2019-07-05
Giuseppe Tango
Eletto per acclamazione Giuseppe Tango, successore di Cesare Parodi. «Recuperiamo il dialogo con la politica», dichiara l’uomo di Magistratura indipendente, che ha come sponsor Md. Natalia Ceccarelli esce dal direttivo: «Dopo quei cori da stadio nessuno si sentirà più garantito».
Siamo caduti dalla padella nella brace. Che l’Italia fosse diventata la Repubblica dei giudici lo si era ormai capito e l’esito del referendum lo ha confermato. La sinistra si è intestata una vittoria che, invece, è solo delle toghe e presto scoprirà che quel 53% era solo un prestito, non un capitale. La magistratura associata non è mai un alleato politico: è un creditore che incassa e sparisce. Alla prossima tornata elettorale l’Anm non ci sarà. Non scenderà in piazza, non organizzerà comitati, non mobiliterà le toghe, perché non saranno in gioco i suoi interessi.
La sconfitta della riforma Nordio al referendum ha sancito ancor più lo strapotere dei giudici che, si sapeva già, avrebbero presentato il conto. Eccolo. La Repubblica dei giudici si è concretizzata con l’elezione del nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati, dopo le dimissioni di Cesare Parodi, lunedì scorso, subito dopo i risultati delle urne, per «gravi ragioni familiari» e formalizzate ieri durante la riunione del comitato direttivo centrale dell’Anm, la prima seduta dopo la vittoria del No.
Il nuovo presidente Anm, votato per acclamazione, è Giuseppe Tango, 43 anni, leader di corrente duro e puro, giudice del lavoro a Palermo, cattolico, descritto come schivo e poco mediatico, volto di spicco della corrente più conservatrice, Magistratura indipendente, ma gradito anche dalle correnti più progressiste, che già in passato avevano proposto la sua nomina. Ha, infatti, sempre fatto da ponte con la corrente più di sinistra, Magistratura democratica. Per questo nel 2025 è stato indicato come uno dei nomi di punta di Md che, non a caso, faceva il tifo per lui per il vertice dell’Anm. Insomma, come ci aspettavamo, arriva a capo dell’Anm un pezzo da novanta dei giudici di sinistra.
Basti dire che Tango si è distinto durante la campagna referendaria per le sue feroci critiche alla riforma, sostenendo che essa attentasse all’assetto costituzionale. Gira un video in Rete nel quale si sente Tango, con la sua vocina pacata ma tagliente e il forte accento palermitano, promuovere un appello sprezzante ad «arginare la deriva autoritaria». Una «deriva autoritaria» promulgata dal presidente della Repubblica, garante della Costituzione.
Tango è stato il magistrato più votato tra Magistratura indipendente alle elezioni 2025 per il nuovo comitato direttivo dell’Anm, ma a causa di giochi di potere aveva dovuto cedere il posto a Parodi, che appartiene peraltro alla sua stessa corrente. Si è quindi accontentato di far parte della sua giunta. In passato è stato anche presidente della sezione locale dell’Anm di Palermo.
Indicato, mal volentieri, dallo stesso Parodi, a nome del gruppo di Mi, Tango è stato eletto con 31 voti e un astenuto. Parodi avrebbe preferito l’amico procuratore di Messina, Antonio D’Amato, ma poi si è dovuto arrendere davanti alle 700 preferenze a livello nazionale ottenute da Tango.
La sua elezione non è stata priva di tensioni. Mi, prima ha chiesto di inserire all’ordine del giorno la nomina del nuovo presidente, ma poi ha proposto il rinvio perché non riuscivano a trovare la quadra. Tango rappresentava quello spirito giovane che l’Anm cercava ma per alcuni in Mi, era troppo vicino alla «sinistra giudiziaria», oltre a non aver apprezzato le sue sparate in campagna referendaria sulla «deriva autoritaria». La volata decisiva è arrivata grazie al sostegno dei progressisti di Area e Md, oltre che di Unicost. E tanto è bastato.
«Da domani ci metteremo tutti al lavoro insieme agli altri attori della giurisdizione per proporre soluzioni che possano davvero migliorare la giustizia, riannodando, se fosse possibile, i nodi di un autentico dialogo con l’interlocutore politico», dice Tango subito dopo la sua elezione. Nonostante l’apertura al confronto, il neopresidente resta un fermo oppositore delle riforme del governo.
Lasciando il suo incarico, Parodi, che resterà comunque membro del comitato dell’Anm, ha sottolineato che la delega ricevuta dopo la vittoria del No al referendum non è «in bianco. Abbiamo chiesto fiducia, ci è stata concessa ma dobbiamo meritarla. Noi non avremo mai un ruolo politico ma bisogna lavorare per garantire la credibilità della giustizia».
