimane si montava un nuovo Russiagate - presunte interferenze russe prive di qualsiasi prova concreta - con un doppio obiettivo: avvantaggiare l’opposizione o, in caso di vittoria di Orbán, dichiararne invalido il risultato, esattamente come avvenuto in Romania poco più di un anno fa. Particolarmente grave è stato il rilascio di intercettazioni tra il ministro degli Esteri ungherese e il suo omologo russo Lavrov: intercettazioni che non rivelano nulla di scandaloso, se non il fatto - questo sì sconcertante - che qualche servizio di intelligence occidentale stesse spiando il governo Orbán. A ciò si aggiunge il sabotaggio ucraino dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo in Ungheria: un clamoroso tentativo di destabilizzazione pre-elettorale avvenuto quanto meno con il beneplacito di Bruxelles. Nel complesso», conclude Fazi, «questa elezione conferma una tendenza ormai difficilmente negabile: tenere elezioni davvero libere in Europa è diventato pressoché impossibile, e la responsabilità principale è di Bruxelles».
Per altro, urge ricordare che tutte le tirate sulla democrazia che deve ritornare a Budapest e sulla necessità di svolte liberali fingono di ignorare un dato di fatto. E cioè che Tisza è riuscita a mettere in difficoltà Orbán - operazione in cui tutte le forze di sinistra hanno fallito - proprio perché non è un partito progressista. In pratica Magyar è un Orbán rivisitato che ha saputo accreditarsi molto bene presso la lobby Ue. Il punto, in fondo, è soltanto questo: la disponibilità o meno dell’Ungheria a obbedire ai diktat europei. Orbán ha rappresentato la spina nel fianco di Bruxelles, il leader che continua a rivendicare la sua indipendenza e non cede a una mega macchina costruita per opprimere. Come ha giustamente notato Richard Schenk, direttore dell’Osservatorio sulle interferenze democratiche presso l’Mcc di Bruxelles, chi pensa senza Orbán l’Ungheria si trasformerebbe in una sorta di eden liberale sbaglia di grosso (o mente sapendo di mentire). «Magyar è riuscito a smembrare il sistema politico ungherese e a concentrare quasi tutta l’opposizione attorno a sé, ma il paese è oggi molto più polarizzato di quanto non lo fosse qualche anno fa», sostiene l’analista. A suo dire, anche qualora dovesse trionfare, Magyar è destinato a «affrontare enormi difficoltà di governo. Metà del paese considererebbe la sua vittoria come il risultato di una costante pressione esterna, di una campagna internazionale e di un intervento politico da parte di Bruxelles». Beh, in effetti non è che sia andata poi molto diversamente: contro Fidesz l’Ue ha utilizzato tutte le proprie risorse, specialmente quelle più sgradevoli. Per questo fa bene, di nuovo, Richard Schenk a sostenere che il caso ungherese sia un monito per tutta l’Europa. «Se l’Unione europea iniziasse a considerare illegittimi i governi democraticamente eletti semplicemente perché non condividono la linea politica dominante a Bruxelles, allora il problema non sarebbe più Viktor Orbán. Il problema sarebbe il funzionamento stesso dell’Unione», dice Schenk. «Una volta che diventa accettabile mettere in discussione i risultati elettorali, congelare i fondi, ridurre il pluralismo digitale o isolare un governo dalle istituzioni europee, tale precedente può essere utilizzato domani contro qualsiasi altro Stato membro. E allora la questione non sarà più chi vince le elezioni, ma chi decide se quel risultato può essere accettato».
Del resto sappiamo benissimo quale sia il copione già scritto: vittoria di Magyar uguale liberazione e felicità per Budapest; vittoria di Orbán uguale brogli e democrazia in pericolo. In Ungheria, dicono queste elezioni, la democrazia c’è eccome. Ma per l’Ue una democrazia è buona solo se obbedisce. E non è certo qualcosa per cui gioire.
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