Per qualcuno che arriva, c’è qualcun altro che va. Sempre ieri si è dimessa dal comitato direttivo Natalia Ceccarelli con un durissimo attacco all’associazione stessa: «È diventata per me intollerabile la permanenza in un’associazione che ha smarrito il senso della sua finalità rappresentativa, di tutte le idealità che ispirano l’essere magistrato. Il danno di immagine prodotta da questa campagna referendaria nella eterogenesi dei fini di questa riforma è ormai irreversibile e di esso pagheranno le spese le generazioni future di magistrati».
La sinistra ha messo la bandiera su una trincea che l’Anm aveva già conquistato. Perché la magistratura associata scende in campo solo quando vengono toccati i suoi interessi corporativi. E ora lo farà a passo di Tango.
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Gli Huthi lanciano missili su Israele, la nostra Marina può essere coinvolta per difendere le navi. Base Usa bombardata dall’Iran.
Finora, l’entrata in guerra degli Huthi a fianco dell’Iran si è tradotta in un razzo scagliato verso Israele; una provocazione alla quale Tel Aviv e gli americani non hanno nemmeno risposto. Ma la minaccia dei ribelli yemeniti si proietta subito sull’altro Stretto strategico, dopo quello di Hormuz, chiuso dai pasdaran: Bab el-Mandeb.
Un braccio di mare lungo 50 chilometri e largo massimo 26, da cui transita quasi il 12% del commercio mondiale marittimo di petrolio. È un passaggio che, sulla direttrice che porta al canale di Suez e quindi al Mediterraneo, insiste sul Mar Rosso già presidiato dalle navi Usa e dalla missione europea Aspides. Le quali si sono rivelate insufficienti a neutralizzare le doti offensive del nemico: tra il 2024 e il 2025, gli Huthi hanno affondato quattro imbarcazioni; intanto, la coalizione occidentale ha speso oltre un miliardo di dollari in testate antimissile e antiaeree. Il giudizio di Reuters, che ne ha scritto pochi giorni fa, è stato definitivo: si parla di proteggere Hormuz, ma il «tentativo simile» nel Mar Rosso «alla fine è fallito».
La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente ci espone, in quanto italiani ed europei, anche sul piano militare. Inutile nascondersi: quando l’Ue e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno risposto all’appello di Donald Trump per il Golfo proponendo di rafforzare Aspides, lo hanno fatto anche per trarsi d’impaccio dalla polveriera di Hormuz. Ma ora la stessa tensione potrebbe riproporsi a Bab el-Mandeb. E noi ci siamo dentro fino al collo.
«Gli Huthi non hanno la capacità per bloccare lo Stretto come hanno fatto gli iraniani», spiega alla Verità il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani. Tuttavia, segnala il generale Marco Bartolini, «un’operazione che si svolge in mare chiuso, lungo costa, dove ci si trova costantemente sotto tiro, presenta difficoltà molto maggiori rispetto a una in mare aperto». I ribelli hanno a disposizione sciami di droni e missili da crociera in abbondanza. La nostra incognita riguarda proprio gli approvvigionamenti. Per rispondere agli attacchi dovremmo utilizzare, continua Gaiani, «cannoni con munizionamento antidrone e missili da difesa aerea». Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, sottolinea che, contro i velivoli senza pilota, abbiamo già usato, «con grande soddisfazione, il cannone da 76 millimetri, reso ancor più efficace dal munizionamento guidato. Tant’è che Leonardo ne ha prodotto anche una versione terrestre», oltre a quella per le navi. Tuttavia, avverte Gaiani, «noi abbiamo un problema di quantità. Già l’anno scorso, gli americani hanno provato a colpire depositi e infrastrutture degli Huthi, a differenza degli europei, che si limitavano ad abbattere le minacce sul mare. Ma persino gli statunitensi hanno finito i missili antiaerei sulle navi e, nonostante i raid, non hanno distrutto i depositi sotterranei degli Huthi. Per riuscire nell’intento, bisognerebbe avere molte navi, con molti missili e con molti proiettili; cosa che nessuno, oggi, ha».
Prima che si aprissero le ostilità con Teheran, gli Usa erano riusciti a raggiungere un accordo con i ribelli: voi non provate a colpire i natanti, noi smettiamo di colpire voi. Il punto è che, alla luce delle permanenti insidie, alle quali le compagnie assicurative hanno peraltro risposto prontamente, sospendendo in vari casi le polizze, molti mercantili hanno già smesso di avventurarsi nel Mar Rosso, preferendo circumnavigare l’Africa. Aggirare il pericolo, però, comporta un aggravio di costi indipendente dall’effettivo blocco manu militari di Bab el-Mandem. La minaccia di chiudere lo Stretto è essa stessa la chiusura dello Stretto.
Il nostro Paese, protagonista di alcuni interventi a protezione delle imbarcazioni civili, ha contribuito ad Aspides con i pezzi d’élite della Marina, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio e Andrea Doria e le fregate Virginio Fasan e Federico Martinengo. Roma svolge un ruolo da protagonista: la guida della missione, il 2 luglio 2025, era stata trasferita dal contrammiraglio greco Michail Pantouvakis al contrammiraglio italiano Andrea Quondamatteo; il comando tattico, invece, è in capo a un gruppo composto da otto Paesi membri e, lo scorso 14 marzo, a bordo della frega italiana Luigi Rizzo, che fungerà da quartier generale, è stato affidato al contrammiraglio friulano Milos Argenton. Il 23 febbraio, cinque giorni prima che Trump iniziasse a bersagliare l’Iran, l’Ue aveva prorogato Aspides fino al 28 febbraio 2027, stanziando altri 15 milioni. Poi, è arrivata la promessa di potenziarla con più navi e migliori capacità d’intercettazione dei vettori nemici. Sarebbe più difficile adattarne il mandato giuridico: Bruxelles si vanta di aver varato un’operazione puramente difensiva, che in quanto tale, però, non può rendere gli Huthi inoffensivi. Adesso, oltre ad aver subìto una guerra che non voleva, l’Europa potrebbe essere anche costretta a combatterla.
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Ilaria Salis con Angelo Bonelli (Ansa)
Ilaria Salis straparla di «regime» soltanto perché è scattato un automatismo da trattato internazionale. Dopo la fuga dall’Ungheria, vuole altra immunità speciale.
C’erano una volta i rivoluzionari che sfidavano i regimi a viso aperto, pronti a pagarne le conseguenze. Oggi, nell’era del progressismo da salotto e dei seggi blindati a Strasburgo, ci dobbiamo accontentare di Ilaria Salis. L’ultima performance della nostra eurodeputata preferita è un capolavoro di vittimismo: un banale controllo di polizia in un hotel di Roma trasformato, nel giro di un post sui social, nell’avvento del Terzo Reich nella Capitale.
I fatti, per chi ha ancora la pazienza di frequentarli, dicono questo: le forze dell’ordine si presentano all’alba per un controllo preventivo, atto dovuto dopo una segnalazione internazionale. La polizia tedesca aveva emanato qualche settimana fa un alert nei confronti della Salis - il motivo non è noto - che è scattato in automatico nel momento in cui la signora ha presentato i documenti nell’albergo romano in cui ha soggiornato per partecipare alla manifestazione «No Kings» indetta dalle sinistre contro le guerre. In base ai trattati internazionali, l’Italia non poteva che aderire alla richiesta, insomma routine amministrativa, roba che capita a chiunque abbia un curriculum giudiziario «movimentato» all’estero. Ma per la Salis no. Per lei è «Stato di polizia», è il «regime della Meloni» che le bussa alla porta per intimidirla. Insomma, la solita cagnara.
Siamo alle solite: la sinistra ha bisogno di martiri come l’ossigeno e, se non ci sono, se li inventa. Non le è bastato farsi eleggere per sfuggire alle carceri ungheresi - operazione simpatia riuscita grazie alla complicità di chi scambia l’antifascismo militante con il diritto a spaccare teste -, ora pretende anche un’immunità speciale: quella dal buon senso. Secondo la narrazione di Avs, un’europarlamentare dovrebbe essere intoccabile, una sorta di divinità laica sopra ogni controllo, specialmente se quel controllo ricorda al mondo che il suo passato non è esattamente quello di una damigella di San Vincenzo.
La verità è che la Salis soffre di una forma acuta di narcisismo politico che, per altro, ha trasformato una banale richiesta di documenti in una «perquisizione» mai avvenuta (gli agenti sono rimasti sulla porta della camera). Ogni divisa è un nemico, ogni regola è un sopruso, ogni procedura è un attentato alla democrazia. Grida al regime mentre siede comodamente su uno scranno pagato dai contribuenti europei, gli stessi a cui chiede di ignorare le accuse pendenti a Budapest.
La questura ha chiarito subito: «atto dovuto». Ma per la «maestrina» e per i suoi sponsor, la chiarezza è un optional fastidioso. Meglio urlare alla dittatura, meglio alimentare il fuoco di una piazza che non aspetta altro che un pretesto per incendiare il clima. Cara Salis, rassegnati: farsi controllare i documenti non è una persecuzione politica, è la legge. Quella cosa che per voi vale solo quando colpisce gli avversari, ma che diventa «fascismo» quando osa bussare alla vostra porta.
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